Fluxes #22: Digital decluttering, cellulari per videogiochi e concerti

Come scrivevo nei giorni passati sto cercando di eliminare tutto il superfluo tra i miei servizi digitali. Ho fatto anche due conti sul mantenimento di alcuni di essi che purtroppo arrivano a costare qualche centinaia di euro ogni anno, tipo questo mio blog. Ho cercato qualche alternativa più economica, perfino gratis, ma sono giunto alla conclusione più ovvia: se sto pagando un motivo ci sarà. Poche opzioni di personalizzazioni, la resa grafica non mi soddisfa come riesce a fare ciò che ho creato qui, sia Medium che Substack non hanno più la possibilità di postare da mobile, il che mi limiterebbe questa estate durante il viaggio transoceanico che ci attende. Quindi sono positivamente rassegnato al fatto di sborsare dei quattrini di valore a WordPress.

📱 ☁️ Oggi vi propongo due articoli molto distanti tra loro ma vicini per l’oggetto in questione: il cellulare. Il primo di The Verge con il quale sono particolarmente d’accordo (benché non abbia ancora testato bene una Steam Deck e non mi sia ancora arrivata l’email per confermarne l’ordine) concordo su ogni aspetto della difficoltà di giocare sul cloud da telefonino. Soprattutto in mobilità e non a casa, dove bisogna per forza di cose portarsi dietro un accrocchio che funga da controller, ma soprattutto essere sempre in un punto in cui la connessione sia sufficientemente decente. Senza contare la perdita di diottrie in situazioni in cui il dettaglio su schermo può fare la differenza.

But the worst part of cloud gaming on a phone is the controls. Most services include an overlay of touchscreen controls. The controls themselves fight for screen real estate, and, if you’re like me and have never gotten the knack for on-screen digital joysticks, you’ll find yourself frustrated. Accessories like the Razer Kishi and Backbone are supposed to make the phone a better tool for that kind of hardcore gaming, and I’ve got a Kishi I’ve gamely used with more than one Android phone, but I still have to remember to actually bring the thing with me. The Kishi isn’t something that just hangs out in my purse or gets automatically added to my pocket when I leave the house. And, if I’m having to remember to bring a whole little controller dongle to make cloud gaming on my phone even remotely enjoyable, then I’m not really actually able to game anywhere at any time. I’d probably just rather have a whole separate device.

📱 🎤 Il secondo invece sul sequestro preventivo dei dispositivi mobili ai concerti di Jack White. Un metodo estremo? Forse. Ma con l’avanzare degli anni mi trovo sempre più d’accordo. Recentemente siamo stati a vedere i Green Day con i The Weezer e la settimana successiva i Royal Blood con i The Amazons. Soprattutto nel secondo concerto, al chiuso, i telefonini mi hanno disturbato non poco la visuale. Io, incallito registratore in passato, mi sono riscoperto totalmente disinteressato a registrare video mentre ho goduto appieno della performance.

But having survived the show, I have to attest that Jack White has a point. We’re all sick to death of having the person in front of us at a gig decide to film the best bits from overhead or stream the whole show to their dog. It’s not just a distraction and annoyance for us – it’s a waste of a great in-person live music experience for them too.

The pouches themselves opened at the touch of a magnetic button on the way out, so venues could quite easily pepper them along exit routes to let people release their precious zombie boxes themselves, then drop the pouch in the buckets provided – because who the hell wants to steal a straitjacket for a mobile phone (unless you’re planning an intervention on Darren Grimes)? In a world where mankind has realised the impossible dreams of space travel and Deliveroo wine, it must surely be possible to concoct a machine that releases everybody’s phones remotely as the houselights go up, too. Although that might lead to innumerable injuries as people fail to notice all those flying drumsticks.

The entire live experience might be improved, too, if bands feel that they can treat us to previews of new albums without the unreleased songs getting splashed all over social media within minutes. 

Un sabato mattina alle Poste

In questa caldissima mattina di inizio luglio mi sono recato all’ufficio postale del paese. Obiettivo inviare una raccomandata con ricevuta di ritorno per contestare una multa ricevuta per eccesso di velocità.

