Ventiquattordici

Proprio come l’anno passato, anche quest’anno ho chiuso il mese riportando alla ribalta il tema dei blog e della loro, apparente, prematura scomparsa secondo l’opinione di qualche socalled guru del Web.

Ieri si aggiunge Dave Winer, uno che di blog se ne intende:

It’s important to feel free to tell your story even if it cues up other people’s permission to be jerks. Oh this person is showing vulnerability. Let’s make her pay! I get it all the time. I’ve been getting it since I started blogging in 1994. I still do it, because it’s what I do. I couldn’t stop, even though I’ve tried, any more than I could stop breathing.

Immancabile, inoltre, il suggerimento musicale di questi 365 giorni lasciati alle spalle e gli album meritevoli di ascolto. I primi due, visti anche in concerto.

Il primo è senz’altro AM degli Arctic Monkeys. Sicuramente dal mio punto di vista il loro miglior lavoro, maturità raggiunta, alternative rock quasi del tutto abbandonato per sonorità meno veloci, prediligendo una chitarra dolce e allo stesso tempo potente. Forte l’influenza di Josh Homme dei Queens of The Stone Age. Miglior album rock dell’anno. Da avere!

Il secondo è in realtà un album del 2012, scoperto tuttavia nel 2013 inoltrato. Si tratta del primo, ed omonimo album, di Jake Bugg. Giovane artista inglese con sonorità in grado di mixare il folk con il rock. Uno stile diverso da Langhorne Slim, ma che tanto mi riconduce a quella band. Profondo e sincero, un bravo autore molto tecnico. Trovate ora anche il secondo disco uscito da poco prodotto nientemeno che da Rick Rubin.

Il terzo ed ultimo, non in ordine di importanza è l’ultima fatica di Paul McCartney, New. Dopo i Beatles non ho mai ascoltato nessun altro lavoro del Sir, ma Spotify me l’ha suggerito come affine ai miei gusti. Devo ammettere, seppur vicino alle sonorità che lo hanno reso famoso, Paul aggiunge un pizzico della migliore verve rock indie. Innovatore, senza perdere se stesso. Merita un ascolto.

Gli auguri, come sapete, per me portano male, perciò non smettete di sognare in questo ventiquattordici.

La mia nuova Next-Gen

Qui in redazione mi hanno tacciato di esser folle a voler comprare entrambe le nuove console al day one. E in parte devo dar loro ragione, visti i problemi che hanno afflitto sia PS4 che Xbox One al fatidico Day One. Con buona pace loro e toccando tutti i ferri possibili per ora sono entrambi funzionanti.

Ho deciso di iniziare questa nuova avventura generazionale puntando molto su Xbox One e scegliendo come giochi di partenza l’immancabile FIFA 14, Forza Motorsport 5 e Ryse. Ancora incartato e in attesa di essere degustato durante le feste Call of Duty: Ghosts. Mentre su Playstation 4 ho acquistato per ora in formato digitale soltanto Need For Speed Rivals.

Dedicherò pertanto capitoli a parte per la descrizione completa di quest’ultimi. Ryse al momento quello che mi ha impressionato più positivamente. Forza quello da gustare più a lungo. FIFA ha definitivamente sconfitto PES e Need For Speed Rivals è parecchio divertente.

Le console: le apparenze

Cercando di rimanere in un ambito d’opinione neutra, considerando l’essere multipiattaforma come la garanzia d’equità nel giudicare quello che mi si presenta davanti agli occhi, non ho potuto fare a meno di notare come a livello di packaging Xbox One si è presentata con tutti i crismi del caso. Perché anche l’unboxing vuole la sua parte e la cura dell’apparenza è tanto importante quanto quello che sta dentro. Playstation 4 invece arriva con un paio di involucri di cartone, molto scialba, quasi per dare adito al giocatore di inserirla immediatamente alla presa della corrente.

Passando al form factor. La console di Microsoft assomiglia molto più a un DVR o un decoder qualsiasi, lasciando lo sforzo di design tutto al pad. E’ una scatola rettangolare nera, senza particolari dettagli se non quella parte lucida contrastata dalle barre oblique nella parte superiore. Playstation 4, dal canto suo, non ha abbandonato completamente lo stile della precedente edizione, mantenendo lo stile “monolite”. Si presenta come un parallelepipedo obliquo, disegnato in una camera del vento.

