Sunshine State of Mind

Scrivo queste righe pochi minuti prima di chiudere la valigia, consegnare la macchina all’aeroporto e ritornare in Italia.
Miami è la settima città degli Stati Uniti visitata dopo Los Angeles, San Francisco, New York, Las Vegas, Atlanta e Seattle. Ho prenotato a febbraio, decidendo di costruire la vacanza senza nulla di organizzato.
Quindi se cercate la vacanza con cocktail in mano, da passare sdraiato in piscina a dormire con gli occhiali da sole perenni e uno scocchiare di dita per chiamare “Garçon..”, questo post allora non vi riguarda.
Non vuole essere esaustivo, è solo la raccolta di quanto sono riuscito a vedere e vivere in 5 giorni.

Dove stare e come muoversi
Se potete permetterveli a South Beach credo ci siano alcuni tra i più costosi hotel degli Stati Uniti. E se comunque l’esser serviti e riveriti in vacanza è una priorità, meglio puntare ad un servizio simile. 
Altrimenti AirBnB è la risposta. Questa la casa prenotata, è costata meno di un hotel a 4 stelle, ha un parcheggio per l’auto gratuito, è in un punto strategico per raggiungere qualsiasi luogo della città in non più di 30/35 minuti.
Il servizio pubblico funziona magnificamente, ma credo la macchina sia piuttosto indispensabile. I noleggi costano molto poco, specie se presi direttamente in aeroporto, ho speso 200 dollari e qualcosa prenotando con largo anticipo. Ma se vi accontentate di una utilitaria (va più che bene) con un centinaio di dollari la portate via per 5 giorni.
L’alternativa meno costosa è Uber, consigliato anche dai proprietari di casa, soprattutto maggiormente sicura rispetto ai pullman e ai tassisti.
Se optate per la macchina vi consiglio di scaricare Here Drive Maps. È disponibile per tutti i sistemi operativi e scaricando le mappe prima di partire sarà un perfetto navigatore anche in assenza di 3G. Idem se siete a piedi, le mappe di Here vi orienteranno senza bisogno di connessione.

Cosa vedere…Cosa vedere?
Beh, per quello esistono milioni di siti e guide turistiche. Affondate da lì a piene mani, ma dedicateci almeno una giornata intera se volete fare tutto da voi. Occhio alle fregature. Sono tante e ben nascoste. 
Vi posso però dire cosa mi ha colpito:

  • South Pointe. All’estremo sud di South Beach. È l’imboccatura del porto ed è anche uno degli scorci migliori. Proprio di fronte c’è Fisher Island. Una delle poche isole naturali del circondario, la sola raggiungibile tramite traghetto. La sola dove per avere una proprietà devi avere almeno 3/5 milioni di dollari in banca.
  • Aventura Mall. Al momento penso il più enorme centro commerciale mai visto in vita mia
  • Wynwood. Il quartiere hipster. Sembra di stare nel posto più degradato degli Stati Uniti, svolti l’angolo e sei in una galleria d’arte a cielo aperto. Tutte le foto nella galleria qui sotto sono di questo quartiere.
  • Il faro e Key Biscayne. Key Biscayne è un mondo a parte. Sembra di essere in un villaggio dove il tempo e fermo e la gente non sa bene cosa stia accadendo al di fuori di esso. In macchina si va pianissimo, tutti salutano tutti. Estremamente pulito, ci sono solo giovani mamme in giro a pascolare i pargoli mentre fanno jogging spingendo il passeggino. Alla fine dell’isola si arriva al parco dove all’estremità c’è un faro e due targhe commemorative messe in croce

La città è veramente enorme, questi sono solo alcuni dei quartieri, ma ce ne sono molti altri meritevoli di visita e approfondimenti. Anche fuori da Miami, come Everglades e la visita a qualche coccodrillo. Magari la prossima volta.

Lingue e turisti
Sai l’Inglese? Bene. Sai lo Spagnolo? Allora sei in una botte di ferro. Qui è forse più parlato dell’idioma anglosassone, ed è bellissimo sentire i diversi accenti. Soprattutto quando mischiano nella stessa frase le due lingue. Altro che spanglish.
Non so se fosse il segno dei tempi, ma i turisti con maggior affluenza sono i brasiliani e i russi. Staccano di gran lunga tedeschi e francesi. Non ho incrociato molti italiani, spariti tutti finito il ponte del 2 giugno.

Meteo
Se dicono che pioverà a Miami, a Miami Beach non accadrà. O perlomeno non più a lungo di 15 minuti. Ecco magari se il tempo sembra guastarsi, buttate l’asciugamano vicino a uno dei baracchini sparsi per la spiaggia. Giusto per salvare i telefoni e oggetti di valore.

Musica
Nelle radio di Miami passano della musica terrificante. Ma brutta brutta. Hit di un anno fa almeno, sempre le stesse, oppure un costante mix di calypso e ritmi latini. Beh, c’era d’aspettarselo dopo tutto qui le influenze cubane e caraibiche sono fortissime.
Se volete viverla dal vivo sono stato al club LIV e nel locale caratteristico cubano Hoy Como Ayer.

Mangiare
Se amate il pesce, penso sia il posto giusto. Ma peccato, io non lo sopporto, quindi non potrò segnalarvi nulla di simile. Però qualche altro spunto posso lasciarvelo:

  • Colazione. Se sapete resistere a Starbucks o qualsiasi altra ipercalorica colazione americana abbiate in mente, allora recatevi da Delicious o Il Buon Pane Italiano. Sono gentili, hanno aperto da poco, nel primo c’è un caffè decente, nel secondo pane e cornetti come siamo abituati
  • Pranzo-Cena Se sei abbastanza fortunato, approfitta dei food truck sparsi per le strade. Altrimenti: Doma Bistro, BurgerFI, Joey’s, 900, Amami. Dipende cosa vuoi mangiare e in che parte della città ti trovi. Per tutto il resto c’è TripAdvisor.

Nonostante le immancabili artificialità ed esagerazioni tipiche americane — metà delle isole o pezzi di terra galleggianti di Miami sono artificiali, oppure ci sono ville in cui ogni palma importata dall’est Africa arriva a costare 10.000 $ l’una — Miami resta una città atipica. È una delle metropoli al mondo ad avere uno skyline così sviluppato e allo stesso tempo una spiaggia di così elevata qualità. Ed è probabilmente proprio perché ci sono così tante razze mischiate insieme e pochi puri e crudi americani a rendere Miami diversissima dalle altre grandi città degli Stati Uniti. C’è poca fretta, poca urgenza di arrivare, poco caos a parte un costante sottofondo musicale ad ogni block.
Sicuramente un buon compromesso tra relax e divertimenti.
In macchina ad esempio sembrano più o meno tutti rispettare i limiti di velocità, sarà per paura delle multe, ma raramente ho visto gente andare così piano in una strada a 8 corsie in mezzo a palazzi e attraversamenti pedonali.
Ci vivrei sicuramente per un paio di motivi. Fa sempre caldo in qualsiasi mese dell’anno. Potrei fare un bagno prima e dopo il lavoro. 
Senza nulla togliere all’assuefazione da Oreo.

Ps. Per la serie il segno dei tempi: Ho portato la reflex, ma ho scattato ben poche foto. Tutte con lo smartphone. È brutto da dire, ma è la verità.

Hardhome

La serie TV “ Il Trono di Spade” ha una grande fortuna. Avere come super visore lo scrittore dei romanzi da cui trae ispirazione. Sebbene, come ha chiarito spesse volte attraverso il suo blog, lo show prenda pieghe differenti rispetto ai libri, arrivando comunque sempre allo stesso punto narrativo, non posso che essere d’accordo con questa analisi della scena finale dell’episodio 8 della 5a stagione:

But nothing beats the last 20 minutes of “Hardhome,” one of the finest sequence of TV I ever hope to see. I could go on for hours about how fantastically assembled the scene was — the rising tension of Jon’s negotiations with the Wildings, the partial resolution that gets viewer to assume the conflict is over, the impossibly slow build-up of the undead army’s arrival — it was amazing. But the episode’s real power — and what it has turned the White Walkers into — comes from the relentless series of instantly iconic, jaw-dropping moments that reveal the Walkers are an ever-more powerful, terrifying foe.

Sono qualche capitolo indietro nella lettura dei libri, tuttavia non riesco a non immaginare le scene simili a quelle viste in TV mentre le sto leggendo.

Un bene? Un male? Non lo so.

Lasciare a qualcun’altro l’interpretazione della mia immaginazione non credo sia del tutto una cosa spregevole, tanto più se questa supera ogni aspettativa.

