Fluxes. Puntata 1

Se prima potevi dire in 40 minuti riesco a raggiungere qualsiasi luogo della provincia milanese, adesso al mattino devi almeno calcolare 1 ora e passa di viaggio, non importa in quale direzione stai guidando.

La cosa mi provoca non poca noia quando al mattino ho degli appuntamenti lontano dall’ufficio. Rifletto sul fatto di avere i mezzi pubblici a disposizione e soprattutto a poca distanza da casa, ma puntualmente vado in zone non servite o con dei collegamenti assurdi oltre le 2 ore.

Il che mi porta a riflettere, come spesso faccio da quando ho capito che la fibra non arriverà nel mio paese nei prossimi 3 anni almeno, su come sì ok Milano è formalmente la capitale d’Italia per tante cose, mezzi di trasporto inclusi, ma si potrebbe fare molto di più se guardo all’estero.

E non è una lamentela, ma un’osservazione con sguardo malinconico e faccia appoggiata al polso di come le cose quaggiù potrebbero andare molto meglio se solo si avesse la voglia di farlo e soprattutto non si buttassero i soldi pubblici al vento.

Povera Italia.

Fluxes. Puntata 0

La mia prima esperienza di blogging risale al 2007. Passai qualche mese a spaccarmi il cervello per trovare un nome decente da dare al mio blog. Non mi ritengo un perfezionista, ma piuttosto un fissato e la mia fissazione mi porta molto spesso a non essere mai troppo convinto di decisioni di questo calibro.

Chiamai il mio primo blog Fluxes, comprai il dominio relativo però non spiegai mai il concetto dietro a quel nome. Provo a farlo ora: un flusso costante di contenuti.

As simple as that, per questo mi piaceva tanto. Un nome semplice con un’idea chiara dietro. Forse però l’idea chiara era solo nella mia testa e quindi dopo un paio di anni comprai contino.com e tanti saluti.

Stamattina in doccia pensavo di riprendere quel nome, ma per fare una specie di diario di ciò che voglio condividere qui, magari con degli episodi. Una specie di flusso di coscienza e di accadimenti quotidiani.

Ad esempio ieri siamo andati a fare la prova pranzo del catering del nostro matrimonio, siamo usciti abbastanza provati dal test, in pratica abbiamo affrontato un pranzo matrimoniale in poco più di due ore, con innumerevoli portate e innumerevoli dolci. Come sempre facciamo in questi casi ci guardiamo negli occhi e ci diciamo: non mangeremo stasera. Siamo finiti con un panino al crudo di Parma e pomodori secchi. 😆

Non sono bravo a scrivere come Stefano, ma magari riesco a raccontare qualche episodio divertente.

Joker

È difficile scrivere di Joker.

È un film talmente mastodontico da risultare fin troppo elementare. Anche perché si rischia di cascare nelle miriadi di interpretazioni a cui presta il fianco.

La lente di ingrandimento da utilizzare dovrebbe essere scevra da qualsiasi filtro, sia esso politico, sociale, psicologico. Tuttavia è quasi impossibile non applicarne uno.

Sì perché nonostante il film sia ambientato negli anni ’70, ci sono dei richiami troppo forti alle condizioni in cui viviamo oggigiorno. Dove la politica e le amministrazioni pubbliche se ne fregano dei più deboli, dove gli emarginati lo sono sempre di più e chi ha i soldi vince sopra tutti gli altri.

L’interpretazione fenomenale di Joaquin Phoenix, provato nel fisico così come nell’animo da questo personaggio deteriorante, è la rappresentazione di un classico underdog incazzato con la vita, preso a schiaffi dalla vita, e che dalla vita alla fine avrà tutto facendo la sola cosa che gli riesce bene, essere se stessi e rivelando la sua vera natura. Un parallelo fin troppo facile con i protagonisti di Taxi Driver e Un giorno di ordinaria follia.

