Dis-Like

E’ dura ritrovare una fotocopia della vita reale sulla Rete. Se ne trovano spunti, stralci fatti di immagini, video, racconti.

Gran parte di questo compito è oggi assolto da Facebook, che è in grado mettere insieme tutto questo e renderlo condivisibile alla massa. Ma per quanto ci si possa sforzare non è che una mera imitazione.

Nel mondo reale non tutto ci piace, non tutto è “Likable”. Nel mondo reale le mode, seppur di grande impatto, non vengono seguite mai con leggerezza. Ed è in parte un limite dei Social Network, Facebook su tutti, quello di rendere sempre tutto effimero, leggero, facilone.

Quanti sono i contenuti veri e seri che avvengono su Facebook? Quanti quelli non-sense e superficiali? 20% vs. 80%?

Facebook è bloccato in un limbo dove tutto è bello, dove tutto deve essere condiviso, ma allo stesso modo deve essere piaciutoper forza e comunque. Evitate questo passaggio e gran parte delle interazioni non avverranno (senza Like non si accede a tante applicazioni) e i numeri non arrivano (Non c’è niente di più sbagliato per un’azienda basarsi soltanto sul numero di Like ricevuti nella propria pagina).

Disturba l’assenza di un contrappeso forte, ma giusto, come un bottone Dislike. Tutti diventiamo cattivi, tutti ci arrabbiamo e a tutti dovrà pur non piacere qualcosa. Il salto in avanti che ne deriverebbe penso porterebbe Facebook ad essere uno strumento maturo e, se non a dare a un Social Network le sembianze di realtà, quanto meno a darle le sue parvenze denotative. Bene e male, bello e brutto, buono e cattivo.

Ecco perché alla lunga Facebook stanca e annoia, un rotolante concatenamento di link condivisi e di bottoni-con-il-pollice-alzato il più delle volte premuti senza cognizione di causa. E la risposta e le alternative non possono essere il sicuro rifugio della chat, dei giochi, dei check-in o della messaggistica.

C’è bisogno di una scossa forte, e penso Facebook lo sappia. Se sarà un bottone o qualcosa di diverso poco importa, quello che è certo è che se non ci si pensa, ci ritroveremo tra qualche mese a fare e rifare sempre le stesse cose.

Insanity: doing the same thing over and over again and expecting different results (Albert Einstein)

Ristorante Macelleria Motta

Rubo un po’ la scena, per un post insolito in questi lidi, alla brava Forchetta. Ieri sera ho mangiato al Ristorante Macelleria Motta. Aperto da tre giorni, questo delizioso locale è lo spin-off della famosa Macelleria Motta di Inzago (MI) che, come si può vedere, è piuttosto famosa nel nord Italia grazie ad una pregiata selezione di carni doc piemontesi.

Selezione che viene riportata fedelmente nel neo ristorante, e che si tratti di un tempio della carne lo si nota subito sin dall’ingresso. Ad accogliere i clienti all’entrata una cella frigorifera a vista, un saggio anticipo di quello che li aspetterà da lì a poco.

Nel menù viene dato ampio spazio ad antipasti e secondi, tutti ovviamente a base di finissima carne piemontese di prima scelta, mentre i primi, solo tre, vengono lasciati per i più forti di stomaco.

Io, tra questi, mi sono lasciato tentare dal risotto al vino rosso e pasta di salame. Come secondo un filetto al sale con patate al forno. Tutto qui?

Difficilmente parlo di questioni personali qui, ma è doveroso citare papà, Chef e Food and Beverage Manager all’anagrafe che quando si è in questo tipo di locali si sente a casa.

Nell’attesa del primo abbiamo avuto il piacere di conversare con Sergio Motta, il proprietario, che con ottima presenza scenica ha scambiato qualche battuta col mio vecchio e ci ha deliziato con lardo, carne cruda, paté e salame nostrano. Impossibile trattenerlo dall’immortalarlo nella sopracitata cella frigorifera.

I piatti sono ottimi e abbondanti, e la nuova apertura perdona i tempi di attesa leggermente allungati. Sicuramente una tappa obbligata per insaziabili carnivori.

Inception

Non avevo pianificato di andare a vedere Inception, nemmeno mi ero informato sul suo contenuto. Mi incuriosivano le parole sentite durante il trailer radiofonico ed ascoltato distrattamente. Sogni.

