Ventisedici

Ci risiamo. Era ieri che dicevamo è ferragosto, oggi è già finito il 2015. Come da tradizione il riassuntone di fine anno non poteva mancare! (Qui 2014, 2013,).

Come già detto un paio di settimane fa non è stato un anno da fuochi d’artificio, ma come Pozzetto ne il ragazzo di campagna: Ho interessanti prospettive per il futuro!

Torniamo ai post più importanti dell’anno:

Immancabile la top 3 degli album dell’anno:

Subito sotto non posso non menzionare un ennesimo debutto Mister Asylum degli Highly Suspect.

Menzioni particolari per le categorie rapcore e hip-hop:

Ad ogni modo è stato un’anno bello ricco in fatto di musica, impossibile da riassumere in poche righe. Last.fm continua a fare il suo dovere da 10 anni, quindi se volete spulciare la mia storia musicale di quest’anno ecco il link qui.

Mi piace chiudere l’anno e muovere i primi passi verso il nuovo con questo paragrafo dal blog di Bob Lefsetz. The Lefsetz Letter è uno dei nuovi blog scoperti quest’anno, parla di musica, è molto attento ai nuovi trend soprattutto quello streaming che mi sta tanto a cuore. Questo sarebbe un post dedicato interamente agli artisti desiderosi di lasciare il segno, ma ne prendo comunque in prestito l’incipit e cerco di farlo mio:

Try to be great. In a world of overwhelming incompetence, where everybody’s vying for attention, we seek and glom on to great, and tell everybody we know about it. Unfortunately, because of the plethora of information great does not ascend to the top of the totem pole instantly anymore, but it’s the first step in the ladder to success. Forget the penumbra, the social media, the marketing, they’re subservient to the underlying product/endeavor. Everything great sells itself. Sure, ultimately a push helps. But it’s amazing how you can gain traction with great and great only. Great is hard to achieve. You know it when you get there. Your whole body tingles, you smile, you’re self-satisfied, you don’t even care if anybody else sees/hears what you’ve created, but you know when they do they’re going to have a reaction. Don’t play it safe, play for a reaction.

Siate grandi. Buon inizio!

Felicità e blog. Riflessioni sospese

C’è che un altro anno sta finendo e si accende di piccole speranze inattese per situazioni a lungo cercate senza bene sapere se fossero quelle che realmente volessi.

Nonostante ciò, accadono continuano ad accadere e sempre accadranno. È passato in sordina quieto e veloce con rari picchi di pura gioia o di giornate da registrare nell’album dei ricordi.
Anzi, sono state più le piccole sconfitte personali. Niente di serio, ovviamente, se paragonate ai reali problemi di questo pianeta (riconducibili in ampia misura all’essere umano), ma è inevitabile notare come ci troviamo a misurare — o perlomeno è così che funziona per me e credo per tanti altri — il nostro grado di soddisfazione personale in base al conseguimento o meno di determinate aspettative od obiettivi che il più delle volte sfuggono al nostro controllo.

Indi per cui immagino che la ricerca del benessere, inteso come il sentirsi in pace con se stessi e il mondo, implichi orchestrare la nostra vita (se siete programmatori) o giornata (se siete fatalisti come il sottoscritto) per disporre ciò che possiamo influenzare a “guardare” positivamente verso la nostra parte.
Di conseguenza, imparare ad accettare quelle piccole sconfitte personali sopra citate come una serie di accadimenti, avvenuti per qualsivoglia ragione, come qualcosa di cui non abbiamo colpa è stata la ricetta migliore per affrontare questi 365 giorni che si stanno per chiudere.

Nessuno sa dire come essere felici, lo sapete solo voi ed è in generale una cosa troppo soggettiva per meritare una definizione universale, non c’è qualcosa che vada meglio di un’alta. Dal canto mio ho imparato ad organizzare il mio tempo, talvolta in modo anche egoistico, per fare dare e ricevere per poter provare ad avvicinarmi quanto più possibile ad essa.

Benché non sia tra le mie più stimate professionalmente, il post di un’attrice mi è passato davanti nelle settimane passate ed è stato condiviso da una moltitudine di persone più probabilmente perché faceva figo scimmiottare concetti tanto speciali così come si fa ogni giorno con tantissimo contenuto spazzatura. Per poi scoprire non essere suo, ma ad ogni modo sono le parole in esso contenute ad essere importanti:

“I no longer have patience for certain things, not because I’ve become arrogant, but simply because I reached a point in my life where I do not want to waste more time with what displeases me or hurts me. I have no patience for cynicism, excessive criticism and demands of any nature. I lost the will to please those who do not like me, to love those who do not love me and to smile at those who do not want to smile at me. I no longer spend a single minute on those who lie or want to manipulate. I decided not to coexist anymore with pretense, hypocrisy, dishonesty and cheap praise. I do not tolerate selective erudition nor academic arrogance. I do not adjust either to popular gossiping. I hate conflict and comparisons. I believe in a world of opposites and that’s why I avoid people with rigid and inflexible personalities. In friendship I dislike the lack of loyalty and betrayal. I do not get along with those who do not know how to give a compliment or a word of encouragement. Exaggerations bore me and I have difficulty accepting those who do not like animals. And on top of everything I have no patience for anyone who does not deserve my patience.

Meryl Streep quoted it as words she lives by!

Tuttavia mi ha aperto profondamente gli occhi, come diceva Gandalf nel film de Il Signore degli Anelli spetta noi decidere cosa fare del tempo che ci viene concesso e siccome la media delle persone si accorge di quanto passi velocemente troppo tardi, lo reputo sempre attuale per poter provare ad influire ancora maggiormente su quanto è in nostro controllo.

Da qui gli spunti per cambiare un comportamento o creare una nuova routine come dice Marco Montemagno in questo suo video, oppure, cosa che ha funzionato con me, provare ad aprirsi a nuovi punti di vista, nuovi cibi, nuovi generi musicali, nuove attività sociali e sportive etc. Con questi presupposti credo si possa comprendere più a fondo il significato delle parole di Maryl Streep.

Ora, ai più questi paragrafi appariranno una marea di vaccate scritte in preda al delirio da mancanza d’ossigeno dovuta alla pressurizzazione di questo aereo (Sono per la prima volta su un volo transoceanico AirFrance, scelta ottima. Evitate Delta e American Airlines come la peste) che mi sta portando a Los Angeles per lavoro, sprovvisto di connessione Internet, ma dopotutto un blog (nella sua primigenea concezione) è la miglior palestra per riflettere su certi aspetti dell’esistenza senza essere necessariamente dei filosofi, provando a stilare un piano per essere delle persone migliori o peggiori a seconda di cosa vogliate per davvero per voi stessi.

E sfido chi dice che non è più necessario chiamarli tali perché ormai sono troppo oscurati dall’ombra dei Social Network, come nel recente post di 6pixel…. Provate a raccontare voi stessi con la stessa riflessione su altri luoghi e poi ne riparliamo.

Ci avete mai provato? Potrebbe funzionare anche con voi. È una piccola cosa, ma mi è sempre stata utile in questi ultimi 8 anni in cui ho iniziato a scrivere sul serio, ma soprattutto a condividere. Sotto ogni punto di vista, lavorativo, sociale e da cui sono anche nate qualche piccole soddisfazioni.
Medium, Tumblr, WordPress.com sono tutti dei buoni punti di partenza gratuiti. Oppure Squarespace (che poi è la piattaforma che uso) se si vuole un po’ più di facilità creativa, ma con un mantenimento sul lungo senza troppi grattacapi.

