Brand e virus

Sono partito da questo tweet per riflettere un poco sulla comunicazione dei brand, in queste settimane di lockdown.

Da qualche giorno in TV vediamo spot pressoché identici. Il registro delle parole utilizzate, il tono e il messaggio sembrano essere uguali tra di loro. Sostituite il logo di quel supermercato a quel marchio di pasta o a quella compagnia telefonica e cosa otterrete?

Sono perfettamente intercambiabili e sovrapponibili.

Si gioca sul lottare, resistere, tenere duro, ringraziare. Mantenendo sotto traccia quello spruzzo di slancio comunicativo per convincere a scegliere questo o quel brand rispetto ai propri competitor.

Come se uno spot emotivo, in questo momento storico, fosse il driver principale per smuovere l’intenzione d’acquisto. Il fine ultimo è fatturare, ricordiamocelo sempre.

È già tanto se si riesce ad entrare nei supermercati o prenotarsi una spesa online. Non credo i consumatori stiano facendo troppo i difficili nella scelta dei prodotti da mettere in saccoccia. Quello che c’è c’è, si infila nel carrello e si cerca di tornare il prima possibile a casa.

È difficile, a meno di cappellate galattiche, che la percezione del brand sia modificata di molto nei cuori delle persone. È rimasta ferma a fine febbraio e così sarà finché non ci sarà un ritorno alla normalità. E benché siano lodevoli sforzi, le pubblicità strappalacrime non sposteranno di molto il fatturato.

Sono curiosissimo se e come i suddetti brand proseguiranno anche nel post-covid19. Se torneranno alla comunicazione precedente, o comprenderanno che da ora in poi il tono di voce, l’essere trasparenti e mossi dall’etica siano i primi registri da cui partire per raccontarsi, e non gli ultimi.

O almeno che siano in grado di rendere migliore la vita delle persone in questi momenti di ansia e paura.