Ventiquindici

Come l’ultimo post dell’anno passato , è il momento di fare il mega recappone di questo 2014 che sta per finire.

Per ragioni di tempo vi sarete accorti che nella seconda parte dell’anno “Why I Blog” si è un po’ fermato, ma conto di rimetterci mano con il 2015, ho già preparato un set di amici, conoscenti, blogger da contattare per arricchire il tutto.

Menziono soltanto Gigi che qualche giorno fa ha scritto una semplice grande verità:

I blog non sono morti e non moriranno mai. Possono solo migliorare.

Torniamo ai post più significativi sotto ogni punto di vista:

Passiamo senza troppi indugi, come da tradizione, alla parte migliore del post. I migliori album del 2014.

Beh, quest’anno la scelta è stata molto complicata, tuttavia sul podio vanno loro 3: 

Royal Blood. Il duo britannico si è formato soltanto un anno fa, ma il sound pole position, come già avevo scritto all’uscita posiziono sicuramente i Royal Blood garage rock ha già ipnotizzato i big. Lì vedrò prima a marzo qui a Milano e successivamente insieme ai Foo Fighters a Wembley il giorno del mio compleanno (Si ce l’ho fatta!).

Secondo posto per gli Spoon con They Want My Soul. Conoscevo già la band, ma questo album ha riportato freschezza alle sonorità rock mascherate da indie, merita più di un ascolto perché è stata veramente una perla rara di quest’anno musicale.

Infine, la maturazione dei Kasabian (qui alcuni video girati durante il concerto a Milano) con 48:13. Qui troverete le tipiche fusioni tra indie rock ed elettronica caratteristiche della band, con qualche richiamo alla musicalità tipica dell’hip-hop. Bow e Clouds i pezzi da non perdere.

Ho dovuto lasciare fuori dal podio altri due album. Sonic Highways dei Foo Fighters e Rip This dei The Bass Drum of Death. Il primo non ha dei brani rivoluzionari, tuttavia lo si può comprendere al meglio solo sei si guardano gli 8 episodi della serie TV omonima. Il progetto personalmente mi ha appassionato tantissimo. Il secondo è stata una rivelazione, potenti e veloci come piace a me.

Anche quest’anno ripeto quanto gli auguri non facciano parte del mio essere, ma quello che posso fare è di ricordarvi che perdersi è sempre la cosa migliore.

Buon inizio anno!

Diffidenti e Social: Come si cambia tra online e offline

Per prima cosa guardate questo video:

L’ho trovato su qualche blog di marketing tra i miei feed, non ricordo più quale purtroppo.

Plauso innanzi tutto a Nestlé per una pubblicità fatta in questa maniera. Come al solito ho cercato di guardarla dal punto di vista della sociologia della comunicazione e dei rapporti interpersonali.

Il video qui sopra me li ha fatti ricordare tutti, è riuscito a concentrarli in pochi minuti. Un esempio perfetto di come ci siamo evoluti, influenzati da una comunicazione sempre più fatta di apparenze online, sempre più disturbata e diffidente quando ci troviamo ad affrontare uno sconosciuto nella vita reale: Cosa vuole? È scemo? Perché mi parla? Non vede che sto pensando ai fatti miei? Gira i tacchi e lasciami perdere.

Sensazioni conosciuta? Il video sicuramente ce le stimola ulteriormente se ci cerchiamo di immedesimare nella medesima situazione.

Ho voluto scambiare velocemente due battute con il Dott. Michele Cucchi, si proprio quello in apertura del video. A lui ho voluto chiedere perché questa espansività online, mentre dal vero le nostre barricate si alzano a dismisura? Questa diffidenza e ritrosia ad approcciarsi a qualcuno che non conosciamo anche in una situazione sicura, può essere causata da un cambiamento nel nostro modo di comunicare influenzato da Internet?

Mi ha risposto così:

Il mondo dei social ci scherma dalle difficoltà emotive che “dal vivo” caratterizzano l’interazione con l’altro, momento in cui scattano paura del giudizio, paura di non accettazione, dubbi su come approcciarsi ( collaborazione, seduzione, accudimento, competizione). Nel mondo virtuale abbiamo tempo per scegliere cosa dire, la pancia non si attiva e non ci influenza, possiamo gestirle meglio. È più difficile dire ciò che pensiamo chiaramente dal vivo.

Il mondo social ci permette di spine eco sento e un po’ di più oltre la naturale barriera del pudore, della convenzione, del riguardo.

Quindi: è un po’ come giocare alla playstation a FIFA e giocare davvero: nel cp scegli chi sei e più o meno poi fare tutti i ruoli che vuoi. Dal vivo….dipende chi sei.

Torniamo quindi alla mia convinzione. Online si cerca di dare il meglio di sé, la propria versione maggiormente accettata dagli altri. Offline, o nasci attore o lo diventi. Essere se stessi non è più sufficiente a quanto pare.

Prima Interstellar a destra

Ieri sera sono andato a vedere Insterstellar in 70mm al Cinema Arcadia di Melzo. Credo sia la prima volta in vita mia in cui apprezzo la qualità dei 70mm, anche non ne avevo mai visto uno con questa qualità. Una qualità grezza, slavata, con molta poca luminosità, ma dai colori veri e reali.

