Movimento contro la disinformazione sui videogiochi

Sabato scorso ho partecipato alla Games Week, evento che finalmente porta anche in Italia un momento fieristico e di incontro tra appassionati e produttori (come esistono già da tempo a Los Angeles con l’ E3 o a Colonia con il Gamescom). Seppur molto ridotto rispetto al fratello americano (ho avuto solo la fortuna di poter presenziare 2 volte all’E3), ha dato un assaggio di quello che per troppi anni è mancato qui da noi.

Gente ce n’è stata, e anche parecchia, e non solo geek o ragazzini, ma persone di qualsiasi età o estrazione sociale. Una bella soddisfazione vedere l’ampiezze del pubblico che oramai abbraccia questo medium.

Sono riuscito a girarlo poco, ho visto poche anteprime, ma non mi sono perso la conferenza organizzata da Multiplayer.it: Disinformazione/Informazione sui videogiochi in Italia: a che punto siamo.

Qui sopra ne potete vedere la ripresa video nella sua interezza. Sono rimasto piacevolmente colpito da quanto messo insieme da questo gruppo di giornalisti. Un po’ perché anche io ne ho fatto parte a tempo pieno per un po’ con Everyeye e perché continuo a farne parte con Wired.it saltuariamente.

Il tutto parte da una pagina Facebook a seguito di un avvenimento tragico, ma che la disinformazione non ha fatto fatica a collegare al mondo del gaming.

Come personalmente li considero, ma come altrettanto ha fatto la Corte Suprema degli Stati Uniti d’America qualche tempo fa, i videogiochi sono equiparabili in tutto e per tutto alle altre forme artistiche dell’uomo e credo ci sia un disperato di bisono di sforzarsi per far passare un messaggio chiaro alla stampa generalista che il più delle volte si occupa di videogiochi solo quando possono accusarli di essere istigatori di violenze di vario genere e quando possono sfruttarli come fenomeni di costume, mostrando il videogiocatore all’interno di fiere frivole come l’E3, ovvero confinandolo all’interno di un ambiente chiuso e trasformandolo in una specie di buon selvaggio che, finché si limita a mostrare quegli strani cosi colorati con cui gioca, è socialmente accettabile.

Il problema risiede nel fatto che nel pensiero comune, compresa la percezione di quei giornalisti (quelli dei giornali importanti, si quelli molto letti e seguiti) abituati a parlare di tecnologia senza mai approfondire l’argomento videogiochi, il mezzo videoludico sia ancora la roba da ragazzini, quel passatempo che ha costretto milioni di menti dei ragazzi italiani ad essere imprigionate ancora negli anni ’90. Un incubo da cui mai si sveglieranno restando sempre bambini.

Fortunatamente non è così, seppur molto giovane il mercato ha maturato molto velocemente, arrivando a proporre dei prodotti di qualità e non solo grafica, ma anche a livello di interazione, sceneggiatura, trama, contenuti educativi, effetti catartici, e chi più ne ha più ne metta. Trasformando la roba da ragazzini, in roba seria e da meritare di essere considerata tale.

Il dibattito è molto complesso e delicato, ad oggi mi auguro che l’obiettivo preposto dal Movimento, andando a scovare tutte le situazioni di mala-informazione, si traduca in qualcosa di concreto molto presto e non si perda nel vuoto.

Che ne pensate?

Deal, coupon & co.

Chi non ha mai utilizzato uno di quei siti che propongono coupon/buoni sconto per acquistare prodotti o servizi online a prezzi vantaggiosi?

Non c’è bisogno di nascondersi so che lo avete fatto anche voi. Pare che l’Italia vada abbastanza forte in questo settore, complice il fatto che, nonostante siamo ancora un popolo molto reticente all’acquisto via Internet, non sappiamo resistere all’impulsività di acquistare online qualcosa a prezzo scontato.

Magari beffeggiando il nostro migliore amico, tapino, che pochi giorni fa aveva acquistato la medesima cosa a prezzo raddoppiato.

Una scenetta paradisiaca, con sconti sostanziosi, a volte anche oltre il 50% per ristoranti, prodotti elettronici, cure sanitarie e le fantomatiche cavitazioni che nessuno ha ancora capito cosa siano.

Questa sera mi sono imbattuto nella lettura di questo post, devo dire molto critico, su Business Insider. Tutto rivolto a quelle società la cui natura e scopo si sono moltiplicati a vista d’occhio anche nel Bel Paese. Tanto che qualcuno piuttosto ferrato e appassionato dell’argomento ha pensato bene di creare un aggregatore (vi consiglio di usarlo, molto utile).

Dunque, dicevo del post su Business Insider.