Ieri subito dopo il film ho Twittato così: Torno da Inception. La trottola è in effetti l’oggetto chiave che mancava in The Matrix.

Se lo avete visto non provate a raccontarlo, se non ancora, non provate a farvelo raccontare. L’unica è vederlo. Per capirlo e per farsi un’idea propria. In rete ce ne sono diverse.

Tutte valide e plausibili. Sta di fatto che non è possibile non associare i due film, sia per il narrato, sia per le scene filmate. L’addormentarsi per affrontare una realtà altra, mondi che non si piegano alle leggi della fisica, ma della fantasia, la sensazione di non sapere mai cosa è vero e cosa non lo è.

Ma mentre la trilogia ha dietro di se una filosofia annunciata e quasi esplicita, Inception sembra dare per scontato gli avvenimenti che si susseguono.

Le ispirazioni che Nolan può aver trovato sono del tutto soggettive. Ad esempio nel quarto livello io ci ho visto Shadow Moses di Metal Gear Solid, mentre quando Cobb pronuncia:

They say we only use a fraction of our brain’s true potential.

Ho pensato subito a una dovuta citazione a Ken il Guerriero.

Non è un capolavoro, di certo è un film che mette davanti una scelta. O è una cagata colossale, o stiamo vivendo tutti in un sogno collettivo?

Per chi lo ha visto, ho notato un’incongruenza. Perchè nel terzo e nel quarto livello i corpi dei protagonisti non rispettano i movimenti che avvengono nei livelli precedenti come avviene nel primo e nel secondo? Una disattenzione pacchiana o c’è un motivo?

Una coda lunga di paglia

La coda lunga del resto è sempre esistita. Non serviva certo Internet per scoprirla. E il buon Chris Anderson è solo servito per darle un nome.

Se andavi da Ricordi a Milano, in un sabato pomeriggio qualsiasi fine anni ’90, trovavi gruppetti sparsi qua a sbavare sulla copertina di qualche gruppo metal svedese o su quella di un cantante rap melodico thailandese, mentre la massa critica stava alla cassa con in mano il CD del Festivalbar.

Seth Godin riesce in poche righe a definire perfettamente quanto già espresso un paio di anni fa da Massimo qui. Long live the long tail!

There are millions of songs on iTunes that have sold zero copies. Millions of blog posts that get zero visitors each day.

The long tail is real… given the ability, people create more variety. Given the choice, people seek out what’s just right for them to consume. But, and there’s a big but, there’s no guarantee that the ends of the long tail start producing revenue or traffic. And a million times zero is still zero.

Sometimes, the best strategy isn’t to to head farther and farther out on the tail. No, you don’t have to make average stuff for average people. But it also doesn’t pay to brainwash yourself into believing that super-extreme is the same as profitable.

YO! Frank, il DJ che non ti aspetti

Frank è da questa estate uno speaker di Radio Deejay, ci è arrivato lottando e con quel pizzico di fortuna che non guasta mai. Probabilmente lo avrete sentito in diretta la domenica pomeriggio. Come faccio già da un po’ gli ho chiesto di scambiarci due battute:

Allora, eccoci, ora il percorso è compiuto. Sei un deejay radiofonico in carne ed ossa, di una delle più importanti emittenti italiane. Come ci si sente a parlare alla nazione?

Frank: Ciao a tutti e grazie Andrea per avermi coinvolto in questo scambio di battute, mi fa davvero molto piacere 🙂 Non mi perdo in troppe chiacchiere e passo subito alle risposte Sembrerà strano, ma il clima sereno, la bella gente e la cordialità che si respira in quel di via Massena sono tali da permetterti di andare in onda come se fossi nello studio di casa a parlare con degli amici. Davvero, l’ultima preoccupazione che hai è: “oddio sto parlando a tutta Italia”. In fondo è la bellezza della radio.

Questo è il sogno che hai da sempre coltivato e cercato con tutte le forze. Ora che ci sei, raccontaci il tuo percorso, quale sacrifici hai dovuto fare?

