Fluxes #20: Scissione e Salisburgo

🧑🏻‍💻 Stasera ho iniziato Scissione. Sono alla seconda puntata e già lo adoro. Non avevo ancora incontrato il Ben Stiller regista. Non so nemmeno se questa sia la sua prima esperienza, ma non mi va di cercare. Mi piace quello che vedo. Adam Scott, John Turturro e poi dal nulla Christopher Walken. Ho già capito dai primi pezzi messi insieme il rumore di fondo della serie. Una fotografia sul rapporto vita lavoro molto bene congegnata per poterla denunciare senza giudizio. Nuova droga.

Solo un’altra volta prima di oggi mi è capitato di passare per l’Austria. Alle superiori a visitare il campo di concentramento di Mauthausen. Oggi ci torno per la seconda volta, per lavoro. Sono arrivato a Salisburgo domenica pomeriggio, complice la bella giornata e il tempo libero ho deciso di perdermi camminando per il centro. 

Non conosco altro modo migliore per scoprire una città. E fortunatamente Salisburgo sembra essere stata costruita proprio per questo scopo. Il tasso di bici rispetto alle auto mi è parso fin da subito 10 a 1. Ho subito pensato: ma qui passa un’auto ogni 10 minuti?!
Molto bene mi sono detto. Sembra davvero una città da prendere in considerazione per viverci, anche se il grande riserbo rimane sulle temperature invernali, ma penso nulla di inaffrontabile dopo essere stato in Islanda. 

Non so se una città, poi, si possa dire cosmopolita in base alle etnie e alle lingue che vedi e senti mentre cammini per strada. Ma se fosse questa la metrica senz’altro si meriterebbe questo aggettivo speciale. 

Che nella mia testa si è accoccolato accanto a un sostantivo in costante sovraimpressione oggi: pace. Non so se perché domenica, ma ho scordato il caos di Milano in poche ore. E sì che qui ci sono gli stessi abitanti di Monza, ma con un’estensione doppia per kmq. Sarà forse questo il motivo?

Vediamo domani.

Zio. La newsletter che ti spiega cosa fanno i teenager di oggi

Era da un po’ che ci pensavo. In fondo è seduto a poche scrivanie di distanza dalla mia e mi sono detto perché non fargli qualche domanda. Oggi intervisto Vincenzo Marino, aka wyncenzo, l’autore di zio, la newsletter che ti spiega il pazzo fantastico mondo della Gen Z.

In realtà sono iscritto a zio da un anno e mezzo almeno, da quando cioè mi sono avvicinato ancora più a fondo alla generazione Z, appunto. Perché? Beh stavo cercando informazioni a livello italiano per affrontare al meglio quello che poi sarebbe stato il mio colloquio per entrare in Red Bull.

E toh, in chi mi imbatto? Esatto. Ho scoperto solo poi una volta colleghi chi fosse Vincenzo e che ne fosse l’autore. E nulla, da appassionato e studioso della storia dei media (a proposito ti consiglio questo libro che sto leggendo: Io tiranno. La società digitale e la fine del mondo comune) ho voluto approfondire con lui qualche tematica a me cara e che penso possano interessarti.

Immergiamoci.

Ok, partiamo con le domandi semplici, forse stupide, ma necessarie per chi non ti conosce ancora. Chi è wyncenzo? E perché “zio”?

wyncenzo è un autore di 36 anni ossessionato dai contenuti digitali e dalle tendenze culturali. Ha scritto e scrive per diverse testate, e si è fatto un giro lungo nel mondo della strategia video e del content marketing. Da tutto questo è nata “zio”, una newsletter in cui cerco di prendere spunto da trend e consumi che paiono essere rilevanti per una parte della cosiddetta “Generazione Z”, per provare a raccontarli a chi se li è persi — perché anagraficamente lontano, o perché semplicemente non ne ha avuto la voglia.