Dal mio punto di vista nessuna delle due ne esce vincitrice. Non è stata data particolarmente attenzione ad una scatola destinata a contenere pura potenza. La sola pecca, se così vogliamo chiamarla, è la presenza esterna (ancora una volta) dell’alimentatore di Xbox, che assomiglia come sempre alla trappola dei Ghostbusters!

Le console: la potenza

Ciò che ha permesso alla precedente generazione di console di sopravvivere così a lungo è stata un’architettura costruita per fruire fino all’ultima goccia della potenza in dotazione. Così su due piedi, viste le dotazioni molto simili tra le due macchine (8 core per entrambi, così come 500GB di Hard Disk) le intenzioni paiono identiche. Da qui per altri 10 anni ci faremo l’abitudine insomma.

Sul capitolo potenza ho poco da dire, nel senso che, sì il salto grafico è evidente, ma non si può ancora gridare al miracolo. Questo perché per sfruttare appieno anche le funzionalità di comandi vocali e gestuali, l’effetto WOW dovrà aspettare ancora un paio di anni almeno. Posso solo discorrere al momento del contorno di ciò che fa di Ps4 e Xbox One le console migliori ad oggi sul mercato.

Xbox One ha dalla sua la nuova versione di Kinect. Da qui l’evoluzione e il ripensamento di interazione uomo-macchina. Attraverso Kinect è possibile gestire con la sola parola la navigazione tra i menu, passare da un gioco alla dashboard e se integrata con il decoder Sky o Mediaset Premium passare direttamente alla visione della TV. Quest’ultima funzionalità possibile grazie all’ingresso HDMI di cui è dotata la console. L’interfaccia all’accensione, inoltre, appare molto semplificata capace di gestire e saltare da un’opzione all’altra con molta semplicità.

Le pecche impossibili da non menzionare: L’assenza (almeno non l’ho trovata) di poter parlare con un amico della propria lista con un’audio chat. Funzionalità presente in Xbox 360 e stranamente sparita su Xbox One. L’altra è la lunga, lunghissima attesa per poter installare i giochi all’interno della console. Tempi d’attesa il più delle volte dettati dalle grosse dimensioni di aggiornamento dei giochi una volta avviati. 6GB per Foza Motorsport 5, 3GB per Ryse. 2 ore circa per il primo, 1.30h circa per il secondo. Insomma, non proprio il massimo dell’immediatezza.

Playstation 4 ha dalla sua un’interfaccia molto minimal che ripercorre molto quella di Playstation 3. Non ho acquistato Playstation Camera, non so quindi darvi metri di paragone rispetto a Kinect. Come non so darvi termini per paragonare i tempi di installazione in quanto ho scaricato quasi 40 GB di Need For Speed mentre la console era in stand by. Pur pagando ora il servizio online di Playstation, lo reputo ancora inferiore rispetto a Xbox Live. Quello che posso dire è che al lancio mi aspettavo qualche titolo in esclusiva in più, visto che la stragrande maggioranza è stato ritardato. Rimando quindi un giudizio finale e più appagante non appena avrò ampliato il mio parco titoli. Per ora godetevi l’editoriale del nostro Pasquale.

Entrambe presentano la possibilità di registrare delle brevi clip dei momenti salienti di gioco. Playstation 4 ha in più dalla sua il tasto “Share” presente sul pad in grado non solo di salvare gli ultimi 15 minuti della partita fatta, ma integra quest’ultimo al vostro profilo Facebook consentendovi di condividerlo istantaneamente sul Social Network.

Le console: i gamepad

Dopo oltre 20 anni è forse la prima volta che posso dire di trovarmi bene con un pad Playstation. Pur mantenendo il nome dei suoi predecessori, Dual Shock 4, l’ergonomia pare essere migliorata soprattutto nell’impugnatura e nei grilletti non più convessi. Il pad è dotato anche di uno speaker addizionale per alcuni tipi di giochi, così come di una superficie touch molto simile a quella della console Playstation Vita. Il pad presenta, come già menzionato in precedenza, il tasto “Share” che alla pressione consente di condividere gli ultimi minuti di gioco in Rete.

Il pad di Xbox One è la naturale evoluzione di quelli di Xbox 360. Risulta essere più compatto e molto ben curato nelle più piccole finiture, come le gomme che rivestono lo stick analogico. La chicca di questo pad, per me il migliore tra i due, è l’introduzione di due motori all’interno dei grilletti. Quest’ultimi si attivano in alcuni giochi, come ad esempio quelli di guida al momento dell’accelerazione e della frenata. Di molto migliorata sia la croce direzionale, sia la cuffia (sua naturale estensione). Il lavoro fatto sul pad è comunque sintomo del fatto che nonostante la chiave di volta di Xbox One sia Kinect, e quindi la totale assenza di un controller, l’attenzione posta è stata particolarmente alta.