Frank: Spesso quando si osserva personaggi più o meno noti del panorama artistico italiano e ne si valuta la loro importanza, lo si fa invidiando i loro compensi, ma non ho mai sentito nessuno (probabilmente mi sbaglio) mettere in evidenza i sacrifici o le rinunce che alcune di queste persone hanno dovuto affrontare per “arrivare proprio li”. Solitamente sono anche i più meritevoli. E’ ovvio che non è il mio caso, e sarei ridicolo con il mio misero background alle spalle ad affermare che sono giunto alla realizzazione di chissà quale progetto. Però quando si inizia e si punta al top (da sempre, chi mi conosce lo sa, ho voluto lavorare a Deejay) sono in tanti a dirti che sei un sognatore, che devi lasciar perdere, che in pochi riescono e che se non hai raccomandazioni non riesci ad entrare in certi ambienti. Questa continua iniezione di sfiducia non è facile da sopportare, soprattutto quando ti arriva da persone a cui tieni particolarmente. Riuscirci è davvero una bella rivincita. Anche se è banale dirlo, sono la costanza e la perseveranza che ti permettono di non mollare. Non so in quanti avrebbero avuto voglia di mettersi in gioco avviando una web radio che avesse come unico scopo quello di promuovere la musica creative-commons (quindi sconosciuta), dopo aver inviato demo e innumerevoli mail a tutti i network prima nazionali, poi regionali ed infine locali (si parte sempre con tanta energia ed un pizzico di ottimismo/presunzione) senza ricevere risposta alcuna. Prima di partire con Radiopodcast appunto, ho passato circa quattro anni nella speranza di poter lavorare in una qualsiasi radio, e quando dico qualsiasi intendo anche quelle che si ascoltano nei paesino di provincia da mille abitanti, ma delle volte il destino o il fato o chiamatelo come volete si diverte a gestire in maniera diversa quello che in fondo al cuore abbiamo sempre desiderato, e quindi il percorso è stato diverso.

E’ arrivata Current Radio da settembre a dicembre del 2008, davvero un’esperienza che mi ha fortemente formato. Facevo tutto da solo: preparavo il programma, ero la mia regia audio, regia video sul web, preparavo scalette musicali, contattavo gli ospiti e andavo in onda sia in rete che in brevi collegamenti televisivi dalle 17 alle 24 dal lunedì al venerdì. Otto ore. Indimenticabile. Mantenere i rapporti con amici e persone care in quel periodo è stata veramente dura. Ancor di più quando da gennaio dell’anno successivo mi son ritrovato a spasso. Ma anche in quel momento, anziché mollare, ho iniziato a pensare qualcosa che potesse andare in video ed ho realizzato Ego, il primo videopodcast “inutile” come mi piace definirlo, perché fondamentalmente parlava del sottoscritto, quindi nulla di particolarmente interessante! E poi mamma Deejay, finalmente qualcuno, e non uno qualsiasi, ma il direttore della radio più ascoltata in Italia, si era accorto di me.

Come stanno andando questi primi giorni di diretta?

Frank: Sono in onda tutte le domeniche dalle 14.00 su Deejay, e dopo il mese di agosto in cui sono stato in diretta con gli altri miei cinque amici/compagni di avventura, si è creata subito una bella sintonia con Sarah Jane, in onda con me sino alle 16.00, ed anche con Laura G. tra le 16.00 e le 17.00. Mi diverto molto, soprattutto con Sarah con cui nelle prime due ore dalle 14.00 alle 16.00 ne facciamo veramente di ogni, e finalmente mi sento al posto giusto al momento giusto.

Cosa pensi ti riserverà il futuro?

Frank: Per ora sarò in onda sino a giugno, poi chissà. Mai porre limiti alla provvidenza.

Qualche insight, come è lavorare con Linus?

E’ un papà. Sin dal primo momento con me è stato premuroso e gentile, di un’umiltà che non ti aspetteresti affatto da un personaggio con la sua esperienza e con i suoi trascorsi. E poi è un continuo dispensare consigli, e questo lo rende davvero unico.

Se vuoi continuare a seguirlo trovi Frank su Twitter

Perchè io, alla BlogFest, scavalco

        

Dal TG5 in sottofondo si sentono invettive contro la Rete, nuova generatrice di tutti i mali che accadono in Italia. Con la mente ripercorro questi tre giorni. Ho voluto segnare i momenti topici, trascriverli a penna. Iniziati con i peggiori dei propositi causa pioggia battente del venerdì sera, finiti meravigliosamente.

Ora io dovrei fare mente locale. Provare a ringraziare ognuno di voi, anche per un semplice “ciao”, non sarebbe sufficiente a ricordarvi tutti nel giusto modo. Riassumo quei pochi appunti che vedete sulle due foto sopra ( in grande 1, 2).