Perché una newsletter e non un blog? Ok, mi risponderai è il mezzo del momento, ma vorrei capire con te perché probabilmente è uno strumento più potente per raggiungere un pubblico ingaggiato.
Si dice così no?

L’ingaggio dei lettori è sicuramente la componente più eccitante: chi si iscrive sceglie te come puro autore, compie almeno un paio d’azioni per registrarsi, e decide di seguire il tuo lavoro nel posto in cui trascorriamo buona parte delle nostre vite digitali — la casella mail. Questo, unito a un tono di voce possibilmente riconoscibile, fa sì che si possa creare un rapporto di prossimità diverso da quello offerto dai blog, che prescinde dalle piattaforme e dalle loro evoluzioni. Nelle newsletter il content Ã¨ davvero il king, come si diceva qualche anno fa — che poi: le pagine “archivio” di Substack sono sostanzialmente dei blog, alla fine.

Gskianto

Quanto sono importanti i disegni fatti da te?

Moltissimo. Nell’ottica della personalizzazione e della riconoscibilità stilistica, le illustrazioni una parte fondamentale — a volte apprezzata persino più del testo stesso. Io le vedo come una piccola coccola per gli iscritti, un modo per dirgli che li penso, per mantenere un legame. Tipo gli squillini sul tel dei primi anni duemila.

A proposito di pubblico, quello a cui ti rivolgi immagino non siano ragazzini, ma un pubblico adulto in cerca di risposte?

Il target di base è il millennial che scopre finalmente di non padroneggiare più tutto l’internet conosciuto — credenza dura a estinguersi malgrado l’avanzare dell’età. La grandissima parte degli iscritti è over trenta, effettivamente: ci sono diversi genitori in cerca di spunti di conversazione coi figli, o professori che intercettano “zio” cercando di aggiornarsi su determinati argomenti. Con mia grande sorpresa, però, non mancano zoomer che hanno voglia di contesto e di analisi critica su ciò di cui parlano i loro amici.

E ora te lo posso chiedere perché le nostre pause pranzo secondo me non sarebbero bastate per raccontare tutto. Qual è il processo creativo che ti porta a scrivere una puntata di zio?

Ho una ferrea dieta digitale che mi porta a consumare diverse ore di contenuti alla settimana o a leggere robe stimolanti. In genere da questa routine, o da qualche mia curiosità, o da un’intuizione casuale alla quale cerco risposte e contesti, trovo lo stimolo alla scrittura: così comincio a segnarmi qualche approdo testuale attorno al quale puoi far muovere il discorso, dopo di che vado alla ricerca di un po’ di articoli e report su quel determinato tema. Il giorno prima dell’uscita (il sabato) la scrivo, tenendomi in coda il disegno dell’illustrazione. Elemento di importanza cruciale in questo processo: cerco sempre di non scrivere di argomenti di cui ci si aspetterebbe un episodio di “zio” — il che rende tutto più complicato, ma anche più soddisfacente. 

No Cap

Qui arriviamo agli argomenti che forse interessano più a me. Qual è la tua dieta mediatica, come recuperi informazioni insomma:

La mia dieta digitale include un’oretta di YouTube (comprensiva di costante rassegna di tutto ciò che finisce nei Trending), un’oretta di Twitch (tra consigliati, streamer che seguo e clip delle dirette) e un’oretta di TikTok, quasi ogni giorno. Più una dozzina di newsletter anglofone, la lettura di magazine digitali, Twitter. Alla fine “zio” è una newsletter sui contenuti digitali, più che sulla Gen Z, ma non lo dico a nessuno.

Ti faccio la stessa domanda che hai fatto a KingAsh, qual è la tua lore?

La persona che leggerà questa risposta fa ufficialmente parte della mia lore.

Videogioco preferito e perché?