Conclusioni

Si, lo so. Non potrei darvi dei consigli senza aver parlato di giochi. Tuttavia, visto che mancano davvero pochissimi giorni al Natale, il mio consiglio spassionato è quello di dirvi di aspettare a comprare. Vado contro tendenza e contro quanto appena fatto dal sottoscritto. Tuttavia, a meno che non abbiate nessuna console, credo sia meglio sfruttare appieno ancora Xbox 360 e Playstation 3 e suggerirvi di entrare nella nuova next-gen tra qualche mese, dopo che i bug di sistema saranno stati risolti e, soprattutto, dopo che arriveranno i primi titoli pesanti. Leggasi: Watchdogs, Drive Club, Halo 5 etc. etc.

Se invece proprio non potete farne a meno non fate scelte avventate, ma provate a pensare a quello che sarà lo sviluppo futuro di queste console. Xbox One garantisce non solo un grande parco di giochi, ma da qui in avanti punterà tantissimo sui contenuti multimediali e sulle serie TV proprietarie, a cominciare dall’esclusiva Halo Series realizzata da Steven Spielberg. Playstation 4 ha dalla sua un esplicito orientamento dedicato agli appassionati di giochi, tuttavia con ancora un parco titoli scarno darà il meglio di sé tra qualche mese. E’ comunque da prendere in considerazione per esclusive future come i titoli Sony e il mondo degli Studios ad essa correlata.

Buon Natale e buona scelta. Comunque vada evviva la multipiattaforma!

La mia New York

Un rumore inarrestabile, un brusio a bassa frequenza pronto a sobbalzare verso l’alto ad ogni accelerata di un SUV o a un clacson suonato da qualche tassista della penisola indiana.

New York è possibilità. E’ il simbolo più vicino a noi di quella speranza di cui tutti avremmo bisogno. Ce la si può fare, basta volerlo e basta vederlo, in ogni angolo della città. Lei è di tutti e non sarà mai di nessuno, è la torre di babele dei giorni nostri, il posto dove senti parlare italiano più di Firenze, e se non sei americano non importa a nessuno, tanto un modo per farti capire lo trovi.

Ora, quando uno va in un posto così, scatta fotografie anche dei tombini, ma quando ho caricato la reflex prima di partire ho pensato piuttosto a voler raccontare una storia, seppur breve.

Questo è quanto ho caricato su Flickr. Dentro ci sono gli odori e i suoni di qualcosa di instancabilmente esagerato, in continua ricerca di qualcosa di più grande, la vetta più alta che possa toccare il cielo o la galleria più profonda per passarci attraverso.

Ah si, dimenticavo…

Una delle cose più buffe è stato vedere il conducente della metropolitana a circa metà dei vagoni e fermarsi in un preciso punto. Non sapendo come mai, ho trovato questo divertente video che li prende anche un po’ in giro.

Fateci caso se ci andate.

Qualsiasi persona conosciate che ci è stato almeno una volta si affretterà a consigliarvi un posto dove mangiare, specialissimo e sconosciuto. Fidatevi dell’istinto e delle vostre papille gustative. Io posso solo suggerire un posto conosciuto, con tanta gente, ma poca attesa e personale cordiale. In breve, il miglior hamburger mai mangiato in vita mia: Bill’s Bar & Burger.

Non è necessario condividere lo spirito statunitense per volerla visitare, vi basta solo esser pronti per incontrare il resto del mondo, l’esagerazione mai volgare, il diverso e voi stessi.

Buon viaggio.

Non toccate la pasta agli italiani

Da piccolo mi domandavo se prima o poi a tutte le famiglie spettasse di diritto abitare in una casa immersa nella campagna con un mulino poco fuori l’uscio, dove il tempo sembrava intatto e la vita trascorreva come in un libro di narrativa di fine ‘800.

Poi ho cominciato a farmi le stesse domande con tutte le altre pubblicità, non solo quelle del gruppo Barilla, provando ad immaginarmi immerso nell’Axe per vedere l’effetto che faceva sulle ragazze, oppure immaginando il momento successivo al ritiro di un automobile con strade completamente deserte e panorami mozzafiato con curve ogni 50 metri.