Ma tant’è è necessario scomodarli perché non siamo di fronte al classico comic-movie di stampo DC, questo potrebbe essere benissimo un film che con Batman, al di là dei riferimenti espliciti, ha poco a che spartire.

Ho letto online molte opinioni diverse su Joker. Dal capolavoro al film troppo facile da lodare. Io mi schiero nella prima fazione. E al di là della difficile rappresentazione delle vicende di una persona con patologie mentali, l’eccezionale riuscita avviene se ci si sofferma un attimo sull’interpretazione del caos che quel tipo di persone vive.

E in questo Phoenix riesce divinamente. Con qualche citazione di troppo alla fotografia di Her, l’attore è incredibile nel ricreare e gestire una patologia cucita sull’archetipo del Joker, ridere quando da ridere non c’è proprio nulla.

Qui non c’è il male fine a sé stesso come nel Joker di Ledger, qui il male è il mezzo per arrivare ad un riscatto e riconoscibilità sociale altrimenti sopita. Un’esplosione inevitabile dopo aver provato in tutti i modi ad emergere con le dovute maniere, ma con scarsi risultati.

È una denuncia sulla superficialità del mondo, dell’uomo verso il prossimo suo. E quando la misura è colma il caos prende il sopravvento.

Il caos è equo, come diceva il suo predecessore nella trilogia di Nolan. E qui grida forte e chiaro, il mezzo necessario per ristabilire l’equità perduta. Le azioni violente e inaccettabili di Joker sembrano volerci dire che c’è un’altra via prima di arrivare a tutto questo. Prima che il caos prenda il sopravvento.

La speranza è vedere almeno un Batman ambientato in questo cosmo, di caos e di regole sociali sovvertite, dove il popolo fa il tifo per il villain, mentre l’eroe deve farsi strada, e tanta, nei cuori della gente delusi e presi in giro da un sistema impossibile da sostenere.

★★★★

El Camino. Il film inutile di Breaking Bad

L’aspettativa per un fan della serie Breaking Bad era tanta. Da anni ci si chiedeva che fine avesse fatto Jesse, se uscito dall’incubo di quella notte fosse sopravvissuto, ce l’avesse fatta oppure no. Insomma, fantasticare ci aiutava a tenere viva la memoria dei personaggi di una serie al limite della perfezione.

L’annuncio di un film a risposta di queste domande altro non ha fatto che alzare l’hype a livelli stratosferici, provando a colmare la sete di conoscenza.

Ecco, ora io non so voi, ma esco dalla visione di ieri sera non deluso, ma attonito, in cui mi sono costantemente domandato dall’inizio alla fine del film quando arrivasse il colpo di scena tanto atteso.

Ma niente. Il film non aggiunge nulla di più a quanto già sapevamo, non soddisfa nessuna bocca asciutta dai troppi anni di assenza di Heisenberg e soci che nemmeno Better Call Saul è riuscita a soddisfare. Non riesce nell’operazione di dirci insomma cosa succede dopo, perché il film si conclude esattamente come Felina: Jesse seduto in macchina che guida verso la vita.

Un piattume simile a tanti altri film di Netflix, dove lo scopo è sembrato più fare un’operazione commerciale di branding piuttosto che coprire un vuoto narrativo lasciato da quel grido di liberazione dell’ultima puntata di Breaking Bad.

Un discorso filmico del tutto assente, dove restano a bocca asciutta i tanti che chiedevano un grande ritorno, un’operazione nostalgia dove nemmeno il cameo di Brian Cranston è riuscito a sferzare l’aria del sequel di successo.

★☆☆☆

L’influencer e l’università delle patatine

Disclaimer: Sì ho studiato Scienze e Tecnologie della Comunicazione. No non ho una quota in eCampus, né conosco la loro realtà.

Questa settimana tra i miei contatti social è girata questa foto scattata non so da chi, tagliata e di pessima qualità. Probabilmente di una brochure o libricino di presentazione dei corsi universitari di quest’anno.