RDR2. Banale, ma come tanti ho trovato nelle galoppate tra boschi e paludi un’insospettabile forma di meditazione durante il lockdown. In più la parte finale — con l’evoluzione cupissima del personaggio e la sua corsa verso l’epilogo — mi ha rubato il cuore.

E l’ultima fatidica domanda che farebbero in un qualsiasi talk show che si rispetti: obiettivi per il futuro?

Ad oggi sono soddisfatto di dov’è “zio”: ha una sua base di iscritti e un posizionamento chiaro e definito nel panorama dei contenuti d’approfondimento sul mondo digitale. In questi giorni sto sondando i miei iscritti per capire come migliorarla insieme: ho ricevuto spunti molto interessanti, e pian piano mi piacerebbe aggiornare offerte e modelli. Per il futuro ho un paio di progetti in costruzione legati a “zio”, e due o tre idee random che vorrei provare ad assecondare — tra le quali una nuova newsletter. Purtroppo sempre meno tempo per rigiocare RDR2.

Grazie Vins! Molto stimolante.

Ah, sì giusto e qui c’è la mia “uscita” preferita di zio, quella sulla gestione della rabbia e un’analisi molto puntuale sullo stress del lavoro del momento, lo streamer.

Ne approfitto per chiederti, ci sono altri content creator come Vincenzo che dovrei conoscere? Altre newsletter a cui mi dovrei iscrivere?

Fammi sapere qui nei commenti.

Google Stadia, 3 anni dopo

Sono passati quasi 3 anni da quella storica Game Developers Conference del 2019 dove Google Stadia fece il suo ingresso nel mondo del gaming.

Da quel giorno di acqua sotto i ponti ne è passata molta, da sfavillanti promesse di rivoluzionare il settore, a dubbi e incertezze sul futuro stesso del servizio messo in pericolo da nessun titolo 1st party e dalla carenza di titoli AAA in grado di far appassionare i fruitori.

Si arriva a qualche giorno fa. Google sembra aver fatto reset al progetto, abbassato le aspettative e pronta a farlo ripartire dalle basi. La prima idea è offrire la tecnologia che siede dietro a Stadia e provare a monetizzarla. Come? Offrendola in modalità white-label. Quindi immaginatevi una qualsiasi Telco pronta ad offrire un servizio brandizzato che poggia su quanto fatto da Google.

Secondo step. Finalmente dopo tanto tempo si hanno delle notizie riguardanti la tecnologia stessa. Arrivano dalla Google for Games Developer Summit di marzo scorso:

  • Sono in arrivo più di 100 nuovi giochi entro la fine del 2022. Non male se si pensa che ad oggi in piattaforma ce ne sono poco più di 200.
  • La forte correlazione con il Search. Ci sarà la possibilità per gli sviluppatori di inserire all’interno dei giochi, e contestualmente di alimentare la SERP, link diretti al gioco. Questa funzionalità si chiama Click to Play Trials. E permette in pochi secondi da Google di atterrare su un videogioco e testarlo immediatamente senza dover loggarsi con un account Stadia.
  • Stadia arriverà come app stand alone all’interno delle TV Samsung entro la fine dell’anno. A questo punto non credo che per chi ne sia in possesso se necessaria ancora la Google Chromecast Ultra.
  • Se sviluppi su Stadia, ci sono degli incentivi mica male! Incluso il fatto che se attraverso il tuo gioco successivamente questa esperienza si converte con un abbonamento Pro, Google riconosce al Publisher una certa %.
  • Punto fondamentale. Google metterà a disposizione degli sviluppatori un tool chiamato Low Change Porting. Questo tool consentirà di tradurre in maniera automatica le librerie DirectX tipiche dei giochi per Windows e Xbox, un supporto migliorato per Unreal Engine e Unity. Sono già 9 le software house a bordo e altre arriveranno.

