Quanto è difficile comunicare

In realtà non tanto, il difficile è farsi capire. E quindi della comunicazione c’è bisogno di azzeccarne i tempi, i modi e i contenuti.

Elementi in cui le istituzioni italiane non sono certo prime in classifica.

Con il decreto Cura-Italia alcune categorie di lavoratori possono beneficiare di 600€ messi loro a disposizione attraverso una domanda apposita da dover compilare sul sito dell’INPS a partire da stamane.

Con scarsa chiarezza sulle modalità di erogazione e sulle modalità di accesso a questo credito, si è diffusa la notizia che questi soldi fossero ottenibili con una logica first come first serve. Cioè se fossi stato tra i primi a presentare la domanda sul sito, avresti avuto accesso ai soldi.

Cosa assolutamente falsa.

Ma il problema si ingigantisce non di poco quando il sito dell’INPS inizia a mostrare a chi si fosse loggato i profili di altre persone. Profili che avevano fatto accesso in precedenza e tenuti in cache sul server, generando così un data leak impressionante. Matteo Flora lo spiega molto meglio di me.

Ora, non sono esperto in materia, ma arrivare ad imputare tutto questo disastro ad un attacco hacker sarebbe ancora più grave, perché significherebbe che un sito tanto importante non si basa su criteri di sicurezza impenetrabili, come invece dovrebbe essere.

Sempre oggi si è generata un’ulteriore confusione. Dapprima il governo dice che ora anziani e un genitore con un minore possono uscire a fare due passi. Le regioni subito dopo smentiscono.

Smetto qui di fare la radio cronaca della giornata. Avrete tutti letto quanto sopra da me descritto ormai da ore, ma ho voluto riproporre qui questi avvenimenti per sottolineare ancora una volta la totale mancanza di coordinamento e gestione della comunicazione da quando questa pandemia ci ha iniziato a toccare da vicino.

Dai mille moduli per l’autocertificazione, ogni sera una conferenza stampa del Primo Ministro, chi avrebbe dovuto chiudere e chi continuare a lavorare, chi sarebbe potuto uscire e a che distanza, fino ad oggi, ancora più grave, come gestire la distribuzione di quel poco di reddito in più per sostentarsi in queste difficili settimane.

Generando cosa? Di nuovo panico, confusione, e comportamenti insensati che provocheranno una deriva certa. Il continuare a posticipare il termine di questa forzata quarantena, perché più incomprensione si crea, peggio le regole vengono rispettate.

Perché? È una questione culturale probabilmente. È una faccenda molto complessa, e arriva da parecchio lontano. Quando ci vengono imposte delle regole, c’è sempre il furbetto di turno. Quello che fa finta di niente e ti passa davanti mentre sei in coda, che è lo stesso che butta la cicca della sigaretta dal finestrino o che se ne frega della raccolta differenziata. Potrei andare avanti per ore.

Mi auguro ci sia chiarezza comunicativa però su una faccenda ancora scoperta, una faccenda che riguarderà tutti e non si sa ancora se di botto oppure a scaglioni. E non ci sono parole migliori di quelle di Paolo Giordano sul Corriere della Sera di oggi.

Ci è dovuto.

Non vedo come possano essere anche solo congetturate delle riaperture senza prima una risposta a ognuno di questi quesiti. Se le risposte esistono già, o se almeno esistono delle ipotesi concrete di lavoro, che ci vengano illustrate. La conferenza stampa delle 18, la nostra nuova lugubre occasione di raccoglimento, si presterebbe bene a mostrarci a che punto sono i cantieri. Una linea di fuga in avanti avrebbe, tra l’altro, un effetto incoraggiante diverso dall’ostensione glaciale dei numeri. Quando il picco sarà oltrepassato, perderanno in molti la motivazione per restare isolati e servirà una tabella di marcia da completare, anzi serve già. Il nostro futuro prossimo non può essere una scatola nera, né possiamo permetterci di aprire quella scatola e scoprire di averci messo dentro degli oggetti alla rinfusa. Perciò qualcuno smetta di fissare il picco, adesso, e ci parli con precisione di cosa ci aspetta quando attraverseremo finalmente la soglia di casa.