La pubblicità ha un potere comunicativo molto forte, e l’intenzione è quella di creare situazioni perfette proprio per essere il maggiormente impattanti nella memoria di chi le guarda cercando di stimolare corde emotive tanto da emozionare gli spettatori più del programma stesso a cui essi assistono. E la rapida evoluzione di questo concetto ci porta ai giorni nostri con un’estremizzazione dello stesso. Per dire, il Super Bowl non sarebbe lo stesso senza gli spot pubblicitari.

A pensarci bene poi è pressoché impossibile ritrovare situazioni che combaciano perfettamente con la realtà delle cose all’interno della pubblicità, le estremizzazioni delle stesse hanno lo scopo di diffondere i valori con il quale il brand si riconosce, il suo posizionamento nel momento storico in cui si trova, lasciare spazio all’immaginazione del consumatore.

Flash forward al fatto della settimana. Guido Barilla, presidente dell’omonimo gruppo alimentare, dichiara questo al programma La Zanzara condotto dal giornalista Giuseppe Cruciani. Qui la puntata integrale. Mentre di seguito l’estratto audio incriminato:

«Non farei mai uno spot con una famiglia omosessuale. Non per mancanza di rispetto ma perché non la penso come loro, la nostra è una famiglia classica dove la donna ha un ruolo fondamentale». «Noi abbiamo un concetto differente rispetto alla famiglia gay. Per noi il concetto di famiglia sacrale rimane un valore fondamentale dell’azienda». Ma la pasta la mangiano anche i gay, osservano i conduttori Giuseppe Cruciani e David Parenzo: «Va bene, se a loro piace la nostra pasta e la nostra comunicazione la mangiano, altrimenti mangeranno un’altra pasta. Uno non può piacere sempre a tutti»

Io non giudico il contenuto di quanto dichiarato, un brand attraverso le parole del suo presidente ha il diritto (con le relative conseguenze) di rivolgersi e indirizzare il proprio marchio verso chi più gli pare e piace, nel rispetto di tutti.

Pur essendo interessante dal punto di vista comunicativo, la vicenda presenta uno schema classico di azione-ritorsione-negazione a cui ci ha abituato molto frequentemente l’inesperienza comunicativa di molti brand nei social media. Le pressioni mediatiche e di personaggi famosi (vedi la petizione di Dario Fo e Roberto Vecchioni) hanno fatto si che Guido Barilla si scusasse pubblicamente su Twitter, Facebook, attraverso un comunicato e un video sul sito dove dichiara di voler incontrare le associazioni che rappresentano ogni tipo di famiglia.

La vera colpa di Guido Barilla è quella di essere cascato, consciamente o meno, nella rete tessuta da Cruciani, giornalista molto abile nel far andare i suoi ospiti nella direzione in cui vuole farli andare, imboccandoli con parole, non casuali, ma adatte a far notizia il giorno dopo. E’ l’impostazione comunicativa del programma La Zanzara, rendere più umani i pensieri impostati, e sebbene i personaggi telefonici che lo abitano sembrano i peggiori rappresentanti del tricolore, sono anche quelli che determinano il successo del programma e rappresentano il pensiero di tanti italiani.

Per fortuna o purtroppo, giudicate un po’ voi, il sig. Barilla rappresenta uno tra i marchi italiani più noti al mondo e questa “responsabilità” aziendale lo ha costretto a rivedere le sue posizioni in merito. E qui sono d’accordo con Gigi.

Quello che con fatica invece capisco è come un errore comunicativo dettato da una scelta di parole mal utilizzate e dalle quali è scaturita una escalation esponenziale di speculazione, abbia innalzato il livello di pressione ideologica alle stelle. Cosa che reputo davvero distante da altre responsabilità in capo a Barilla. E mentre il nostro Paese affonda nel baratro più nero accecato dalle false promesse di questi ultimi anni, c’è ancora qualcuno che piuttosto di cercare di dare una svolta al nostro futuro preferisce attaccarsi a questo genere di situazioni che francamente lasciano il tempo che trovano.

Tuttavia è l’inevitabilità dei tempi in cui stiamo vivendo, dove la partecipazione al flusso di opinioni di parte di tutti contribuisce ad innalzare i toni su situazioni dalla dubbia importanza vitale, salendo sul carrozzone degli urlatori, di quelli bravi a puntare il dito, piuttosto che quello del cambiamento vero e concreto.