Nei romanzi si parla poco della vera minaccia che incombe sui domini degli uomini, la serie TV ha deciso di sottolinearlo pesantemente, mentre ancora non è stato fatto negli scritti. Ma è ora più che mai viva e presente, e salvo strani stravolgimenti molto difficilmente constrastabile con gli attuali mezzi a disposizione.

Ex-Machina

Di cosa parla e impressioni

Un milionario. Una quantità spropositata di soldi. La voglia di giocare a fare Dio. Sono questi i primi tre ingredienti nelle veloci sequenze che ci catapultano nella trama principale di Ex-Machina. Il titolo è già un presagio della fine. Ex-Machina, un richiamo preciso al risolutore finale.

Caleb è un giovane programmatore alle sue dipendenze, sul suo schermo appare un bel giorno la scritta “Hai vinto” da qui parte il viaggio verso la fabbrica di cioccolato dei nerd, la tenuta del CEO di Bluebook, un motore di ricerca molto potente. Ma invece di Willy Wonka, il magnate Nathan (interpretato da Oscar Isaac, ve lo ricorderete in Drive) riserva una settimana premio al suo impiegato in un vero e proprio centro di ricerca.

È riuscito nell’impresa. Ha creato l’intelligenza artificiale perfetta. Come? Sfruttando i dati del suo motore di ricerca per alimentarla, costruendone la fisionomia e le espressioni facciali utilizzando le fotocamere di tutti i cellulari presenti nel mondo, pur non avendone il permesso.

Si chiama Ava (che felice assonanza con Eva, il nome della prima donna creata da Dio), ha sembianze femminili, e se non fosse per il suo corpo percorso da cavi di fibra ottica a fatica la si scambierebbe per un’androide. Caleb è li per quel motivo, provare a constatare attraverso il test di Turing che in effetti è impossibile accorgersi della differenza.

Il concetto fila, sta in piedi, e non siamo tanto lontani nel tempo da un’altra storia a cui ho dato molto spazio un anno fa di questi tempi, Her. Come in Her, Ex-Machina affronta il tema tremendamente attuale di quanto l’uomo sarà in grado di tenere a bada le “macchine” di matrixiana memoria, e se sarà in grado di controllarle nel momento in cui le intelligenze artificiali avranno piena coscienza di loro stesse.

Se in Her le macchine decidono di ritirarsi dalla scena, in Ex-Machina abbiamo la sindrome alla base di Pinocchio. Nella favola di Collodi il burattino desidera più di ogni altra cosa al mondo di diventare un bambino vero. Allo stesso modo Ava è così avanzata da percepire di essere una macchina soggetta a miglioramenti, spegnimenti, modifiche e perdite di memoria. E farà di tutto per evitarlo.

Questo si esplicita quasi subito, nei primi dialoghi tra Ava e Caleb:

AVA
What will happen to me if I fail your test?

CALEB Ava –

AVA Will it be bad?

CALEB … I don’t know.

AVA Do you think I might be switched off? Because I don’t function as well as I am supposed to?

CALEB … Ava, I don’t know the answer to your question. It’s not up to me.

AVA
Why is it up to anyone? Do you have people who test you, and might switch you off?

La trama è fluida, prosegue spedita e le lacune individuabili in alcuni dettagli della stessa hanno il pregio invece di essere narrate senza soffermarsi troppo su di esse, rivelatasi poi una scelta stilistica molto acuta al termine del film.

Il tema è stato trattato in lungo e in largo nella storia del Cinema, tuttavia in Ex-Machina la semplicità con cui viene trattato aggiungendoci il restringimento del lasso temporale per cui ciò potrebbe effettivamente verificarsi lo presenta con la necessità di riflessioni maggiori su quanto potrà accadere da qui a qualche anno nell’ambito della robotica e intelligenza artificiale.

Il finale è inatteso e spietato, ma freddo e plausibile negli avvenimenti. Risolutori quanto basta per far corrispondere Ava a quello che realmente è.

Come è girato?

Il campo di ripresa è sempre pieno, di oggetti, di persone, di androidi. Questo fa pari con le sensazioni claustrofobiche del bunker in cui si svolge l’oltre 90% del girato. Spazi stretti, angusti ove non si può sfuggire né da se stessi, né dalla realtà artificiale creata per allontanarsi da quella reale.

È un pugno diritto in faccia, come a dirti “Dove stai andando? Tanto da qui non si scappa”. Chi ha diretto la fotografia poi ha fatto un sapiente uso di rimandi e similitudini. Davanti ad un quadro di Pollock, l’umano che gioca a diventare Dio sistemando il caos del mondo esprime tutta la solitudine di un arricchito in preda alle più becere manie di grandezza, senza uno scopo alcuno.

Concedetemi un ultimo parallelismo con Her. Come non notare anche in questo caso la splendida scena finale, dove viene scelto di chiudere con una serie di proiezioni di ombre di alcune persone intente a camminare.
Assumono un significato molto potente, i robot, le intelligenze artificiali o qualsiasi altra diavoleria ci inventeremo per farla assomigliare a noi, altra non è che la proiezione di noi stessi.

Non ho giudizi sulla colonna sonora, in quanto non si è fatta apprezzare, così come le ambientazioni eteree e prive di connotazioni in grado di risaltarle.

Gli effetti speciali sono così reali da sembrare quasi del tutto invisibili, morbidi e mai troppo accentuati. The Verge ha realizzato un breve documentario per raccontarli meglio:

Resta una pregevole esecuzione, sono certo questa estate tornerà a far parlare di sé.

Ps. se volete divertirvi creando una versione robotizzata di voi stessi c’è il sito: https://ava-sessions.com/

Pizzeria La Taverna — Milano

Se sei di Milano o ci hai vissuto per sufficiente tempo per sentirtene parte e hai un account Facebook, avrai sicuramente pigiato il bottone “Mi Piace” sulla pagina denominata “Il Milanese Imbruttito”.

Al di là della fenomenale raccolta di espressioni gergali per le quali molto spesso mi sento chiamato in causa in prima persona, la pagina si è evoluta negli anni anche in un blog che di tanto in tanto racconta la milanesità fatta di luoghi comuni, costumi, usanze e cibo.

Ricordo di essermi imbattuto già quest’inverno nella classifica delle migliori 5 pizzerie di Milano secondo loro, ma avendo già provato la prima, Piccola Ischia, ho deciso di testare la seconda: La Taverna in Via Anzani 3, Milano

Il locale è spartano, ma arredato con gusto, niente fronzoli, forno a legna a vista e spiccata connotazione partenopea. Ci sono circa una ventina di posti a sedere all’esterno, mentre dentro oltre ad una piccola sala appena entrati, ce n’è una molto ampia nei locali al piano seminterrato.

Nonostante la gustosissima bufala servita come antipasto, la presentazione della stessa nel piatto non è stata delle migliori. Il piatto forte resta ad ogni modo la pizza.

Croccante e ben cotta, risulta meno “gonfia” e liquida di tutte le pizzerie napoletane provate a Milano, tuttavia il poco sapore della pasta non lascia altrettanta soddisfazione al gusto quanto alla vista. Ottimo il pomodoro fresco.

Fosse stata un pelino più gustosa, avrebbe raggiunto il mio personalissimo olimpo. Ingiustificate le assenze di Spontini e de Il Griso di piazzare Maciachini per quanto mi riguarda, benché probabilmente siano da classificare in un’altra categoria di pizza rispetto alla tradizionale.

La Taverna di Via Anzani per me si prende 2 stelline su 4.

★★☆☆

Alla prossima degustazione!

The Order: 1886

Quando ci si appresta ad analizzare una nuova proprietà intellettuale bisogna farlo con un giudizio caratterizzato dal più ampio respiro possibile. Vuol dire semplicemente che il debutto su PS4 degli sviluppatori “Ready at Dawn” necessita di essere trattato con i medesimi crismi di un rookie NBA. Evitate di prestare troppa attenzione alla durata dell’esperienza, evitate di tirare le somme troppo velocemente. Piuttosto provate a considerare The Order: 1886 come il primo passo verso un mastodontico racconto di un contesto di una Londra vittoriana diventata leggendaria nella memoria dei più “soltanto” per un anonimo Jack abile a squartare prostitute.

Se per le altre esclusive Playstation delle quali ho scritto, vedasi The Last of Us, Journey e Heavy Rain, ho sempre avuto la sensazione di essere nell’estrema coniugazione possibile tra cinematografia e videogiochi, con The Order: 1886 ne ho avuta una diversa, forse meno coinvolgente dal punto di vista emozionale, ma è parsa chiara sin dall’inizio un’irrefrenabile associazione con la produzione letteraria del medesimo periodo storico. E come un libro di Mary Shelley o Dickens fatto di atmosfere scure, fumose e a volte fin troppo superficiali, questo gioco fa volutamente delle profondità altalenanti la sua principale caratteristica.