Mi piace l’altissima definizione e come sapete detesto il 3D, ma probabilmente una pellicola in grado di dare la sensazione di assistere ad un film di qualche decennio fa è forse equiparabile all’ascolto di un vinile oggi.

Ora, non ho metri di paragone per giudicare come si possa apprezzare in 4K il medesimo film, quello che posso dire è che tutte le imperfezioni, visibili ad occhio nudo, della pellicola contribuiscono a rendere quest’opera ancora più attaccata al mondo reale, almeno per questo aspetto.

Ho notato poi come ci siano almeno 7 tagli molto bruschi durante il film. Tagli, immagino, voluti in fase di montaggio, molto crudi e apparentemente fastidiosi nel cambio di sequenza filmica, tuttavia comprensibili se lo si approccia tenendo a mente il fatto che il film è stato girato e pensato per essere visto in 70mm. Kudos quindi ad Arcadia per essere una tra le sole 5 sale in Europa a trasmetterlo così come Nolan l’ha concepito. Se avete quindi la fortuna di visionarlo in questa risoluzione, non spaventatevi se le immagini ad un certo punto salteranno, è una cosa voluta, fa parte della narrazione.

Spostandomi sull’opera filmica, mi ero immaginato di andare a recuperare qualche chicca e qualche spiegazione aggiuntiva (cosa che poi ho fatto comunque, ma guidandovi nell’interpretazione del film) come fatto con Her qualche mese fa. Tuttavia mi sono detto che questa volta sarebbe stato troppo complicato e sarei finito con dare delle interpretazioni sbagliate.

Ciò che posso fare, evitando di attivare la modalità spoiler, è quella di dare dei consigli prima della visione dello stesso e magari condividere una discussione sui medesimi una volta tornati dal cinema o da qualsiasi supporto voi scegliate per guardarlo.

Il primo. Non scadete nell’errore di uscire dalla sala cercando di interpretare Interstellar come un trattato scientifico, un documentario uscito da National Geographic o Discovery Channel. Nella maggior parte dei casi non ci riuscirete a meno di essere degli astrofisici e anche in quel caso avreste molte domande per la testa. Nonostante ciò, se le domande iniziano a diventare pressanti e faticate a prender sonno qui ci sono un paio di articoli a supporto: il Post cerca di fare il sunto dell’uomo comune, Wired racconta invece di come proprio un astrofisico, Kip Thorne, abbia supportato il regista Christopher Nolan (scrivendo anche un libro) nella realizzazione del film.

Secondo. Se invece di scienza ne capite, come Paolo Attivissimo, magari ne rimarrete delusi proprio come lui come l’astronomo di Slate o le 21 inensatezze di Vulture, perché magari la vostra anima nerd cercherà sempre e comunque il pelo nell’uovo cercando di spiegare ogni singolo fenomeno della pellicola, alla ricerca di un significato anche dove non c’è. Voglio però aggiungere una cosa e sfrutto un estratto di articolo di ScreenChrush:

But a movie is not its marketing; regardless of what ‘Interstellar’’s marketing said, the film itself makes no such assertions about its scientific accuracy. It doesn’t open with a disclaimer informing viewers that it’s based on true science; in fact, it doesn’t open with any sort of disclaimer at all. Nolan never tells us exactly where or when ‘Interstellar’ is set. It seems like the movie takes place on our Earth in the relatively near future, but that’s just a guess. Maybe ‘Interstellar’ is set a million years after our current civilization ended. Or maybe it’s set in an alternate dimension, where the rules of physics as Phil Plait knows them don’t strictly apply.

Or maybe ‘Interstellar’ really is set on our Earth 50 years in the future, and it doesn’t matter anyway because ‘Interstellar’ is a work of fiction. It’s particularly strange to see people holding ‘Interstellar’ up to a high standard of scientific accuracy because the movie is pretty clearly a work of stylized, speculative sci-fi right from the start.

Come a dire, un film è un film, non è una dissertazione scientifica da pubblicare su Science. Quindi è probabilmente un bel racconto di fantascienza, dove inevitabilmente elementi fantastici sono stati aggiunti per arricchire e abbellire l’esperienza di visione. Posso comprendere la delusione, del resto vengono affrontati temi a cui l’uomo cerca di dare risposta da sempre.

Illustrazione di Chris B. Murray

Terzo. Mi sono sforzato di comprendere meglio quale fosse il fine ultimo del film e dare una mia personalissima interpretazione. Cosa per la quale, sono convinto, Nolan lasciarci con uno spunto di riflessione. Qui si mi tocca segnalare SPOILER:

  • La gravità non è la sola forza in grado di superare le leggi fisiche di tempo e spazio. L’amore è la seconda di queste.
  • Il messaggio chiaro del film è l’inevitabilità della fine della nostra specie se non facciamo qualcosa per preservare questo luogo chiamato Terra che ci sta solo ospitando. Le referenze sono tante, ma all’inizio del film maggiormente evidenti quando si parla di aver smesso di guardare in alto per concentrarsi sul basso. Sulla Terra appunto.
  • Non concordo sull’evoluzione dell’uomo tanto da riuscire a piegare al proprio volere il tempo, tanto da riuscire a dargli una dimensione fisica. Se fosse molte migliaia di anni dovranno passare, oppure diventare delle macchine noi stessi.

