Giocare di squadra

In questi ultimi giorni dell’anno trovo questo splendido post dell’ormai prossima ex direttrice di Donna Moderna, Annalisa Monfreda, e il suo racconto sul processo legato alle sue dimissioni. La chiusura però riguarda tutti noi. C’è chi è più fortunato e chi meno. Ma siccome sono passato attraverso qualcosa di molto simile, una volta che le porte del mondo si sono chiuse alle tue spalle e rimani solo con i tuoi pensieri dentro casa, meglio avere una squadra in grado di non farti mai sentire inadeguato.

Grazie Annalisa per avermi ricordato di quanto sia fortunato anche io.

E veniamo all’ultimo privilegio, quello che ho. Non avrei mai compiuto questo passo se stessi giocando la partita da sola. Non si tratta solo di essere in coppia, ma di avere una relazione che, per quanto imperfetta e migliorabile su un’infinità di aspetti, assomiglia tanto a una squadra. Ecco, far parte di una squadra è la condizione psicologica ideale per affrontare il rischio. Ci è già successo in passato. Ho convinto lui a lasciare una situazione lavorativa tossica, l’ho motivato a prendersi il tempo per studiare, a non affannarsi a cogliere la prima occasione ma ad avere la pazienza di aspettare quella giusta. Per lui è stata dura da accettare, ma ha funzionato. Adesso sta facendo lo stesso con me. Ogni mattina ripulisce il campo della mia mente dai residui di sensi di colpa e paure lasciati dalla notte. Sa che quella è la rampa di lancio da cui un giorno o l’altro dovrò decollare e lui si è preso in carico la sua manutenzione. Mi sprona a studiare, a progettare, sfida le mie idee come farebbe con quelle dei suoi clienti, perde la pazienza quando io perdo la fiducia. Il vero senso di giocare in squadra è che giochi anche quando sei in panchina. Giochi anche mentre ti riposi e ti ricostruisci i muscoli. E questo è il vero privilegio che oggi mi riconosco: poter vivere questa scelta come una opportunità di ridisegnare il lavoro, l’esistenza, i miei stessi sogni.