Mi ha fatto venire in mente che la sola, la fregatura, qualche volta è dietro l’angolo. E non parlo soltanto di chi ha acquistato il coupon che probabilmente dovrà attendere tempi non indifferenti per poter prenotare una cena, o attendere che il prodotto elettronico ordinato sia effettivamente in stock. Mi riferisco soprattutto al mondo del business, ai piccoli commercianti e coloro i quali, pensando di fare un investimento di marketing si sono ritrovati a perderci piuttosto che guadagnarci.

Eh, si perché questo tipo di servizi internet trattiene una larga percentuale della transazione finale effettuata da chi acquista, e il ritorno per la società fornitrice del bene o del servizio non è certo quantificabile tra le voci di guadagno.

Quello che mi dà più da pensare è il piccolo ristoratore che, ad esempio, decide di dare via 400 pasti completi, per due persone, a 29€ invece che 89€. Quanto gli rimane in tasca, ma soprattutto, si sarà fatto una clientela abituale? Non credo.

I clienti abituali di quel ristorante e decidono volontariamente di pagare 89€ a pasto, difficilmente conoscono questo tipo di siti, e probabilmente storcono il naso nel vedere che qualcuno sta pagando 60 euro in meno, ma mangiando le medesime pietanze. Senza dimenticare il fatto che chi sta mangiando per 29€ in un ristorante che di solito ne vuole 89 difficilmente ci ritornerà una seconda volta, perché sa, in cuor suo, di essere stato il più furbo di tutti.

Di punti positivi ce ne sono, ne sono certo, altrimenti non ci sarebbero così tanti clienti, così come le molteplici offerte tra le quali scegliere. penso al passaparola e al ristorante consigliato ad amici e parenti. Probabilmente molti altri che al momento mi sfuggono.

Quello che mi domando, da avido utilizzatore, è quanto ancora questo modello di business possa andare avanti ed essere sostenibile, visto che lo scenario futuro riportato dall’articolo non sia tra i più confortanti. La questione è controversa, mi appassiona, tuttavia non essendo un esperto di modelli economici e di business non mi saprei pronunciare in tal senso, nel frattempo che ne pensate?

Super 8

Un po’ Goonies, un po’ E.T., un po’ Lost.

Se mi chiedessero cosa sia Super 8 dopo averlo visto, risponderei così. È un film per nostalgici, non un film da andare a vedere al cinema, ma un film da guardare.

Il primo elemento comune con gli altri film di fantascienza di Spielberg (che di Super 8 ne è solo il produttore) è l’accadimento dello straordinario in un mondo con regole ordinarie, stravolto d’improvvisto da qualcosa altro.

Come in E.T., questo altro è una presenza aliena, ostile per gli uomini, ma vicina ai bambini. I soli in grado di comprendere. E come in E.T. sono gli unici in grado di far trovare la strada di casa agli “invasori”. Come in Goonies c’è un gruppo di amici che non sa come passare la propria estate, i profili dei personaggi sono speculari, e la dualità bene/male la stessa.

Ho visto la mano di J.J Abrams, (qui regista, ma sceneggiatore di Lost) esclusivamente nell’interpretazione dell’alieno. Schivo, poca presenza scenica, svelato solo all’ultimo. Mi ha ricordato subito il fumo nero di Lost.

E’ un film per chi non si riesce a staccare dagli inizi degli anni ’80, citazioni e riferimenti in continuazione, un film per chi si ricorda ancora quando la tecnologia era riservata a pochi e in mano di chi sapeva sognare diventava fantascienza.

E’ solo questo che salva l’opera dal non essere banale, di film di questo taglio se ne sono fatti molti e ancora se ne faranno, lasciando la critica dibattere sul motivo per il quale vengono prodotti.

Me lo sono chiesto ieri sera appena uscito dal cinema. La sola risposta che mi sono dato è che c’è ancora un tipo di Cinema in grado di raccontare i sogni di chi lo crea.

You are the King, Content is Queen

Oggi pomeriggio ho chiuso le sessioni singole della Open Conference durante il Social Business Forum 2011. Purtroppo ho dovuto abbreviare i tempi della discussione perché si è andati lunghi durante la giornata, ma spero di esser riuscito a far passare ciò che avevo per la testa.

E’ difficile mettere insieme le emozioni che provocano la passione per questa materia con i risultati tangibili. Ci vuole uno sforzo solo, quello di leggere tutto con l’occhio di una persona, non servono abilità speciali, se non quella innata socialità che è in ognuno di noi, come sosteneva Rousseau già qualche centinaio di anni fa.

Ringrazio Stefano per l’inaspettato invito e rinnovo il piacere di aver passato la giornata con Piero (che ha spiegato egregiamente parte del mio concetto nel suo post), Noemi, Mauro, Gianluca (che alla fine non sono riuscito a citare :-)) e con Wolly durante il pranzo.