Quarto e mi taccio. Ad un certo punto del film vedrete apparire Matt Damon. Ecco io al primo frame non ho fatto a meno di pensare al suo ruolo in The Departed. La spia, il traditore, il doppio giochista. Evidentemente è un’etichetta alla quale fa fatica a rinunciare. Scoprirete il perché.

Vale la pena? Sicuramente si, se ne parlerà per molto tempo e sicuramente ha segnato la storia della cinematografia così come chi cerca di dare interpretazioni o sta studiando il nostro futuro come specie. Vale sicuramente il suggerimento di apprezzarlo come opera artistica, se poi amate cercare secondi risvolti, scoprirete essere il bello della macchina dei sogni.

L’importanza di chiamarsi blogger

Che strano ritrovare tanti (credetemi, tanti) blog, soprattutto americani, riaprire dopo un lungo periodo di inattività, inebriati da un’improvvisa e troppo frettolosa infatuazione per i Social Network.

Blogger non lo diventi, ti ci chiamano. È un appellativo di facile guadagno non appena si decide di riempire chilate di pagine bianche su un dominio personale, dove la sola voce in capitolo sia la vostra.

In realtà quello che state facendo è liberarvi. Liberate voi stessi al mondo, in che modo resta a voi comprenderlo.

C’è chi come la collega danah boyd ha deciso di farlo per cambiare la community di lavoro e di passioni nella quale si è trovata all’inizio degli anni 2000.

I started blogging to feel my humanity. I became a part of the blogging community to participate in shaping a society that I care about. I reflect and share publicly to engage others and build understanding. This is my blogging practice. What is yours?

O c’è chi come Mitch Joel riflette su come sia più importante leggere rispetto a scrivere un post. Trovo tutto sommato questa riflessione piuttosto corretta.

La cosa più difficile se ti senti “blogger” è trovare un argomento allettante per chi ti segue, evitare di essere soltanto il riverbero di qualcosa già detto, soprattutto per noi italiani, in un’altra lingua. L’ispirazione.

Quel momento effimero bisognoso di un appunto veloce, un’annotazione anche non puntuale in grado di ricordarci in modo quasi istantaneo ciò a cui pensavamo nel momento dell’intuizione. Proprio lui suggerisce qualche tecnica da tenere a mente, sia mentre siete disconnessi, sia mentre siete online:

O c’è chi come Mitch Joel riflette su come sia più importante leggere rispetto a scrivere un post. Trovo tutto sommato questa riflessione piuttosto corretta.

La cosa più difficile se ti senti “blogger” è trovare un argomento allettante per chi ti segue, evitare di essere soltanto il riverbero di qualcosa già detto, soprattutto per noi italiani, in un’altra lingua. L’ispirazione.

Quel momento effimero bisognoso di un appunto veloce, un’annotazione anche non puntuale in grado di ricordarci in modo quasi istantaneo ciò a cui pensavamo nel momento dell’intuizione. Proprio lui suggerisce qualche tecnica da tenere a mente, sia mentre siete disconnessi, sia mentre siete online:

Physical. I keep it very simple. Moleskine for the win. I keep two physical journals. One in my back pocket and a much bigger one in my bag. I’m a writer. As amazing as digital is, I like to physically write my ideas/notes down on paper. Capture everything. You never know where something interesting might come from. Don’t believe me? Read what James Altucher has to say about taking notes.

Digital. Whatever I read (and find interesting), I now save with an app called,Pocket. I love Pocket, because it works great across all screens (iPhone, iPad and MacBook Air). The tagging functionality is priceless, and the ability to read the content saved while being offline is simply magical. I have written about my love affair with Pocket before.

Tuttavia se siete già in questa fase, dove l’ispirazione deve diventare ossessione per convertire una visita in un utente fedele, allora significa rasentare l’ossessione per la pubblicazione. Quasi un lavoro. Il blog, inteso come diario online (web log), a quel punto, ha fatto spazio a qualcosa d’altro, forse più vicino a un giornale online o una forma di divulgazione di un pensiero culturale.

Per questo trovo profonda differenza tra chi lo fa per il primo scopo, a mo’ di confessionale, e il secondo dove invece la sensazione di urgenza di pubblicare è la prima cosa a cui pensi al mattino.

Se lo intendete, come lo intendo io, nella sua prima accezione essere un blogger significa accrescere il valore di se stessi grazie alla condivisione del proprio bagaglio di esperienze, non necessariamente culturale. Una forma d’arte insomma come scrive Anil Dash in questo suo post di 15 anni di blog.

The personal blog is an important, under-respected art form. While blogs as a medium are basically just the default format for sharing timely information or doing simple publishing online, the personal blog is every bit as important an expressive medium as the novel or the zine or any visual arts medium. As a culture, we don’t afford them the same respect, but it’s an art form that has meant as much to me, and revealed as many truths to me, as the films I have seen and the books I have read, and I’m so thankful for that.

Forse difficile mantenerne uno, ma dopotutto la frequenza dovrebbe importarvene poco se pensate di farlo per voi stessi più che per qualcun’altro. Dopo tutto ne sono sopravvissuti pochi perché in tanti hanno qualcosa da dire, anche se in pochi riescono ad esprimerla come vorrebbero.

