La musica che non c’è più

Dove sono io ora? Dove sono andato? Dove è finita la mia musica?

Ho scoperto musica che mi piaceva negli ultimi vent’anni. Ma le canzoni che mi hanno emozionato come mi capitava un tempo, in cuffia con il volume al massimo nella mia camera di studente, si contano sulle dita di una mano. Quattro o cinque in tutto, in un periodo molto lungo. Non ve le elencherò. Nei due decenni precedenti erano state invece centinaia, anche se molte di queste — ne sono convinto — rimangono solide certezze solo perché collegate ai meccanismi del ricordo e del rimpianto.

Il post di ieri di Massimo racconta una realtà molto comune. O per lo meno è ciò che vivo anche io nei miei mid 30s.

Al di là dell’improvviso imbruttimento della musica, provo ad aggiungere la mia personale esperienza.

Le canzoni pop e mainstream si sono via via accorciate, per permettere una fruizione veloce mordi e fuggi, sempre di più escono singoli ed EP invece di album proprio per rispettare questa logica.

Questa è la prima diretta conseguenza dell’avvento delle piattaforme di streaming, le quali nel tempo sono riuscite a creare dei comportamenti al limite dell’isteria. L’accesso a una libreria pressoché infinita di brani fa scattare spesso la voglia di voler ascoltare il più possibile di un genere musicale, stando dietro alle nuove uscite del venerdì, così come le varie playlist suggerite.

L’abbondanza crea dipendenza da ascolto superficiale.

Molto raramente si ascolta un album fino a consumare la batteria dello smartphone e ci si emoziona ancora più di rado.

Per vendere bisogna uniformarsi alle logiche contemporanee del mercato, anche se serve passare attraverso una musica inascoltabile (che poi per alcuni non lo è affatto ovviamente), e sono sempre più rari quegli artisti che prediligono la fedeltà al proprio stile musicale sopra le logiche di mercato.

Dal mio personale punto di vista sono questi a rimanere gli ultimi baluardi di una produzione artistica seria.

Insomma, se da un lato Spotify ci ha liberato dalle catene dell’inaccessibilità dell’ascolto, dall’altro ci ha relegato a un mondo di musica superficiale che passa dalle nostre orecchie con rapidità senza lasciare emozioni o ricordi. Quelle che ci riescono il più delle volte sono fuori da qualsiasi classifica Billboard e non ne sente parlare nessuno. Il vero lavoro da fare su quelle piattaforme da parte dell’utente è cercare quelle gemme nascoste e tenersele strette fino alla prossima playlist.