Ventiventuno

Se il 2019 mi è sembrato rapidissimo, il 2020 lo è stato ancora di più. Complice una pandemia mondiale, i preparativi per un incerto matrimonio a causa di quest’ultima e provare a cercare quella nuova normalità di cui tutti parlano, una resilienza pronta a diventare routine.

Quest’anno ho scritto molto poco, ma non meno di quanto avessi voluto. Questo perché il tempo è quello che è e ne sto dedicando tanto ad altre passioni, il gaming sopra ogni altra che con qualche novità è tornato ad affacciarsi con positiva viralità nelle mie giornate.

Non ho particolari mire per il 2021, scriverò quando posso e sarò ispirato, senza dimenticare quanto segue:

It is on the most important blog.

Yours.

Even if no one but you reads it. The blog you write each day is the blog you need the most. It’s a compass and a mirror, a chance to put a stake in the ground and refine your thoughts.

And the most important post? The one you’ll write tomorrow.

E ora come consuetudine vi ciucciate il meglio del peggio del 2020.

Qui trovate le precedenti edizioni: 2019201820172016201520142013

  • Ci siamo sposati comunque. Ed è stato bellissimo lo stesso.
  • Quest’anno però niente viaggi, a parte qualche giorno in Sardegna alla scoperta di nuove località
  • Ho scritto tanto soprattutto durante la prima parte dell’anno. E l’argomento principale era l’argomento principale. Una serie di post a tema Covid-19
  • Ho continuato a scrivere con una certa regolarità su argomenti a piacere con la rubrica Fluxes
  • E sì, ho scritto un pelo di più di videogiochi finalmente
  • Ho ricominciato ad utilizzare Spotify come piattaforma principale per la fruizione musicale. Complice la tanto attesa possibilità di salvare illimitatamente canzoni ed album. E questo mi porta al consueto wrap-up di fine anno. Con mia somma gioia sono tornato ad ascoltare tonnellate di nuova musica, portandomi a sfiorare di nuovo il record di ascolti. A solito trovate tutto su Last.fm
  • Fronte serie TV e Film, complice la costrizione in casa abbiamo consumato praticamente ogni piattaforma di Streaming. Qui i risultati su Trakt.tv
  • Lo show dell’anno in grado di vincere a mani basse è: The Kominsky Method. L’abbiamo scoperto per caso qualche giorno fa. Michael Douglas sarcastico e un Alan Arkin pungente al punto giusto non ci fanno mai smettere di ridere. Già rinnovata per una terza stagione!

La playlist del mio matrimonio

Finalmente trovo quei 5 minuti di tempo per scrivere questo post “in canna” da almeno 3 mesi. Nelle fase preparatorie al nostro matrimonio abbiamo quasi immediatamente escluso l’utilizzo di una band o di qualsiasi altra musica suonata dal vivo.

Perché?

I generi richiesti sarebbero stati troppi e nessuno penso ci avrebbe mai soddisfatto appieno. Abbiamo optato quindi per un DJ. O meglio, qualcuno che mettesse la musica scelta da noi.

Credo sia stata la cosa che nel corso dei mesi ci ha portato via più tempo in assoluto, una accurata selezione di brani per noi importanti o che semplicemente si sarebbero dovuti incastonare alla perfezione con il momento della giornata.

Ed ecco qui il risultato, consiglio vivamente di attivare l’ascolto Shuffle visto che si parte dall’opening cerimonia per arrivare al momento discoteca.

Ci teniamo molto, per cui ogni commento è ben accetto.

Spostiamo le feste

Con una decisione non poco sofferta con mia moglie abbiamo deciso di non festeggiare con nessuno dei nostri parenti le prossime festività natalizie.

La loro salute arriva prima di tutto. Senza nessuna eccezione. Ma soprattutto non vogliamo sottovalutare la situazione e per una leggerezza che accadesse l’impensabile.

Abbiamo optato per videocall, o nel caso dei miei genitori di una passeggiata insieme, visto che siamo nello stesso comune, senza mai togliersi le mascherine e mantenendo le debite distanze. Rimandando la convivialità di un buon vino e leccornie a quando si potrà farlo in sicurezza.