Benché siano richieste sette ore scarse per incrociare i titoli di coda, il mondo in cui si viene catapultati è uno sprizzare di dettagli da far venire i brividi a qualsiasi produzione hollywoodiana. Ambientazione, luci, oggetti, arredamenti, così come vesti ed espressività dei volti collimano in una minuziosa esplosione descrittiva possibile soltanto durante la fruizione di un libro. Tuttavia, mi ha personalmente mi ha lasciato perplesso l’interazione tra gli stessi elementi.

Durante il discorso ludico si viene trascinati verso un filo narrativo pre-confezionato, interagire con l’ambiente è pressoché impossibile così come gli stessi dialoghi. Tutto deve avvenire come stabilito dagli sviluppatori. Non è un free roaming, sebbene i nostri occhi bramino la rincorsa verso l’ignoto, ci viene chiesto di frenare le nostre pulsioni esplorative e di ascoltare. Il volere degli storyteller di Ready at Dawn, ma anche l’ottima colonna sonora quasi da Grammy.

Ascoltare una storia perduta quasi all’alba della civiltà, iniziata con la fondazione dell’Ordine dei cavalieri risalente ai tempi di Re Artù. Un ordine preposto alla difesa della città di Londra, ancora capitale del mondo moderno, dalla minaccia dei mezzo-sangue mostri metà uomini metà mannari. Come se non bastasse l’Ordine, la cui resistenza è preservata attraverso i secoli grazie alla Linfa Nera in grado di curare qualsiasi ferita e prolungare quasi all’infinito la vita dei cavalieri, si trova ad affrontare i primi dissidi interni fatti di corruzione e conquista di nuovi poteri.

Vivremo un’epoca re-immaginata da una tecnologia ancora visionaria per quel tempo, ma utile agli scopi del nostro protagonista cavalier Galahad. Addirittura aiutato dalle prime invenzioni di un giovane Nicola Tesla. Questa astuzia narrativa consente al nostro personaggio immerso in uno shooter in terza persona di imbracciare armi dalle potenzialità difficilmente viste sin ora dentro un gioco per console, pur mantenendo quasi fedelmente quanto la “ferraglia” di fine ottocento potesse mettere a disposizione.

Ed è così che sotto un cielo sempre più scuro a causa dei primi effetti dell’inquinamento all’alba causati dall’industrializzazione, siamo chiamati ad assistere ad un mix stilistico con pochi eguali nella libreria videoludica passata. I frammenti narrativi caratterizzati da filmati video, lasciano spazio in egual misura ai momenti d’azione. Quest’ultimi non vi impegneranno come ci si potrebbe aspettare, gli scontri con i vari nemici sono macchinosi, spesso ripetitivi, ma ben contro bilanciati dalla tipologia di confronto: quick-time event, stealth, scontri a fuoco, sniper.

Per questo motivo è così complesso classificare e categorizzare The Order: 1886 sotto un’etichetta prestabilita. Il gioco fa della narrazione un intreccio di dubbi e intrighi in cui il nostro intervento non è atto ad orientare un fil rouge già tracciato, ma piuttosto risolutore, lasciando presagire così un’inevitabile seguito utile a comprendere meglio certi accadimenti volutamente non esplicitati.

The Order: 1886 è un’opera d’arte. Un’opera prima. E proprio come quelle espressioni artistiche troppo complesse e allo stesso tempo spartane di difficile comprensione, il gioco prosegue senza sosta attraverso un filo sottile ove ai lati si rischia di scadere nell’eccessive lodi e dall’altra nella denigrazione assoluta.

The Order: 1886 è come una donna, forse è questo il paragone migliore, ove nella sua complessa semplicità risulta difficile da comprendere per cui non resta nient’altro che amarla.

Di Birdman, Whiplash e dell’accatastare legna

Il weekend appena trascorso ho fatto una full immersion cinematografica guardando prima Whiplash e subito dopo Birdman.

Di solito scrivo di film quando davvero mi lasciano qualcosa, questa volta invece nessuno dei due è riuscito a sedimentare e sviluppare un ragionamento interessante sulle idee proposte o semplicemente su una differente idea di raccontare una storia.

È stato strano vederli in sequenza. Il primo incentrato sul kit batteria da musica Jazz, il secondo con una colonna sonora fondamentalmente composta da una sola batteria (suonata proprio da un musicista Jazz, Antonio Sanchez).

Tuttavia, nonostante siano entrambi ben girati, con una buona fotografia, si perdono nei dettagli. In Whiplash i dettagli vengono sottolineati da un’inquadratura mostrando come diventino parte fondamentale del racconto. Ma restano fini a se stessi, non ci dicono di più della storia, se non arricchendo l’attenzione ad essi riservata dal personaggio principale. Birdman soffre dello stesso difetto. Ci sono tanti spunti, tante tracce da cui trarre spunto, ma che sembrano esaurirsi ogni volta su un binario morto e che invece avrebbero potuto portare la storia da tutt’altra parte facendola diventare soprattutto più interessante.

Birdman non mi è piaciuto. È stato un buon esercizio di stile del piano sequenza (non del tutto veritiero) e con una solerte interpretazione di attori con molta esperienza, molto consci del messaggio da far passare attraverso le battute del film. Sono piuttosto d’accordo con quanto scritto da Loffio sul suo blog, proprio su quell’effetto legna accatastata ma mai arsa. Tanta carne, forse cotta e consumata con troppa fretta e con dei bocconi troppo grossi.

Ma Birdman non è solo un film sulla voglia di essere qualcuno, è anche una denuncia del “Genocidio culturale”, per usare le parole del film, messo in atto da Hollywood. È un film contro i critici che fanno questo lavoro solo perché non sanno creare, ma anche contro chi si improvvisa artista, è un film sul teatro e le sue follie, è un film sulla fama, ossessiva e assillante, che cresce quando smetti di essere un personaggio e diventi il meme di un social network.

Per certi versi Birdman parla di chiunque abbia un blog, un podcast, una pagina Facebook, un account Twitter, uno spazio su un giornale, in teatro, in radio o in televisione. Parla di quella fastidiosa voglia di non voler mai scendere dalla cresta dell’onda, di sperare che ci sia sempre qualcuno a rendere la nostra vita un successo col suo acclamare.

Il problema è che proprio volendo essere tutte queste cose, finisce poi per non sviscerare nessuno dei vari temi come meriterebbe. Il regista sembra limitarsi ad accatastare ottime idee come fossero legna per il falò, senza mai incendiarle. L’unico vero monologo riguarda il bisogno di voler essere famosi, per il resto i personaggi e gli argomenti rimangono in sospeso, e ogni qualvolta in cui si potrebbe dire qualcosa di più arriva un bel movimento di macchina o una scena d’impatto che svia l’attenzione.

Non è semplice trasformare in racconto filmico momenti significativi dall’alto impatto narrativo. Così come non sempre sono necessarie 2 ore di film per poterle mettere in scena. La grandezza dei migliori registi probabilmente sta proprio lì, ma quando sembra di avere la sensazione di fare il morto su uno specchio d’acqua molto grande, invece di immergersi per ammirare la barriera corallina, allora lo storyteller si dovrebbe prendere tutto il tempo necessario, sfidando magari le regole imposte dal mercato cinematografico.

U Barba. Osteria Genovese

Se dovessi pensare al mestiere della vita, oltre a scrivere di videogiochi, probabilmente sarebbe quello di dedicarmi alla critica gastronomica. Sebbene abbia, con leggero o scarso successo decidete voi, con il passare degli anni affinato le tecniche di scrittura, non credo di essermi mai applicato a sufficienza ad un’attività (Visintin afferma non essere un mestiere) per la quale non sento ancora di non possedere sufficienti terminologie a vocabolario.

Strano a dirsi, avendo in famiglia uno chef.

Ad ogni modo proverò, quando possibile, a farlo più spesso. Nonostante i 16 kg. persi di recente, mangiare bene resta ancora nella top 5 dei piaceri della vita. Dopo La Cantina della Vetra e il Ristorante Macelleria Motta è la volta di U Barba Osteria Genovese e Bocciofila.

La mia famiglia, e io di conseguenza, è particolarmente legata alla Liguria e alla città di Genova. Tra i tanti motivi c’è proprio quello culinario. Tuttavia abitando nella provincia milanese non sempre è possibile salire in auto per un pranzo fuori porta e ritorno. Perciò l’aver trovato qualche anno fa U Barba proprio a Milano è stato come avere un pezzettino di costa ed entroterra a mezz’ora di auto da casa.