Spesso siamo troppo attratti dalle mode della condivisione a tutti i costi, esser blogger nel 2014 significa soprattutto questo. Evitare di dipendere dal concetto del “Fear of missing out” di cui ho parlato qualche giorno fa. È una cosa molto complicata a cui sono arrivato dopo molti anni di scrittura online, molti dei quali vissuti con la nascita e l’espansione proprio di quei luoghi che hanno contribuito a creare quest’ansia. Ora pubblico solo quello che so accrescere il mio spirito critico, ampliato nel momento stesso in cui digito le parole su cui sto riflettendo.

Il bello di uno spazio come questo è poter fissare un pensiero, evitando di preoccuparsi dell’opinione degli altri.

Halo: The Master Chief Collection

Faccio fatica a non ricordare quel 2001 in cui la mia vita da videogiocatore cambiò radicalmente. Possibile dite voi?

Si, molto probabile se nel 2001, come me, eri intento a strappare il cellophane ad una confezione di Halo: Combat Evolved.

L’inizio di una nuova vita per il genere FPS e sparatutto nel senso più largo del termine. Ai tempi il gioco faceva capolino sulla primissima Xbox a cui si chiedeva di mostrare i muscoli da underdog quale era nei confronti di Playstation e il dominio Sony in questo mercato.

Risultato? Uno dei migliori videogiochi della storia. Halo: Combat Evolved non ha rivoluzionato un genere, ma ha dato il via all’evoluzione di quelle meccaniche a cui ci avevamo fatto ormai l’abitudine e sulle quali, forse, ci eravamo un po’ troppo assopiti e cullati. Più calmo, meno frenetico, un ragionamento tattico più profondo per affrontare gli avversari, una trama eccelsa, ma soprattutto un lavoro magico sul multiplayer offline.

Il filone partito da quel primo glorioso capitolo si è espanso parecchio fino a raggiungere un totale di 9 giochi (8 dei quali già usciti e Halo 5 in dirittura d’arrivo), 13 romanzi, una web series, alcune graphic novel e una serie TVdiretta da Steven Spielberg di cui però non abbiamo ancora una data certa di pubblicazione.

Microsoft ci aveva già stupiti una volta facendo rivivere e spolpare, con un’edizione celebrativa per il decennale, un Halo: Combat Evolved meritevole della massima attenzione anche a distanza di anni. Si è spinta oltre grazie alle caratteristiche hardware di Xbox One (e della next generation in generale), concedendo a nostalgici (o giocatori che non avevano potuto mettere le mani sui titoli dedicati a Master Chief) di rigiocare tutti e 4 i capitoli che compongono la trama principale dell’intera saga.

Ecco così prendere forma il progetto Halo: The Master Chief Collection

Citando il Signore degli Anelli, un gioco per domarli tutti!

Halo: The Master Chief collection è l’opera omnia per gli appassionati di Halo, è un concentrato di pura energia videoludica. Per i primi due capitoli la 343 Industries, software house che ha sostituito Bungie nello sviluppo della serie a partire da Halo 4, ha fatto delle scelte sostanziose per poter permettere a tutti di vivere lo spirito di quei tempi. Si parte dando la possibilità ai giocatori di passare in tempo reale dalla grafica originale del gioco con i suoi 60 fps ai 1080p delle versioni restaurate. Anche Halo 2 ha subito il medesimo make-up e si presenta all’interno di questa raccolta nella versione Anniversary per il proprio decennale, oltre all’0riginale Halo 2.

L’impegno profuso dagli sviluppatori per questa nuova versione è paragonabile alla realizzazione di un gioco ex-novo. Modelli poligonali e comparto audio sono sostanzialmente stati rifatti da zero, con l’aggiunta di inedite sequenze cut di quasi un’ora in tutto il gioco. Non ultima, una nuova modalità muliplayer Anniversary, con mappe adattate alla next-gen. Insomma quasi nuovo di zecca.

Come ciliegina sulla torta, un documentario di 1 ora (secondo me dovreste guardarlo, lo trovate qui di seguito!) su come il re-make ha preso vita.

Riprendendo la nostra cavalcata all’interno di questa enciclopedia videoludica ritengo giusto soffermarsi sul fatto che in una settimana mi è risultato impossibile giocare da zero nuovamente tutti e 4 i capitoli, ma 343 Industries mi è venuta incontro. Tutti i capitoli che compongono i vari Halo all’interno di questa edizione sono già sbloccati nel momento stesso in cui terminerete l’installazione. Questo per garantirvi sicuramente un’esplorazione più celere del gioco e magari rivivere nostalgicamente alcuni momenti del vostro recente passato videoludico, ma soprattutto l’unlock riguarda anche le difficoltà. Questo significa che potrete rigiocare un numero infinito di volte la stessa missione attivando e disattivando i cosiddetti teschi, ovvero abilità, armi e potenziamenti in grado di influire sul vostro modo di interpretare una partita.

C’è di più. Vi sarà data la possibilità di affrontare tutte quelle mappe dove il veicolo per eccellenza, il Warthog, è stato in passato protagonista, o ancora dove trovare un carrarmato. Insomma, alcuni fili conduttori trasversali alla saga pronti per essere abbracciati e fatti vostri.