Un bacio da Santa Monica e buona vita.

My Pizza is better than yours🍕

10 minuti in metropolitana sono buoni anche per un post. Sulla pizza al trancio 🍕.

Tutto nasce da una discinesia alla mia scapola destra. Un paio di volte a settimana devo andare dietro il Duomo di Milano a fare fisioterapia per tornare ad avere una spalla sana.

Oggi dopo mezz’ora di scrocchiamenti e dolori ho deciso fosse giusto premiarmi con una fetta di pizza da Spontini.

Spontini è una specie di istituzione a Milano. Fa una pizza che esula dall’idea che tutti abbiamo. Non è la ricetta napoletana, non è la tradizionale pizza bassa che tutti conosciamo.

È alta, cotta ad alte temperature e l’olio usato come ingrediente la fa sembrare quasi fritta al palato, aggiungendo quel tocco pieno in più una volta arrivati alla crosta.

Ci sono otto ristoranti Spontini a Milano. Tra gli ultimi in ordine d’apertura c’è quello sul finire della Galleria Vittorio Emanuele, in via Santa Radegonda, proprio accanto al Duomo di Milano.

Differisce da tutti gli altri per essere un locale dove si può mangiare solo in piedi o prendere una fetta di pizza da asporto. Probabilmente proprio per questa sua natura un po’ troppo effimera di consumo della fetta, non eccelle rispetto agli altri due ristoranti che ho personalmente provato. Mi ha fatto sorridere inoltre, pensando ai fast food americani, il cartello in cui si vieta il refill. Ma almeno hanno la Pepsi, e tanto mi basta.

Se proprio volete testare appieno l’esperienza Spontini dovete secondo me optare per il ristorante di via Papiniano, dove per me il gusto della pizza è sempre stato superiore agli altri.

Da non disdegnare, una variante simile, Griso1961 è una pizzeria al trancio in piazzale Maciacchini che propone una ricetta simile a quella di Spontini, ma con maggiori varianti di gusto e probabilmente meno calorica. Da provare anche lui.

Buona 🍕 a tutti.

Le stragi ai tempi di Facebook

Quando accadono meglio io ne stia lontano, almeno per qualche periodo.

A ogni strage assisto ad inconcepibile rincoglionimento di massa sottoforma di immagini e frasi pubblicate senza la benché minima cognizione di ciò che si sta pubblicando, con basi informative recuperate da wikipedia nella migliore delle ipotesi.

La solidarietà da social network è una forma pericolosa di perbenismo mista all’autoconforto di aver fatto l’azione più socialmente accettabile, sintomo di un approccio distorto ai problemi del prossimo condito dalla grossa incapacità di discernere l’essere dall’apparire.

Sarò un insensibile ignorante, bastian contrario e polemico, ma non riesco a partecipare ad un contesto dove le stragi vengono trasformate in tifo da stadio.

Voglio dire a cosa serve agghindare una foto profilo o una copertina di blu, bianco rosso e tatuarsi Liberté, Égalité, Fraternité sull’avambraccio? Cosa vogliate importi alle famiglie delle vittime se avete deciso di mostrare la vostra solidarietà su Facebook? Posto innanzi tutto che vi conoscano e che sia ben visibile a loro il vostro account.

Esatto, risposta esatta, una benamata mazza.

Tuttavia essere in pace con se stessi, sbandierando la propria appartenenza innalza i cuori e…a posto così, abbiamo fatto tutto per essere allineati con la massa e facciamo parte anche noi del carrozzone dei buoni.

Ed è per questo non mi vedrete mai schierarmi come un ultras con in colori di questa o quella nazione sotto attacco in quel momento. Ho preferito optare per un’azione più sensata, rintracciare amici in grado di essere raggiunti, sincerarmi delle loro condizioni offrendo il mio possibile aiuto. L’unica cosa avesse senso fare in mio potere in quel momento.

Proprio quando pensavo Facebook avesse assunto un ruolo di una qualsiasi utilità in un avvenimento del genere, permettendo di segnalare lo stato di salute di qualsiasi persona si trovasse nei paraggi, non meno di 24 ore dopo assisto ad un nuovo sfruttamento da curva di una tragedia di queste proporzioni.

Quando accadono meglio io ne stia lontano, almeno per qualche periodo.

A ogni strage assisto ad inconcepibile rincoglionimento di massa sottoforma di immagini e frasi pubblicate senza la benché minima cognizione di ciò che si sta pubblicando, con basi informative recuperate da wikipedia nella migliore delle ipotesi.

La solidarietà da social network è una forma pericolosa di perbenismo mista all’autoconforto di aver fatto l’azione più socialmente accettabile, sintomo di un approccio distorto ai problemi del prossimo condito dalla grossa incapacità di discernere l’essere dall’apparire.

Sarò un insensibile ignorante, bastian contrario e polemico, ma non riesco a partecipare ad un contesto dove le stragi vengono trasformate in tifo da stadio.

Voglio dire a cosa serve agghindare una foto profilo o una copertina di blu, bianco rosso e tatuarsi Liberté, Égalité, Fraternité sull’avambraccio? Cosa vogliate importi alle famiglie delle vittime se avete deciso di mostrare la vostra solidarietà su Facebook? Posto innanzi tutto che vi conoscano e che sia ben visibile a loro il vostro account.

Esatto, risposta esatta, una benamata mazza.

Tuttavia essere in pace con se stessi, sbandierando la propria appartenenza innalza i cuori e…a posto così, abbiamo fatto tutto per essere allineati con la massa e facciamo parte anche noi del carrozzone dei buoni.

Ed è per questo non mi vedrete mai schierarmi come un ultras con in colori di questa o quella nazione sotto attacco in quel momento. Ho preferito optare per un’azione più sensata, rintracciare amici in grado di essere raggiunti, sincerarmi delle loro condizioni offrendo il mio possibile aiuto. L’unica cosa avesse senso fare in mio potere in quel momento.

Halo 5: Guardians — La Recensione

Finalmente ci siamo. Il gran giorno è arrivato e da domani Halo 5 sarà disponibile sul mercato, esclusiva Xbox One. Una scelta precisa quella di 343 Industries: mostrare i muscoli di Xbox One lasciando perdere la passata generazione di console Microsoft.

Ho completato la modalità campagna a difficoltà normale in poco meno di 5 ore e ho gustato il titolo lasciandomi trasportare da una trama importante, i cui intrecci hanno necessariamente bisogno di una seconda ripassata con le modalità Eroica e Leggendaria.
Non fatevi ingannare da un periodo forse troppo breve per un titolo del genere, ogni missione lascia spazio a molte altre attività da compiere come recuperare dei file audio e i classici teschi. Quindi, se calcolate anche le altre difficoltà e la possibilità di ri-giocarla in co-op, la campagna guadagna un tasso di rigiocabilità molto molto alto.

Ricominciare. Questa è stata la mia parola chiave prima di scaricare il titolo sulla mia console. Ricominciare a rientrare nell’ottica del mondo Halo è stato più complesso del previsto dopo un anno di Destiny come FPS di riferimento. Tuttavia la dieta che durava dal 2012 è stata, come certamente saprete, sapientemente interrotta l’anno scorso con l’uscita della mastodontica edizione di tutti e 4 i precedenti capitoli nella Master Chief Collection.

Devo ammettere che ricordavo poco la trama di Halo 4, ma con l’avanzare in questo secondo capitolo della nuova trilogia tutto tornava alla mente.