Per chi non fosse riuscito a partecipare qui di seguito alcuni concetti chiave e subito dopo le slide della presentazione.

  • Considero personalmente che non valga più l’assioma “Content is King” o meglio che non sia mai valso. Siamo noi, aziende/consumatori ad essere “King”. Questo perché siamo noi ad avere il controllo sulle nostre azioni online. “ Content is Queen” preferisco dire, perché così come vale per una Regina, il Re cerca di curarla e corteggiarla nel miglior modo possibile. L a Regina come un buon vino deve saper attrarre e instaurare interesse nelle persone
  • Il Contenuto nient’altro è che la moneta di scambio di azienda e persone, queste ultime il vero valore della comunicazione nei Social Media
  • Bisogna pertanto lavorare bene e duramente sui contenuti, ma è fondamentale poi concentrarsi sulle Relazioni
  • Il valore di un Like o di un Follow è pari a zero se non si attiva quel processo di Relationship tale per cui azienda/utente sono costantemente in contatto reciproco
  • Le aziende devono capire oramai che se vogliono sfruttare questi strumenti e diventare così sempre più consumer-centric non possono più ignorare il vero valore che esiste su Internet: le persone
  • Ignorare tutto ciò porta inevitabilmente a delle situazioni poco piacevoli
  • Il vero Valore online non consiste nel numero di Fan, follower o di Like, ma dall’interazione che l’azienda è in grado di instaurare e mantenere con le Persone. Quelle che amano il brand e i prodotti di quest’ultima
  • Per tutti i fan dei numeri: Non tutto quello che vale è misurabile, così come non tutto quello che è misurabile vale

Tra Social Media ed Engagement: perché non è importante solo ascoltare

L.A. Noire

Pubblico per intero la recensione scritta per Wired.it andata online oggi:

Chi ama seguire il medium videoludico da vicino ha sicuramente sentito queste affermazioni numerose volte. Saranno in grado i videogiochi di offrire qualcosa di nuovo? Di mai visto prima? Riusciranno a stare al passo con i tempi reinventandosi?

Il mezzo è ancora giovane, una quarantina d’anni scarsi, e ha ancora tantissimo da dare sotto il profilo interattivo uomo-macchina, tuttavia troppo spesso le software house si sono focalizzate sulla battaglia “per la migliore grafica” o sul “minimo sforzo di sviluppo, con il massimo ritorno economico”. Per fortuna c’è chi ancora è in grado di sognare, proprio come nel Cinema, ed è in grado di percepire in modo cristallino tutte le potenzialità che il mezzo videoludico può racchiudere.

Team Bondi, una piccola azienda di sviluppo software di Sydney, annuncia nel 2005 un titolo in esclusiva per Playstation 3, completamente ambientato in una Los Angeles post-bellica della fine degli anni ’40 soffocata da corruzione, droga e criminalità.

Rockstar Games, il colosso famoso per aver pubblicato le serie GTA e il fortunatissimo Red Dead Redemption dell’anno passato, intravede le potenzialità del team (di cui tra l’altro alcuni membri svilupparono il bellissimo The 
Gateway) e decide di diventarne patrocinatore annunciandone poi una versione anche per Xbox 360.

Ma un sogno per essere realizzato richiede tempo, il gioco, infatti, compare sugli scaffali di tutto il mondo solo il 20 maggio 2011. La motivazione di tanto ritardo è presto detta. Il Team Bondi ha realizzato internamente una 
nuovissima tecnologia per il “facial motion capture” ovvero quella tecnologia che permette di riprodurre fedelmente le movenze del volto all’interno di un gioco, denominata MotionScan
. Per ottenere i risultati vicini al fotorealismo che possiamo apprezzare in L.A. Noire ha richiesto molti anni di studio, ma ha instaurato per certo una nuova frontiera sia nella digitalizzazione della mimica facciale, sia nell’attuazione di una verosimile azione attoriale e artistica mai vista prima in un videogioco. I personaggi principali del gioco, di fatti, sono tutti attori professionisti in carne ed ossa che hanno recitato oltre 50 ore di dialoghi e passato oltre 2000 pagine di sceneggiatura, per essere poi digitalizzati e riproposti nel gioco con uno spessore degno di qualsiasi film di genere.

Su di essa si fonda tutto l’impianto di gioco. E da qui parte il nostro viaggio dentro una serie poliziesca catapultata in un videogioco. Da far rabbrividire Orazio Kane e la Signora in Giallo.

L.A. Noire è un spettacolo per gli occhi e per la mente. E’ un gioco free-roaming che fa dei film noir il gancio di traino per slanciare questo mondo spesso troppo bistrattato nell’Olimpo dei mass media.