Il locale

U Barba si trova in via Decembrio, zona Piazza Lodi, e già dall’ingresso si può respirare un messaggio forte e chiaro. Casa. Il clima è quello tipico delle vecchie osterie, caldo, accogliente e con la voglia di instillare convivialità.

Dopo la prima grande sala dell’ingresso, si fanno pochi passi all’interno, accompagnati dal parquet scricchiolante e ci si affaccia su una seconda, più piccola, ma arredata con il medesimo stile della prima. Ancora un paio ed ecco un piccolo respiro su un passato ormai tramontato. La bocciofila Decembrio.

Ricordo. Si ricordo non appena la guardo la prima volta in cui misi piede da U Barba, qualche evento dell’Internet, di quelli che si facevano anni fa e dove ci si trovava tutti a darsi grandi pacche sulle spalle senza nemmeno conoscere il vero nome dell’altro. 2010 Social Media Week. Di fronte alla bocciofila, tornando all’interno del ristorante si scopre anche l’area estiva, sfruttata con le dovute coperture anche durante l’inverno.

 

Come si mangia

Bene sarebbe troppo poco. Troppo riduttivo e banale. Ma è così e da aggiungere ho solo questo. Vi deve piacere la cucina ligure, leggera e robusta allo stesso tempo, composta da verdura e lievi fritture così come gusti particolari, ma sempre delicati.

Questo è il menu (si ingrandisce se ci cliccate sopra) da gennaio ad aprile escluso. Varia di poco, come è facile intuire dal sito, con il cambio delle stagioni, in modo da restare sempre fedele a se stesso con il passare del tempo. Pochi i piatti proposti, scelta importante, garanzia di eccellenza. I prezzi contenuti sono ampiamente adeguati in rapporto alla qualità.

Le attenzioni particolari vanno verso la scelta di prodotti liguri selezionati: l’olio di olive taggiasche di Dolceacqua, il vino Nostralino imbottigliato a Portofino o il basilico fresco utilizzato per il pesto.

Come vedete la scelta è ampia sia per i carnivori che per gli amanti del mare, ma appartenente alla prima categoria sento di consigliarvi una porzione di focaccia al formaggio (ho abitato a Recco per oltre 11 anni, fidatevi la sanno fare), seguita da una di pansoti in salsa noci.

Ecco, qui mi scuso perché so di aver commesso un errore grave. Del resto non occupandomi di cibo su questo blog non ho fotografato nient’altro del cibo mangiato se non il primo, ma per la semplicissima ragione di una famelica attrazione da soddisfare entro pochi secondi. Cercherò di fare meglio la prossima volta. Fortuna sul sito ci sono fotografate già tutte le pietanze.

Consiglio di iniziare con la combinazione di due ordinazioni, le porzioni sono sempre abbondanti e in grado di appagare anche gli appetiti più grandi. E poi ci sono sempre i dolci, forse poco tipici liguri, ma ottimi lo stesso.

Infine, per dare un giudizio conclusivo a una delle mie destinazioni preferite e dove vado ogni qual volta sono alla ricerca di sicurezza, voglio adottare il sistema di valutazione utilizzato da un collega di Microsoft, Andrew Kim, sul sui Minimally Minimal. Invece di usare dei voti per i suoi luoghi culinari, utilizza delle stelline.

★★★☆

A U Barba sento di darne 4 su 5, è per certo uno dei pochi posti sul quale metterei sempre la mano sul fuoco, ma da qui ad avere un’esperienza mistica ce ne passa. Quindi sfrutterò quell’ultima quando ne varrà davvero la pena.

Il sabato sera tende ad essere un po’ affollato, vi consiglio la domenica a pranzo e chissà che non ci si veda lì la prossima volta. Da provare almeno una volta nella vita, perché pochi locali sono in grado di esaltare le caratteristiche regionali dei piatti senza dimenticare le proprie origini anche se creati e consumati da tutt’altra parte.

The Last of Us Remastered

Sia lo si faccia per lavoro, sia per passione, riuscire a portare a termine un videogioco per poterne scrivere una recensione è un’operazione complicata.

I siti di news sul tema, così anche Fuorigio.co, vi offrono un panorama più completo possibile, ma difficilmente chi sta scrivendo è mai riuscito ad arrivare alla schermata finale se non molto tempo dopo dall’uscita dell’articolo. Mano sul fuoco, io compreso.

Tuttavia, questa volta ho voluto aspettare. Un’attesa necessaria. Sì, perché The Last of Us, e ancor più nella sua edizione Remastered per PS4, entrerà di diritto tra la schiera di quei videogiochi da prendere in considerazione nell’argomentare la loro vicinanza alle opere d’arte.

Come ad esempio Journey, vicina ad un quadro, oppure Heavy Rain molto affine ad un girato cinematografico. Ecco mi è allora impossibile raccontarvi di The Last of Us Remastered se non iniziando col dirvi di immaginarvi una perfetta amalgama tra un romanzo thriller, un film d’azione e una serie tv drammatica.

The Last of Us Remastered è un testamento di come lo storytelling affondi le proprie radici nel nostro ancestrale bisogno di immergerci in una storia. Certo, è un survival horror ed è probabilmente la definizione più giusta se fossi costretto ad incasellarlo in un perimetro omogeneo. Tuttavia è molto di più.

Un racconto emozionante, da vivere e da gustare come meglio crediate. Sta a voi decidere come affrontare le 15 ore di gioco (in media) che vi si presentano davanti: come un unico lungo film, oppure una serie a puntate. Ho optato per la seconda, magari arrugginendomi un po’ con i comandi, ma addentrandomi ad ogni sessione in un contento difficile da abbandonare.

Il tema di fondo è quello che va per la maggiore da qualche anno a questa parte. Un virus letale ha ridotto la popolazione umana in poche centinaia di migliaia di unità, costretta a convivere con chi si è “trasformato” in Runner o Clicker a seguito del contagio.

Joel sopravvive. Joel combatte ogni giorno la propria battaglia dopo aver perso tutto. Iniziando dalla propria famiglia. Imbattendosi dapprima ne Le Luci, un gruppo organizzato para-militare il cui unico scopo è quello di provare a trovare una cura a questo fungo misterioso e successivamente in Ellie, una ragazzina di 14 anni che lo accompagnerà in questo viaggio verso la speranza di un mondo risanato.

Come sapete abbiamo già recensito The Last of Us. E qui vorrei parlarvi di cosa troverete in questa versione aggiornata.

Si perché The Last of Us Remastered è un gioco, come suggerisce il nome, rimasterizzato. E’ il perfezionamento di un’opera già perfetta su Playstation 3 e migliorata per diventare un ulteriore capolavoro su Playstation 4 evitando di sfigurare con qualsiasi altro titolo nato e pensato per le console di nuova generazione.

Le differenze con il fratello maggiore, risiedono soprattutto nel comparto grafico. Gli sviluppatori Naughty Dog, gli stessi della serie Uncharted, hanno lavorato per oltre sei mesi per garantire nel 95% del gioco una solidità di 60 frame al secondo, introdotto la modalità Photo Mode (con cui è possibile fare degli scatti fantastici del gioco), 1080p di risoluzione, definizione texture di quattro volte superiori rispetto a Ps3.

Non finisce qui, troverete già disponibile l’espansione single player “Left Behind” che percorre il percorso di maturazione di Ellie, le 8 mappe di “Terrori Abbandonati” incluse nel DLC, così come la modalità Realismo. Una modalità molto ostica, come suggerisce il nome, dove non vedremo i colpi a disposizione ne l’arma selezionata e dei nemici davvero ostici. Insomma, gli amanti della strategia e dell’attesa sono stati ulteriormente accontentati. Interessante l’utilizzo dello speaker integrato nel DualShock 4, sfruttato per gli effetti di accensione/spegnimento della torcia, così come per l’ascolto dei diari audio trovati da Joel durante la sua avventura.

Non male, anche se il lavoro non è stato mastodontico, fortuna maturata grazie al fatto che già The Last of Us fu pensato come un titolo cross-gen, in grado di sfruttare quanto di meglio la passata generazione di console avesse da offrirci.

Benché Paolo vi abbia già condiviso tutto quello ci fosse da dire sul gioco originale, non mi resta che concludere con una mia personalissima disanima su cosa è stato per me questo titolo e di quali significati si carica.

Questo gioco ti arriva come un pugno nello stomaco. È capace di frustrarti nelle fasi di azione ed emozionarti come poche altre produzioni multimediali sono in grado di fare nelle cut-scenes degne di Hollywood. Riesce nell’arduo compito di amalgamare al suo interno le migliori caratteristiche fondanti della nostra cultura: l’attrazione di una trama da romanzo, un’eccezionale colonna sonora a firma Gustavo Santaolalla in grado di sottolineare con forza i momenti toccanti così come quelli ad alta tensione, panorami e ambientazioni da fotografia mozzafiato e dialoghi mai banali (doppiati perfettamente da attori veri).