Tutti a gridare allo scandalo. Non solo Scienze della Comunicazione è un corso universitario ormai umiliante e quasi ci si deve vergognare a dire di frequentarlo, ma qualcuno si è anche permesso di associare questa laurea delle patatine al voler formare dei professionisti dell’ influenza.

Come sempre faccio, prima di formarmi un’opinione definitiva, provo a documentarmi, comprendere e avere il maggior numero di elementi a disposizione per poter giudicare. Ho letto così il post del blog di eCampus e ho pensato che non ci fosse niente di male nella loro proposta formativa.

In primis perché per lavoro ho avuto e ho a che fare con influencer, e reputo che formare delle figure professionali in grado di fornire un prodotto di qualità per i clienti per i quali lavoreranno sia una buona cosa. Sarà ovviamente difficile sul breve termine farsi riconoscere questo titolo di studio in fase di approccio a potenziali clienti con i quali lavorare, ma se dovessi farlo io oggi lo sfrutterei soprattutto per le tecniche di approccio agli strumenti tecnologici utili a porre le giuste basi per accrescere la popolarità.

È ovvio poi che non possa essere una scelta di carriera scolastica adatta a tutti, e che penso dovrebbero scegliere chi ha già un certo seguito sui social network. Questo perché non sono degli studi ad aiutare a diventare popolari, ma la personalità.

L’influencer, micro, macro, medi o di qualsiasi tipo, sono un’evoluzione dei vecchi testimonial. Sono persone capaci che hanno sfruttato i mezzi a loro disposizione. Mezzi in costante mutazione e cambiamento grazie all’omnipresenza di internet.

Credo, infine, che spesso e volentieri chi li critica vorrebbe in realtà trovarsi al loro posto, e per questo ne parla in termini terribili e con sufficienza, questa potrebbe essere una buona occasione per studiare e provare a farlo.

Per amore del mio blog

Questo post dice tutto quello che si dovrebbe dire nella disanima tra social network e sito personale nell’era della self expression.

Se mi seguite sapete da quale parte sto e credo di averne già scritto a sufficienza.

Meglio far parlare chi si esprime più chiaramente del sottoscritto.

In those days, our website was our home. An extension of ourselves. Every day we visited our page, tweaked it a bit here, adjusted something there, stood back and admired it. Our site was a little corner of the internet we could own.

[…]

In contrast to our personal websites, we don’t own our social platforms. They own us. On top of eating our time, our emotions and our focus, they are demanding our privacy. Whether we realized it or not, we signed away our rights when we signed up for these platforms. We not only give giant tech companies our personal data — we allow them to use, sell and share our content in whatever way they wish. Soon, we will see the repercussions of freely giving away our data and our work. When it comes to creativity and self-expression, the loss is already apparent.

On social media, we are at the mercy of the platform. It crops our images the way it wants to. It puts our posts in the same, uniform grids. We are yet another profile contained in a platform with a million others, pushed around by the changing tides of a company’s whims. Algorithms determine where our posts show up in people’s feeds and in what order, how someone swipes through our photos, where we can and can’t post a link. The company decides whether we’re in violation of privacy laws for sharing content we created ourselves. It can ban or shut us down without notice or explanation. On social media, we are not in control.

[…]

At the risk of sounding religious about this, and maybe I am, our personal websites are our temples. They remain the one space on the internet where we decide how we are introduced to friends, potential employees and strangers. It’s a place where we can express, on our terms, who we are and what we offer.

Quei due sulla banchina

Da qualche mattina mi trovo a fare un tragitto diverso per andare al lavoro.

Passo per un paese limitrofe al nostro e incontro ogni mattina due signori, non li definirei anziani, ma piuttosto avanti con l’età, sicuramente magri e in gran forma ma canuti e con i volti visibilmente segnati dal tempo.

Sono sempre seduti alla banchina del bus, ogni giorno, alla stessa ora.

Solo che il bus loro non lo prendono. La banchina è il loro tavolino del bar.

Discutono animatamente tutti i giorni, come se uno raccontasse all’altro di aver trovato la soluzione ai problemi climatici del mondo e l’altro per controbattere ha trovato le cure alle più tragiche delle malattie.