La natura di Halo 5 è duplice, dal momento in cui si vive e respira per tutta la durata della campagna la dualità tra Locke e John-117aka Master Chief. Locke, incontrato già come attore in carne ed ossa nella web series Nightfall (e visibile sull’App Halo Channel, nda). I due Spartan, capitani rispettivamente della squadra Osiris e Blue Team, agiscono per il bene dell’umanità, ma al contrario di Master Chief, che ha in testa solo il ritrovamento di Cortana, Locke sa che deve raggiungere il suo rivale prima che tutto degeneri.

Non preoccupatevi troppo se la trama sembrerà confusa e con pochi punti chiari, sul finale (che non posso ovviamente raccontarvi per ragioni di embargo) tutto sarà più nitido, alcune scelte fatte in chiusura di Halo 4 saranno decisamente più chiare e si spiegherà parte del motivo per cui Cortana si è allontanata da John.

Come per gli altri 4 capitoli della saga, le ambientazioni e gli scenari tendono a uno spettacolo più cinematografico che videoludico, in alcune di esse sembra di trovarsi coinvolti in uno dei capolavori di Rare, estremamente colorati e quasi artistici. Gli intramezzi video saranno tanti, ma necessariocollante per comprendere le azioni da compiere poi in fase di gioco.
Una guida sull’obiettivo della missione sarà sempre disponibile premendo freccia giù sul D-Pad, a guidare lo scopo finale delle due squadre di cui prenderemo il comando man mano.

Devo ammettere che ho avuto una sensazione di estraniamento dai precedenti capitoli. Difficilissimo da spiegarlo scrivendo la recensione, ma è come se stessi ascoltando uno degli ultimi album dei Linkin Park cercando di paragonarlo con il primo. La ruvidezza e la volontà di mantenere spartani alcuni elementi di gioco delle prime edizioni di Halo hanno lasciato il posto ad un’evoluzione elettronica e quasi cyberpunk.

Insomma, quando mai si sono visti mega robottoniin stile Transformers in Halo? Siamo troppo abituati a degli alieni in stile Alien, e perdonate il gioco di parole.

Lascio a voi il giudizio su questo cambio stilistico, apportato principalmente su alcune tipologie di nemici, e forse elemento caratterizzante e differenziante dei prometeici.

Come dicevo, nel momento in cui saremo al comando della squadra Blue seguiremo l’ossessione di Master Chief per riuscire a comprendere dove Cortana sia finita, ma soprattutto come si sia evoluta in tutto questo tempo. Locke invece si dovrà occupare di fermare John-117, inseguirlo ed evitare di permettergli di raggiungere Cortana, spaventato dal fatto che Master Chief possa agire più per lei che per il bene dell’universo.

343 Industries ha lavorato molto bene nella realizzazione dei dialoghi e cut-scene per permettere a noi di godere dalle tante sfumature dei due protagonisti, cosa purtroppo poco vera per i momenti di gioco dove, se non per alcuni accorgimenti come la dotazione delle armi iniziale, si fatica a comprendere chi dei due stiamo impersonificando. Sarebbe stato bello dotare uno dei due di qualche particolare abilità in modo da sapere sempre chi si trovi sotto il nostro controllo. Ciò non pregiudica la giocabilità, ovvio, ma avrebbe garantito un’immersione maggiore nel cercare di raggiungere il finale che il titolo riserva. Quest’ultimo quanto mai incerto e con ampi rimandi a tutta la trama della saga.

La rapiditàesplorata e apprezzata durante il mio test della Betaqualche mese fa è rimasta intatta in quasi tutte le fasi di gioco, mentre in altre ho sofferto l’impossibilità di fuggire da nemici molto più rapidi di me, ma vi accorgete presto di chi sto parlando. Protettoreanyone?
Il jet-packfa bene il suo dovere, soprattutto in fase di planata e nel momento in cui dobbiamo atterrare in un luogo pieno di nemici e vogliamo un po’ di tranquillità.

Novità

Squadra

La più grande novità introdotta in Halo 5 è quella di affrontare tutta la modalità campagna a capo di micro squadre di quattro componenti. A noi ovviamente verrà lasciato il compito di impersonare Master Chief o Locke a seconda delle missioni, ma grazie al D-pad potremo impartire comandi ai restanti 3, come spostarsi in una particolare zona o affrontare un certo nemico, azioni che sono entrambe a portata di pollice.

Non ho particolarmente apprezzato l’assenza di divisione del team per obiettivi differentiall’interno della mappa. Se decidiamo di concentrare le forze di alcuni su un nemico differente da quello impartito, non sarà possibile procedere a meno di spostare tutta la squadra su un altro scontro.

InHalo 5 si muore pochissimo, si tratta piuttosto di una morte apparente. 343 Industries introduce la possibilità di ricevere cure dai restanti componenti della squadranel momento in cui gli scudi della nostra armatura non saranno più in grado di ricevere proiettili avversari.
Un altro elemento visto di recente in Destiny in modo da evitare un respawn da un check-point molto lontano temporalmente dal punto in cui siamo morti, ma che permetterà di proseguire la storia praticamente da subito, sarà infatti sufficiente premere il pulsante X per richiamare l’attenzione dei compagni e ricevere le opportune cure. Lo stesso si potrà fare nel caso in cui saranno loro a soccombere sotto le armi nemiche.

Cani

Onestamente mi chiedo come mai la presenza canina si sia affacciata così massicciamente nei videogiochi negli ultimi tempi, forse una mera carenza d’affetto di alcuni sceneggiatori/programmatori, tuttavia anche Halo 5 ha visto il loro arrivo.

Ci vengono gettati addosso dai prometeici praticamente fin da subito, e non so per quale motivo mi hanno ricordato moltissimo la veemenza vista nel primo Resident Evil ormai nel lontanissimo 1996.
Sono piuttosto facili da abbattere, occhio a non avere sempre l’arma con il mirino piantato, vi si posizioneranno alle caviglie senza neanche che ve ne accorgiate.

Spartan Companies

Non a tutti piacciono i clan, magari non si instaura un buon rapporto con i compagni di squadra perché qualcuno ha qualità superiori o inferiori alle nostre, oppure semplicemente perché si ha necessità di una caratteristica particolare per affrontare un combattimento.

343 Industries introduce le Spartan Companies. Navigando sul sito di Halo si avrà la possibilità di accedere a dei gruppi già creati, o crearne uno ad-hoc verificandone le caratteristiche di accesso basate sulla bravura nel gioco, ed entrarne così a farne parte e uscirne subito dopo, se lo ritenete opportuno.

Un modo differente di pensare i team di gioco, dando la possibilità così di conoscere in modo più frequente nuove persone dedite al mastodontico mondo di Halo.

Warzone

Sembra essere la modalità multiplayer più interessante, nonché una novità assoluta per i giochi FPS del 2015. Oltre alla classicissima Arena in cui sono presenti le modalità viste già nei precedenti Halo (Re della Collina, Cattura la Bandiera etc.), in questa nuova versione del gioco online non solo si viene divisi in squadre con la logica del rossi vs blu, ma vengono aggiunti alle arene anche i nemici che avrete imparato a conoscere durante la campagna in singolo o co-op.

Infatti, per fare punti e rubarne alla squadra avversaria risulterà fondamentale uccidere non solo gli umani della squadra avversaria, ma anche le IA già viste in pve, aggiungendo così un elemento di maggior competizione per una modalità ormai tra le più classiche. 25 punti, i più alti riscattabili con una singola uccisione, si realizzano terminando uno dei boss disponibili nella mappa, facilmente individuabili grazie alla classica riga bianca di energia sopra la loro testa nel momento stesso in cui si inizia a sparare.