Venerdì — Arrivo verso sera, mi improfumo e mi reco alla GGD. Confermo. Blogger donne, se poi pure tecnologiche, sono sempre le migliori. Interventi interessanti, finalmente conosco di persona lalui e Alessandra. Inizia a piovere, a dirotto. Ci si sposta, si arriva al DjSet di Smeerch. Finalmente Riva si popola, ritrovo amici vecchi e nuovi. Sono le 2.30 decido di tornare in Hotel. La pioggia si fa più intensa. Ora che arrivo sono fradicio, da capo a piedi. Arrivo davanti all’entrata dell’Hotel e tutto è sprangato. E buio e la vista è messa ad ancor più dura prova dalla pioggia battente, non trovo dove suonare, non so come fare per mettermi in posizione orizzontale se non scavalcando.

Eh beh. Scavalco.

All’ingresso c’era la guardia giurata ad attendermi. Fortuna chiarisco tutto e riesco anche a dare la colpa a loro per non aver installato un citofono visibile alle 2.30 di notte con il buio pesto e una pioggia della madonna.

Sabato– Sabato mattina mi sono ancora più convinto di far parte di una categoria di blogger che forse non esiste ancora, o forse esiste e nessuno si è ancora reso conto di farne parte. Si, credo di essere un eatblogger. Sono rimasto ad ascoltarmeli tutti gli interventi e sono stati tutti ottimi con Sara, ci_polla e Auro ad animare il tutto. Il pomeriggio io credo di essermi perso quasi tutto. C’era una partita da giocare, un #SoccerCamp da onorare. Juventini contro Resto del Mondo. Si è perso malamente. Dopo 45 min di gioco però qualcuno grida “Ma siamo 7 contro 8”. Ecco spiegato tutto. Ma nemmeno con Khenzo riusciamo a segnare. Come dice Beggi (finalmente premiato agli MBA), tra di noi il calcio è uno sport di nicchia.

La sera tutti a vedere la premiazione, il freddo è davvero fottutamente freddo. Si ghiacciava. Penso che la temperatura si sia portata via le ultime energie rimaste. E onde evitare di scavalcare anche ‘sta notte all’1 sono a letto.

Domenica — Dopo la colazione gentilmente offerta da Activia, non mi voglio perdere per niente al mondo il #WriteCamp. Tanti sono già andati via, ma il pubblico è nutrito, la discussione interessante. Io ne so poco delle dinamiche economiche dell’editoria, di autori, scrittori e lettori e il filo sottile che li lega. Quello che ho capito è che tra le idee, bellissime, che oggi ho ascoltato e il poterle mettere in pratica, il problema di mezzo è sempre l’editore. Prima di salutare tutti e tornare verso casa, ho la fortuna di assistere all’intervento di il_many. Io lui non lo conoscevo, non sapevo dove o cosa scrivesse. Credo che in pochi minuti abbia riassunto cosa succede in Rete oggi, come comportarsi, e come scrivere un eBook di successo con quello che si sa fare meglio. Infine, penso abbia dato la migliore definizione di Facebook che abbia sentito fino ad oggi:

La prima che abbiamo capito è che su Facebook han fatto bene a chiamarla bacheca: ci passano tutti davanti senza leggere niente. Ogni appello su Facebook alla scrittura era un appello a vuoto; sarà perché è gente che conosci di faccia, sarà che non gliene frega niente, ma su Facebook abbiamo raccolto poco.

Qui c’è tutto il suo intervento.

Non mi interessa dirvi se mi è piaciuto o meno, se è stato bello o meno. Quello che mi sento di dire è che vale la pena esserci. Anche solo per cazzeggiare. Per stare con delle persone autentiche.

Il piccolo mondo delle ore 8

È da quasi due mesi che ho ripreso a viaggiare in metropolitana con puntuale costanza. Era dai tempi dell’università che non lo facevo, e forse anche lì non era una vera e propria routine. Da due mesi ho scoperto un piccolo microcosmo. Quello delle ore 8.