Sotto l’aspetto ludico non c’è nulla di rivoluzionario lo ammetto, anzi, difficilmente interagiremo con tutto ciò che ci circonda, ma una grande regia e storytelling sono in grado di indirizzare l’esperienza sui binari dell’empatia e introspezione impossibili da assecondare, ma soprattutto da abbandonare se non ai titoli di coda.

L’acquisto di Playstation 4 vale la pena anche solo per questo gioco al momento, anche se avete già apprezzato la prima versione sulla console precedente. Un consiglio veramente spassionato, non lasciatevi scappare, a detta di molti, uno dei più importanti capolavori videoludici di tutti i tempi.

Breaking Bad. Questione di chimica

Il post che segue parla della serie televisiva Breaking Bad. Contiene spoiler e riflessioni sulla serie stessa, quindi ti conviene leggerlo solo dopo averla vista. Sono considerazioni personali e punti di vista dopo aver visto una delle migliori produzioni degli ultimi decenni.

Diciamo pure che mi serviranno soprattutto da memoria. Ogni volta in cui vorrò ricordarmi di come mi sono sentito vicino così tanto ad un prodotto multimediale, umanamente parlando, tornerò a rileggere queste righe e magari a rimettere in circolo uno dei Blu-Ray con le puntate di questa serie TV.

Sentii parlare di Breaking Bad per la prima volta nel 2010. Confesso di aver iniziato a guardare anche le prime 3 puntate, ma non so bene per quale motivo decisi di smettere altrettanto presto. Probabilmente con poca pazienza, commisi l’errore di non dare fiducia a quella che poi si è rivelata una delle mie produzioni televisive preferite.

La serie è terminata ormai da oltre 1 anno e quasi tutti i miei amici appassionati seriali non facevano altro che ripetermi la medesima frase: non sai cosa ti stai perdendo. Così dopo l’estate appena trascorsa recuperai tutta la serie e iniziai molto lentamente a snocciolarla per bene. Arrivando a ridosso delle vacanze natalizie all’inizio della quarta stagione. Ho fatto una maratona, tutta d’un fiato di quasi 25 puntate. Una droga. E scusate il gioco di parole.

La bellezza di questa serie sta nel fatto di non sapere mai ciò che sta per accadere, o meglio ce lo si può immaginare, ma non è mai come ce lo siamo pre-figurati nella nostra testa. Ciò che possiamo però tenere presente è uno schema ben preciso, ci sarà sempre una trasformazione a seguito di un’azione. Una metamorfosi continua ed inesorabile. Una costante presente per tutte le stagioni che faranno sembrare sconosciuti i personaggi così come li abbiamo incontrati nelle primissime puntate.

A mio, personalissimo, parere la serie si sarebbe dovuta concludere con l’ultima puntata della 4a stagione. Stupenda. Walt vince la sua lotta contro un criminale più potente di lui, ha l’occasione di fermare la macchina e finalmente godersi in pace il frutto di tutte le atrocità di cui si è ritrovato protagonista. Invece è incapace di fermarsi. Perché farlo quando ora si ha la possibilità di dettare legge?

Ho trovato questo post particolarmente interessante in cui vengono associate alcune delle 48 leggi del potere a Breaking Bad. Tra le quali ce n’è proprio una che Walt ha deciso di non seguire, quella di fermarsi in tempo:

Law 47: Do Not Go Past the Mark You Aimed For: In Victory, Learn When to Stop — From the beginning, Walt wanted to just make enough money to provide for his family when he would die from cancer. Finding out he had more time to live was the point where his greediness kicked in. Saul proposed he leave and get a fresh start. Skyler proposed he leave the business, while showing him his enormous stack of earnings. Walt finally decided to leave the business, but he dug himself too big of a hole. He just couldn’t bring himself to stop. As Walt said himself, “I’m in the empire business”. Enough was never truly enough.

Walter Hartwell White

Walt è l’antieroe per eccellenza, è un uomo di mezza età sfigato ed è con facilità imbarazzante il modo in cui si entra in empatia con lui. Nonostante abbia più o meno tutto, la vita lo schernisce continuamente facendosi sentire con tutto il peso della sua normalità. Già dalla prima puntata si percepisce il suo profondo bisogno di sentirsi vivo. Bisogno ribadito nell’ultima puntata in cui confesserà a Skyler quando si sentisse vivo nell’impersonare Heisenberg.

I did it for me. I liked it. I was good at it. And I was really… I was alive.

La magia però di questa serie sta nel riuscire a mantenere vicino a noi la natura di questo personaggio. Nonostante la montagna di soldi a disposizione e una scusante molto forte nel guadagnarli, Walter non si trasforma mai nel Montana di Scarface, non vive una vita lussuosa, ma anzi è in costante fuga da se stesso e dai guai che il crimine porta con se. Questa dimensione umana fa si che non ci si allontani mai troppo da lui, quasi come se riuscissimo a giustificare tutte le azioni compiute.

La sua maschera, il suo diventare super eroe facendosi chiamare Heisenberg si rivela in realtà una distinzione destinata a sparire nel corso delle puntate. Piuttosto sembra essere il vecchio Walter la maschera di un uomo senza scrupoli e molto attento ai dettagli di come conduce la sua vita criminale. E nonostante le bugie, i tradimenti, gli omicidi e l’egoismo non riusciamo ad odiarlo perché ci si immedesima in qualcuno a cui hanno diagnosticato pochi mesi di vita. Ma soprattutto si comprende molto bene come la miccia a dare il via al tutto sia proprio la diagnosi del suo cancro ai polmoni. Di colpo smette di avere paura e di preoccuparsi, come se finalmente avesse uno scopo da portare a termine prima della sua morte prematura.

Non ultimo Walt è il protagonista di una tragedia reale, non è un film e nemmeno un telefilm dove può sempre farla franca. La conseguenza delle sue scelte lo porteranno alla morte e a perdere la sola cosa per la quale non ha mai smesso di lottare: la sua famiglia.

“La familia es todo” la famiglia è tutto dicono i due gemelli messicani a metà della terza stagione. Un argomento attorno al quale, non è difficile accorgersene, Breaking Bad poggia con fermezza le sue basi. La famiglia è il motivo primo, la giustificazione perfetta di Walt a qualsiasi azione criminale compiuta nel corso dei due anni in cui ha iniziato a sconvolgere il corso delle vite di tutti coloro abbiano avuto a che fare con lui. I cui componenti non dovevano essere toccati da nessuno, di cui anche Jesse in qualche modo entra a far parte.

Di questa trasformazione ne parla ampiamente e molto bene Fabrizio Rinaldi nella sua tesi di laurea pubblicata su Medium.

Heisenberg

Caos morale di cui è il fautore. Heisenberg non è un nome a caso scelto dagli autori della serie per definire l’alter ego di Walt. Heisenberg è un fisico tedesco noto per il suo principio di’indeterminazione di due forze fisiche. Se avete visto la serie, è facile associare questa teoria con ciò che Walt e Heisenberg (il personaggio di BB) rappresentano. Sotto il video di TED e qui un articolo di come comprendere al meglio questa associazione.

Jesse Bruce Pinkman

Walter voleva bene a Jesse, gliene ha voluto fino alla fine, finché non è stato ad ascoltarlo come ha sempre fatto per il corso di 4 stagioni. Walt si è comportato come il padre che non si è mai riuscito ad accontentare, con Jesse nel ruolo del figlio sempre pronto a fare di meglio per poter entrare nelle sue grazie. Un rapporto molto più caldo e complesso con il passare delle puntate, fino ad arrivare al punto in cui Walt comprende l’animo buono del partner e a non riuscire più a fare meno di lui. Ma quella sensazione di manipolazione mai doma, sempre assopita nell’animo di Jesse, esplode proprio sul finale forse rovinando ancora in maniera peggiore tutto quello che i due hanno costruito insieme, vendendosi alla DEA.

Ci vogliono, come detto, 4 stagioni per arrivare alla sua di trasformazione. Con il culmine della sua nuova personalità acquisita quando si permette di fare la voce grossa giù in Messico nel laboratorio del Cartello. Tuttavia ha sempre dimostrato un debole particolare per le persone che lo hanno amato, soprattutto per i più piccoli, toccato da quel senso di protezione da fratello maggiore non ha perdonato a Walt il fatto di averlo convinto che fosse stato Gus ad avvelenare il figlio della sua fidanzata Andrea. Questo rimarrà per sempre il suo punto debole e anche a pensare di vederlo come sostituto di Walt si capisce come non ne avrebbe la freddezza.