Entrambi gli Halo 3 ed Halo 4, provenienti dalla Xbox 360, hanno subìto il già citato restyling grafico dei 1080p e 60fps con una spruzzata di rilavorazione sul rendering e l’illuminazione in grado di farli apparire quasi nativi su questa generazione di console. In entrambi tutte le modalità, campagna, multiplayer o extra sono supportate, incluso un update programmato per dicembre che porterà su One tutti e 10 gli episodi di Spartan Ops, la modalità co-op dedicata ad Halo 4.

Multiplayer

A fatica trattengo l’emozione di rileggere sullo schermo la scritta “Impiccali più in alto”. È il nome di una mappa multiplayer di Halo: Combat Evolved, il primo capitolo della serie. Nel 2001 il servizio Xbox Live non aveva ancora fatto capolino in Italia, quindi per giocare in 4 ci si trovava il sabato sera a casa di un amico per sfruttare il più classico degli split screen. Credo di aver bruciato per oltre 1 anno e mezzo il DVD di quel gioco. Non solo, con alcuni vicini di casa collegavamo in LAN 3 Xbox per poter giocare in stanze diverse con più di 4 giocatori.

Bei tempi, il Lan party approdava sulle console, ereditato direttamente dai PC, in tutto questo noi eravamo i precursori.

Ognuno dei 4 giochi presenti in Halo: The Master Chief Collection ha a disposizione una sezione multiplayer dedicata. Per Halo: Combat Evolved invece di replicare le classiche mappe con il motore di Halo: Reach come fu fatto per l’edizione Anniversary uscita su Xbox 360, il team di 343 Industries ha incluso tutto quello presente in Combat Evolved, compresa l’edizione fatta solo per il PC tutte giocabili su Xbox Live per la prima volta! Per quanto riguarda Halo 2 troverete sia le classiche mappe multiplayer con il medesimo engine, sia 6 nuovissime mappe re-immaginate per questa versione celebrativa.

Halo 3 e Halo 4 avranno tutta l’esperienza già vista nei titoli originali. Per ovviare alle innumerevoli combinazioni di partite possibili, ma soprattutto per evitare l’effetto solitudine, il criterio scelto per le partite online è quello basato sulle modalità di gioco. Quindi matchmaking, team battle, team slayer etc. etc., da qui gli utenti potranno votare quali mappe e su quale dei giochi poter giocare questa modalità. Rimane la modalità Forge su Halo 3 e Halo 4 che consentirà di modificare le mappe esistenti o creare alcune completamente ex novo. Torna anche il Theatre Mode già presente su Halo 3 e Halo 4, ora esteso anche ad Halo 2: Anniversary Edition, anche grazie alle capacità di registrazione già innate a Xbox One.

Extras & Customization

Halo: The Master Chief Collection possiede anche una ricchissima sezione di extra contenuti.

Quali? Scopriamoli insieme.

Innanzi tutto la possibilità di poter giocare in anteprima la Beta Multiplayer di Halo 5: Guardians a partire dal 29 Dicembre 2014, giusto per allietarvi le vacanze natalizie e aiutarvi a smaltire un po’ di panettoni. Ovvio, non sarà un pezzo di storia di Halo 5, ma vi permetterà di assaggiare un primo boccone di come sarà l’engine e le caratteristiche proprie del prossimo titolo della saga.

La possibilità di personalizzare il vostro Spartan avviene da uno speciale menu in grado di garantirvi gli stessi stili utilizzati in ogni gioco, con un’infinità di personalizzazioni da sbloccare mentre affrontate nuovamente le avventure nei 4 capitoli. Fino ad arrivare a poter modificare l’equipaggiamento prima di affrontare una qualsiasi partita di Halo 4.

Halo: Nightfall merita una menzione speciale. Guardate prima il video!

Si tratta di una web series creata in collaborazione con la casa di produzione di Ridley Scott, la Scott Free. Una mini serie in cui si racconta la storia di un gruppo di soldati dell’ONI (Office of Naval Intelligence), il corpo dei marines di Master Chief, inmcaricati di investigare su una nuova forma di terroristi alieni segretamente nascosta su un frammento del pianeta Halo andato distrutto, come ricorderanno i più nostalgici, alla fine di Halo: Combat Evolved. Filmata completamente in Islanda e Irlanda del Nord, la serie avrà come protagonista l’agente Locke che farà il suo debutto anche sul nuovo videogioco Halo 5: Guardians. Lo show inizierà l’11 Novembre e sarà visibile per l’appunto dal menu Extra.

Rivivere dopo così tanti anni alcuni passaggi fondamentali del mio background videoludico è stato un piacere per i sensi, ho fatto del mio meglio per trattenere le emozioni, ma è stata decisamente una bellissima sorpresa. Pensavo, anzi ero assolutamente convinto, di affrontare questa avventura con uno spirito diverso, con un occhio più critico e invece no. Lo spasso dei bei giorni andati è ritornato più vivo che mai e non vedo l’ora che la modalità multiplayer venga sbloccata per sprecare le ultime quotidiane energia a suon di frag ed headshot.