Quindi, a questo punto, perché non rimandare in toto tutte le feste in monoblocco?

Ci sono certe date che corrispondono a commemorazioni solo per convenzione sociale. Natale si festeggia a Natale ma, senza il Natale, sarebbe un giorno come la vigilia o Santo Stefano. Stesso discorso per capodanno.

Hanno persino posticipato le Olimpiadi che, per evitare di spendere miliardi in bianchetto per la correzione del logo stampato ovunque, si chiameranno lo stesso Tokyo 2020, sempre che il DPCM ci permetta di portare a destinazione la torcia olimpica. Siamo adulti — non ancora vaccinati — e per una volta possiamo desistere dalla nostra smania di rispettare le tradizioni ad ogni costo.

Il dibattito sulla disposizione degli invitati a tavola frena le aziende del settore dei segnaposti e, ancora oggi, nessuno sembra in grado di prevedere chi festeggerà cosa e con quali parenti.

Per questo dovremmo spostare in blocco le feste natalizie a un momento meno soggetto a restrizioni e, da qui all’Epifania che non si porterà via nulla, tirare dritto con la scuola e il lavoro. Dobbiamo avere pazienza e attendere giorni migliori.

E poi che bello, ci pensate?

Fare l’albero a fine febbraio e battere le mani a ritmo della Radetzky Marsch — rigorosamente trasmessa da Vienna — a metà marzo? E perché non ad aprile, a ridosso della pasqua, per fare un intero mese di ponti per festeggiare la sconfitta del coronavirus nel modo che preferiamo?

Il problema è che siamo troppo rigidi, in queste cose.

[…] Per una volta, nella storia del genere umano, si può fare un cambiamento, no? Dove sono i paladini della resilienza quando servono?

Vivere mille vite. Come i videogiochi hanno cambiato la mia vita

I primi ricordi legati ai videogiochi affondano nella mansarda della villetta a 4 piani che da piccolo mi sembrava enorme, ogni angolo un nascondiglio e un luogo da (ri)scoprire ogni volta. Quella mansarda raggiungibile solo con una scala a chiocciola da affrontare a quattro zampe perché non alto abbastanza da arrivare al corrimano. Il suo grande stanzone, da un lato c’era il letto di mia sorella che da lì a poco sarebbe uscita di casa, dall’altra bauli e armadi di molti decenni prima che nella mia fantasia erano ricchi di tesori sepolti.

In mezzo alla stanza c’era un grosso tavolo di legno con sopra quello strano aggeggio con una tastiera enorme e la scritta AMIGA intarsiata nella plastica. Ricordo con quanta avidità cercavo sempre di sgattaiolare di sopra nella speranza di capirci qualcosa su come avviarlo e farci girare i videogiochi che mio padre comprava senza nemmeno sapere cosa stesse comprando.

Ricordo in particolare solo due giochi, Sensible Soccer e Firepower, il resto dei ricordi è fumoso e sbiadito tra molti minuti di attesa attesa per i caricamenti e l’amarezza di non averla conservata gelosamente fino ad oggi.

La passione per i videogiochi è nata così, anche per me come Lorenzo nel suo meraviglioso racconto “Vivere Mille Vite”, grazie ai miei genitori, i quali nel mio caso vedevano quanto mi tenessero impegnato e accendessero quella scintilla nei miei piccoli occhi.

Amiga fu solo l’inizio. I miei genitori sul finire degli anni ’80 gestirono un bar vicino casa. Quel bar non solo era il luogo dove mamma e papà lavoravano, ma era quel posto magico dove 500 lire riempivano interi pomeriggi. Sì perché mio padre intuì che i cabinati avessero una forte attrattiva sui giovani del tempo e creò quindi un’ala con una decina tra flipper e arcade e io a 6 anni non solo ero il figlio dei proprietari in grado di giocare gratis tutto il tempo che volevo, ma potei stringere amicizie altrimenti impensabili, accedere al mondo degli adulti e insegnare qualcosa a loro su quei videogiochi che al tempo sembravano la fine del mondo. Mi ricordo in particolare Hammerin Harry, un platform a scorrimento sul quale detenevo il record di sempre.

