Fluxes #21: presa di coscienza

Ultimamente ricevo sempre più visite dal questo sito: IndieBlog. Leggendo la descrizione scopro essere un interessante esperimento dove cliccando sul bottone Open Random Blog Post si atterra su un post scelto a caso tra i blog inseriti nel database del sito. Non so bene chi abbia inserito gwtf, ma tant’è appare spesso nei risultati a quanto pare. E anche io devo dire, una volta scoperto, ogni tanto mi imbatto in qualche blog super sconosciuto con topic molto interessanti, seppur lontanissimi dai miei interessi. 

A proposito di blog. Tra i 25 lettori so esserci sia sconosciuti, ma anche soprattutto persone a me vicine. Ultimamente un tarlo nella testa mi tormenta per chiedermi se scrivo meno anche perché limitato dal loro giudizio. Da cosa possano pensare di quanto scrivo. Se siano d’accordo o meno, o semplicemente trovano piacere nel leggere ciò che leggono. Non credete a blogger, giornalisti, creator o chicchessia che dicono scrivo solo per me stesso. Ci ho messo tanti anni per arrivarci e vale anche per me. Lo si fa sempre per qualcosa o qualcuno, anche se non lo si ammette.

Forse questa è la riflessione più liberatoria degli ultimi anni riguardante a questo piccolo, grande, contenitore. Perché? Perché questa è casa mia in un certo senso e non voglio più preoccuparmi di voler compiacere un certo tipo di lettore piuttosto che un altro. Così come la mia vera casa, anche questa deve rispecchiare chi sono. 

E oggi inizio con il condividere un pensiero che mi porto a casa da questa trasferta. È uno a cui tengo particolarmente e che voglio far mio per la vita. È difficile da far digerire a tutti, ma è tra i miei chiodi fissi e non potrò mai rinunciarci. Anche a costo di apparire cinico e poco aperto. Anche se per me è vero proprio l’esatto contrario. Ci arrivo.

La polarizzazione delle posizioni su temi chiave e super attenzionati dall’opinione pubblica inevitabilmente finisce con il catalogare il singolo individuo, cercando per forza di inserirlo in una categoria specifica. Di solito esistono sono due posizioni contrastanti, o sei una visione o sei dell’altra. O sei bianco o sei nero. Necessariamente per chi sta sull’altra sponda, sei da quella sbagliata. È così praticamente per tutto ormai. Un tentativo di uniformare la società su uno schieramento o su un altro, con chi fa la voce più grossa che pretende solitamente una società diversa sostenuta da quel pensiero, senza se e senza ma, provando così a farla diventare migliore di quanto lo fosse stata fino ad ora. Secondo la sua opinione, ovviamente.

Ora, come dicevo, è difficile far digerire quello che sto per scrivere. Faccio spesso fatica a farlo comprendere a chi mi circonda, probabilmente utilizzo le parole sbagliate o non ho gli strumenti adatti per farlo correttamente. Tuttavia sento di trovarmi in una terza posizione. Una posizione dove non ci deve essere per forza un gruppo vs un altro, un’idea dominante solo perché è così che deve funzionare. Reputo che ognuno di noi sia diverso e abbia delle fantastiche singolarità e caratteristiche uniche che vadano rispettate e considerate no matter what.  

Servono esempi? Non credo. Siamo circondati da chi ha voglia di far passare un elogio della diversità nascondendolo sotto un’etichetta altrettanto divisiva. La libertà di essere e sentirsi chi e cosa si vuole non può passare da un appellativo. Sono fermamente convinto delle unicità di ognuno di noi e quanto queste ultime siano proprio il fondamento stesso di tutta la bellezza che ci circonda, da celebrare e non ghettizzare. Sono estremamente grado di lavorare in un ambiente che non solo riconosce questo, ma lo fa suo, lo applica quotidianamente. E senza queste individualità speciali non potremmo fare ciò che facciamo. Essere chi siamo sostanzialmente.

Questo pippone termina qui. Forse sto semplicemente invecchiando, come scrive Massimo.