Spotify, il brutto anatroccolo

Lasciai Spotify per Apple Music ormai quattro anni fa. Dei benefici rispetto a questa scelta ne ho parlato in lungo e in largo. Insieme alla piattaforma svedese lasciai indietro anche la sua ottima funzionalità per scoprire nuova musica e la piena integrazione con Last.fm. Una cosa da smanettoni amanti della musica e dei dati.

Da maggio di quest’anno tuttavia, grazie anche allo sblocco dei limiti su album e canzoni salvabili in libreria, ho ricominciato ad usare praticamente solo e soltanto Spotify. E con esso un’altra interessante novità rispetto ad Apple Music, ovvero la piena integrazione con i podcast. La cui esperienza completamente integrata in una sola app rende l’esperienza ovviamente più facile e comoda.

Spotify sta aggiungendo ogni giorno un pezzettino per diventare una audio company a tutti gli effetti:

Ora Spotify è una audio company, un’azienda specializzata nel farci ascoltare cose — siano esse musiche, audiolibri, audiodrammi, l’ultima stagione di Muschio Selvaggio: poco importa. Vale la pena precisare che non è una strategia inedita, nemmeno nello stesso settore del podcasting: servizi come Stitcher e Luminary si presentano da tempo come piattaforme in grado di offrire contenuti esclusivi, tramite un servizio ad abbonamento, strategia collaudata con cui assicurarsi qualche abbonato in più. Se a farlo è una startup in cerca di un proprio spazio, nessun problema.

Quando a farlo è un leviatano da 96 milioni di abbonati, competitor di colossi quali Amazon, Apple e Google, ecco che le cose cambiano e una strategia di per sé innocua può diventare una dichiarazione di guerra e una rivoluzione culturale, oltre che di settore. Una mossa con ripercussioni profonde che vanno ben oltre il mercato discografico e audio, arrivando a condizionare cosa ascolteremo e come, cosa avrà successo, e perché, proprio come Spotify ha cambiato le abitudini musicali di milioni di persone, spingendo playlist e canzoni singole a dispetto degli album interi. C’è poi il ricatto dato dalle dimensioni di Spotify: a questo punto, creare un podcast senza tenere in considerazione il servizio è una follia, considerando l’oggettiva facilità d’utilizzo dell’app e la sua capacità di promuovere nuove uscite.

Tanto che proprio ieri finalmente la piena integrazione con Anchor inizia ad avere un senso compiuto. I creatori di podcast potranno intervallare i propri show con brani musicali, fruibili al momento completamente da chi ha un abbonamento Premium, avvicinandosi a mio modo di vedere a una vera e propria radio personale, dove di sicuro saranno in molti a realizzare un palinsesto 24h benché non in diretta.

Nonostante gli scenari apocalittici a livello finanziario ed economico proposti da Forbes (in larga parte dovuto al costo spropositato dell’App Store) e lo scontro totale con Apple (che anche alla presentazione di Homepod Mini ha deciso di fare a meno di Spotify), Spotify ha dalla sua gli utenti abbonati (è il servizio con la più ampia fetta di mercato in questo senso), la facilità d’utilizzo e un’interfaccia responsive che nessun altro ha, nemmeno Apple Music sui propri sistemi nativi.

Perciò chi vuole vincere la partita dell’audio prima o poi con Spotify i conti dovra farli.