Più uccisioni si totalizzano, più armi e veicoli si avranno a disposizione durante il respawn. Sarà quindi possibile rinascere a bordo di un Ghost o Banshees, Warthogs, Phantoms e iniziare a volare liberamente così da investire in pieno gli avversari. Oppure si avrà la fortuna di pilotare il nuovissimo robottone Mantis, avendo la sensazione di essere un po’ dentro Titanfall.

24 giocatori nella stessa mappa oltre ai nemici controllati dall’AI è tanta, tantissima roba. Nessun rallentamento quando l’ho provato pur avendo una misera 7 Mega casalinga. Bravissimi!

Credo sia la modalità che garantirà a Halo 5 il successo online di questa stagione videoludica che sta per aprirsi e si concluderà l’anno prossimo di questi tempi, in cui probabilmente vi staremo parlando di cosa Destiny porterà di nuovo sulle nostre console.

Forge

In quella che 343 Industries descrive come la più grande Forgia mai vista, Halo 5: Guardians permette ai suoi giocatori di tornare a utilizzare il mitico editor mappe, che vi permetterà di realizzare quello che passa per la vostra testa e sperimentarlo nel multiplayer. Tuttavia l’editor non sarà disponibile prima di dicembre, ma con oltre 1600 elementi di editing e nuovi controlli credo che l’attesa sarà ben ripagata.

La parte online vedrà l’arrivo di 20 mappe giocabili a partire da domani, e si arricchirà di ulteriori 15 DLC gratuiti da qui a giugno 2016, con dei lanci scaglionati. L’unica speranza è quella che non si verifichino gli stessi problemi che hanno afflitto la Master Chief Collection; ancora ricordo i tempi di attesa biblici per giocare online, troppe settimane dopo l’uscita del titolo a causa di problemi tecnici.

Conclusione

Halo 5 tratta il tema del viaggio, sicuramente troppo breve rispetto alle aspettative. La presa di coscienza di entrambe le squadre che andremo a controllare, ci farà accorgere (al finire di tutto) di aver compiuto un iter tra chi cercava risposte e chi inseguiva questi ultimi. Un viaggio che ancora una volta vi farà amare alla follia la saga, oppure vi allontanerà drasticamente da essa.
Tuttavia mancano ancora troppe risposte all’appello per sapere come tutto andrà a finire. Ve ne accorgerete non appena poggerete il vostro pad. È il gioco del momento per Xbox One insieme a Forza Motorsport 6, ma per capire davvero ciò che si sta affrontando reputo imprescindibile il giocare ai precedenti capitoli, altrimenti si capirà ben poco della campagna singola. Se invece siete alla ricerca di un gioco godibile solo in multiplayer, non troverete nulla di meglio.

Terrazza Triennale: Osteria con Vista

Una serra sospesa su Parco Sempione, la skyline e la madonnina a fare da panorama, un edificio artistico degno del luogo in cui risiede.
L’ Osteria con Vista della Terrazza Triennale si presenta così. Nonostante le nuvole minacciose con Michela ci siamo accomodati nella parte esterna dell’ultimo piano del palazzo omonimo, in attesa di degustare la cena.

Dato il contesto, mi aspettavo una cucina sofisticata, dove una volta posata la forchetta ci si alzava ancora con i crampi allo stomaco. Invece perfette le quantità, sazi e felici.
Con Michela (lei ci era già stata) ci siamo accomodati, accolti da uno staff davvero cordiale, e ci siamo fatti guidare dal tocco dello chef stellato Cerveni.

Purtroppo per voi i miei piatti non hanno la medesima scenografia di quelli di pesce (non ne mangio), ma posso garantire l’eccellente sapore di materie prime ad alto tasso qualitativo.

Apriamo con un omaggio della casa, passato di piselli con burrata, quest’ultima sin troppo liquida e annegata nell’olio, ma al gusto il tutto si amalgamava nelle giuste quantità, senza schiacciare i sapori dei tre ingredienti.

Ci siamo divisi come primo gli stracci al grano arso al pesto ai pistacchi, del quale non ho una foto decente, forse il piatto più caratteristico tra tutte le portate. Il sapore quasi amaro dei legumi verdi si scaglia con precisione contro il sapore dei pistacchi e del basilico, creando un’amalgama perfetta da accompagnare al sapore ruvido della pasta scelta.

Metti insieme poi della carne cruda e tartufo e io sono pronto a qualsiasi cosa. Cattura la mia attenzione alla prima sfogliata del menu la, crollo completamente quando il cameriere annuncia essere il piatto migliore tra i secondi.
Ora, su altre 4 opzioni disponibili, 3 sono di pesce, quindi non posso essere che concorde.

Sul dolce la mia scelta cade sulla crème bülée al tè nero, limone candito e sorbetto alle more. Trovo la mescola degli ingredienti ineccepibile. il mio palato si contrare e non poco al contatto con il limone candito. Effetto caramella zuccherata, decisamente fuori luogo in un piatto già colmo di zuccheri.

Parte della cucina a vista, le ampie vetrate, sembrano suggerire un ambiente desideroso di abbracciare gli spazi verdi circostanti, benché con la testa bassa sul cibo, la sensazione è quella di essere in un picnic piuttosto che con le gambe sotto al tavolo.

Questo per certo favorisce l’immersione nel contesto, assaporare il cibo non facendoci quasi caso. Il ristorante eccelle per stile e accoglienza, livellerei personalmente la scelta con l’aggiunta di qualche piatto esclusivamente vegetariano, ma credo che limitare poche pietanze per portata sia la scelta giusta per qualsiasi tipo di esercizio.
Concludendo, si, ve lo consiglio.

P.s. non fatevi distrarre troppo dalle sciure milanesi imbruttite, o dagli arricchiti in fase di pavoneggiamento con giovani rampolle da sfoggiare in pubblica piazza.

P.p.s. Sebbene abbia preso solo un calice, non inserito nella lista dei vini in carta, mi sono ritrovato costretto a fermare il cameriere per una foto di rito. Il vino scelto è tra i più buoni mai assaggiati in vita mia. Neo Zelandese, Sauvignon Blanc, il Bishop’s Leap ha un gusto fresco e leggero, particolarmente fruttato e non fa a pugni con tutta la carne rossa ingurgitata.

Giudizio finale:

★★★☆

Terrazza Triennale — Osteria con vista
Indirizzo: Viale Alemagna Emilio, 6, 20121 Milano
Telefono:02 3664 4340

Ant-Man. Recensione a due

Probabilmente la cosa migliore da fare prima di andare a vedere un film Marvel su un nuovo super eroe mai apparso in pellicola è quella di cercare di scoprirne le origini cartacee.

L’avevo fatto in gran parte con gli X-Men e con i miei 300 e passa numeri da collezione, ma non altrettanto con gli Avengers — che personalmente reputo un gradino sotto — o con Spider-Man. Quando ho sentito parlare di Ant-Man, attraverso l’annuncio della produzione cinematografica, ho deciso di raccogliere un po’ di documentazione, perlomeno comprendere da dove provenisse un’idea tanto bislacca.

Il primo Ant-Man, l’originale Hank Pym, appare per la prima volta in fumetto nel 1962 in una storia intitolata The Man in the Ant Hill. È la storia di uno scienziato travolto dall’epifania della scoperta di un serio in grado di rimpicciolire le dimensioni di qualsiasi cosa, corpo umano compreso, ma soprattutto quella di riuscire a controllare qualsiasi specie di formica vivente.