Ma una volta tornati a casa, anche lì non si scherzava. Nella mia stanza, attaccato a quel minuscolo tv a tubo catodico c’era il Sega Master System ad attendermi. Sì, ero fan Sega e saltai completamente tutte le console Nintendo fino al GameCube, ma questa è un’altra storia. Tornando al Master System ricordo chiaramente la prima edizione di Fifa che a quei tempi si chiamava Fifa International Soccer e solo dal 1995 iniziò ad avere l’anno aggiunto vicino al naming FIFA. Con lui l’intramontabile Sonic e qualche altro gioco che magari non ho mai giocato per intero perché non corrispondeva ai miei gusti.

Ai tempi non c’erano che poche riviste di settore attraverso le quali informarsi sulle nuove uscite, ma lo strumento più potente e utilizzato per poter capire se un videogioco facesse al caso tuo prima di comprarlo con le paghette raccolte nei mesi era il passaparola dei tuoi amici.

Venne il momento in cui i videogiochi mi salvarono letteralmente la vita. Quanto meno mi salvarono dalla noia. Nei primi anni ’90 nella via proprio dietro quel bar dei miei genitori subii un incidente stradale abbastanza spiacevole con svariate complicanze conclusesi un decennio dopo, ma che sul momento fu un piccolo terremoto che scossò la mia famiglia dalle fondamenta. Necessitavo di cure costanti e per questo i miei decisero di vendere il bar.

Due mesi in ospedale e altrettanto tempo da convalescente a casa, come ammazzare il tempo? Mi vennero in aiuto le console portatili. Su questo fronte non mi sono fatto mancare nulla. GameBoy con Tetris, Atari Lynx con Rygar e Game Gear con Sonic e Columns.

Dopo poco arrivò la console che forse ho amato di più in assoluto. Il Sega Mega Drive. Aveva tutto, era perfetta e tutti i giochi che avrei sempre potuto desiderare. Solo che da lì a poco in casa arrivò un aggeggio bianco, ingombrante e che decidemmo di piazzare in taverna. Il mio primissimo computer, un 386 con sopra Windows 3.1. Mi cambiò la vita come a Lorenzo nel capitolo dedicato a Doom. Per me fu lo stesso ma con Wolfenstein 3D. Non avevo visto niente di simile fino a quel momento e me ne innamorai. Non giocavo a nient’altro se non a quello.

Da lì in avanti è stata un escalation dedicata soltanto al computer. Innumerevoli pezzi cambiati, un sacco di giochi anche piratati (ai tempi era la norma) e tante splendide avventure dopo, arrivò quel piccolo aggeggio grigio prodotto da Sony che prometteva di cambiare il mondo delle console casalinghe. E lì un altro fulmine a ciel sereno. PlayStation = Metal Gear Solid. Credo di aver consumato almeno due pad nel giocarci e accumulato non so quante ore di gioco.

In quegli anni il computer rimaneva però per me il chiodo fisso, tanto che installai in tutti i PC delle scuole superiori in aula di informatica un simpatico gioco di Dragon Ball Z, saltando a pie pari PlayStation 2. Arrivavano voci da ovest di una console targata Microsoft che sarebbe uscita da lì a poco, e come dicevo per me i computer e il loro massimo rappresentate dell’epoca Bill Gates per me equivalevano a Microsoft. Aspettai Xbox con trepidante fermento.

Era il 2002. Iniziavo a navigare su internet con incessante vigore. Mi imbattei in un forum di appassionati, e da lì iniziai a costruire un sacco di amicizie e importanti relazioni che mi portarono non solo per scrivere per quella neonata rivista che è everyeye.it ma che mi consentirono di viaggiare “a causa” dei videogiochi con press tour, anteprime e community tour addirittura in Canada direttamente nella casa di sviluppo di Fifa.

Tutto questo percorso mi condusse poi a lavorare in Microsoft, a trovare la mia strada di geek e appassionato di tecnologia, ma dovetti a malincuore allontanarmi dai videogiochi come strumento di sostentamento e ne parlo in questo vecchio post. Invidio chi come Lorenzo riesce a farne una professione e, quotidianamente, con il senno di poi mi domando se avessi potuto continuare su quella strada, se avessi avuto lo standing necessario per divulgare un mezzo straordinario come il videogioco.