Non domandatevi se Halo è un gioco per voi? Non iniziate pure a pensare una cosa del genere. Dovreste essere già al più vicino gamestop ad acquistarne una copia.

Perdersi è la cosa migliore

Settimana scorsa ho salvato un articolo di Internazionale sulla gioia di perdersi qualcosa. Certo che prima o poi avrei trattato l’argomento.

Questa sensazione è in netto contrasto con una delle malattie dei nostri tempi: la Fomo (fear of missing out), cioè la paura di perdersi qualcosa. Secondo l’imprenditrice Caterina Fake, che ha contribuito a rendere popolare questo termine, la Fomo è “un vecchio problema, aggravato dalla tecnologia”: non siamo mai stati così consapevoli di quello che gli altri fanno e noi no. Facebook e gli altri social network provocano Fomo, e ne traggono profitto: li controlliamo continuamente anche per avere la sensazione di partecipare a distanza.

Ci sono tornato ieri col pensiero mentre guardavo Boyhood. Ad un certo punto il protagonista, in questo concentrato di passaggi cruciali della sua vita, nelle ultime battute pronuncia questa frase:

I want to try and not lead my life through a screen

Mi ha sulle prime ricordato una reazione alla Vita à la “Into the Wild”, ma dopotutto è ciò che ho fatto anche io da qualche mese. Ho dato ascolto al mio corpo e alla mia mente e semplicemente ho riassegnato delle priorità.

Come passare una giornata intera con qualcuno che non vedi da una vita, ma sai che in realtà c’è sempre stato. Provare a guardare un concerto intero cercando di lasciare il cellulare in tasca, anche se con poco successo. Stare vicino a chi ti fa capire di aver bisogno di te, ma non te lo dice per non sentirsi un peso.

Ciò che mi sto perdendo è la vita degli altri e non la mia. E questo è un pensiero a cui mi piace tenermi stretto.

In fondo non ci stiamo veramente “perdendo” qualcosa se, inevitabilmente, la stanno perdendo quasi tutti gli altri. Stare male per questo è come disperarsi per non essere in grado di contare all’infinito.

Sparire dal proprio blog accade sempre per un motivo. Ora sapete che mi sto perdendo nel Mondo, qui potreste trovarlo in differita.

True Detective e l’importanza del dialogo

Questo non è un post su True Detective. Lascio alle migliaia di pubblicazioni online vicine alle serie TV il compito di descrivervi la serie, così come ha fatto Vice qui molto bene. Questo è un post sulle parole e su come chi sa concatenarle nel modo giusto abbia vinto già una grossa battaglia: quella per l’attenzione.

Probabilmente faticherete ad accorgervene, è una sensazione difficile da decifrare. Restare incollati allo schermo senza addormentarsi di fronte al televisore dopo una giornata mentalmente massacrante, è cosa non da poco di questi tempi.

L’abbondanza di produzione multimediale, tuttavia, ci garantisce una agevole via di fuga dall’evitare un calo della palpebra cronico. E, in questo ventaglio di opzioni tendenti all’infinito, il saper scegliere mette in gioco sostanzialmente tutte le nostre percezioni sensoriali, incluse quelle meno consce.

Il dialogo in una serie televisiva, ad esempio, è una di quelle caratteristiche in grado di immergerci nella visione, oppure farci storcere il naso per le troppe banalità udite. Questa, tra tutte le altre, è quella che ci consente di comprendere fin dalla prima puntata se quanto mostrato davanti ai nostri occhi merita la nostra attenzione per le puntate a venire.

Pochi ci riescono. Pochi sono in grado di catturare la mia di attenzione. E, pur non essendo un capolavoro da cambiare i paradigmi di genere, True Detective a mio modo di vedere è una serie dove il dialogo tocca delle vette qualitative così elevate da risultare stucchevole.

Ora, pur io avendo visto solo le prime 4 puntate e magari voi nessuna di queste, il monologo che segue non rovinerà assolutamente la trama di quanto potreste apprezzare nel completare la visione della prima serie. Tuttavia è un fondamentale esempio di quanto ho descritto poc’anzi.

Scusate le immagini forse un po’ crude, ma concentratevi sulle parole. Sulla metafora perfetta di chi si concentra sul significato della vita in punto di morte. Parole meritevoli di riflessione.

Il dialogo in senso lato è anche quello filmico e la bravura di chi lavora ad una produzione audiovisiva è anche quella di sapersi rivolgere al pubblico di riferimento evitando di estraniarlo dalla realtà in cui vive, introducendo riferimenti storici del tempo in cui si vive. Questa è anche una delle sottolineature di eccezionale bravura anche dei dialoghi ritrovabili in House of Cards attraverso le parole del suo protagonista Frank Underwood.

Questa scena, a quanto pare molto apprezzata, si svolge nel quarto episodio ed è un piano sequenza lungo 6 minuti. Un linguaggio stilistico poco comune in una serie televisiva, così anche nel cinema contemporaneo, tutta poco estraneo ad un contesto del genere. Si spiega difatti in modo egregio collocandola accanto ad alcune scene del videogioco GTA con inquadrature, pathos, emozioni molto simili a quelle vivibili in questi 6 minuti.

Tutto questo per dire cosa?