Ho parlato di primo Ant-Man perché quello che vedrete al cinema è in realtà il successore di Pym (interpretato da Michael Douglas), Scott Lang (interpretato da Paul Rudd).
Pym ci viene presentato come anzianto scienziato in pensione, in lento declino e al quale hanno appena sottratto l’azienda da lui stesso creata.
Quello che non viene detto però è che il Pym nei panni di Ant-Man nei decenni passati ne ha combinate più di Bertoldo e la Marvel dopo avergli fatto prendere parte alla fondazione degli Avengers, gli ha dedicato ruoli marginali nei fumetti, quasi quelli di un anti-eroe.
Polygon ha fatto un ottimo sunto del suo travagliato passato proprio qui, oppure nella versione italiana di BadComics.

Passiamo al film, le premesse fondamentale da fare sono due. La prima, per questa specialissima occasione ho visto la pellicola insieme a Francesca che mi aiutò qualche mese fa nel dettagliatissimo approfondimento su The Interview, la seconda è la location.
Siamo entrambi in vacanza in Sardegna e l’offerta strutturale e architettonica è quella del cinema all’aperto, con tutti i suoi limiti dal punto di vista qualitativo audio-visivo.

Ovviamente non abbiamo perso tempo e visto la compresenza ci siamo buttati nella recensione del film, ognuno col suo punto di vista.

ANDREA

Il film
Inaspettatamente ricco di scenette tipiche delle commediole americane. Una scelta in continuità con Avengers: Age of Ultron con Tony Stark nel ruolo del giullare di corte, qui lasciato al giovincello Scott Lang.
Nei primi 30 minuti non sembra nemmeno di essere in un lungometraggio della Marvel, piuttosto nei momenti salienti prima di un colpo milionario di Fast and Furious, con piani studiati con dovizia di particolari per poter trafugare la tuta di Ant-Man con tecniche degne di MacGyver.
L’inconsapevole protagonista è il ladruncolo Scott Lang, in cerca di riscatto dopo qualche anno trascorso in prigione. Raccolto sotto l’ala protettrice del magnate Hank Pym e la sua dubbiosa figlia Hope per essere trasformato in un super eroe.
Niente di più tradizionale, Davide contro il Golia bramoso di potere e come sempre in grado di minacciare il mondo fanno da sfondo a un film d’azione mediocre, con tanti, troppi momenti poco approfonditi dove si sarebbe potuto caratterizzare maggiormente il personaggio di Scott.
Tuttavia l’impepata di risate e il lieto fine lasciano uscire dalla sala tutti contenti e con applausi per un eroe poco conosciuto e balzato sotto i riflettori di punto e in bianco.
Non andate via dopo i titoli di coda, ci sono due sequenze importanti per l’apertura di un sequel e di un intreccio di storie con il filone Avengers.

Attori
Nutro simpatia per Paul Rudd con una stima radente allo zero, tuttavia credo sia stata una scelta azzeccata farlo uscire da ruoli tipicamente comici o melensi e metterlo alla prova con un vero film d’azione.
Grande spazio e consacrazione di due attori resi famosi da serie televisive come Bobby Cannavale, visto in Chef, ma soprattutto scoperto con l’egregia interpretazione di Gyp Rosetti in Boardwalk Empire e Corey Stoll, l’underdog con un destino funesto in House of Cards.
Michael Peña merita menzione a parte per l’interpretazione dell’idiota sempre presente al momento giusto.

Domande e considerazioni
Come ogni super eroe che si rispetti, anche Ant-Man ha una sua nemesi, non rappresentata da un nemico in carne ed ossa perenne come Joker per Batman o Skeletor per He-Man, ma piuttosto da una situazione costante come la kriptonite. Per Ant-Man è il pericolo di rimanere sprovvisto di quel siero in grado di riportarlo a dimensioni normali, se si restringe una volta in più del dovuto chi sta dentro la tuta è spacciato per sempre ritrovandosi in un paradosso spazio-temporale.
Il film mostra come la moglie di Hank Pym sia morta proprio per questo procedimento durante il quale si è ritrovata a restringersi all’infinito entrando in un mondo sub-atomico. Si parla di fisica quantica, luoghi ancora poco esplorati dalla scienza contemporanea e cercata di rappresentare come un luogo psichedelico dal regista nel momento in cui anche ad Ant-Man tocca la medesima sorte, salvo poi salvarsi per il rotto della cuffia.
La prima domanda è stata, ma una rappresentazione del genere è veritiera? Perché non esiste gravità in un eventuale mondo fatto di particelle più minuscole dell’atomo e vedevamo Ant-Man fluttuare come un novizio astronauta?
Mi sarebbe piaciuto vedere un’approfondimento maggiore sul profilo di Hank, perché ha creato questo tipo di particella, perché è voluto diventare Ant-Man. Spazio per un prequel? Vedremo tra qualche anno.

Francesca e il sottoscritto prima della visione!

Vi lascio nelle sapienti mani di Francesca!

FRANCESCA

Tesoro, mi si è ristretto il capolavoro

Considerazioni preliminari. Riguardo a questo film, molte sono le osservazioni ma uno solo è il quesito:

Tesoro, mi si è ristretto il capolavoro.

Considerazioni preliminari. Riguardo a questo film, molte sono le osservazioni ma uno solo è il quesito: cosa ne sarebbe stato di Ant-Man se solo Edgar Wright non avesse abbandonato precocemente il progetto?
Sì perché Ant-Man è la prima gestazione esplicitamente travagliata della Marvel Studios.

Qualche avvisaglia l’aveva già lanciata Mickey Rourke con Iron Man 2, rilasciando dichiarazioni molto poco lusinghiere contro la produzione, ma suscitando poco scalpore visto anche il carattere notoriamente bellicoso dell’attore. Pare che al colosso Disneyiano la creatività, ma soprattutto l’autorialità, non vadano proprio a genio.
Il tanto odiato Thor di Kenneth Branagh sembra essere l’unico ad aver seminato furbescamente dando frutti a lungo termine (ci ha portato il miglior villain di tutta la filmografia Marvel e ha introdotto il conflitto shakespereano, fonte inesauribile di idee per arricchire uno script, nella saga degli Avengers), tant’è che si vocifera che il regista inglese sia stato ricontattato per il prossimo Thor. Edgar Wright, giovane regista britannico che sarebbe miope non definire un genio, maestro nel giocare tra i generi azione, fantascienza, catastrofista e comico-demenziale, è a tutti gli effetti un Autore che scandisce a chiare lettere la firma sulle sue, poche, opere. E tuttavia, da grandissimo amante del fumetto e idolo indiscusso dei nerd nel pianeta, sembrava perfetto per confezionare un piccolo film senza troppe pretese di incassi ma destinato a diventare un istant cult per gli intenditori, per un piccolo eroe come Ant-Man.