Ormai è troppo tardi, la passione dei Videogiochi è intatta e cerco quando posso di scriverne qui. Ecco, ci tengo a concentrarmi sulla parola “passione”. È grazie alla condivisione di questa passione e al libro di Lorenzo che sono riuscito a buttare giù queste memorie. Una poderosa cavalcata sulla storia delle pietre miliari dei videogiochi vissute dagli occhi dell’autore stesso e non c’è niente di meglio di un racconto vissuto in prima persona per respirarne tutte le emozioni vissute.

Non conosco Lorenzo di persona, ma è fidanzato con una mia ex collega e ho sempre seguito i suoi lavori in rete. Adoro come scrive e ho acquistato il suo libro appena ho potuto, divorandolo in qualche nottata prima di addormentarmi. Senza la sua testimonianza difficilmente mi sarei messo qui a scrivere questo lunghissimo post, ma la passione ti porta a creare cose di cui non ti saresti mai ritenuto capace.

Perciò, da videogamer a un altro, grazie Lorenzo.

Il mio test di Xbox Game Pass cloud gaming

Quello che qualche mese fa più comunemente era conosciuto come Project xCloud, ovvero la piattaforma di streaming dei giochi Xbox Game Pass su device Android, è finalmente uscito dalla sua fase Anteprima ed è attualmente in Beta, ma comunque accessibile a tutti attraverso l’applicazione Xbox Game Pass scaricabile su Google Play.

L’argomento streaming mi interessa parecchio. La disintermediazione fisica della console per poter accedere al servizio gaming preferito ovunque nel mondo è affare assai allettante di cui ho scritto in tempi non sospetti su OnLive prima e Stadia poi.

Sono riuscito finalmente a testare anche io il servizio Microsoft con questo set up iniziale:

L’ho utilizzato per il momento, quindi, con la sola rete di casa dove oscillo tra i 30 e 100 Mbps dipende dall’orario, ma comunque soprattutto la sera dal letto, dove in preda a qualche momento di insonnia invece di scendere e riaccendere tutto l’impianto di casa e svegliare la famiglia, mi sono messo le cuffie e iniziato questa splendida avventura. Prevedo un test in esterna non appena si potrà tornare a viaggiare.

Ho giocato a Doom e Carrion, che sembra nascere più per mobile che per uno schermo da 55’’, per tre sere di seguito e segnalo un’esperienza fantastica, input lag pari a zero con rallentamenti dovuti alla connessione ridotti all’osso. Mi resta da testare Destiny o Halo MCC per comprendere meglio come si comporti nelle situazioni multiplayer, ma in linea di massima arrivando dalla delusione cocente di Stadia, Microsoft mi ha fatto ricredere sul poter ottenere eccezionali risultati da un servizio di cloud gaming.

La sensazione è sì quella di approcciarsi a una console portatile, date le dimensioni dello schermo, ma di avere sempre il giusto feeling di controllo dato dal pad Xbox. A questo proposito avevo anche optato per la soluzione che più farebbe avvicinare l’esperienza di tenere in mano una Nintendo Switch, ovvero il controller Razer Kishi studiato apposta per xCloud. Tuttavia sia il costo sia qualche opinione in rete di difficoltà nel approcciare lo stick destro mi hanno fatto per il momento desistere dall’acquisto.

Se avete voglia di provare il tutto, riassumo qui le specifiche per poter sfruttare il servizio ad oggi, anche se ci sono buone speranze di vederlo a breve sia su Apple (dopo la diatriba di qualche mese fa) che sui PC attraverso apposita chiavetta.

  • Un abbonamento Xbox Game Pass Ultimate attivo
  • Un controller Xbox con funzionalità Bluetooth o un altro controller supportato
  • Un telefono o tablet Android, versione Android 6.0 o successiva
  • Una connessione dati Wi-Fi/LTE con almeno 10 Mbps di velocità in download
  • L’app Xbox Game Pass per dispositivi Android

Anzi, in realtà su piattaforma Apple è disponibile qualcosa di similare. Avviene tramite l’app Xbox e si chiama Remote Play. La differenza con quanto avviene su Android è che bisogna trovarsi agganciati alla stessa connessione alla quale è attaccata la vostra Xbox, una specie di mirroring di quanto vedreste sul vostro schermo del salotto, con la possibilità di usufruire di tutti i titoli da voi acquistati e non solo quelli Game Pass.