Cercate di prestare attenzione a tutte le sfumature di un racconto, sotto qualsiasi forma esso si presenti. Badare soltanto alla storia limita le percezioni di sensi altri rispetto alla mera trama. Il significato ama nascondersi sotto molti significanti, i quali, non per forza devono essere quelli più facilmente riconoscibili.

La vista di Massimo da lì

Complice un relativo lungo viaggio fatto sabato mattina, sono riuscito a leggere tutto d’un fiato “La vista da qui”, il libro di Massimo Mantellini uscito il 30 agosto scorso.

Quando ho chiuso la copertina, dopo aver letto l’ultima pagina, mi sono appuntato molte domande. Tanti chissà… La prima, la più immediata, è se gli fosse servito questo periodo di soggiorno a Londra per riflettere con maggior intensità su quanto avviene in Italia, e così poterne scrivere un libro. Poi mi sono risposto da me, sul suo blog ne scrive praticamente ogni giorno, il motivo è stato forse per raggiungere quella metà di italiani che, come scritto nel libro, di stare sulla Rete proprio non gli passa dall’anticamera del cervello.

Le domande, come dicevo, non sono terminate.

Mi sono subito immedesimato nel “ mediatore sentimentale” in apertura del capitolo dedicato al copyright. Così come interpretiamo oggi il diritto d’autore quaggiù, ma allo stesso modo negli Stati Uniti, è qualcosa che necessita di una revisione sensata realizzata, soprattutto, da persone in grado di discernere l’ampliamento della conoscenza, dall’atto di pirateria a scopo di lucro. Massimo va al nocciolo della questione. Chi fa le leggi spesso non sa nemmeno di cosa sta parlando e ragiona con schemi non applicabili da media a media.

Internet in tutte le sue forme si è da sempre contraddistinto per replicare un modello già esistente nella creazione di cultura da parte dell’essere umano. Trasformare in qualcosa di diverso, migliore o peggiore è a descrizione del singolo, ciò di quanto già esistente. Combinare e fondere esperienze pregresse per ampliare gli orizzonti cognitivi.

Chissà cosa ne penserà ora Massimo, dopo aver scritto e pubblicato un libro e annoverandosi di diritto tra quella schiera di persone protette da copyright, se il suo libro dovesse essere copiato o fatto a “pezzi” e ricomposto per diventare “altro” in maniera del tutto free. Conoscendolo un pochino, credo di sapere già la risposta.

Tutto il testo, a mio modo di vedere, ruota attorno ad un concetto fondamentale seppur banalissimo, ma di cui una bassa percentuale di persone tiene purtroppo conto. Internet non è un mondo extra-terrestre, non è popolato da un Avatar nella concezione cinematografica del termine. Ci sono persone, ci siamo noi, e ci sono gli stessi medesimi comportamenti vigenti tra umani in carne ed ossa. Esiste solo un’intermediazione in cui non è prevista la presenza tattile. Chi non l’ha ancora compreso, non ha ancora capito di cosa si tratta.

Percorre questo fil rouge il capitolo dedicato alla privacy, dove il controllo della identità online è dato da quegli stessi strumenti in grado di amplificarne l’ego e la diffusione. E così come dobbiamo stare attenti a proteggere in un luogo sicuro le chiavi della nostra abitazione dopo averla chiusa adeguatamente, abbiamo tutti gli strumenti in grado di controllare quanto di noi vogliamo mostrare al mondo. L’importante è sempre avere il controllo ed evitare che le “chiavi” finiscano in mani sbagliate o siano facilmente rintracciabili. Chissà cosa avrebbe aggiunto Massimo al capitolo dopo quanto avvenuto nei giorni scorsi sul maggior caso di furto di autoscatti di nudo ai danni di alcune celebrità, per poi essere rese disponibili al grande pubblico.

Infine, sapevo Massimo sarebbe ritornato sulla questione supporti vs contenuto. Nel capitolo dedicato ai libri c’è un passaggio in cui mi sono rivisto nel mio essere lettore oggi. Per me il supporto non conta più, non preferisco quello elettronico alla carta e viceversa. Preferisco anche io il contenuto. Per questo ho comprato i 4 volumi delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco sia cartacei che in formato eBook. È la circostanza in cui mi trovo come lettore a fare la differenza e solo questa. Tuttavia siamo ancora “carcerati” dietro legislazioni medievali dove se acquisto un libro cartaceo non posso avere in automatico anche la versione elettronica, sebbene io stia acquistando l’opera di un artista, non il suo supporto.

È facile accorgersi di come in questo breve saggio Massimo non racconti di sé stesso, ma piuttosto della finestra affacciata sulla sua personale esperienza dell’Internet (si per me sarà sempre maiuscola) italiana di cui anche lui ha contribuito a crearne un racconto storico attraverso il suo ultra decennale blog. E una vista come la sua, carica di esperienza, ci dice che la verità sta nel mezzo, dove è necessario dotarsi di un occhio universale e non parziale per poterne comprendere le miriadi di sfaccettature. Sia positive che negative.