A quell’ora sono quasi tutti addormentati, il primo picco di brillantezza ce l’hanno agli ultimi quattro gradini della scala mobile per cercare di salire il più velocemente possibile su una carrozza che il più delle volte partirà 10 minuti dopo o è già partita senza di loro. C’è il ragazzo alto con le sue grandi cuffie senza fili, la babysitter che accompagna il figlio di qualche mamma troppo impegnata chissà dove, ci sono quelli che sonnecchiano e che magicamente riescono ad alzarsi alla giusta fermata. Ci sono i lettori immersi in tomi troppo voluminosi per stare in una sola borsa, le quattro “portinaie”…La sola speranza del mattino è non dover capitare sullo stesso loro vagone, riescono a sedersi sempre vicine, un plotone di chiacchiere senza sosta. Credo che non prendano neanche fiato, ma la cosa più stupefacente è come ogni mattina abbiano un argomento su cui blaterare.

La ragazza che ogni giorno si trucca cercando di apparire più bella per qualche capo troppo ammiccante, quello che legge un quotidiano free press e quelli seduti al suo fianco intenti a sbirciare, il distinto uomo d’affari che rimane sulla banchina troppo a lungo per finire la chiamata con l’amante o il signore consumato dagli anni che nessuno lascerà sedere in qualche slancio di cavalleria vecchio stampo.

Sembrano tutti usciti da un romanzo, “caratteri” perfetti per interpretarne uno. La cosa bella è che sono veri, esistono e quando i nostri sguardi si incontrano mi chiedo come mai non ci siamo ancora salutati. Una piccola “community”. Quelli della metro delle 8 ci potremmo chiamare. Eppure no, nessuno guarda nessuno, nessuno parla con nessuno. Passo i primi 20 minuti di viaggio a fissarli come un ebete cercando di immaginarmi le loro vite, i loro lavori, i loro drammi.

Quanto è diventato difficile scambiarsi anche un solo “ehy, ciao come va?”

Forse è una dimensione troppo intima anche solo per scambiarsi uno sguardo. Certo è che, se qualcosa accadesse, quel piccolo mondo, sarebbe un piccolo mondo migliore da vivere ogni mattina alle 8.

Chi di Web ferisce, di Web perisce

La cosa comica di tutta questa faccenda del “Web che sarebbe già morto” è che il tanto discusso articolo sia uscito prima sul sito di wired.com, e consultabile come accesso primario da un browser, rispetto alla sua versione cartacea.

Oltre agli errori di fondo nell’analisi fatta, come già descritti da Luca ( 1,2) e Massimo, il punto sostanzialmente controverso è che si dia già per morto non tanto il web, quanto l’esperienza dello stesso attraverso l’utilizzo di un browser. Morta questa, morto il browser, morto il web?

Credo che i due genietti siano corsi un po’ troppo velocemente alla ricerca di un meme da far durare qualche settimana e che tra qualche tempo nessuno ricorderà più. Coda lunga anyone?

Sono molto più vicino al punto di vista di Erick Schonfeld di TechCrunch. Dopotutto il browser è e rimarrà il punto di accesso principale al Web. Internet, come dice Giuseppe, è un’altra cosa.

4sqconf!

Oggi è stata una bella giornata. Il primo grazie va all’aria condizionata, strano ma vero nemmeno una goccia di sudore ha solcato le mie vesti.

Partiti in tutta tranquillità con l’ottima compagnia di David, Italo, Chiara e la piccola Giulia. Raggiunta Bologna direi in tempo record vista la giornata e la stagione, giusto in tempo per mettere le gambe sotto il tavolo della Migliore Trattoria Italiana 2010: l’Osteria Bottega.

La foto qui a fianco è delle favolose tagliatelle al culatello che ci ha deliziato i palati, per non parlare della cotoletta con culatello e parmigiano.

Arriviamo con qualche minuto di comprensibile ritardo. Bellissima la location di Frassinagodiciotto, e ancora più calda l’accoglienza di Tommaso, Francesca e Roberto. Ci accomodiamo con tanto di fornitura di gadget e fascia d’ordinanza da sindaci.

Troviamo un Luca Conti intento ad aprire le danze con la sua presentazione e con abbronzatura agostana invidiata da tutti i presenti.

Un pomeriggio pieno di interventi molto interessanti. Chi ha utilizzato GoWalla per analizzare alcune lacune di foursquare, chi ha proposto nuove idee di business, chi lo ha reputato già vetusto e inutile, chi ci ha visto un futuro radioso. E’ stato bello, perché si è discusso di un fenomeno appena nato, in rapida ascesa e che apparentemente non serve a nulla. Un po’ come Facebook agli albori, ma proprio come lui con tanto potenziale di sviluppo.

Tre chicche.