Fatemi sapere le vostre opinioni e se avete avuto modo di testare il servizio.

Sempre più vicino

Prendo in prestito le parole di Alessandro. Spesso molto distante dalle mie personali opinioni sul mondo, ma in questo caso in poche righe ha riassunto ciò che ci diciamo con mia moglie ogni giorno praticamente da ormai qualche settimana. Indipendentemente da quale opinione si abbia su tutta questa faccenda, da cosa si pensi del virus stesso e della malattia, sta di fatto che è qui, dietro l’angolo.

Anche a voi il cerchio si stringe? Anche a voi capita che lo stronzo virus sia sempre più vicino, conoscenti amici parenti vicini di casa colleghi? Che sentiate più che a primavera che si avvicina ogni giorno di più? O per caso e sfiga capita solo a me?

È così. Il cerchio si stringe. Non ho nessuna particolare sensazione in merito. I miei affetti sono al sicuro, abbiamo azzerato il contatto sociale se non con quei pochi colleghi di lavoro dai quali sappiamo ormai mantenere le dovute distanze, nella speranza di schivarlo come Neo ha fatto con le pallottole in Matrix.

Ogni giorno ci arrivano notizie di amici vicini lontani, parenti, conoscenti colpiti. Per fortuna quasi tutti asintomatici e in salute. La scorsa primavera nessuno della nostra cerchia più prossima. Anche se la virulenza sembra essere molto più lieve e senza particolari conseguenze rispetto a prima, fa un certo effetto lo stesso.

In questa notte di Halloween, il virus è il mostro più spaventoso.

Incoerenza

Non so in quanti si siano bevuti la storia di Apple salvatrice del pianeta nel non includere un carica batterie nel nuovo packaging degli iPhone 12.

Lo storytelling sul perché si sia optato per una mossa del genere è commovente e comprensibile. Voglio dire, quanti di noi in casa hanno carica batterie a profusione a cui attaccare il cavo del proprio iPhone?

Tanti vero? E perché includerne di altri in una confezione che sarebbe più grande e sprecherebbe risorse prezioso del nostro decrepito Pianeta quando se ne potrebbe usare uno che hai lì, proprio sotto il tuo naso?

Ebbene, non è così.

Il solo carica batterie Apple in grado di ricaricare iPhone 12 è soltanto quello di iPhone 11. Quelli precedenti non vanno bene.

Perciò, metti caso uno come me che da iPhone Xs vuole spostarsi su iPhone 12 dovrà acquistare un nuovo carica batterie. Indipendentemente se si voglia utilizzare il cavo in dotazione nella scatola, o provare le meraviglie della tecnologia MagSafe.

Insomma, come scritto qui, uno entra in un negozio Apple sperando di fare qualcosa di buono e se ne va a casa con almeno un carica batteria in più, ovviamente pagandolo profumatamente e non più “incluso” nel prezzo del telefono come accadeva fino al modello dell’anno scorso.

Non smetterò di utilizzare iPhone e nemmeno i prodotti Apple, la mia critica non è tanto sulle politiche ambientali dell’azienda, per altro sempre molto attenta al tema. Quanto piuttosto a una scelta di comunicazione poco chiara e da presa in giro nei confronti del consumatore finale.

Bisogna essere forti

Benché ultimamente mi sia passata la voglia di parlarne, non vuol dire che il problema sia sparito. Prendo in prestito le parole di Giulia su quanto sia assolutamente normale lo stare male in una situazione del genere.