Perché Jesse non ha uno scopo come Walt, è vittima degli eventi e della sua svogliatezza nei confronti della vita. Accetta di essere complice in queste (dis)avventure perché altrimenti non avrebbe di meglio da fare se non strafarsi tutto il giorno. Mentre essere occupato a cucinare metanfetamina significa guadagnare molti soldi.

Gli ultimi istanti della 5a serie ci mostrano come il cambiamento è completato. Jesse ha svestito i panni del tossico pigro e grazie al periodo di prigionia ha compreso come la vita valga la pena di essere vissuta (vedi la costruzione della scatola di legno) arrivando al grido liberatorio di felicità nella sua ultima inquadratura.

Skyler White

Anna Gunn, l’attrice interprete di Skyler, ha scritto questo articolo sul NY Times su come non riuscisse a comprendere il motivo di tanto odio nei confronti del ruolo da lei interpretato. Un fastidio condiviso anche dal sottoscritto. Nella sua dissertazione centra pienamente il punto, Skyler è il vero antagonista di Walt diventando per necessità moralmente uguale a lui. Tuttavia non prende mai una posizione chiara, è una montagna russa di emozioni e atteggiamenti. Dapprima facendo quasi finta di preoccuparsi del marito adottando lo stesso modo di comportarsi di Marie, la sorella. Per poi alternare le fasi di disprezzo totale nei confronti del marito una volta scoperta la sua attività con quelle di protezione e amore nel momento i cui riflette sulla protezione della famiglia e la montagna di soldi a cui può attingere. Questo suo tentennare l’accompagnerà sino alla fine, dove l’amore latente per Walt le impedirà sempre di dire la verità alla polizia.

Un comportamento rimarcato molto bene da suo figlio Walter Jr. in uno dei dialoghi della terzultima puntata: Sei cattiva quanto lui (mio padre Walt) se sapevi tutto dall’inizio e non hai fatto nulla.

Altri personaggi

Hank è uno dei pochi ad aver subito un’involuzione invece. Il suo fare da spaccone americano con distintivo si affievolisce sempre più alla scoperta del cancro da parte del cognato, ma anzi arriva ad essere un confidente fidato per aiutare Walt a sistemare i suoi problemi coniugali con Skyler. Addirittura sopporta di ospitare i nipoti per lungo tempo proprio per dimostrarsi altruista nei confronti dei cognati.

Marie invece è la sola ad aver mantenuto la stessa caratura all’interno della narrazione nel corso di tutte e 5 le stagioni. Il suo ciarlare, intervenire con superficialità e qualche volta fuori luogo ha fatto da sottofondo alle vicende ben più cruente in fase di accadimento a pochi chilometri da lei. Quasi fosse anch’essa una spettatrice dello spettacolo tanto quanto i fruitori della serie.

Colori e musica

Questa serie fa un utilizzo maniacale e pregevole dei colori, così come della musica. Fino ad arrivare, come ho scritto più avanti, ad un mix perfetto tra i due. Nel corso degli anni i fan si sono divertiti a fare una raccolta dei primi e su Internet trovate qualche sito interessante al riguardo. I due in grado di farvi comprendere come i colori in questa serie riflettano quel senso di trasformazione citato prima sono The Wardrobe of Walter White

E il set di colorazione dei vestiti di tutti i personaggi principali della serie Colorizing Walter White’s Decay

Gran parte della colonna sonora di Breaking Bad (che potete ascoltare qui sopra) riflette gli stati d’animo così gli stili di vita dei personaggi e spesso e volentieri viene utilizzato il testo delle canzoni per sottolineare un momento topico dell’azione. La combinazione tra musica e colori poi esplode in tutta la sua magnificenza due volte. L’importanza della scena finale di Breaking Bad, infatti, è costruita anche grazie ad una robusta scelta di una calzante canzone (Baby Blue) difficilmente equiparabile ad altri momenti filmici della storia contemporanea. La catarsi si attua con la prima strofa:

Guess I got what I deserved

Ho avuto quello che mi sono meritato. Per poi proseguire con:

Special love I’ve for you, my baby blue

Un amore speciale per quella piccola blu, la metanfetamina da quel colore così particolare.

Amore dichiarato anche qualche puntata prima, quando Walt insieme a Todd iniziano una breve routine di cucina. E qui la canzone scelta è stata Crystal Blue Persuasion. Non posso che ribadire la genialità di questi due abbinamenti.

Come si può, infine, non lodare l’aver messo una canzone dialettale italiana tra la colonna sonora della serie?

Felina

Ci sarebbero tantissime cose da dire e aggiungere — tipo che Gus è uno dei due ragazzi in carcere insieme a Eddie Murphy in “Una poltrona per due”, di come esista per davvero un Walter White in Alabama cuoco di meth, di come il titolo dell’ultima puntata sia Felina che è l’anagramma di Finale e la combinazione di alcuni elementi chimici, o delle easter eggs (la mia preferita resta quella del pupazzo) — ma il web è pieno zeppo di tutto ciò e non vi resta che andarne a caccia.

Breaking Bad mi mancherà, mi sarebbe piaciuto sapere come mai un giovane e brillante Walter White prossimo al Nobel si sia ritrovato a fare l’insegnante e nella più totale mediocrità a 50 anni. Mi sarebbe piaciuto sapere che fine avrà fatto Jesse dopo quello sguardo d’intesa con Walt prima di fuggire verso la libertà. Per fortuna alcuni personaggi torneranno nel prequel Better Call Saul, ma tant’è la verità è che a Breaking Bad non restava nient’altro da aggiungere se non terminare come è terminato.

The Interview: tutti i numeri del box office, perché ha deluso gli americani e la recensione

Con Francesca abbiamo iniziato a discutere su Facebook del film e di tutti gli argomenti che gli girano attorno.

Francesca De Nard è una mia cara amica, è un medico specializzando, e credo sia la persona più appassionata di cinema di genere e di cinema horror che io conosca.

La migliore cosa che potessi fare, visto che non ho ancora visto il film in questione, è stata quella di concederle tutto lo spazio necessario per scriverne. Le ho chiesto così se volesse essere ospite sul blog.

Per iniziare bene il 2015, troverete le sue riflessioni su The Interview di seguito. Grazie Francesca!

L’anno 2014 verrà ricordato come l’anno dei leak. Ma leak de che? Le tette di Jennifer Lawrence, i nomignoli razzistelli appioppati a Obama, le canzoni di Lana del Rey pubblicate con anni di anticipo.. insomma siamo tutti costernati. Un po’ perché siamo a fine anno, un po’ per le ripercussioni diplomatiche, sicuramente ricorderemo The Interview come il caso più stressante in assoluto.

Riassumendo: Sony produce un lungometraggio, scritto e diretto da Rogen e Goldberg. Questa la sinossi: un giovane anchorman in carriera (Franco) che mette in scena la peggior forma di giornalismo-spazzatura (un po’ alla Barbara d’Urso per intenderci) e il suo produttore (Rogen) vengono invitati nella residenza del leader nordcoreano Kim Jong-Un (Park) per registrare un’intervista. La CIA ne approfitta per invitarli ad assassinarlo.

Ad un mese dal lancio del film (previsto per il 25 dicembre negli States) Sony subisce un attacco dal gruppo di hacker che si fa conoscere come Guardians of Peace; i leak riguardano diverse produzioni ma viene fatto da subito un riferimento specifico a The Interview. Il tempo passa e a una settimana circa dal lancio, Sony, senza consultare alcun governo e senza che le venga imposto, decide di cancellare il film. Motivazione ufficiale: ordine pubblico (riporto le testuali parole degli hacker: ‘ricordate l’11 settembre’). A seguire, anche la CIA rilascia un comunicato ufficiale in cui ammette possibili legami tra gli hacker e il governo di Pyongyang. Il giorno successivo Obama dichiara ‘sbagliata’ la scelta della Sony e usa toni molto più cauti, senza accusare esplicitamente la Corea del Nord, che nega ogni coinvolgimento anche se definisce ‘giusta’ l’azione degli hacker.