Ci troviamo a Los Angeles nel 1947 e vestiamo i panni dell’eroe di guerra Cole Phelps, un impavido poliziotto, appena tornato dal secondo conflitto mondiale, pronto a vendersi il fegato pur di mantenere la sua integrità morale intatta e far prevalere la legge sulla Città degli Angeli. Inizieremo la nostra carriera come semplice poliziotto del traffico, per poi progredire come detective assegnato a vari distretti Omicidi, Traffico, Incendi 
dolosi e Narcotici.

A nostra disposizione per risolvere i vari casi che si proporranno nel corso della storia, 21 totali, una serie infinita di prove e indizi, nonché la capacità analitica della quale ogni buon detective deve essere dotato. Il lavoro fatto da Team Bondi è magistrale in questo senso, dovremo essere in grado di soffermarci su ogni piccolo particolare della scena del crimine, collegare prove ed indizi, fino al punto cruciale per la risoluzione di un caso: gli interrogatori.

Interrogare persone e indiziati, osservare acutamente le loro reazioni tramite le loro espressioni facciali, studiarne le contraddizioni, le paure e i timori, arricchisce l’apparato emozionale e, da qui, le nostre decisioni; fondamentali 
per la risoluzione del crimine. Decidendo se credere a ciò che ci viene detto, dubitarne, o incolpare qualcuno forti delle prove raccolte durante le nostre perlustrazioni. I 21 casi su cui siamo chiamati ad usare il nostro intuito, 
potrebbero benissimo essere 21 puntate di un serial, tanto è facile immergersi in una trama e sceneggiatura scritte con impegno e cura per i dettagli.

Il nostro personaggio, fiancheggiato da partner via via diversi in base ai distretti nei quali siamo assegnati, acquisisce punti abilità da spendere immediatamente nel gioco, chiedendo alla comunità online di suggerire la prossima risposta durante un interrogatorio, oppure svelare immediatamente tutti gli indizi che ancora restano da rintracciare sulla scena del crimine.

Le perlustrazioni avvengono in una città che non è una Los Angeles immaginaria, ma è una perla di rara bellezza, fotocopia di quella del 1947 realizzata partendo da studi topografici, rilevamenti fotografici (se ne contano oltre 110.000), palazzi realmente esistiti, siti storici fedelmente ricostruiti nello stato in cui versavano a quel tempo. La ricerca del dettaglio è maniacale, al punto che il serial killer che viene presentato in una serie di casi, soprannominato Black Dalia, è realmente esistito in quel periodo terrorizzando la popolazione losangelina.

Il comparto grafico spesso soffre di questo, l’ampiezza data dalla vivacità della città, l’interattività di ogni singolo passante, lasciano spazio ad evidenti cali di frame rate e povertà nella realizzazione di molte texture. Tuttavia ci sembra illogico penalizzare un capolavoro del genere che lascia spazio a imprevedibili scenari futuri, dove il videogioco non sarà soltanto grafica e velocità, ma emozioni e introspezione.

Il sonoro è molto curato. Grandi successi del tempo riproposti nelle autoradio delle macchine che scorrazzano nelle strade cittadine, mentre le musiche che fanno da colonna sonora ricalcano sonorità famigliari dei pilastri senza tempo del cinema hollywoodiano fedeli al genere poliziesco.

Quello che non ci è piaciuto è stata la decisione di Rockstar di non supportare l’edizione italiana con un doppiaggio degno di nota, ma anzi, lasciare la traduzione in lingua italica ai soli sottotitoli. In un gioco dove bisogna guardare 
le espressioni facciali per carpire il più recondito pensiero, è una scelta di bassissimo livello condannare chi è poco avvezzo alla lingua inglese il dover seguire i dialoghi leggendo i sottotitoli perdendo così il pathos di quanto 
trasmesso dai muscoli del viso.

L.A. Noire è vastissimo, ha una longevità tra le 25 e le 30 ore di gioco, senza contare tutte le sottomissioni disponibili, e la tanta voglia di rigiocarlo per azzeccare in modo corretto tutti gli interrogatori e sbloccare quanti più punti possibile. E’ da considerarsi fino a questo momento il titolo più atteso su console per il 2011, aspettando la fiera più importante al mondo dedicata all’intrattenimento videoludico che si terrà proprio a Los Angeles tra qualche giorno. C’è di tutto, una solida base di avventura grafica con una spruzzata di film poliziesco e libro giallo in un crescendo che porta all’intreccio di più fili in un’unica avvincente trama che richiederà tutto il nostro intuito per essere risolta.