Nel discorso di Giuseppe Conte di domenica c’era una cosa, una scelta lessicale che mi è arrivata dritta allo stomaco: la richiesta al paese di “Essere forte”. Sorvolando su quello che è stato e non è stato fatto per potersi permettere di fare questa richiesta a cuor leggero, mi pare che tanto per cambiare si torni a un concetto di “forza” che è profondamente distruttivo, in cui la malattia mentale, la sofferenza emotiva, la rabbia e il panico devono essere repressi perché la vulnerabilità non è concessa. Essere fragili è un peccato mortale, bisogna essere “forti”, se non sei forte meriti di soccombere. Un’idea muscolare, machista dello stare al mondo: e infatti la questione della salute mentale non entra mai nei discorsi del Presidente del Consiglio. I soldi sì, i sussidi sì, l’economia sì: la salute mentale, no. E la salute mentale, a questo punto, è un problema grosso quanto i mostri nella nebbia. È assurdo, quasi disumano chiederci di essere “forti” quando non conosciamo l’orizzonte temporale delle cose, non possiamo fare piani o progetti e dobbiamo rinunciare a quasi tutto quello che ci fa stare bene. E non è un problema di Conte: nelle domande dei giornalisti, la questione della salute mentale è quasi sempre assente. Stiamo vivendo una condizione di trauma collettivo che rischiamo di trascinarci per generazioni, se non viene riconosciuta e tenuta in considerazione.

Stare male è normale. Lo è sempre stato, ma ora più che mai, e dobbiamo abbandonare l’idea che lottare per stare bene sia obbligatorio. No, gente, stare bene a questo punto è facoltativo. Se non ce la facciamo, se stiamo male, se siamo apatici e tristi perché dopo otto mesi non sappiamo ancora come e se ne usciremo (e l’Italia non è l’unico posto dove le cose vanno ancora male), se siamo depressi e abbiamo bisogno di aiuto, ecco, è normale. Forse questo è il momento di parlare seriamente di salute mentale, oltre che di salute fisica. È il momento di affrontare la paura della nebbia, prima ancora che dei mostri. E non a livello individuale, ma a livello comunitario, con un discorso chiaro che accetti il malessere come parte normale dell’esperienza umana, soprattutto in questo momento straordinario, condiviso in tutto il mondo come neanche le guerre mondiali sono mai state. Stiamo male. Accettiamolo. Abbracciamo il dolore, la stanchezza, l’abulia. Parliamone. Diciamolo agli amici, se non all’analista. Condividiamolo, questo star male. Non ci rende meno, ci ricorda che siamo vivi.

Sardegna a Settembre. La Coluccia e altre meraviglie

Sono stato poche volte, e sempre durante il weekend, in Sardegna a settembre. Trovarcisi per il nostro viaggio di nozze alternativo (saremmo dovuti andare in giro per il mondo, ma ahi noi abbiamo necessariamente dovuto rimandare) e per due settimane, ci ha fatto scoprire sostanzialmente una Sardegna diversa da quelle delle classiche ferie agostane.

Ma siccome in Sardegna ci andiamo ormai da qualche anno avendo casa lì e in buona parte visitato tutti i posti limitrofi ad essa, questa volta abbiamo deciso di provare qualcosa di nuovo ogni giorno, vederla da una prospettiva diversa seppur talvolta rivedendo gli stessi luoghi.

Oltre a Stintino, Porto Pollo, affittato un gommone per girare l’arcipelago della Maddalena, traghettato sull’Asinara con un catamarano, oggi mi concentro su un luogo specifico. Un luogo piccolo, selvaggio e a pochissimi minuti da casa eppure a noi sconosciuto.

Un amico ha da qualche anno avviato un business interessante. Scoprire la Gallura in bicicletta, permettendo di accedere a luoghi altrimenti inaccessibili e inesplorabili in auto. Ci siamo sentiti e abbiamo organizzato un tour di una mattinata all’isola di Coluccia. In realtà, non è una vera e propria isola, è una penisola collegata da un minuscolo istmo, attraversabile a piedi o passando direttamente dal mare.

La storia di questo piccolo grande appezzamento di terra è affascinante. Recuperato da qualche anno da un imprenditore visionario, tra l’altro incrociato per occasioni lavorative, Coluccia è un’isola privata aperta al pubblico, aperta a mostrare le sue meraviglie.

Tra vitigni di vermentino appena piantati, arnie per il miele autoctono, gli asinelli e km di muri a secco ripristinati di recente abbiamo viaggiato su ebike alla scoperta di un luogo lontano dai nostri tempi e frenesie, un fermo immagine su come la vita dovrebbe essere affrontata e vissuta in totale armonia con la natura. E dove presto ritorneranno anche le vacche allo stato brado.