Non so nemmeno io dire perché continuo ad avere una passione viscerale per Stadia. Forse perché da qualche mese, grazie all’arrivo della FTTH, riesco a vivere l’esperienza in maniera fluida e senza lag o interruzioni di sorta. Senza dover attendere update, installazioni. Clic e gioco. Idem con il 5G, mentre attendevo di prendere un’aereo qualche giorno fa ho giocato a UNO con il massimo della fluidità sul mio iPhone 13.

Questi update sono lontani dagli altisonanti annunci di un futuro ad 8K in streaming, ma restano una piccola flebile scintilla che lascia ben sperare sull’impegno di Google nel mantenere viva la piattaforma. Ovvio, siamo eoni lontani rispetto all’approccio di Microsoft e il suo xCloud. Ma concettualmente siamo quasi su due pianeti diversi. La mia speranza è che questa tecnologia non venga buttata nel cestino senza aver provato l’impossibile per farla funzionare al meglio. Mi aspetto arrivino altri titoli degni di nota, perché?

Semplicemente funziona. Se sei su Stadia anche tu, aggiungimi qui.

Fluxes #19: Del farsi pagare, sempre.

🖌 A me piace tantissimo quando le persone brave a scrivere tornano a farlo per raccontare proprio il mestiere di scrivere. Lorenzo lo fa inaugurando la sua nuova newsletter “Heavy Meta” per parlare di un argomento serio, da cui partono spunti di riflessione altrettanto seri sullo status italiano del lavorare gratis e dell’inevitabile scivolamento verso il basso di un sempre più invisibile status quo.

Mi sono sentito chiamato in causa, non tanto per il nocciolo della questione sul pretendere un pagamento per quello che si fa, ma per l’aver mollato. Ci ho scritto un pezzo tempo fa (anzi due) e ancora la penso allo stesso modo. Soprattutto per l’ambiente videoludico nulla è cambiato, anzi. Ancora di più oggi il valore della parola scritta in quell’ambito è estremamente sottovalutata, oramai tutto viene fatto attraverso video e guai se così non fosse.

Il privilegio non è una colpa se non decidi improvvisamente di fare lo stronzo e sostenere una retorica per cui chi non ce l’ha fatta è un debole che non ci ha creduto abbastanza e non aveva voglia. Ho visto ottime persone mollare perché, semplicemente, c’erano da pagare le bollette, un affitto, contribuire in casa.

E questo non vuol dire che non ci possa essere una bellissima storia di rivalsa di quello che partendo da niente è arrivato a scalzare Gramellini (speriamo accada presto), ma quella persona è una anomalia, il sistema è composto da fattori ricorrenti.

L’altra volta dicevamo che a volte non sei il più bravo, il più veloce o il più preciso, sei quello che ha resistito di più, che è rimasto e si è fatto trovare al momento giusto e al posto giusto col bagaglio di competenze giuste. Ecco, il sistema prevede che per essere quella persona tu possa permetterti di resistere, o di essere così ricco e ben inserito che la tua eventuale bravura può essere notata grazie alle giuste conoscenze e alla serenità di scrivere senza dover pensare ai sacrifici fatti dalla vostra famiglia. (Ma ci sono anche storie di gente che aveva una opportunità e pochi soldi e ce l’ha fatta, ovvio).

E per resistere devi poter non pagare molte spese prima le cose inizino a girare, devi poterti magari permettere anche dei corsi di comunicazione che oltre a formarti hanno il grande pregio di farti iniziare a frequentare ambienti in cui, se vali qualcosa, magari ti notano, e quei corsi costano.

Tornando al punto focale, anche Alessio ha scritto una cosa al riguardo spostando il punto di vista da quello di un software engineer.

Hanno già detto tutto loro. Lavorare gratis? Mai.

Come informarsi, bene, sui videogiochi

O quantomeno questo è quello che posso consigliarti di fare. Questa è la mia dieta mediatica, asciugata da anni di esperienza, per restare informato sulla mia passione più grande. Non ho menzionato nessun canale YouTube o Twitch, ma se ne hai qualcuno da consigliarmi…lascia pure un commento qua sotto.