Ci si attende ora un seguito, o quantomeno una trasposizione cinematografica dedicata. Perché di carne al fuoco ce n’è tanta e Rockstar Games saprà sicuramente sfruttarla come ha fatto con GTA nel recente passato.

Quanto è difficile parlare di Digital Media in Italia

Non me ne vogliano gli organizzatori del Gruppo 24 Ore. Lungi da me criticare l’organizzazione dell’evento di oggi: Forum Digital Media. Sono tornato a casa, però, con un pensiero fisso in testa.

Quanto è difficile parlare di Digital Media in Italia, oggi.

Sicuramente il palinsesto di ospiti e le tracce degli argomenti hanno stimolato la mia iscrizione, ben convinto di trovare qualcosa di interessante da portarmi via come bagaglio una volta terminati i lavori. Anche perchè la descrizione sul sito suonava come focalizzata sull’attualità dei Social Network:

L’ evento interattivo e multimediale che connette la comunità dei partecipanti in sala con la comunità digitale.

Il forum, organizzato in collaborazione con IlSole24Ore.com, approfondirà le tematiche più attuali legate all’universo digitale. Dai principali Social Network (Facebook, Twitter e LinkedIn) sarà possibile intervenire prima e durante le sessioni dell’evento.

Peccato. Come accadde l’anno scorso al Forum della Comunicazione Digitale, anche oggi ho visto molto fumo e poco arrosto.

Domitilla mi chiedeva un breve sunto su quanto ascoltato. Qualche appunto sparso tra critiche e poche buone cose:

  • Impensabile che in un evento di Digital Media non ci sia una connessione Wi-Fi libera, tanto più nella sede del principale quotidiano economico italiano
  • Ad un evento che promette di parlare di Social Network, ci sono relatori che non hanno un account Twitter e chi ce l’ha non lo aggiorna da molto
  • Era necessario un monologo sul Cloud Computing e su come sarà la tecnologia su cui si dovrà puntare nei prossimi anni? (da quanti altrettanti lo si sta già dicendo, tra l’altro?)
  • La stragrande maggioranza degli interventi, invece di restare in-topic parlando di novità, di esempi pratici e quanto faranno in quest’area di comunicazione digitale, si sono focalizzati su quanti Fan hanno le loro pagine di Facebook, su quanti potenziali “clienti” sono in grado di raggiungere, facendomi capire quanta poca comprensione c’è ancora della connessione tra un “Like”, la risposta degli utenti di quella pagina e la conseguente creazione del valore.
  • Pepe Möder illuminante come sempre. Peccato il suo intervento sia durato davvero pochissimo
  • Completa assenza di interazione con l’audience in platea. C’è stato solo qualche intermezzo del buon Luca Conti durante la mattinata che ha fatto vedere 4 schermate di Twitter
  • Interessante la tavola rotonda su Entertainment e cross medialità. I principali attori della televisione italiana hanno svelato alla platea le magie dei Social Network per aggregare persone che amano discutere del programma preferito mentre lo stanno guardando. Cose già sentite, ma perlomeno dette con cognizione di causa. Piacevolissimo l’intervento di Francesca Folda di Sky.it
  • Nel pomeriggio c’è stato il momento Carosello con un bel po’ di pubblicità gratuita da parte di RIM (Blackberry) e Asus che ci hanno deliziato con le prossime novità in uscita, nemmeno fossimo in una puntata di Net Cafè con approfondimento di Gigi. Vedi a far parlare gli sponsor del proprio evento…
  • La parte che ha salvato l’incontro è stata l’ultima tavola rotonda su Pubblicità e Branding in Internet. L’annuncio di 12 milioni di utenti attivi su Facebook in Italia ogni giorno ha svegliato un po’ tutti e finalmente abbiamo sentito un dibattito acceso sul ruolo della pubblicità su Internet

Vuoi che sia stata la prima edizione, vuoi che siano state messe sul tavolo argomentazioni lontane da quello che accade per davvero nei Social Media, sebbene molto vicine dal punto di vista del paradigma (Pubblicità, cross-medialità, marketing), la percezione è stata di ascoltare il solito lamento di chi ha capito le potenzialità del mezzo ma non sa come approcciarlo ancora bene.

Da un Forum sui Digital Media vorrei poter ascoltare chi nei Social Media ci vive, ci passa tutta la giornata, ci mette la faccia, si inventa qualcosa di sensazionale, ha coraggio di sperimentare qualcosa di mai visto prima.

Ma questa è l’Italia ed è forse troppo presto per vedere tutto ciò, ma questa è l’Italia che crede ancora che sia il contenuto ad essere “King”. Mentre quest’Italia di comunicatori spero inizi a rendersi conto che il vero Re siamo noi, chi i contenuti li crea e li fruisce.