Ma evidentemente il conflitto genitoriale, con gli studios ripetutamente pronti a mettere mano sulla sceneggiatura di Wright al fine di poter inserire il lavoro nella saga degli Avengers, si è spinto a tal punto da determinare la rottura della collaborazione iniziata nel 2006. Sebbene Wright l’abbia cancellato subito dopo, il delizioso ‘selfie’ twittato nel maggio 2014 che ritrae Buster Keaton (che all’epoca si dichiarava pentito di aver abbandonato la sua casa di produzione indipendente per passare alla MGM) accigliato mentre regge un Cornetto Algida (rimando alla trilogia del Cornetto di Wright) ha fatto il giro del mondo e spinto Joss Whedon (Avengers) e James Gunn (Guardians of the Galaxy) a esprimere la loro seppur pedissequa solidarietà.
L’orfano è quindi passato alla regia di Peyton Reed (Yes Man, ironia della sorte?) e la sceneggiatura di Wright e Cornish è stata rimaneggiata da Adam McKay con il contributo di Paul Rudd (che avevano già collaborato per Anchorman), rendendo davvero difficile distinguere a chi attribuire ciascun elemento di comicità nei dialoghi, se alla coppia inglese o a quella americana. Edgar Wright è quindi il primo ma non l’unico genitore sfigato: il casting di Paul Rudd, che sembra essere stato fortemente voluto proprio da Wright, segna la svolta nella carriera dell’attore statunitense, relegato a ruoli comici fin dalla memorabile interpretazione del reporter ‘sul pezzo’ Brian Fantana negli splendidi Anchorman (2004) e Anchorman 2 (2013), non senza passare attraverso lavori dei molto discussi giocolieri della satira di costume (ma non solo) Judd Apatow (Molto incinta, 40 anni vergine) e Rogen&Goldberg (Facciamola finita). Tutti nomi e titoli quelli elencati fino ad ora che possono solo far eccitare un’amante della commedia come me. Paul Rudd è un ultraquarantenne che rischiava di terminare la sua carriera come attore comico senza sfoggiare come si deve le sue doti drammatiche e di scrittura. Problema risolto dato che ha firmato, come altri elementi del cast, un contratto multifilm con la Marvel.

Terminato l’antefatto, passiamo a qualche considerazione di natura pratica:

  1. Abbiamo visto il film nel cinema all’aperto di Santa Teresa di Gallura. Inutile dire che audio e video lasciavano molto a desiderare, che non c’era un posto decente per tutti e abbiamo dovuto assistere anche a qualche scenata, e che ci hanno fatto entrare a film iniziato impedendoci di comprendere il prologo e siamo usciti prima del termine dei titoli di coda senza poter apprezzare il secondo cameo. D’altra parte il clima ciarliero delle famiglie ci ha permesso di apprezzare la felicità dipinta nei volti di una folla di marmocchi, e questo a noi nerd abituati a usare la violenza contro altri nerd per accaparrarsi il posto migliore in sala Energia o all’iMax indubbiamente scalda il cuore.
  2. Andrea (al quale potete riferirvi per l’inquadramento del lavoro nell’universo fumettistico) ha tentato di compromettere le mie capacità critiche invitandomi a cena prima del film e facendomi mangiare e bere benissimo e come un cinghialino. Ho ricevuto una telefonata prima del dolce e penso che questa pausa mi abbia salvato la vita.

Recensione vera e propria con qualche spoiler

A mio parere quando si parla di un film Marvel c’è sempre poco da dire.
Col rischio di attirarmi l’odio di tutti, questi film sono tutti uguali, anonimi, del tutto prevedibili e destinati all’oblio. Wright non poteva firmare una cosa del genere perché la sua filmografia, a differenza di quella della Marvel, non è improntata unicamente al profitto. D’altra parte si può dire che Rudd sia salito sul treno per esigenze di carriera e per l’opportunità, poi persa, di lavorare con Wright; mentre alla Lilly, che aveva dichiarato che non avrebbe più preso parte a un film dopo la Hobbit, evidentemente è stata fatta un’offerta che non poteva rifiutare. Ad ogni modo si può fare qualche considerazione sulla trama. Innanzitutto qui gli eroi, e gli Ant-Man sono due: Henry Pym (Michael Douglas) e Scott Lang (Paul Rudd), uniti da una classicissima relazione mentore-discepolo buona per tenere insieme la trama. Entrambi hanno una controparte, e compagna, femminile (Evangeline Lilly per Scott).

Ant-Man era già operativo ai tempi della guerra fredda e questo lo pone di fatto come l’Avenger più anziano dopo Cap. Lo psicodramma familiare, il lutto, l’emarginazione, vengono attribuiti tutti a Michael Douglas per lasciare a Rudd la parte più fica. Anzi addirittura si può dire che la vicenda di Scott Lang sia in sostanza un’interpretazione in chiave comica (o una velata presa per il culo) dello stereotipo del cine-eroe Marvel: il difficile rapporto padre-figlia, parliamoci chiaro, un furbo come lui poteva risolverlo anche da solo e l’unico lutto da cui di fatto viene colpito è quello della formica Antony, momento ridicolmente peripatetico; e anche la battaglia finale col supervillain della questione, guardata da un normale punto di vista è solo una quasi silenziosa e del tutto inoffensiva caduta a terra di piccoli giocattoli per bambini. È come se Ant-Man e Lego Movie stessero discutendo tra di loro di quanto è futile e ridicola questa moderna cinematografia da green screen.

Quindi, visto il tono molto cazzone del personaggio, l’unico modo in cui riesco a interpretare il riflesso melanconico nello sguardo di Scott Lang e il continuo rimando alla ‘seconda occasione’ è proprio in senso autobiografico di Paul Rudd, che ricordiamo ha messo mano alla sceneggiatura. Il villain calabrone interpretato da Corey Stoll, che somiglia in maniera impressionante a Telly Savalas (da non confondersi col calabrone verde di Rogen & Gondry, unico supereroe cinematografico veramente indipendente) pur nella sua noiosa prevedibilità, conserva qualche elemento di psicopatia e funziona bene: peccato per la sua precoce dipartita.
Michael Douglas fa bene il suo lavoro e si diverte, sembra sia inarrestabile dopo Behind the Candelabra e verrebbe proprio da dire che il troppo cunnilingus, che come sostiene lui gli avrebbe fatto venire il cancro alla laringe, invece gli abbia fatto bene. Non c’è molto altro da dire: tutto fila molto liscio fino alla fine.

Meritano una speciale menzione i dialoghi comici che fanno ridere (in particolare legati al personaggio di Michael Peña che rivedremo) e quelli che molto britannicamente non fanno ridere (come la conversazione iniziale sul furgone) e i cameo del Falcon di Anthony Mackie, altro grandissimo attore rimasto nell’ombra se non per piccoli capolavori come Lei mi odia. E proprio come i loro interpreti Falcon e Ant-Man escono timidamente dall’ombra per prendere il posto di Cap e Tony Stark negli Avengers con il ruolo di carabiniere eroico ma un po’ ciula e di bad boy. Sì perché Paul Rudd sarà il nostro bad boy, sicuramente geniale (anche se è stato nel mondo subatomico e ne è uscito senza saperci dire se sono particelle, membrane o stringhe, ma d’altronde è un ingegnere) e dalla battuta pronta. Speriamo stavolta scritta da lui e non da spinoza.it come quelli di Robert Downey Jr, che cominciavano già ad annoiare.

E poi devo liberarmi di un peso dato che la recensione verrà pubblicata in ritardo visto che mia madre ha finito i giga per giocare a Burraco online e adesso dopo 12 ore di bestemmie devo prendere il suo laptop che sembra più un ordigno bellico e farmi un km a piedi per usare il wi-fi dei ‘vicini’: Paul Rudd è figo, dannatamente figo, come uomo e come artista; a differenza della giornalista di Anchorman io il profumo del desiderio lo sento tutto, e quindi seguirò con entusiasmo qualunque suo progetto.