Eppure ogni mattina quando li vedo non posso fare a meno di pensare quanto siano liberi. Mi dico quanto sia facile giudicarli dai pochi secondi in cui scompaiono dal mio finestrino, si potrebbe pensare siano dei barboni o degli ubriachi della prima ora.

Invece la realtà è che non so niente di loro, magari sono ricchissimi e hanno trovato il loro modo speciale di occupare il tempo, dove non devono rendere conto a nessuno se non a loro stessi.

E a me tutto questo teatrino ispira una sola cosa: libertà.

Milano Games Week 2019

Ho volutamente ritardato il post odierno per dare spazio alla mia vera passione, i videogiochi.

Oggi è un giorno un po’ speciale, è quel giorno dove ogni anno con i ragazzi di Fuorigio.co ci troviamo alla Milan Games Week e proviamo a dare una sbirciata a quanto il mondo videoludico ha da offrirci, farci testare, ma soprattutto raccontare.

Come sapete abbiamo chiuso il progetto l’anno passato, ma ognuno di noi continua a mantenere sul proprio blog, chi più chi meno (anzi Lorenzo ha aperto JustIndie.net da poco), uno spazio dedicato ai videogiochi.

Come dicevo, il post di oggi voleva essere l’annuale nostra reunion e celebrazione della nostra intramontata e intramontabile passione.

Vi avrei voluto raccontare delle decine di videogiochi testati, delle ore spese in fila, del fatto che come anno i ragazzini siano più della stampa addetta, che tipicamente si prende il venerdì come giorno di testing, di una ricca concentrazione di offerta.

Eppure non posso farlo. Quest’anno, almeno per me, la Milan Games Week lascia l’amaro in bocca e mi ha fatto uscire dai padiglioni della fiera dopo sole 2 ore.

C’era davvero poco. Quello che c’era è già uscito sul mercato da un pezzo e le novità in uscita nei prossimi mesi ridotte soltanto a dei meri video. Caso eclatante lo stand di Cyberpunk 2077. Coda già dalla prima ora e molte aspettative, per poi entrare in un quadrilatero con un mega schermo dove girava il trailer che chiunque si può gustare comodamente a casa e concludere l’esperienza con due spillette.

Xbox purtroppo molto sottodimensionata rispetto a Nintendo e Playstation che comunque mantengono alto il livello di allestimento e di giochi proposti, sebbene come detto con novità scarseggianti.

Poi camminando tra gli stand con i ragazzi ci siamo accorti di una cosa lampante prima di varcare la soglia dell’uscita: gli stand più grandi ed eclatanti erano dedicati agli eSports, ai creators e agli YouTuber. Tutto il resto era una serie interminabile di banchetti di magliette, statuette, e cianfrusaglie di varia natura.

Personalmente non ho respirato più quell’atmosfera di passione di un mercato che si sta concentrando in una direzione diversa, ma come si dice è il mercato bellezza.

Peccato. Forse solo Lucca Comics ha in questo momento qualche cartuccia da sparare a livello italiano, altrimenti meglio rivolgersi alle fiere di settore all’estero.

P.s.: La cosa più bella della giornata è questo shooting a 180° allo stand di Canon Italia.

In orario

Ma la questione del tempo di cui voglio parlare non riguarda solo l’orario in cui si è soliti sedere a tavola. Riguarda cosa succede quando dobbiamo andare a un appuntamento. Ci sono infatti tre modi per presentarsi a un appuntamento: arrivare presto, arrivare puntuali, arrivare tardi. Poi c’è un quarto modo, praticato da pochissimi amatori — che qui denominerò iperanticipanti — e che richiede un vero e proprio esercizio di filosofia: arrivare in largo anticipo. I disinvolti non solo non ammettono il quarto modo, ma sono incapaci anche solo di immaginarlo, come le marmotte non possono immaginare a cosa serve una caffettiera.