Un esempio di come sia possibile recuperare in modo sano un territorio, senza deturparlo, ma rispettando le sue leggi, dettate dalle stagioni, dal mare e dal vento. Se passate in Gallura, non potete non andarci, è visitabile, ma per addentrarvi nel cuore della macchia mediterranea e dell’azienda agricola bisogna essere accompagnati da una guida locale che ha il permesso di farvi accedere.

Altrimenti costeggiando le spiagge perimetrali dell’isola si può arrivare a scoprire luoghi incantati come la spiaggia di Macchia Mala, dove quel giorno in cui ho girato questo breve video armato di GoPro ci sentivamo come se fossimo stati i primi uomini a mettervi piede.

Per trovare il paradiso non serve andare lontani.

Spotify, il brutto anatroccolo

Lasciai Spotify per Apple Music ormai quattro anni fa. Dei benefici rispetto a questa scelta ne ho parlato in lungo e in largo. Insieme alla piattaforma svedese lasciai indietro anche la sua ottima funzionalità per scoprire nuova musica e la piena integrazione con Last.fm. Una cosa da smanettoni amanti della musica e dei dati.

Da maggio di quest’anno tuttavia, grazie anche allo sblocco dei limiti su album e canzoni salvabili in libreria, ho ricominciato ad usare praticamente solo e soltanto Spotify. E con esso un’altra interessante novità rispetto ad Apple Music, ovvero la piena integrazione con i podcast. La cui esperienza completamente integrata in una sola app rende l’esperienza ovviamente più facile e comoda.

Spotify sta aggiungendo ogni giorno un pezzettino per diventare una audio company a tutti gli effetti:

Ora Spotify è una audio company, un’azienda specializzata nel farci ascoltare cose — siano esse musiche, audiolibri, audiodrammi, l’ultima stagione di Muschio Selvaggio: poco importa. Vale la pena precisare che non è una strategia inedita, nemmeno nello stesso settore del podcasting: servizi come Stitcher e Luminary si presentano da tempo come piattaforme in grado di offrire contenuti esclusivi, tramite un servizio ad abbonamento, strategia collaudata con cui assicurarsi qualche abbonato in più. Se a farlo è una startup in cerca di un proprio spazio, nessun problema.

Quando a farlo è un leviatano da 96 milioni di abbonati, competitor di colossi quali Amazon, Apple e Google, ecco che le cose cambiano e una strategia di per sé innocua può diventare una dichiarazione di guerra e una rivoluzione culturale, oltre che di settore. Una mossa con ripercussioni profonde che vanno ben oltre il mercato discografico e audio, arrivando a condizionare cosa ascolteremo e come, cosa avrà successo, e perché, proprio come Spotify ha cambiato le abitudini musicali di milioni di persone, spingendo playlist e canzoni singole a dispetto degli album interi. C’è poi il ricatto dato dalle dimensioni di Spotify: a questo punto, creare un podcast senza tenere in considerazione il servizio è una follia, considerando l’oggettiva facilità d’utilizzo dell’app e la sua capacità di promuovere nuove uscite.

Tanto che proprio ieri finalmente la piena integrazione con Anchor inizia ad avere un senso compiuto. I creatori di podcast potranno intervallare i propri show con brani musicali, fruibili al momento completamente da chi ha un abbonamento Premium, avvicinandosi a mio modo di vedere a una vera e propria radio personale, dove di sicuro saranno in molti a realizzare un palinsesto 24h benché non in diretta.

Nonostante gli scenari apocalittici a livello finanziario ed economico proposti da Forbes (in larga parte dovuto al costo spropositato dell’App Store) e lo scontro totale con Apple (che anche alla presentazione di Homepod Mini ha deciso di fare a meno di Spotify), Spotify ha dalla sua gli utenti abbonati (è il servizio con la più ampia fetta di mercato in questo senso), la facilità d’utilizzo e un’interfaccia responsive che nessun altro ha, nemmeno Apple Music sui propri sistemi nativi.

Perciò chi vuole vincere la partita dell’audio prima o poi con Spotify i conti dovra farli.