Siti web

Qui purtroppo cerco di evitare siti italiani, ormai ricchi solo di clickbait. Forse giusto un paio che sono n3rdcore, Outcast.it e IGN.it. Per nostalgia personale invece ogni tanto seguo gli articoli firmati da amici su Everyeye o Multiplayer.

Mentre guardo prettamente oltreoceano per informarmi.

  • Polygon in testa. È la costola videoludica di The Verge. Serio.
  • La sezione Games del Guardian
  • Game Informer. Ero abbonato alla rivista. Ottima, purtroppo è rimasto solo il sito
  • Giantbomb

Newsletter

  • Io al momento ne seguo due. La prima è Insert Coin di Massimiliano Di Marco. È sempre ricca di spunti, news e spesso anche interviste agli addetti ai lavori. L’iscrizione è gratuita e la trovate qui.
  • La seconda invece è Manettini. La newsletter de Il Post dedicata ai videogiochi. È curata dai ragazzi di Joypad di cui ti parlo tra poco nella sezione podcast.

Podcast

Ne ho cinque da consigliarti. Credo siano sufficienti per darti uno spettro completo su questo mondo, cercare di comprenderne le dinamiche, la storia, ma soprattutto punti di vista differenti.

  • Il primo è sicuramente Joypad. Il podcast de Il Post realizzato da Fossetti, Bordone e Zampini. Il primo ho la fortuna di conoscerlo, con Matteo e Alessandro ci conosciamo da poco di persona. Non mi perdo una sola puntata. Lo reputo quello fatto meglio e che mi aiuta ad immedesimarmi di più nell’esperienza videoludica.
  • Il secondo è Corto Circuito di Multiplayer.it. Un po’ più costante nella pubblicazione degli episodi. Qui puoi trovare notizie sempre fresche e tanto divertimento.
  • Il terzo è Outcast. Lo trovo utile per approfondire certe tematiche. Dai ragazzi di Outcast.it
  • Per il quarto dovete prendervi un po’ di tempo. È la trasposizione audio delle puntate video di Console Generation.
  • Il quinto infine utile se vi serve arricchire il vostro background storico. È il podcast sulle curiosità e la genesi di tanti giochi del passato. Con Andrea Porta alla voce: Storie di videogame.

Fatemi sapere se avete altri suggerimenti o qualcosa che ho mancato totalmente.

PlayStation 5: Come espandere la memoria di archiviazione

Ci siamo. Settimana scorsa ho ricevuto il primo messaggio di memoria piena sulla mia PlayStation 5. Ho valutato un po’ il da farsi e invece di acquistare un hard disk esterno che non consente di essere utilizzato per lanciare i giochi direttamente, ho optato per l’opzione di espansione della memoria interna di PlayStation 5 andando ad acquistare una Samsung 980 PRO SSD M.2 da 2TB. Ho scelto la versione senza dissipatore di calore visto che c’era un’offerta a tempo attiva, con un ottimo risparmio rispetto a quella dedicata a PlayStation 5 benché già montasse un dissipatore di calore dedicato.

Ne ho comprato uno a parte e l’ho montato separatamente così da far funzionare tutto senza dovermi preoccupare della questione calore, ma con un evidente risparmio. Sebbene Sony nella sua guida non intimi di utilizzare una memoria SSD M.2 con dissipatore integrato, è sempre buona cosa pensare al calore generato in grado potenzialmente di danneggiare la vostra console. E visto quanto sia ancora rara trovarne una sul mercato, meglio non rischiare.

Partiamo, però, dal principio chiarendo ogni dubbio. Iniziamo col dire che dallo scorso settembre chiunque può “aprire” la propria console per effettuare questa operazione senza perdere la garanzia. E questo è già un gran vantaggio se solo penso a quanto succedeva con le console di passata generazione.

