Friends will be Friends

10 stagioni di Friends. Sciroppate in meno di un mese.

Non avevo mai visto tutte le puntate di Friends. Almeno non con la giusta consecutio temporum.

Ho pensato a lungo prima di scrivere questo post, del resto su questa serie è già stata scritta e detta qualsiasi cosa e di certo il mio personale parere non ha nessun peso specifico. Ma ci ho dovuto riflettere un po’ prima di capire cosa fosse.

Delle sensazioni mescolate, un passato che ho avuto la fortuna di vivere insieme a una realtà diversissima dalla nostra. Una finestra su un mondo lontano in cui le relazioni forse avevano un sapore più intenso perché non complicate dalla tecnologia.

Nostalgia

Tanta nostalgia degli anni ’90 cantava J Ax quando ancora era una persona seria. Sì forse il primo sentimento è la nostalgia. Di un tempo in cui ero in pre-adolescenza e guardando quello show potevo vedere cosa mi sarebbe potuto accadere, da lì a poco, nella mia vita almeno a livello di drammi personali. Un tempo in cui non c’erano telefonini, e si riusciva a malapena a mandare un’email in mezz’ora di connessione.
Un tempo in cui la sola preoccupazione era uscire a giocare a pallone prima e avere il motorino per far colpo sulle ragazze poi. Un momento di transizione. In cui la parte più difficile di tutte probabilmente era il riuscire ad esprimere i propri sentimenti, in tutti i sensi.

Un tempo in cui si riusciva a stare in una stanza con altri amici senza aver nulla da fare per mezz’ora, e andava bene così. La relazione interpersonale aveva l’assoluta centralità.

Distanza

Il micro-cosmo di Friends è stato e sempre sarà distante dal nostro per tante ragioni. La prima, la più ovvia, è quella geografica. La seconda è quella culturale. O meglio, di emancipazione.

Difficilmente, se non per ragioni di studio, in Italia un ragazzo o ragazza si sarebbe trasferito in un appartamento a vivere con altri coinquilini appena terminati i propri studi universitari. E sebbene potesse essere un sogno, un’aspirazione, per tanti, in realtà così non sarebbe mai stato. Al massimo in affitto con il proprio/la propria compagna, ma null’altro. È una distanza dettata da un retaggio sud europeo, in cui l’italiano è mediamente campione, lasciare la casa dei genitori il più tardi possibile.

È una distanza d’emancipazione lavorativa. In pochi anni tutti e sei i ragazzi fanno mediamente carriera, ricoprono ruoli importanti non ancora 35enni. Fate un po’ il pari con il nostro paese dal 1994 in avanti. Oggi, forse, è ancora peggio che 25 anni fa.

In Friends, infine, i problemi esistenziali sembrano sempre all’acqua di rosa, facilmente risolvibili con una battuta di spirito e affrontati con estrema leggerezza. E sebbene questo sia in aperto contrasto con le sfide che la vita vera ci pone davanti, quest’approccio può diventare la chiave di volta.

Il più delle volte la risposta dovrebbe essere “è così, e poco posso farci”. E va bene lo stesso.

La migliore di sempre?

Non so dire perché Friends venga reputata la serie più bella di tutti i tempi, forse per la sua semplicità, per quel puzzle creato da sei tasselli talmente diversi da combaciare perfettamente e in grado di raccontare le tante sfaccettature della generazione X.

O probabilmente perché è riuscita a raccontare gli stessi problemi che ai tempi accomunavano quindicenni fino ai trentenni e a tutti è riuscita a dare una qualche forma di risposta o di strada da seguire per vivere la vita con un po’ più di leggerezza e autoironia.

Ho provato a cercare articoli sulla stampa americana di qualche anno fa, per provare a comprendere meglio cosa sia stato questo fenomeno per loro. Non ne ho trovati moltissimi a dire il vero, ma questo li raccoglie un po’ tutti e può dare un’idea di cosa è stato questo fenomeno all’inizio della sua avventura.

Non so con quale spirito rivedrò gli episodi di Friends se mai mi dovesse capitare l’occasione. Immagino però il rifiuto in quanto già visti, ma soprattutto il rifiuto di dover ripiombare ad un’epoca che non tornerà più e alla quale, forse, non dovremo più ispirarci.

★★★★