La prima, con gran rullo di tamburi, è passato a trovarci un bolognese DOC, Paolo Cevoli. Ci ha stupito tutti con le sue profonde conoscenze informatiche ed è stato un piacevole intermezzo nel caldo pomeriggio emiliano.

La seconda, lo sblocco del primo swarm badge italiano (Si ottiene se 50 persone fanno check-in nella stessa venue)

Ed infine, poco prima di andar via, la videocall con nientepopodimenoche mr.copertina Dennis Crowley che dagli States ha raccontato un po’ del suo giocattolo e del futuro che attende foursquare.

Complimenti di nuovo agli organizzatori per location, speaker e catering. Un pomeriggio diverso parlando di argomenti stimolanti, senza aver avuto mai la sensazione di aver buttato via un sabato. Da ripetere assolutamente tra qualche mese per capire se le previsioni saranno azzeccate.

C’è chi abita a Milano e chi no

Che poi io a Milano ci sono anche nato, ma per fortuna o purtroppo non ci sono mai vissuto. Forse è per questo che ho un disagio cronico nel momento in cui affronto le sue mille vie quando solo al volante.

Già, entrare in macchina a Milano, specialmente di sera e se non sei di Milano (cioè se non ci risiedi fisicamente) può essere un’esperienza provante, che ti segna per tutte le prossime volte che cercherai di entrarci.

Chi abita all’interno delle sue mura non ti verrà mai a dire la follia per raggiungere certi luoghi in automobile, ma ti risponderà soltanto “troviamoci lì alla tale ora. Ma come non sai dov’è?, è all’incrocio tal dei tali, zona Porta qualcosa”. Omettendo ovviamente il fatto di dire con che mezzo arrivarci, perché loro in quei luoghi ci arrivano con una facilità tale Dedalo gli fa un baffo.

A Milano c’è coda a qualsiasi ora del giorno e della notte, al mattino c’è chi ci lavora, alla sera ci si diverte, se riesci ad inserire la terza significa che sei capitato in una delle “domeniche a piedi” dove tutti girano in bicicletta, altrimenti è un lusso riservato solo a chi utilizza la corsia preferenziale come taxi, bus e tram.

Chi vive nella metropoli lombarda sa bene che spostare l’auto significa aggiungere stress inutile alla propria settimana, indi per cui gli unici mezzi plausibili per spostarsi da una cerchia all’altra sono solo quattro: mezzi pubblici, moto o scooter, bicicletta o taxi. Chi viene da fuori invece, questa cosa la impara, la primo giorno che prova a raggiungerla in macchina.

Chi supera il cartello che indica Milano con la propria auto, deve essere ben cosciente del fatto che sta per andare incontro alla selva oscura:

  • Zone a Traffico Limitato con annesse telecamere pronte a elargire multe milionarie
  • Parcheggi gialli per soli residenti
  • Parcheggi blu, che sarebbero destinati a noi, ma ditemi voi dove cavolo trovo alle 6 di sera un cristiano che mi venda quei MALEDETTI gratta & sosta se non ci sono edicole nei paraggi.
  • Parcheggi a pagamento con annessi proprietari che si fregano le mani perché sanno che con il tuo arrivo si pagheranno il viaggio di andata delle prossime vacanze estive

La comodità dei mezzi pubblici, come detto, fa si che si possa usufruire di corsie preferenziali se si è in superficie, molta più rapidità se invece si decide di prendere la metropolitana. E perché mai uno che abita fuori Milano non dovrebbe usufruire dei mezzi pubblici a sua volta?

Certo. Ditelo a uno che ha la prima stazione della metropolitana a due km, e quella stazione per giunta è un capolinea. Se si vuol fare una cena a Milano e vuoi tornare a casa con la metro, devi far conto col fatto che qualcuno dell’ATM deve aver per forza lavorato alla Walt Disney e a mezzanotte, come in Cenerentola, c’è l’ultima carrozza e tutti a casa, se non si vuol passare la notte in compagnia di qualche mendicante e tirare le 6 del mattino aspettando la prima corsa.

Ed è forse per questo motivo che tra tanti miei amici, noi ragazzi di campagna, l’andata in città la si fa solo per occasioni mondane, per la serata in discoteca, per una festa. Ma i sabati sera si resta in zona, Milano la lasciamo a chi ci abita e chi riesce a muoversi a piedi.

Ti voglio bene o mia città natale, se solo non fossi così timida, si potrebbe tutti conoscerti meglio.