Nel complesso Ant-Man è un piccolo film dall’enorme budget diretto senza pretese, il cui (grande) elemento di interesse riguarda la sceneggiatura, che conserva qualche bizzarria atipica rispetto agli altri episodi della saga. Non si esclude che anche lo stesso rimaneggiamento dello script possa aver contribuito positivamente (sempre che si possa essere entusiasti di un rimaneggiamento) al risultato finale, ma è difficile a dirsi specie per me che non sono una fine esteta e l’ho visto in italiano. È stato per ora un flop come incassi, valutato malino da rotten tomatoes (ma d’altronde è l’opinione del pubblico, quindi degli americani) e benino secondo il metro di valutazione metacritic (ma della critica comunque non c’è da fidarsi), ma il seme ormai è stato gettato e Paul Rudd è negli Avengers. Se non gli tagliano lingua e mani (che non sono strettamente necessari per una formica) ne vedremo delle belle.

Avrebbe potuto essere un capolavoro da vedere e rivedere se fosse stato diretto da Edgar Wright, questo è poco ma sicuro. Ma d’altronde la formica Antony non è uguale a tutte le altre, difatti Ant-Man/Rudd non la chiama con un numero ma le vuole trovare un nome, lascia di sè un ricordo indelebile anche dopo la sua dipartita (contrassegnata da un’emotività davvero forzata)

“Ma sta sicuro che ne pagherai le conseguenze!”

Chi avrà scritto questa battuta che non ha nessun significato a livello di trama? I candidati sono quattro, e ognuno avrebbe avuto una buona ragione per scriverla. Sarà una teoria stramba ma mi viene in mente quando al liceo studiavo i prologhi dei poemi epici e mentre il poeta si prodigava nella doverosa leccata di culo al mecenate di turno tra le righe si leggeva: “dannato imbecille, questo è il prezzo che devo pagare per fare il poeta; ma sta sicuro che tra meno di dieci anni nessuno ricorderà nulla delle tue ridicole imprese mentre è chiaro fin da ora chi sarà immortale”. Se la mia teoria fila comunque gliel’hanno lasciato scrivere.

Seguite le vostri passioni, non chi vi dice cosa fare

Stavo per andare a fare una pennica dopo le ore piccole di ferragosto, ma ho volutamente rinunciato — ho dovuto rinunciare — dopo la marea di troppo superficiali conclusioni del giornalista de Il Fatto Quotidiano Stefano Feltri su una diatriba di celolunghismo vecchia di decenni: le facoltà scientifiche sono meglio di quelle umanistiche, rovina, secondo lui, del futuro dell’Italia.

Nel primo post Feltri analizza un paper dove viene evidenziato come chi studia le materie umanistiche non guadagna, sarà un futuro disoccupato e, aggiunge lui, ha deciso di intraprendere una carriera di studi facilona perché non aveva voglia di impegnarsi in qualcosa di più complesso.

È giusto studiare quello per cui si è portati e che si ama? Soltanto se si è ricchi e non si ha bisogno di lavorare, dicono gli economisti. Se guardiamo all’istruzione come un investimento, le indagini sugli studenti dimostrano che quelli più avversi al rischio, magari perché hanno voti bassi e non si sentono competitivi, scelgono le facoltà che danno meno prospettive di lavoro, cioè quelle umanistiche.

I ragazzi più svegli e intraprendenti si sentono sicuri abbastanza da buttarsi su Ingegneria, Matematica, Fisica, Finanza. Studi difficili e competitivi. Ma chi li completa avrà opportunità maggiori, in Italia o all’estero.

WTF!?

Forse sono un prodotto atipico della cultura umanistica italiana, lavoro per una delle più grandi aziende al mondo solo perché ho avuto culo e svogliatamente mi sono trascinato a fare qualcosa di facile e veloce?

Ho respirato, ho riflettuto e mi sono detto andiamo a leggere questo benedetto paper catastrofista secondo il quale dovrei guadagnare poco o essere disoccupato. Fortunatamente l’aver conseguito una laurea umanistica, t’oh ma guarda un po’, mi ha permesso di imparare a leggere una ricerca e le ricerche si basano sulla statistica e su un campione di intervistati. E le ricerche producono risultati esplodendo i dati presi da campioni, ovverosia non necessariamente rispecchiano la realtà che raccontano.

Quello che mi sento di dire ai ragazzi italiani (ad esempio ho fatto lo stesso discorso a mio nipote di 18 anni) che stanno per scegliere la facoltà universitaria è lo stesso fatto da Marco in questo video:

Per trovare il lavoro dei vostri sogni dovete avere passione, lottare, combattere contro giganti così come dettagli piccolissimi, ma non permettete a nessuno di dirvi cosa non potete fare. No non è una frase da film, ve lo dico perché io lo sto sperimentando in questi primi 10 anni di carriera.

Mi sono laureato in Scienze e Tecnologie della Comunicazione, dopo 3 mesi esatti dalla mia laurea triennale benché fossi già iscritto ad un Master ho trovato lavoro. Ci vuole fortuna e trovarsi nel posto giusto al momento giusto, sono conscio di questo, ma senza la passione e la fermezza delle scelte che ho fatto non sarei dove sono ora. Ci saranno fallimenti e delusioni, porte in faccia, ma anche tante, tantissime soddisfazioni. Ve lo prometto.
Credete in voi stessi, alcune volte servirà accontentarsi, ma soprattutto non aspettatevi di guadagnare migliaia di euro il giorno dopo usciti dall’Università. Ci vuole tempo e dedizione, ma se si stabiliscono degli obiettivi li si possono raggiungere. L’Italia vi ferma? Uscite dal Paese e tornateci quando avete fatto quello che dovete.
Se il lavoro non c’è, come dice Marco, non aspettate e createvelo. No, non bisogna aver studiato Economia o Ingegneria per creare una start-up, per farlo servono idee, spirito di sacrificio e collaborazione.

Andiamo avanti. Nel secondo post Feltri invece si sente di dare spiegazioni più approfondite al primo:

se guardo al mio percorso universitario con la logica dello studio del Ceps, come investimento finanziario è stato ottimo. I miei genitori, non certo senza sacrifici, hanno investito parecchio sulla mia educazione. Solo di tasse universitarie cinque anni in Bocconi costano circa 50mila euro, più le spese come studente fuori sede ecc. Non potevo accedere a borse di studio e sostegni perché riservati alle famiglie con redditi più bassi della mia o a quelle degli evasori fiscali, che risultano poverissime.

La nomea dell’università e — mi piace pensare — le conoscenze e le competenze acquisite mi hanno permesso di trovare subito il lavoro per il quale mi stavo preparando, cioè il giornalista

Posto che chi si laurea in Bocconi si sente sempre un gradino sopra gli altri. Il paragrafo su riportato mi ha dato da pensare. Il sunto che ne faccio è l’equivalenza ho pagato 50.000 euro di tasse universitarie = mi sono comprato l’accesso al mondo del lavoro
Ah si, seconda osservazione. Fare il giornalista non è una professione umanistica? Forse ho perso io qualche pezzo.

Ma arriviamo al capolavoro finale:

Dal lato delle scelte collettive, cioè le politiche pubbliche, dovremmo tutti chiederci se ha senso sussidiare pesantemente università che producono disoccupati e formano persone che nessuno sente il bisogno di assumere o retribuire adeguatamente. Tradotto: meglio avere molte facoltà di filosofia e scienze della comunicazione o chiuderne qualcuna e magari dare più incentivi alla ricerca in campo chimico o elettronico? Parliamone.