Sony mette a disposizione sia una guida testuale sia una video che potete seguire passo – passo. Io vi lascio le immagini di quanto ho fatto io.

Primo step, aprire la console

Una volta tolta la base, con un cacciavite piatto, su cui poggia verticalmente la mia PlayStation 5 la situazione che vi troverete davanti è quella dell’ultima immagine. Ovvero con il lettore ottico rivolto verso di voi e in alto. Per rimuovere la cover di plastica, se vi state domandando quanto difficile possa essere, dovete soltanto tirare leggermente sull’angolo opposto a sinistra tirarlo alla vostra destra, verrà via in un attimo.

A questo punto dovete individuare quello sportellino bianco in basso e con l’aiuto di un cacciavite a stella aprirlo.

Secondo step: Installare la memoria SSD M.2

Una volta aperto lo sportellino bianco vi troverete davanti uno slot libero in cui infilare la vostra SSD M.2, solo dopo però aver tolto la vite che troverete nell’alloggiamento più esterno e averla applicata sulla parte alta della memoria, come vedete nella seconda immagine qui sopra.

Step 3: Montare il dissipatore

Come dicevo, per risparmiare qualche danaro ho comprato un dissipatore a parte. Nel mio caso il Sabrent M.2 NVMe PS5 Heatsink a poco più di 20 euro. Invece di avere un dissipatore di calore che intrappola solo il calore nel coperchio metallico e quindi integrato nella memoria di archiviazione, questo è un dissipatore che sostituisce la copertura nativa di PlayStation 5. Ciò dovrebbe consentire un migliore raffreddamento utilizzando la ventola nativa oltre ad essere un dissipatore di calore più grande.

Speriamo bene! 🤞🏻

Fine. La vostra console è pronta, non vi resta che fare reverse engineering e rimontare tutto come l’avete smontato. Una volta riaccesa la vostra PlayStation 5, andate nel menu dedicato all’archiviazione. Qui troverete nella seconda voce del menu quanto avete installato. Mentre su Percorso di installazione potrete decidere dove fare installare i vostri giochi da lì in avanti di default. Io ho scelto la memoria SSD 980 PRO così non mi devo preoccupare di cancellare altri giochi al momento.

Il nuovo PlayStation Plus

Riprendo dal blog di PlayStation:

A giugno, PlayStation Plus e PlayStation Now si uniranno in un nuovo servizio di abbonamento PlayStation Plus che offre una scelta più ampia ai clienti di tutto il mondo con tre livelli di abbonamento. 

I tier saranno: PlayStation Plus Essential, Extra e Premium.

Le novità saranno sostanzialmente negli ultimi due Tier, essendo il primo praticamente identico al PlayStation Plus attuale.

Le cose iniziano a farsi interessanti con PlayStation Plus Extra, dove alla modica cifra di €13,99 al mese / €39,99 ogni tre mesi / €99,99 all’anno avremo accesso a 400 dei giochi per PS4 e PS5. Tuttavia in questo tier nessuna opzione per giocare in streaming.

Quest’ultima accessibile soltanto su PlayStation Plus Premium per €16,99 al mese / €49,99 ogni tre mesi / €119,99 all’anno:

Vantaggi:

Offre tutti i vantaggi dei livelli Essential ed Extra

In più, include fino a 340 giochi aggiuntivi, tra cui:

· Giochi per PS3 disponibili tramite streaming nel cloud

· Un catalogo di grandi classici, disponibili sia in streaming che tramite download, dalle generazioni originali di PlayStation, PS2 e PSP 

· Offre l’accesso in streaming nel cloud ai giochi originali per PlayStation, PS2, PSP e PS4 disponibili nei livelli Extra e Premium nei mercati** in cui è attualmente disponibile PlayStation Now. I clienti possono giocare in streaming utilizzando le console PS4 e PS5 e il PC

· In questo livello saranno disponibili anche versioni di prova dei giochi a tempo limitato, per consentire ai clienti di provare alcuni giochi prima di acquistarli

Alcune riflessioni. Il mercato e i videogiocatori si aspettavano da Sony una risposta competitiva rispetto al Game Pass di Microsoft, che nella versione Ultimate ha dalla sua il prezzo (12,99 € al mese), Ea Play incluso (per chi interessato) e tutte le esclusive 1st party da giocare dal day one.