A questo punto il mondo dei social si scatena; è già il momento di notare che la retorica sottostante a questo tipo di indignazione è fortemente pro-americana. Franco e Rogen sono due eroi; gli Stati Uniti sono portatori di libertà; gli Stati Uniti non si fanno piegare dalle minacce dei terroristi asiatici (a questo punto val la pena di ricordare che Sony è una società giapponese, e che gli autori del film sono canadesi). La Stampa internazionale parla (correttamente) di oltraggio alla libertà di espressione e presto quello di The Interview diventa un caso senza precedenti. I toni però sono sempre quelli della guerra fredda mediatica. Anonymous dichiara: Sony, vi avevamo avvertiti, hackerare i vostri database è un gioco da ragazzi. Tra gli esperti di informatica molti scettici ritengono quasi impossibile il coinvolgimento del governo nordcoreano nell’attacco, ritenendo più probabile che la causa dei leak risieda in un disordine interno all’azienda, probabilmente una vendetta personale. Paulo Coelho (che tutti conoscerete grazie a wikiquotes) si propone di acquistare i diritti del film ad un prezzo irrisorio (100.000 dollari) per poi pubblicarlo su Netflix a disposizione, gratuita, del pubblico di tutto il mondo.

Sony, già fortemente danneggiata dall’attacco degli hacker (Business Insider stima perdite di 100 milioni di dollari tra indagini, migliorie tecnologiche e licenziamenti) non è in condizione di poter accettare l’offerta di questo figlio dei fiori e decide di tentare il tutto per tutto sfruttando, tra le altre cose, l’enorme notorietà che la pellicola nel frattempo ha raggiunto. La vigilia di Natale arriva la notizia dell’imminente uscita del film in un numero limitato di sale indipendenti (331, a fronte delle 3.000 previste originariamente) e della sua pubblicazione on demand su diverse piattaforme online, novità assoluta per una grande produzione cinematografica. Il film nelle sale non guadagna una cippa (2,8 milioni), ma online è subito record mondiale: 15 milioni di dollari nel solo week-end di Natale. Ecco quindi il clamoroso retro-front della Stampa (e sui social): terrorismo, dicevano, e invece è tutto marketing! Oltretutto per un film di merda! E noi che abbiamo sprecato tutto questo inchiostro pensando fosse un film impegnato. Insomma, un’epidemia di nannimorettite (un’infezione senza dubbio gastrointestinale) sotto Natale, non riesco a immaginare niente di più terrificante. Piovono anche i ‘ve l’avevo detto’ da parte dei finora astenutisi dal commentare, scagliandosi contro l’umanità come delle piaghe bibliche.

Alcune rapide considerazioni su ciò che riporta la Stampa italiana. Per quanto riguarda gli articoli pubblicati dai principali quotidiani, penso sia il caso di fare alcune premesse che cercherò di schematizzare.

  1. Nessun giornalista sembra conoscere i lavori precedenti della coppia Franco/Rogen
  2. Il film non è ancora stato distribuito in lingua italiana; il più delle volte è esplicitato (e anche quando non lo è è ragionevole supporlo) che la persona che scrive non ha visto il film, ma riporta un riassunto di un’accurata (e orientata) selezione di recensioni scritte in lingua inglese

Quindi, visto e considerato che chi scrive non sa di cosa sta parlando, tra questi chi ha l’ambizione di riportare un giudizio sul film (Repubblica, Il Fatto Quotidiano, e diversi rotocalchi di moda che evito di elencare) lo stronca, definendolo puerile, volgare, semplicistico, nemmeno troppo divertente (parafrasando, ironia della sorte, una delle mail dei produttori pubblicata a seguito del leak). La motivazione principale della bocciatura è comunque il fatto che i contenuti non sarebbero all’altezza della bufera mediatica che si è scatenata attorno alla pellicola. Alcuni si spingono a definirlo ‘deludente’ per gli spettatori americani, rifacendosi ai dati di un sondaggio che se ho capito bene si è svolto in questo modo: hanno chiesto agli spettatori se secondo loro il film suscitava sentimenti di patriottismo o meno. Io forse non sono un giornalista, ma in tutte queste considerazioni non scorgo la minima valutazione tecnica o artistica di un prodotto che andrebbe preso come tale. E se penso a un cinema che debba suscitare patriottismo, mi viene in mente Goebbels.

Concludo con l’ultima della grandi critiche mosse dalla Stampa (e dai social) al film: è stata tutta un’operazione di marketing, questo sarà il film più scaricato di tutti i tempi. Furbi vero? Ma a chi pensano di darla a bere? Non certo a noi, noi siamo dei dritti! Quindi tutti quelli che si sono scatenati sui social hanno fatto una pubblicità inconsapevole! Che tristezza.

Ecco, peccato che non sia così semplice. E’ vero, Sony ha fatto da sé, ed è vero, in soli 4 giorni The Interview è stato il film più scaricato della storia. Ma si tratta anche di una modalità di distribuzione finora riservata ai film indipendenti, e non è stimabile in maniera certa quanti saranno gli incassi alla fine (anche se le previsioni sono ottime: secondo Mojo box office 90 milioni di dollari). Quando una persona paga per un film in streaming, magari lo si guarda in 10. Se paga per il download (modalità che ha prevalso nettamente in questo caso), possiamo potenzialmente moltiplicare all’infinito le visualizzazioni. E non ho parlato della pirateria. Mi limiterò solo a dire che il film è già disponibile sottotitolato ed in ottima qualità. Quindi, dato che tutti gli infervorati dalla sacra fiamma del patriottismo verosimilmente hanno già comprato il film, io ipotizzo che una volta affievolita l’ondata emotiva le vendite crolleranno (iTunes o non iTunes). 18 milioni di dollari in un week-end sono comunque meno dei 20 incassati da Notte al museo 3, un’altra commedia demenziale negli stessi giorni. 20 milioni che riuscì a incassare in un week end anche Facciamola finita, il precedente film della premiata ditta, che non fu nemmeno lanciato sotto Natale (e raggiunse i 100 milioni di incasso totale, superando anche la migliore delle previsioni del suo fratellino minore). 20 milioni di incasso erano l’obiettivo di Sony, e non è stato raggiunto. E The Interview deve arrivare a 75 milioni solo per starci dentro coi costi (44 di produzione e il resto in promozione). Se sommiamo i 100 milioni di debito della Sony siamo ben lontani dall’obbiettivo e comunque, con tutta questa pubblicità negativa, sarà ancora più difficile. Se è stata una mossa di marketing da parte di Sony, con tutto il rispetto finora ha fatto schifo.

Sembra piuttosto una strategia di salvataggio dell’ultimo secondo, un piano B, o forse anche un tentativo di sperimentare una nuova strategia di marketing, che anche secondo gli esperti di finanza si è dimostrato fallimentare, sia in senso assoluto che relativamente al fatto che per altri film non si potrebbero ricreare in futuro le condizioni di amplificazione mediatica che si sono verificate per The Interview. Sicuramente, in definitiva, Sony non ha agito da paladino della libertà di espressione (l’occasione ce l’ha avuta con l’offerta di Coelho), e si è dimostrata coerente con la propria linea guidata dal profitto. Il piano A è stato sabotato dalla paura di ulteriori leak; le minacce terroristiche probabilmente non ci sono mai state, oppure sono sempre state considerate di scarsa rilevanza; probabilmente non lo sapremo mai. Ma non è che qualcuno adesso ha interesse a fare pubblicità negativa e la Stampa improvvisamente asseconda questo qualcuno? Qui i sillogismi si incastrano uno dentro l’altro come delle matrioske, mamma mia che mal di testa. Ma meno male che noi siamo nati furbi e ci arriviamo subito alle conclusioni giuste.

Qui ad averci davvero guadagnato (in notorietà), senza aver bisogno di fare calcoli, sono gli autori del film, fino a ieri semisconosciuti al di fuori degli Stati Uniti. Quindi avremmo fatto ‘inconsapevolmente’ della pubblicità a degli artisti, che magari ci piacciono. Senza peraltro comportare nessun guadagno superiore a loro carico (erano stati già pagati), se non la fama, e quindi la possibilità di produrre in futuro altri film. Triste, vero? Ed è anche ridicolo che siano i giornalisti stessi, i principali fautori della diffusione iniziale della notizia, ad accusare l’ondata di indignazione dei social.

Ma ora veniamo ai santi protettori del cinema moderno, gli unici su cui in generale fare affidamento: le riviste cinematografiche online. Ecco, qui mi sono impegnata tantissimo, ma non ho trovato nulla. Evidentemente si attende l’uscita nelle sale italiane, prevista per il 22 gennaio 2015. Nessuno si prende la responsabilità di dire che lo ha già visto. Gli unici sono gli eroi di Badtaste.it, che peraltro conoscono bene i lavori della coppia Rogen/Franco, che hanno visto il film e udite udite ne parlano bene. Il film sarebbe ‘di certo la commedia più seria e adulta per Rogen e di converso quella in cui Franco dà il suo meglio’. Sono anche gli unici che mettono a confronto i numeri per quello che sono, evitando ogni complottismo. Ma quindi ho capito bene? Tutti ne parlano pessimamente ma l’unico che l’ha visto ha scritto una buona recensione?