Di RSS, feed e di come la tecnologia non muoia, ma si trasformi

Sono bastati poco meno di 5 giorni per dimenticarci di Reader, il più diffuso lettore di feed RSS, dopo che ne è stata annunciata, e poi avvenuta, la chiusura per il 1 di luglio.

Ah, si, se non sapete cos’è un RSS reader, sappiate che utilizzate la tecnologia RSS tutti i giorni. Leggere qui.

E’ bastato così poco tempo perché da quando si è appresa la notizia molti player del web hanno compreso l’opportunità di poter entrare in un mercato, se così si può chiamare, sostanzialmente monopolista e praticamente fermo dal punto di vista dell’innovazione cercando di creare un prodotto aderente alle richieste degli utenti.

E l’importante in questa corsa alla conquista di qualche milionata di utenti è stata la velocità d’esecuzione e il farsi trovare pronti al momento giusto, creando un prodotto multipiattaforma, accessibile da qualsiasi device e che mantenesse la sincronizzazione di ciò che si è letto altrove.

Qualcuno ci è riuscito meglio, altri ancora stanno rincorrendo, ma sostanzialmente la corsa si è fermata a 4/5 importanti alternative che segnalo di seguito:

Trovo inutile prodigarmi nell’illustrazione dettagliata di tutti i servizi e sul perché abbia scelto feedly, la scelta fatela da soli in base alle vostre esigenze, oppure cercate un po’ quale più funzionale.

L’interessante è ritrovare anche nell’evoluzione delle tecnologie in Internet il riflesso di ciò che è la storia dei media. Nulla muore, ma si trasforma nell’adozione e la fruizione.

Gli RSS, probabilmente, considerati troppo vetusti per meritare un’altra stagione sopravvivono alle logiche di monetizzazione e guadagno semplicemente perché funzionano e sono diventati imprescindibili per chi di Internet ne fa un luogo d’informazione innanzi tutto.

Chiudo con la metafora di Marco Arment:

RSS represents the antithesis of this new world: it’s completely open, decentralized, and owned by nobody, just like the web itself. It allows anyone, large or small, to build something new and disrupt anyone else they’d like because nobody has to fly six salespeople out first to work out a partnership with anyone else’s salespeople.

Ps. Se ancora ogni mattina quando vi alzate non avete ancora capito che sono le news che possono arrivare da voi e non il contrario, ancora non avete compreso come utilizzare il Web. Questo video del 2007 ve lo spiegherà:

Siamo ciò che condividiamo

Medium offre sempre ottimi spunti di riflessione. Oggi ho trovato quello di Callie Schweitzer, direttrice Marketing e Comunicazione di VoxMedia, uno dei principali editori online degli Stati Uniti (The Verge, Polygon). Il suo riguarda il fatto di non essere completamente onesti quando su Internet condividiamo noi stessi, ma spesso, a caccia sempre più di un’audience piuttosto che amici o persone con cui semplicemente scambiare dei punti di vista, ci troviamo a dare un’immagine di noi stessi più vicina al socialmente condivisibile che alla realtà delle cose.

The internet is supposed to be a place where everyone can be themselves and find like-minded people. But what we’re seeing right now is a faux intimacy. We think we know people so much better because of the internet, and the information it puts at our fingertips, but we really know them less. We know only what they put out there about themselves. In 2013, you are what you share.

Studiando un po’ le community online nel passato, un po’ per diletto un po’ per studio accademico, ho sempre ritrovato il comun denominatore di questa “falsa confidenza” quando non c’è un nickname a proteggerci. Questo perché esporsi con nome e cognome in un mondo che purtroppo viene ancora considerato “altro” rispetto a quello reale, spaventa. Ci si ritrova quindi al solito bivio dell’essere e dell’apparire, dove vediamo il primo esprimersi al meglio soprattutto nelle community vecchio stampo, come forum o Reddit, mentre il secondo soprattutto sui social network, senza volerne menzionare uno necessariamente.

Quelli che riescono a mantenere la loro integrità e a raccontare veramente se stessi sono in pochi, e forse le vicende politiche degli ultimi tempi ce lo stanno insegnando.

We refuse to put our real names on things that matter.

Ovvio, è una metafora, ma molto assimilabile a quando è il momento di assumersi delle responsabilità. E’ un momento difficile di confronto con gli altri, ma soprattutto con noi stessi. Far sapere realmente chi siamo, cosa amiamo e cosa pensiamo fino in fondo farebbe crollare tante certezze e stereotipi, ma altrettanto generare caos e conflitti.