Un mio personalissimo consiglio: leggetelo in tempi brevi. È senz’altro da annoverare tra i volumi della storia dei media, ma fate in fretta, la scelta di un supporto cartaceo impone uno specchio dei tempi correnti molto limitato. Tra non molto quello scritto di Massimo sarà “solo” altra storia.

ps. Piccola nota per l’editore minimum fax. Avrei lasciato la pagina bianca subito dopo la fine, come chiesto dall’autore del libro.

Da E’ a È: Italiano e tastiere, una storia complicata.

Nemmeno poi troppo.

Al di là dei consigli utili dell’Accedemia della Crusca pubblicati su Facebook circa l’utilizzo corretto degli accenti, il più delle volte gli errori online, ed in particolare uno, sono causati da una scarsa conoscenza della tastiera.

A ragion veduta aggiungerei, visto che per Windows ad esempio c’è la necessità di ricordarsi un codice specifico o una combinazione di tasti.

Ripropongo quindi il post di Giovanni in cui spiega come facilmente sostituire il layout della vostra tastiera in modo da poter fare tutte le maiuscole accentate con la semplice combinazione di CAPS LOCK + à, è, ì, ò, ù.

31

Credo di non aver mai scritto per un compleanno qui sul blog. Non mi va nemmeno di andare a cercare nell’archivio. Tant’è mi sentivo di farlo.

Avevo salvato l’oroscopo di Internazionale nella settimana del 30 aprile con l’intenzione di postarlo proprio oggi. Qui, pur non credendo minimamente nelle arti divinatorie, ho solo ritrovato uno stato d’animo di questo mio personale momento storico.

Il che non è necessariamente riferito a persone in particolare e nemmeno a situazioni precise. È solo un sentire la profonda voglia di fare spazio a nuove “costruzioni”.

Quello passato è stato un anno intenso, forse più di tanti altri perché vissuto con piena consapevolezza di molte cose.

Tante sono cambiate restando le stesse, altre identiche mutando solo pelle. 31, una per ogni anno:

  1. È il secondo anno che vivo da solo
  2. Ho amato e mi hanno ricambiato
  3. Ho lottato, ho vinto e ho perso
  4. Vado all’assemblea di condominio
  5. Pago tonnellate di tasse
  6. Mi rispecchio sorridendo con gli scritti de I Trentenni
  7. La bellezza di vivere in un’epoca tecnologica come questa
  8. Con buona pace di “Quelli che…i blog sono morti”
  9. Il tempo non basta mai. Mai, mai, mai
  10. Per questo seguo 5 serie TV, scrivo su due blog, videogioco (verbo) come mai prima, e ho iniziato a leggere tutti i 12 libri de Le cronache del ghiaccio e del fuoco
  11. Ho visto i delfini, davanti la Corsica attraversando il Tirreno
  12. Ho scritto di come poter cambiare il mio Comune prima delle elezioni e da un paio di settimane lo sto facendo supportando il team di comunicazione con la pagina FB e Twitter. La passione, anche di pochi, porta lontano
  13. Da qui, se le cose non inizi a cambiarle tu, nessuno lo farà per te
  14. I miei migliori amici stanno per avere una bimba. Non piangevo di gioia da tanto tanto tempo
  15. Ho appena allargato il layout del blog. Siamo nel 2014, il 1920 dove essere il minimo della risoluzione degli schermi di tutti voi
  16. Al lavoro c’è la magia di sfidare solo una persona. Me stesso. Ci sto riuscendo
  17. Barbalbero e Fabri Fibra hanno ragione da vendere. Quando nessuno sta dalla tua parte non stare dalla parte di nessuno
  18. Non si può controllare ogni singolo aspetto della vita. Nonostante siano ancora i dettagli a fare la differenza
  19. Tutti buoni a fare gli espertoni di calcio solo quando c’è il mondiale
  20. Ok e chi non lo fa?
  21. Le priorità a corto raggio sono le più difficili da gestire. E hanno la capacità di concentrarsi tutte nello stesso momento
  22. Per la prima volta in vita mia ho vinto un concorso
  23. Non sono mai stato a NY prima dei 30 anni. Dopo averli compiuti ci sono andato 3 volte in 4 mesi
  24. Nessuno può uccidere le emoticon
  25. La musica in streaming sarà lo standard del futuro
  26. Avere un ADSL che funziona è solo culo. Solo e soltanto culo
  27. Nessuno è mai troppo giovane o incompetente per non essere considerato
  28. Her. Ho timore a riguardarlo
  29. Queste pagine sono tra le cose a cui tengo di più. Sono me
  30. Grazie mamma. Grazie papà
  31. Non mi importa più del compleanno, è solo un anno in più da aggiungere, un anno in meno da godere

Il Never Give Up di Simone farebbe di tanti posti, un posto migliore:

Il fondamento del “pensare positivo” sembrerebbe essere che a pensare negativamente ci si attiri addosso solo sventure. Ciò mi trova d’accordo. Ma non giustifica il pensare positivamente come soluzione*. Esiste infatti la terza via: pensare e basta. Che nella sua accezione naturale significa vedere il bicchiere e il suo contenuto senza focalizzarsi sul mezzo vuoto ma neppure sul mezzo pieno: è solo un dannato bicchiere.

È il bello e il brutto di navigare a vista. Si vede l’orizzonte, la mappa c’è anche se ancora poco decifrabile.

L’importante è non mollare mai.