Al di là di aver scoperto solo al rientro che avrei potuto fare il tutto comodamente seduto da casa, dopo aver varcato la soglia e settatomi in modalità osservatore antropologico mi sono accorto di come ancora le persone (tante e per forza a questo punto devo includere anche me) vadano in posta per le ragioni più disparate, soprattutto per richiedere tutta una serie di servizi gestibili in totale autonomia e per i quali non vi è nessuna necessità di recarsi presso un ufficio sovraffollato di pochi metri quadri a queste temperature.

C’è chi pagava la TARI, chi prelevava allo sportello anziché al bancomat esterno, chi ancora pagava le bollette delle utenze domestiche. E no, non c’erano anziani a eseguire queste operazioni, ma persone che a una rapida occhiata avranno avuto forse a dir tanto 10 anni più di me. Piuttosto preoccupante e sintomatico di una ancora scarsa educazione digitale su cui c’è ancora da far tanto, sia da un punto di vista di apprendimento che di usabilità dei servizi online costruiti per assolvere questo tipo di compiti.

Ma ecco, mentre stavo lì in totale estasi sociale, mi sono accorto di iniziare a percepire un discreto freddo corporeo. Nonostante gli oltre 35 gradi esterni nell’ufficio postale si sarebbero potuti stoccare dei bovini per il macello. E per forza, non so quale dei due termostati regolasse lo split sopra le nostre teste, ma tra 20 e 21 gradi non si scappava.

Ma l’ufficio postale non è un comune ufficio pubblico dove si dovrebbe rispettare questa normativa del maggio 2022 dove si impone il tetto dei 25 gradi?

Questa è l’Italia.

Addio Dropbox, welcome Google Workspace

Online agisco fin troppo spesso d’istinto. Vedo un servizio online interessante? Che reputo utile per il mio lavoro o la gestione familiare? Sottoscrivo senza pensarci due volte. Abitudine tossica che fatico a frenare.

Non è stato diverso per il passaggio da G Suite Legacy Free Edition o tradotto in italiano versione gratuita precedente di G Suite. Appena Google annunciò la sua dismissione, preoccupato per la perdita delle mie email ho eseguito il passaggio a iCloud+ (ne ho raccontato qui) chiudendo, non con poca disperazione, dopo tanti anni il mio account gratuito di Google dove appoggiavo il mio indirizzo email con dominio personale. All’interno di iCloud+ si possono associare fino a 5 domini e altrettanti indirizzi email per ciascuno di essi, nel passaggio ho deciso di sfruttare anche lo spazio di 2TB visto che avevo deciso di sottoscrivere l’abbonamento Family, spostando tutto il mio archivio da Dropbox a lì. Insomma una decisione utile ai miei scopi.

Ecco. Avrei potuto non farlo. Sì, perché Google ha fatto marcia indietro e ha deciso di permettere a chiunque confermi la propria decisione entro il 27 giugno di mantenere il proprio account a uso personale gratuitamente:

Per i privati e le famiglie che utilizzano il tuo account per finalità non commerciali, puoi continuare a utilizzare la versione gratuita precedente di G Suite e disattivare la transizione a Google Workspace facendo clic qui (occorre disporre di un account super amministratore) o visitando la Console di amministrazione Google.

Ebbene, fin qui potrei dire, chissene importa, tanto ho tutto compreso su iCloud+ e pure gratuitamente. E invece…come rovinarsi con le proprie mani.

A un certo punto intorno all’inizio di marzo mi spunta tra le mani un vecchio, vecchissimo, indirizzo email Apple ID a cui tenevo molto e che pensavo perduto. A quel punto ho deciso di migrare tutte le mie piattaforme e i miei abbonamenti su questo vecchio nuovo account. Non sapendo però che Apple ha una policy molto restrittiva per quanto riguarda gli Apple ID e gli indirizzi email ad essi associati.

Sostanzialmente se un dominio personale e i relativi indirizzi email – creati con iCloud+ – sono stati creati e associati a un particolare Apple ID, questi non possono essere riutilizzati e associati a un nuovo Apple ID a meno di non attendere un anno. Questa è la risposta trovata all’interno di una discussione della community Apple. Interpellando direttamente il customer support di Apple addirittura mi è stato detto che questo passaggio non sarà mai possibile. Ergo, tutte le mail associate al mio dominio contino.com risultavano inutilizzabili.