Mi piace chiamarla, piuttosto che falsa confidenza, “necessaria mediazione”.

Il blogger autore

Ho finalmente trovato il tempo di rileggermi il post di Luca a commento di un articolo pubblicato su Le Monde sul declino del blog.

Buono spunto di riflessione e interessanti le citazioni, soprattutto quella del blogger francese Thierry Crouzet. Con questo post traccia molto bene quanto le cause del declino dei blog siano da rintracciare tra i blogger stessi e, soprattutto, nella stampa.

Quella vecchia stampa spesso bistrattata ai tempi d’oro della blogosfera, è riuscita, grazie a una profonda trasformazione del proprio prodotto online, nell’intento di fagocitare i tanti autoproclamati scrittori con un’alta propensione allo spam e alla ricerca di notorietà, di click e di un pubblico sempre più vasto, rinunciando fondamentalmente a loro stessi e a ciò che un luogo come questo dovrebbe essere.

Quello stereotipo di blogger, è come un autore di libri che pensa di cambiare il mondo con i suoi scritti, ma in realtà si è soltanto piegato su se stesso e su di esso.

La blogosphère est exsangue. Il n’existe plus que des blogueurs vaguement connectés par affinité, certains encore assez populaires. Ils ressemblent désormais aux auteurs, à ces hommes et ces femmes qui écrivent des livres. Nous avons pensé changer le monde, nous nous sommes au contraire coulés dans ses replis les plus anciens.

Tuttavia come dice Luca, le cause sono note e ricercabili su una più bassa attenzione alla qualità a discapito dell’ampiezza di contenuto, derivante ovviamente dal dilagante successo dei Social Network.

E’ indubbio il fatto che in luoghi del genere essere qualitativamente alti, partecipando con spessore alle discussioni attraverso un contribuito d’effetto diventa complicato. Difficoltà prodotta dalla rapidità di concatenazione nel processo di pubblicazione e aggiornamento dei contenuti. Ma sono anche luoghi, come detto all’inizio, ospitanti di un bacino enorme di contatti, dove il blogger del nuovo millennio si può crogiolare.

Ed è forse per questo motivo che diverse compagnie stanno riadattando i propri prodotti allo scopo di concentrare il meglio dei due mondi blog-contenuti e utenti-quantità, come ad esempio Quora, un servizio di forum evoluto diventato da poco piattaforma di blog con un ampissima base di lettori, o Svbtle dove alcuni imprenditori digitali, giornalisti o semplicemente geek hanno deciso di concentrare i loro sforzi in un unico posto. Oppure Medium.

Medium non apporta nulla di rivoluzionario al concetto di personal online publishing, è una piattaforma di blogging da poco creata da uno dei fondatori di Twitter, Ev Williams, e fa del contenuto di qualità il suo pregio maggiore. elegando ai Social Network la funzione di piattaforma di commento al contenuto generato.

Non so se questo sarà il futuro della pubblicazione personale su Internet, tuttavia credo che la semplificazione degli strumenti a disposizione traccerà una linea netta tra la masticazione veloce di messaggi sintetici e l’approfondimento riflessivo di un post.

Medium è ancora su invito, per ora ci scrivono dipendenti di Twitter e qualche amico, tra cui Alberto.

Fuorigio.co

Lo scorso Novembre io, Fabio, Gioxx, Lorenzo S. e Lorenzo G. davanti a 5 pizze e altrettante birre, abbiamo discusso a lungo sullo scrivere di videogiochi, su come viene fatto oggi in Italia e come lo abbiamo vissuto sulla nostra pelle negli anni passati.

In meno di mezz’ora abbiamo comprato il dominio e buttato giù una bozza disegnata di quello che oggi finalmente prende vita: Fuorigio.co

Dire di aver preso come modello Polygon sarebbe un’esagerazione troppo grande, non ne avremmo le forze, né il tempo materiale. Tuttavia la voglia matta di condividere questa nostra grande passione ci farà tenere sotto traccia questo modello.

Fuorigio.co sarà un aggregatore dei nostri pensieri e recensioni di ciò che giochiamo nel nostro tempo libero e abbiamo deciso di far confluire lì i nostri sforzi perché sappiamo che in tanti vivono il mezzo videoludico nelle nostre stesse modalità. Non c’è niente di meglio che essere nei panni di ciò che si sta leggendo.

Indi per cui tutto quello che riguarderà l’argomento da ora in poi lo troverete sempre più di là.

Oggi 1.3.13 apriamo, questo il nostro post d’apertura.