Cherry

Cherry è un film povero di sodio. Quell’unica particella in grado di sopravvivere è Tom Holland. Povero, ce la mette tutta a dare il meglio di sé nell’interpretare un tossicodipendente affetto da stress post traumatico di ritorno dall’Iraq. Si libera alla perfezione della rete dell’Uomo Ragno, ma resta impigliato in un’altra, ancora più fitta e straniante. Quella intessuta dai registi per lui, in uno screenplay fin troppo superficiale per un tema serio che affligge gli Stati Uniti.

Il film si basa sulla autobiografia, o almeno gran parte di essa, di Nico Walker, dal quale i registi hanno acquistato i diritti per realizzare il film Cherry.

Nonostante alcune scene di humor nero, di cui i Russo si sono già resi protagonisti nelle serie Community e Arrested Development, di Cherry si riesce a salvare ben poco. La lunghezza non aiuta affatto e benché si possa soprassedere su questo aspetto, i 141 minuti in cui si cerca di fare un’accozzaglia di richiami come Trainspotting o i film di Bay, suonano sempre tutti troppo finti.

Per coinvolgere lo spettatore con la psicologia maniacale del giovane veterano e per emulare la narrativa feroce e non romantica di Walker, scritta dalla prigione, il duo di registi esagera ogni elemento cinematografico, dall’inesorabile movimento della telecamera ai dialoghi che spezzano la quarta parete e scene d’azione meglio adatti per Capitan America. Ma non basta.

Tutto in Cherry suona falso. I personaggi non riescono ad emergere nella traiettoria dei minuti in cui appaiono sullo schermo e si caratterizzano soltanto per piccole e brevi scene che sembrano scollate da tutto il resto. Manca l’intensità, manca qualcosa che non sia già visto in centinaia di altri film.

Cercherò a questo punto di recuperare il romanzo, leggermelo a fondo e capire se alla fine mi troverò a dire: beh, il libro era meglio.