Speriamo nell’edizione del prossimo anno.

Rdio. La Musica si evolve

Circa un anno fa ho sottoscritto un abbonamento a pagamento con Grooveshark. Come scrissi già in quel post, penso che oramai la giusta direzione per l’ascolto di musica sia quello dei servizi streaming online. In parole povere, dietro il pagamento di una tariffa flat mensile/annuale, si ha accesso illimitato a qualsiasi brano musicale avendo una disposizione una connesione alla Rete.

E’ un buon compromesso per chi non è più disposto ad accettare gli elevati costi dei supporti fisici, ma che dall’altro lato ha la consapevolezza che non avrà mai il possesso dei file che stanno ascoltando, godendo però di un accesso illimitato potenzialmente a tutta la musica del mondo (via browser, applicazioni desktop, applicazioni mobili).

Vista la scadenza ormai prossima del mio account premium su Grooveshark, ho deciso di puntare gli occhi altrove. Purtroppo non esistono altri servizi simili disponibili in Italia. Di fatti Pandora, Rhapsody, Spotify, MOG e compagnia cantante non sono fruibili in Italia per questioni legate agli accordi con le case discografiche, così come dettagli legati alla protezione del copyright. Qualcuno ha trovato il modo di utilizzarli impostando semplicemente un indirizzo IP anonimo in modo che il browser utilizzato non comprenda il Paese dal quale proveniamo.

Da questa piccola lista manca Rdio. Del tutto simile agli altri, ma che a differenza di quest’ultimi non legge l’IP del browser bensì la nazionalità di provenienza del proprio account. Benché sia ufficialmente disponibile solo negli Stati Uniti e in Canada, come è facile pensare, il limite imposto è aggirabile con una piccola bugia. Ne vale la pena.

L’accesso non è gratuito, ma prevede due modalità di pagamento. La prima solo con un accesso Web a 5 dollarial mese, la seconda a 10 dollari al mese, ma prevede anche l’accesso via applicazione mobile (Android, Blackberry, iOS o Windows Phone 7) e la completa sincronizzazione nel caso si voglia ascoltare la musica sul telefonino anche quando non c’è campo. Ho sottoscritto il secondo abbonamento, avendo anche un account iTunes americano dal quale scaricare l’App.

Sto testando Rdio da due giorni. Il catalogo da cui scegliere è vastissimo, oltre 7 milioni di brani. A differenza di Grooveshark qui gli utenti non possono caricare le proprie canzoni, ma sono “costretti” a scegliere tra quelle proposte conseguenti dagli accordi presi con le principali major ( una lista qui). Fino ad ora ho trovato tutto quello che mi interessava, tranne AC/DC, The Beatles e Led Zeppelin, ma molto probabilmente per questioni legate alle rispettive etichette, spero in arrivo molto presto.

Ci sono due applicazioni desktop disponibili. Una nativa per Mac, e una per Windows che richiede Adobe Air. Entrambe hanno la fantastica opzione di poter sincronizzare la propria libreria di iTunes con l’account di Rdio. No, non verrà caricato nessun file Mp3, ma verranno sincronizzati i nomi dei brani e degli artisti in modo da poter ricostruire la medesima libreria che abbiamo sui nostri computer anche online. Sempre accessibile ovunque.

Benché come detto prima non vi sia la possibilità di caricare canzoni indisponibili sul catalogo, Rdio è davvero molto attiva sui propri canali Social (Account Twitter ufficiale, account Twitter per il supporto, Blog) e chiede sempre attraverso un apposito form quali nuovi artisti si vorrà vedere aggiunti in futuro.

Uno degli aspetti più interessanti delle piattaforme streaming di musica è il poter scoprire novità legate ai nostri gusti e preferenze musicali. Rdio dà differenti opzioni sotto questo punto di vista agli utenti. Una volta composta la nostra libreria siamo condotti alla scoperta di nuovi artisti attraverso la sezione “ Reccomendations

Confesso di aver scoperto in poche ore almeno una decina di artisti sconosciuti, sotto questo aspetto Rdio si rivela ancora una volta molto più attiva rispetto a Grooveshark. Un’ultima osservazione va fatta su una caratteristica chiave. La socialità di Rdio.

Oltre a dare la possibilità, come fanno i competitor, di condividere quello che si sta ascoltando con uno status su Facebook o Twitter, Rdio permette ai propri utenti di interagire tra di loro, seguendo quelli più attivi o gli influencers, aprendo così un’infinità di rivoli alla caccia di qualcosa mai ascoltato prima. Inoltre, possono collaborare tra di loro creando delle Playlist accessibili a tutti, come la classifica settimanale di Billboard o le migliori canzoni Rock di tutti i tempi.