Nella concretezza della mia vita da iperanticipante arrivare in largo anticipo significa che, se devo prendere un treno alle nove del mattino, farò in modo di trovarmi in stazione alle sette e quarantacinque. Perché proprio un’ora e un quarto di anticipo, e non un’ora tonda? Un’ora e un quarto di anticipo non è un tempo casuale o approssimativo. È il frutto di un ragionamento profondo. Perché l’ora d’anticipo è il minimo che la mia coscienza rivendica affinché io possa galleggiare nel tempo dell’attesa senza lasciarmi trasportare dalle sue fluttuose rapide

Questo articolo su doppiozero è forse un po’ estremo per come intendo io la puntualità.

Il mondo purtroppo è in mano ai ritardatari. Anche un solo minuto di ritardo per me inizia ad essere troppo, non scusabile e non giustificabile, a meno di serie motivazioni.

La tecnologia ci dà la possibilità di pianificare molto bene i nostri spostamenti. Le varie app di mappe hanno ormai integrate varie funzionalità di monitoraggio del traffico in tempo reale, se si sta pianificando un viaggio è possibile monitorarlo quotidianamente per capire come varia il timing di giorno in giorno in modo da fare una stima.

Idem per i trasporti pubblici.

Un ritardatario oggi non ha più scuse.

Eppure la stragrande maggioranza della gente non pensa minimamente al prossimo, alla mancanza di rispetto per chi ha altro da fare e si è programmato la giornata con delle scadenze precise e il ritardo di qualcuno diventa il ritardo di qualcun altro e così a cascata.

Personalmente tendo anche io sempre ad arrivare in anticipo, non certo un’ora e un quarto, ma quasi sempre sono io a dover aspettare il mio appuntamento.

L’inclinazione morale ad arrivare in largo anticipo l’ho ereditata da mia madre. Quand’ero ragazzino, mia madre era il tipo che se avevamo un appuntamento dal dentista alle quattro del pomeriggio, diceva che era meglio presentarsi alle tre. La scusa era semplice: se il paziente prima di noi avesse saltato l’appuntamento, noi saremmo subentrati al suo posto.

Ho cercato più volte di darmi una spiegazione. Se sia il menefreghismo verso il prossimo, la superficialità del “tanto che vuoi che siano 5 minuti”, la scarsa propensione a misurare il proprio tempo e quindi finire di lavorare alle 20 invece che alle 18 perché lo si perde in innumerevoli distrazioni.

Non sono riuscito ancora a darmi una risposta. Forse è tutta una questione di educazione.

I messaggi hanno sostituito le telefonate. E a me sta bene così.

With so many digital avenues now available for reaching someone, the problem with phone calls is not that they’re inconvenient. It’s that they’re gauche. Especially for young people who tend to use their phones constantly, text messaging has become a roiling conversation that never really begins or ends.

There’s often just as strong an expectation of an immediate answer to a text as there has traditionally been to a phone call-a phenomenon probably familiar to you if your significant other has ever fussed at you for tweeting or posting to Instagram Stories while you’ve left him or her on read . A phone call might still carry a more explicit demand for attention, but it’s actually far easier to explain being unable to answer a call than a text.

Lo spunto arriva da un articolo di The Atlantic. Seppure la tesi sostenga che una telefonata oggi giorno sia molto meglio di un messaggino, in quanto quest’ultimi hanno creato un’aspettativa di risposta e una tensione non indifferente tra i soggetti in gioco, io resto a favore del testo scritto.

Personalmente ho sempre ritenuto la telefonata una scocciatura, una perdita di tempo fatta di formalismi ai quali non mi sono mai troppo abituato, mentre sono perfettamente a mio agio con email, chat e quant’altro.

Inoltre negli anni ho sviluppato i giusti “anticorpi” per affrontare serenamente le aspettative di risposta. I tempi li detto io, ovvio salvo emergenze, di quanto poter e dover rispondere.

Si chiama comunicazione asincrona e forse troppo spesso ce ne dimentichiamo.