Ma adesso veniamo alla parte attiva: la mia recensione (con qualche spoiler necessario).

Premetto che ho visto il film. Sicuramente con questi presupposti alla base (vedi sopra) non si può che restare almeno un pochino delusi, ma penso sia fisiologico. Nel complesso l’ho trovata un’ottima commedia, perfettamente allineata alle ottime commedie precedentemente proposte dalla premiata ditta, e mi riferisco a Facciamola finita e Strafumati in particolare. Si tratta di una commedia demenziale, pertanto non ritengo che sia troppo volgare rispetto ai canoni di genere. Soprattutto considerando in che modo tali standard di genere vengono ulteriormente trivializzati nelle produzioni italiane (sovvenzionate dallo Stato e vergognosamente pubblicizzate dagli stessi giornalisti che scrivono di cui sopra), trovo piuttosto sconvolgente che qualcuno in Italia abbia potuto scrivere che questa commedia è volgare. Il film è nel complesso meno divertente rispetto ai precedenti, ma è scritto e interpretato meglio e la produzione è di livello superiore. Il coraggio iniziale (cioè quello di fare un film di satira) gli autori ce l’hanno avuto, ma poi hanno volato molto basso, decidendo di non mostrare affatto la politica nordcoreana ma concentrandosi solo sull’assoluta ridicolizzazione del personaggio di Kim Jong-Un. Una scelta deludente per chi si aspettava un docufilm (per queste persone evidentemente il concetto di commedia demenziale non è chiaro, ed è altresì evidente che non hanno visto né il trailer né nessuno dei filmati promozionali disponibili già da un mese sul tubo), ma assolutamente comprensibile visti il tenore leggero e il registro compagnone dell’intero lungometraggio.

Come ulteriore elemento di delusione, anche la retorica bene/male tanto promossa sui social qui non funziona affatto: ci troviamo all’interno di un triangolo isoscele ai vertici del quale troviamo Kim Jong-Un, un giovane dittatore imbecille afflitto dal complesso di Edipo; Starlark, un giovane anchorman imbecille afflitto dal complesso di Edipo; e Rapaport, un producer che sognava di fare del giornalismo vero e invece, deriso dai suoi ex compagni di corso, finisce a occuparsi di TV spazzatura e a lavorare con e per imbecilli. E’ proprio qui secondo me che si è creata la frattura con la Stampa. Si è tanto parlato di Stati Uniti ma alla fine nessuno aveva considerato che questo film è stato scritto da due canadesi, uno dei quali interpreta anche l’unico personaggio del film che abbia del sale in zucca. Non dobbiamo stupirci se il pubblico americano ha considerato il film ‘poco patriottico’: la satira prende di mira in egual misura sia gli americani che Kim Jong-Un (ma è molto più onesta e realistica nel prendere di mira gli Stati Uniti, riducendo il personaggio del dittatore ai minimi termini caricaturali), e a questo proposito bisogna sottolineare quanto l’interpretazione di James Franco sia straordinaria. Franco sembra scemo meglio di chiunque altro (suggerisco di vedere l’intervista promozionale a Orlando Bloom, disponibile sul tubo: Franco riesce a portare avanti da solo un monologo di 5 minuti, verosimilmente improvvisato, di fronte a un Orlando che trattiene a stento le risate, su un argomento ridicolo, e quando l’attore britannico cerca di parlare delle sue iniziative umanitarie, la risposta, sublime, del suo interlocutore è ‘I’m sorry Orlando.. I think we’ve run out of time..’), al punto tale che da rendersi quasi antipatico, soprattutto quando elimina il dittatore nordcoreno. E questo agli americani non è piaciuto affatto. Finché si scherza sulla sessualità di un rapper va tutto bene (anche come volgarità), ma qui l’ironia comincia a diventare più sottile, oh ma non è che questo qui ci sta prendendo per il culo? Il personaggio di Park è funzionale alla contrapposizione a quello di Franco, non c’è una caricatura personalizzata di Kim Jong-Un. I due personaggi sono speculari; entrambi rappresentano l’Uomo moderno, ignorante, insicuro, terrorizzato dalla necessità di soffocare la propria omosessualità latente; ma questi sono gli aspetti poco interessanti della sceneggiatura.

Il protagonista vero e proprio qui è Seth Rogen che, come giustamente gli fa notare un fan nella scena in aeroporto all’inizio di Facciamola finita (‘Amico, quello è Seth Rogen! Hey Seth, quand’è che la finisci di interpretare sempre lo stesso personaggio?’), interpreta se stesso. Ma questa volta meglio. Seth non è più lo sbandato che sotto sotto è un bravo ragazzo; è uno sbandato bravo ma con delle aspirazioni artistiche. E questo funziona a tutti i possibili livelli di lettura, rispondendo alla matrioska mediatica con un efficace gioco di specchi. Rapaport è il producer che cerca di esercitare buon giornalismo con l’arma impropria della TV spazzatura, così come fa Rogen come sceneggiatore-regista utilizzando il genere comico-demenziale. Tutti gli elementi poi verificatisi nella realtà erano già stati scritti da Rogen e Goldberg in fase di scenaggiatura: la diffidenza della Stampa ufficiale, le elevate aspettative del governo, la delusione delle aspettative con il raggiungimento di un traguardo diverso ma ugualmente efficace. Il film parla di due artisti che trattano un argomento serio con un registro scurrile, vengono criticati dalla stampa e dagli ‘haters’ per questo ma alla fine raggiungono il risultato sperato. Ricorda qualcosa? Niente di più facile, se sono proprio il sistema produttivo e quello dei media che vuoi prendere di mira. E i fatti dimostrano che è possibile sollevare un polverone mediatico anche con un film comico-demenziale che fa battute stupide, così come nel film è possibile demolire un dittatore canticchiando una canzone di Katy Perry. Sicuramente gli autori non potevano prevedere che l’effetto si sarebbe amplificato sino a tal punto, e per questo devono sicuramente ringraziare i loro fan. Io non credo che tutto si possa tradurre in una vittoria/pubblicità della Sony, che merita peraltro il boicottaggio per quello che ha fatto già in partenza, senza doverne analizzare il comportamento successivo; penso che si possa parlare di una vittoria totale degli autori, che sono stati pagati per un lavoro, hanno potuto vedere distribuito il proprio film nonostante le minacce degli hacker (o di chi per loro), sono stati anche difesi (per un po’) dagli stessi soggetti che volevano ridicolizzare, hanno potuto platealmente ridicolizzarli in mondo visione. Per poi essere criticati quando ormai era troppo tardi. Qui andiamo ben oltre i 15 minuti di celebrità teorizzati da Warhol.

Da parte mia, sono contenta di aver diffuso materiale relativo al film (che peraltro avrei visto comunque) e di aver promosso petizioni, col solo scopo di salvaguardare la libertà di espressione di autori che già conosco e apprezzo in merito a un film che mi ha dato esattamente quello che mi aspettavo, accusando Sony per quello che ha fatto fin da subito. Se anche le minacce dei terroristi fossero state vere, a cancellare il film è stata (per finta) Sony, non i terroristi né il governo di Pyongyang. La censura va sempre attaccata, qualunque sia il motivo che la porta in essere. E se mai produrrò qualcosa di mio, spero di ricevere lo stesso trattamento che il pubblico dei social, nel bene e nel male, ha riservato a Franco e Rogen, senza dover arrivare alle tette come la Lawrence.

Per riassumere, questo film offre esattamente quello che promette, ovvero una satira leggera e una comicità demenziale, e la offre con una qualità complessiva che non sempre viene raggiunta di questi tempi nella commedia americana e che certamente in Italia non ci possiamo nemmeno sognare. I contenuti politici sono molto limitati, ma evidentemente preclari anche al pubblico cui sono diretti, in maniera diametralmente opposta rispetto al genere documentaristico, esoterico per definizione, ma che accontenta tanto i critici (e anche me, perlamordiddio). Niente di nuovo, ma il risultato finale è piuttosto buono, pur non essendo la miglior commedia della Storia. Il film mi è piaciuto (e per quanto quest’osservazione sia statisticamente irrilevante eravamo in 5 ed è piaciuto a tutti); continuerò a considerare i film di Rogen e Golberg una scommessa sicura di divertimento, e Franco un ottimo attore comico. E visto che tutto era stato già previsto, ritengo che non sia nemmeno il caso di spremersi le meningi per concludere con una frase d’effetto, poiché è già stata scritta in un dialogo del film (vado a memoria):

Skylark — They hate us cause they’re jeallous. They hate us cause they ain’t us!

Rapaport — What you mean? They hate us cause their ANUS?

Skylark: They HATE us cause they AIN’T us. Haters gonna hate; ain’ters gonna ain’t.