Testerò Rdio per qualche mese ancora, mi interessa capire se è un’azienda che si interessa davvero alle richieste degli utenti e ha voglia di cambiare seriamente il modo di fruire musica sia che avvenga tra le mura domestiche sia on-the-go. Fino ad ora pare ci stia riuscendo, perché replica l’esperienza a cui ci ha abituato iTunes nel corso degli anni, sia perché potrebbe essere un ottimo risvolto per quanto riguarda la lotta alla pirateria.

Senza dimenticare un aspetto cruciale. Skype è uno degli investitori di Rdio, creato infatti da uno dei fondatori della piattaforma di messaggistica. Beh il resto è storia.

Fratelli d’Italia

Il 17 marzo 2011 l’Italia ha compiuto 150 anni. La stragrande maggioranza degli italiani ringrazia. Non perché si è prodigata nel ricercare il valore di questo avvenimento, ma per i 4 giorni di ponte.

Povera Italia. Poveri noi. Perché l’italianità è racchiusa tutta qui.

Nell’ editoriale del 17 marzo, il direttore de La Stampa, Mario Calabresi, dice una grande verità. Ci manca il desiderio di futuro, il desiderio di eccellere, abbiamo smarrito il desiderio di fare qualcosa che nessuno ha mai tentato di fare.

la realizzazione personale e gli slanci individuali sono capaci di fare la storia se navigano insieme a quelli di milioni d’altri, se fanno parte di un progetto collettivo, se sentono di appartenere ad un’idea forte capace di far dimenticare le paure, di dare coraggio davanti alle difficoltà. Un’idea che parli di futuro, di impegno, di merito, di valore.

E non è strano il fatto che tutto quello per il quale veniamo riconosciuti all’estero sia frutto di storia, oggetti, valori che appartengono ad un tempo che non è più quello di oggi. Dove è finita la nostra italianità? Il genio italiano?

A me sembra che sia stato riversato in altro. Perché oggigiorno in Italia vige solo la regola del più furbo, di chi sa saltare meglio la fila mentre è in coda all’aeroporto o alle poste, di chi sa meglio fregare lo Stato con false invalidità, di chi mette a repentaglio la vita degli altri per aggiudicarsi la precedenza in strada, dell’amico che sa come fare ad avere gratis un servizio che paga tutta la comunità, di chi raggira senza scrupoli donne e uomini che hanno già dato tutto nella loro vita. Andate avanti voi con la lista, a piacimento.

L’arte di arrangiarsi, nomea che ci caratterizza all’estero, è diventata l’arte di fregare il prossimo qui. Ci mancano le basi di un’educazione civica che cementa il rispetto per noi stessi e per il prossimo, il quale si dovrebbe dar per appreso già dalla tenera età. In pochi ce l’hanno. Perlomeno, ce l’ho sotto gli occhi tutti i giorni e sono il primo a mettermi in lista.

Certo, le perle rare ci sono e ce le teniamo strette. In ogni progetto degno di rilevanza nel mondo c’è sempre dentro un italiano che poi si scopre essere il più bravo di tutti nel mestiere che fa. Le aziende fiore all’occhiello esistono in tutta la penisola, i talenti sono nascosti, ma ci sono.

Il celebrare l’unità del nostro Paese ci sta facendo riflettere sullo stato attuale delle cose, solo che tra tutti i discorsi di personaggi di spicco io ho sentito solo parole patriottiche, nessuno che ci buttasse dentro quale direzione prendere per migliorarle.

Ci ho pensato tanto, e mi sono domandato da dove derivasse questo intramontabile declino? Cosa ha fatto si che in 150 anni si sia diventati quello che siamo? La risposta non è tra le righe dei libri di storia, ma di quelle della società civile.

Una delle 8 potenze mondiali che è unita dalle bandiere, ma divisa nello spirito, nella lingua (a tal proposito consiglio “ Mi Dichi” di Paolo Villaggio), che arranca e fa fatica, che non è in grado di far vedere un miraggio di futuro alla sua popolazione giovane. E poi ci si stupisce del tasso di natalità che rasenta lo 0 Kelvin.

Ma quali fratelli d’Italia?

Mi appoggio ancora una volta a La Stampa. Il giornalista Gramellini ha riassunto così, due giorni prima di questo giorno di celebrazione dell’italianità, dipingendo un’immagine dell’Italia che tutti auspichiamo di vedere, ma che preferiamo sia qualcun altro a realizzarla al posto nostro. Alzarci il giorno dopo e trovarla fatta così.