A una prima occhiata sembrerebbe che PlayStation Plus Premium parta svantaggiata sotto ogni punto di vista. Io provo a vedere il bicchiere mezzo pieno in vista di giugno. Se dentro quei 340 aggiuntivi (e stiamo parlando di un totale di quasi 700 giochi disponibili) avremo tra le mani titoli degni di nota, magari anche migliorati graficamente e finalmente una retrocompatibilità degna di questo nome…ecco forse anche Sony avrà fatto centro.

Dispiace non vedere una risposta anche sui titoli 1st party e la possibilità di vederli inclusi nell’abbonamento. Ma forse la posizione di mercato di Sony le permette di intraprendere comunque comodamente questa strada.

È ovvio che, sebbene abbia in backlog oltre 30 giochi da affrontare, sottoscriverò il tier più alto per testare la bontà del servizio. Soprattutto sono super curioso di provarlo in streaming. Chissà poi perché non citano il MacOs come piattaforma supportata visto che attualmente si può giocare in streaming anche da lì. Staremo a vedere se al lancio ci sarà anche questa possibilità. Su questo Microsoft è già un piede avanti nel futuro visto che i giochi streammabili al momento si possono fruire comodamente da browser nonché da console non dovendo forzatamente installare il gioco da remoto.

Attendiamo un paio di mesi per il giudizio definitivo. Intanto nei prossimi giorni proverò ad installare sulla mia PlayStation 5 un SSD aggiuntivo da 2TB perché inizio a scarseggiare di spazio. Proverò a documentare il tutto.

Fluxes #18: Pesci d’aprile e quadri d’autore

🎣 Mai come quest’anno ho sofferto d’intolleranza verso i pesci d’aprile. Ancora peggio è andata al rispetto che nutrivo oramai per certe persone è sceso sotto livelli tollerabili, sia per l’età che hanno per fare simili scherzi, sia per il contenuto degli stessi. Davvero ci fate brutta figura e finisce che nessuno vi prende più sul serio. Da chi posta nuove posizioni di lavoro verosimili a chi cita un accordo segreto tra Spotify, Neil Young e Rogan. Bah, se vi divertite così…

🖼 Questo weekend l’ho trascorso in trasferta in un bellissimo hotel del Südtirol. Non è la prima volta che capito da queste parti e anche questa volta ho fatto caso alle pareti. Ci sono appesi quadri dipinti a mano di paesaggi effettivamente esistenti. Sono gli scorci nei pressi dell’hotel. Fateci caso la prossima volta. Mi sono sempre chiesto se siano commissionati, oppure a me piace pensare ai proprietari degli hotel che in bassa stagione girano per delle fiere delle pulci paesane ad accaparrarsi questi dipinti realizzati da artisti locali intenti a dilettarsi nel loro passatempo preferito.

L’internet del mettersi in proprio

Passo settimane ad osservare lo scenario contemporaneo di Internet. Le sue infinite possibilità di monetizzazione e non riesco a smettere di domandarmi dove io abbia perso esattamente il treno.

Se nel periodo dei blog morenti e la grande corsa alla content creation su Instagram, se quella di Twitch, se quella delle newsletter o dei podcast o forse i bitcoin e gli NFT. Resto ad osservare mentre il mondo sembra stampare contante sfruttando il momento, il sistema, all’apparenza avendo compreso molto bene quel qualcosa che a me sembra sfuggito.