Quindi chi lavora nelle PR, Marketing, Comunicazione; Digital PR, Social Media, Art, Copy, etc. etc. etc. che sono solo una piccolissima parte del mondo umanistico dovrebbero placidamente sparire lasciando il mondo del lavoro a chi si è acculturato a suon di numeri e teoremi matematici, tanto sapranno coprire le lacune lasciate dai primi.
Certo.
Chiedete ad un ingegnere di non essere analitico, poi vediamo come le aziende per le quali andrete a lavorare o le vostre, se ne creerete, una saranno in grado di comunicare efficacemente.

Nessuno dice che le materie che si studiano nelle facoltà che garantiscono redditi bassi e disoccupazione siano da disprezzare (con qualche eccezione, magari, ma di corsi inutili se ne trovano ovunque). Anzi, spesso sono interessantissime e cruciali per la nostra formazione come individui. Ma quello che forma l’individuo non necessariamente è utile anche a formare un lavoratore.

Ancora. Ancora una riflessione dove chi lavora deve essere una specie di disadattato costretto a spendere delle ore della propria giornata tirando fine mese facendo qualcosa che odia, solo perché è così che funziona l’Italia.

Cazzate. Tutte emerite cazzate.

La verità è che questo Paese necessità di qualsiasi tipo di figura lavorativa, disquisire sulla carenza di sforzi in ricerca scientifica ha poco a che vedere con la scelta della facoltà universitaria.
Vero è che ce ne sono alcune in grado di avere un impatto più forte e immediato sul mondo lavorativo, il quale sta subendo una trasformazione tecnologica e digitale senza pari. Indi per cui sono anche io convinto che un laureato in Informatica abbia più chance di uno storico specializzato in guerre puniche.
Ma questo Paese non andrà in declino per troppi laureati in Lettere o Filosofia, i problemi legati alla disoccupazione sono ben altri e completamente distaccati dal sistema educativo da scegliere a 19 anni.

Caro Stefano, come vedi anche i numeri scritti nero su bianco possono non raccontare la realtà e cosa davvero succede in Italia. Perché come me conosco decine di ragazzi con il mio stesso percorso di studi o similari che ce l’hanno fatta, sono affermati e rifarebbero la stessa scelta ad occhi chiusi, considerando un passo fondamentale l’aver snobbato una facoltà non umanistica.

L’Erba Brusca. Ristorante con orto.

Erba Brusca nasce come prosecuzione di un vecchio e glorioso locale milanese, l’Osteria del Tubetto, che Alice Delcourt insieme a Cesare Battisti e a Danilo Ingannamorte del Ristorante Ratanà hanno deciso di recuperare.
Al confine tra campagna e città, dove una volta c’erano le marcite e tanta acetosella, ovvero l’ erba brusca, nei campi, il ristorante si propone proprio come anello di ricongiunzione con la dimensione rurale cercando di non replicare clichè.

Queste poche righe d’introduzione accompagnano il sito de l’Erba Brusca, il ristorante gemello de il Ratanà (qui descritto perfettamente da Sybelle), si trova poco fuori il perimetro cittadino, imboccando la strada del naviglio pavese.

Sebbene imboccare le vie della città in una calda serata di luglio, dove il termometro fatica a scendere sotto i 35°, per pasteggiare in un locale all’aperto possa sembrare una scelta azzardata, l’Erba Brusca è organizzato con un dehors in grado di mantenere la freschezza pur senza l’aria condizionata.

Il locale ha sfruttato parte dello scenario bucolico circostante gettando le fondamenta della propria cucina con il coltivato curato in loco. La quasi totalità delle materie prime presente nei piatti cresce infatti nell’orto a vista di tavolo.

Con in mente quindi i cicli stagionali del cibo, il menu è soggetto ad un cambiamento quotidiano, con l’interessante opzione alla cieca” dove i piatti proposti sono sconosciuti e non sono quelli presenti nella lista di giornata.

L’Erba Brusca non è un ristorante della tradizione milanese, come facilmente intuibile dalle pietanze in menu, ma propone una combinazione di elementi tipica della cucina biologica.
Ho voluto provare la proposta alla cieca con 4 portate, composta da 2 antipasti, 1 primo e 1 dolce.

La combinazione anguria, cipolla rossa, feta, pomodorini e foglie di menta è stato il primo piatto e sicuramente il più apprezzato. Il sapore forte della cipolla veniva bilanciato perfettamente dal sapore zuccherino dell’anguria.
Nel secondo piatto ha vinto il sapore deciso. Troppo per i miei gusti. La crema di peperoni superava e copriva in toto il gusto delicato del daino, lasciando il palato infiammato per qualche minuto. 
Il cous-cous ha rinfrescato gli animi, ma non si è esaltato per qualcosa in particolare. Leggero e delicato ha subito purtroppo troppe influenze dell’erba cipollina che speravo venisse coperta dalla crema allo yogurt.

Probabilmente l’atmosfera di un luogo deputato ad un’attività strettamente legata al benessere assume la medesima importanza delle pietanze consumate. Tuttavia se la seconda ha la meglio sulla prima sarà sempre un posto in cui tornare nonostante tutto, al contrario invece si fa un po’ più fatica. 
La gentilezza, il luogo, la cura per i dettagli e l’idea di cucina proposta da l’Erba Brusca meritano decisamente una seconda chance, magari questa volta scegliendo direttamente dal menu tra i gusti a me più affini.

Mantenendo la solita metrica, ecco il parere finale:

★★☆☆

L’Erba Brusca
Alzaia Naviglio Pavese, 286, 20142 Milano
02 8738 0711

Perché arrivo in ufficio presto

Benché mi piaccia da morire dormire, il mio corpo si rifiuta di farlo dopo una certa ora. Weekend qualche ora in più, ma non mi troverete mai a letto oltre le 10.30. A meno di essere un seguito a una serata particolarmente intensa 😜.

Non arrivo in ufficio prestissimo, ma diciamo intorno alle 8.45 sono seduto davanti al mio monitor, spesso e volentieri da solo. Alcuni arrivano poco dopo, altri dopo un’abbondante mezz’ora. La bellezza della flessibilità del nostro lavorare da ovunque siamo ci dà ampio margine di manovra.

Tuttavia non riesco a fare a meno di quei 20 minuti di completa solitudine, dove ancora le piramidi di email devono ancora iniziare e riesco a concentrarmi su come iniziare bene la giornata lavorativa.
Ci pensavo durante la vacanza di settimana scorsa e a proposito ho trovato un paio di post recenti sull’argomento che mi hanno fatto sentire meno solo. Il primo di Fast Company. Qui si puntualizza molto sul discorso di inserire anche un’attività fisica tra le 7 e le 9 di mattina, ma qui davvero è una cosa più forte di me. Tuttavia, uno spunto in cui mi riconosco è il seguente passaggio:

According to researchers Mareike Wietha and Rose Zacks in an article published in the journal Thinking & Reasoning, working early in the morning, when you’re still groggy, promotes greater insight, problem solving capabilities, and creativity when compared to starting the day after 9 a.m., when you’re feeling more alert and awake

L’ altro di Mitch Joel, blogger e ceo di un’agenzia di comunicazione in Canada, da cui estraggo questo:

The early morning offers the sacred hours. The family is off to school. The hum of emails and meetings have yet to commence. The distraction of social media is a dull roar. It’s all about focus. The ideas seem fresh. The real work is done, because there are no interruptions. The caffeine from my morning coffee is just kicking in. The world is filled with boundless ideas and opportunities.

Si insomma. Le rotture di scatole a quell’ora ti danno quantomeno la parvenza di non essere ancora cominciate.