Se poi fosse anche una classe dirigente illuminata, proverebbe a immaginare un’Italia diversa. Un’Italia del bel vivere, punteggiata di musei accoglienti, siti archeologici spettacolari e teatri lirici con un cartellone di Verdi e Puccini pensato apposta per i turisti. Un’Italia degli agriturismi e dei centri benessere. Dei mari e delle coste ripulite da tutte le sozzure. Dei pannelli solari installati sui tetti di tutte le abitazioni private. Dei prestiti facili alle cooperative giovanili che propongano iniziative originali nell’arte, nello spettacolo, nella moda e nel turismo di qualità. Un’Italia verde e profumata, il polo attrattivo di tutto ciò che è bello. Saremmo più felici e più ricchi. Ma soprattutto saremmo quel che ci ostiniamo a non voler essere: italiani.

Lo sforzo non è di tutti, questo arriva in un secondo momento, lo sarà solo quando lo sarà dei singoli. Di quei singoli cittadini italiani che saranno in grado di ragionare per il futuro del Paese e non di quello che avverrà dopo 5 minuti. E’ un impegno mio come tuo. Avrei preferito vedere questo tipo di riflessione piuttosto di bandiere dei mondiali 2006 sui terrazzi. Forse non è ancora il momento, forse è giusto che le cose vadano così in questo momento, so solo che non è mai troppo tardi per riprenderci lo stivale e tirarlo a lucido. Come direbbe Gaber… per fortuna o purtroppo lo sono.

Alla Cantina della Vetra

La CANTINA DELLA VETRA, situata nello storico quartiere di Porta Ticinese, a pochi minuti dal Duomo, è composta da una grande veranda, su due livelli, che attraverso le sue vetrate consente di cenare a lume di candela in un’atmosfera da piazza del villaggio, ammirando l’antica Basilica di San Lorenzo, con le sue Colonne di epoca romana (IV Sec. d. C.). Siamo un’Enoteca Ristorante che propone prodotti tipici e specialità italiane, di artigiani del gusto, frutto di ricerca e accurata selezione.

Questa la descrizione che appare nella sezione “ storia “ del sito de La Cantina della Vetra.

Una colpa condivisa

Sabato scorso ho cenato per la prima volta qui. Consigliato da alcuni amici, ho prenotato con una settimana d’anticipo, perché posto molto frequentato, soprattuto nei week-end. Ci siamo presentati con una ventina di minuti di ritardo e all’entrata il capo sala sembrava piuttosto agitato, seppur molto cortese. Oltre a noi c’erano altre 3 coppie ad attendere davanti al bancone, situato nella sala d’ingrasso, in attesa del tavolo. Scusandoci del ritardo, ci viene detto di aspettare…c’è stato qualche problema con la disposizione dei tavoli e ci sarà da attendere. Attendiamo.

Nel frattempo ci viene offerto un bicchiere di spumante, i minuti siano diventati una mezz’ora, e continuiamo a stare in piedi, accaldati dai cappotti e dal locale piuttosto riscaldato.

Nella mia testa faccio delle supposizioni evidentemente troppo affrettate, se questa è la presentazione, chissà il resto.

Invece, poco prima di essere chiamati per sederci, mi accorgo della cucina, generalmente pulita, ma soprattutto dalla quale non proveniva il benché minimo odore, pur affacciandosi proprio sul bancone del bar del ristorante.

Il locale e il cibo

Il locale ricorda le tipiche locande delle provincie lombarde. Arredamento di legno, tovaglie a scacchi e vecchie bottiglie di Champagne usate come porta candele per creare un’atmosfera più intima. Il colpo d’occhio non lo suggerisce, i tavoli sono infatti molto vicini tra loro. Tuttavia, si riesce a conversare tranquillamente senza subire il cicaleccio dei commensali adiacenti.

Il menu non è molto ampio, ma ben fornito. Dai 6 agli 8 piatti per ogni entrata che spaziano tra alcune delle ricette più tipiche della Penisola. Scelta che condivido e personalmente preferisco.

Il servizio è rapidissimo, non abbiamo atteso più di 10/15 minuti per piatto. Ingredienti freschi e ricette preparate al momento, delicate e con porzioni non eccessivamente abbondanti per l’elaborazione del piatto.

Consigliati:

  • Tortelli valtellinesi al casera, erbette e patate di montagna
  • Fusilli con caponata siciliana di melanzane, caciocavallo e pinoli

I prezzi sono pressoché fissi per ogni portata, variano sensibilmente solo per le pietanze, comunque accessibili e onesti. Solo i dolci e la carta dei vini mi sono parse allineate un po’ di più verso l’alto rispetto alla media.

Complessivamente un’esperienza positiva che consiglio di provare. L’attesa iniziale è stata ben compensata dalla rapidità del servizio e dalla qualità del cibo. Se capitate in zona fateci un salto, ma ricordatevi di prenotare.

Cantina della Vetra