C’è che ultimamente anche per questioni lavorative incontro sempre più creator, badate bene non necessariamente influencer, ma persone estremamente preparate che mi sento di definire (non etichettare) un crocevia composto da un po’ di intrattenimento, programmazione di un palinsesto, videomaking, montaggio e quel quanto basta di carisma per renderli riconoscibili. Se solo penso a nemmeno 15 anni fa tutto questo sembra fantascienza. Ovvio i risvolti negativi ci sono, come in tutte le professioni e qui zio lo spiega benissimo.

Ecco c’è un però, un però grosso quanto una casa. Dove ho mancato? Dove non sono stato sufficientemente bravo nel provare a portare avanti Fluxes prima, AC e Fuorigio.co poi e ora Go With The Flow?

Alla fine sono arrivato a una conclusione. Netta e precisa. Serve un ingrediente fondamentale. Un minimo comune denominatore emerso in ogni persona con cui sono venuto a contatto, o di cui abbia letto online, ha e ha avuto tra le altre cose soprattutto costanza. Non posso sapere quanta forza di volontà, quanto culo, quanta determinazione. Anche superficialmente è comune il portare avanti il proprio lavoro per mesi, per anni, no-matter-what. Anche se ci vogliono 20 anni per arrivarci.

Tutte le persone che stanno affrontando questo tipo di percorso o hanno sottratto del tempo ad altro, vuoi perché già in possesso di un lavoro “regolare” e quindi via di nottate senza sonno e addio a fidanzati e fidanzate, oppure hanno intrapreso questa strada prima di diventare maggiorenni, crescendo con le piattaforme, facendole proprie e padroneggiandole meglio di chi le ha create. Resto a bocca aperta talvolta dalla qualità dei contenuti degni di una grande casa di produzione. C’è impegno, voglia, qualità, ma soprattutto tempo. Risorsa per me al momento scarsissima e che non mi consentirebbe di approcciare quella seconda strada in una maniera seria e per l’appunto costante. È così, non si scappa. Perché nel tempo libero al momento trovo più appagante godermi la vita.

Ecco forse mi è mancata la costanza di voler portare avanti una passione parallelamente al mio lavoro principale cercando di ricavarci una remunerazione alternativa. Per dirla meglio, cercando di farne un lavoro. Non me ne lamento, non me ne rammarico. Tutti i lavori che ho fatto in passato mi sono sempre piaciuti, figuriamoci quello attuale. Tuttavia eccomi qui ancora a domandarmi, dopo che nel giro di una settimana due diverse persone mi hanno domandato Ma perché non apri un canale Twitch anche tu? se prima o poi dirò addio a tutti e mi ritirerò a streammare da qualche oscuro luogo del pianeta diventando parte anche io dell’internet del mettersi in proprio.

Quel bisogno di Community

In questi ultimi tre giorni due cose sono accadute al riguardo. Il forte richiamo ed esigenza di trovare spazi verticali, specializzati, filtrati per passioni e senza spam, litigi, fazioni.

La prima. Ha aperto Livello Segreto. Si basa su Mastodon ed è stato creato da Kenobit. Il suo intento? Creare un luogo sano, etico e gentile. I topic sono soprattutto legati al mondo Nerd. Senza litigi, senza tossicità e lasciando da parte strani algoritmi e pubblicità. Mi piace e vi invito a iscrivervi.

La seconda. Twitter ha creato uno spazio, accessibile da ogni account, chiamato Community. Chiunque può crearne uno e come è facile immaginare c’è la corsa ad aprirne, essere invitati ed iscriversi a tantissimi. Stamattina di fronte alla colazione ho deciso da vero boomer di crearne una dedicata ai videogiochi. Non so se porterà a qualcosa, ma mi piacerebbe avere una conversazione stimolante per chi ha voglia e sta ancora su Twitter. Forse il solo social network che utilizzo con assiduità e che non riesco ad abbandonare.

La stanza si chiama Videogames & Co. ed è lì ad aspettarvi.