A questo punto con le orecchie basse mi sono messo a cercare la soluzione più funzionale alle mie esigenze, ho trovato risposta in Fastmail che ho utilizzato in prova per un mesetto circa, molto interessante, ma distante dalle mie esigenze e risposta al mio utilizzo quotidiano.
Dopo tanto girovagare sono tornato mesto verso Google Workspace puntando alla versione Business Plus e approfittando dello sconto proposto. Così facendo ho a disposizione 5TB per ogni utente creato (al momento ne gestisco 2 con 5 alias totali). La cosa bella è che i 5TB non sono limitati al singolo utente, ma sono in condivisione rispetto al numero totale di utenti. Quindi potenzialmente al momento 10TB a disposizione.

Un’esagerazione considerando che ne consumo poco più di 2 al momento. Ma va bene così. Google Workspace è facile da configurare, mi dà tutte le funzionalità di cui ho bisogno, mi fa fare backup infinito delle mie foto e video e ha tutto un set di strumenti molto utile per le mie attività quotidiane extra lavorative.

Ricordo sempre quanto mi disse una volta Gioxx: Fregatene delle mode, se un prodotto risponde alle tue esigenze è quello che devi utilizzare. Stop. A questo punto ho fatto downgrade su iCloud+ alla versione base soltanto per gestire il backup dei miei device e ho previsto di chiudere completamente il mio account Dropbox. Non so se il mio decluttering digitale finirà qui, ma sono arrivato ad un punto dove voglio avere meno servizi possibili, solo e unicamente funzionali alle mie esigenze. Il resto sparirà.

Il mio solo dispiacere è aver ancora una volta agito d’impulso altrimenti a quest’ora avrei potuto usufruire ancora della gratuità di Google.

Xbox Bethesda Showcase

In questo strano Non E3 di quest’anno si è aggiunto ieri il tassello di Xbox Bethesda e la loro presentazione. 95 min a ritmo serratissimo dove è emerso chiaro un concetto chiave. Piaccia o meno, Xbox Game Pass è centrale nella strategia Microsoft per consegnare ovunque voi siate videogiochi in abbonamento che altrove dovreste comprare a prezzo pieno.

Con 13 euro scarsi al mese potrete giocare al Day One giochi come:

E tanti tanti altri. Una chiara strategia di portare entro la fine del 2022 25 tra nuovi giochi e DLC in piattaforma e altrettanto per il 2023, senza contare che sul Game Pass potranno finire presto anche tutta la lineup di Activision Blizzard che ieri ad esempio ha mostrato un vibrante Diablo IV.

Personalmente mi sono esaltato solo per una manciata di giochi visti ieri sera, tuttavia comprendo benissimo la voglia di sfondare barriere di genere e cercare di abbracciare più gusti possibili così da rispondere alle esigenze di un pubblico variegato. Personalmente avrei voluto vedere degli avanzamenti lavori su Fable o Perfect Dark, o una piccola bombetta di Bethesda su un eventuale Wolfenstein o un reboot di Quake.

Lo so, troppa nostalgia. Se volete rivedere tutto lo show, lo trovate qui.

E a voi cosa è piaciuto di più?

Metal: Hellsinger. Ho provato la demo

Fuoco e fiamme dell’inferno e demoni da uccidere a colpi di Metal. Un connubio tradizionale e che forse rimanda subito a Doom, ma invece no. Durante la Summer Game Fest di qualche giorno fa, che ho trovato veramente scialba, è stato presentato Metal: Hellsinger, un ibrido tra un FPS e un rhythm game in cui il nostro compito è rispedire al mittente la spazzatura infernale a colpi di canzoni metal che si susseguono sullo schermo. Il gioco, che era stato annunciato un paio di anni fa, è sviluppato dagli svedesi The Outsiders.

Proprio ieri è stata rilasciata la demo che ho avuto modo di provare su PlayStation 5, anche per testare la bontà del DualSense e il suo feedback aptico su un gioco del genere:

Il gioco non andrà mai affrontato come un classico sparatutto, ma è necessario seguire la cadenza dei colpi dettati dal tempo musicale visibile a schermo tramite un apposito segno luminoso da colpire al momento giusto. Un connubio che a raccontarlo sembra la cosa più semplice del mondo, ma bisogna avere orecchio, polso e concentrazione. Sembra di stare seduti a suonare la batteria, una volta sbloccato il meccanismo si padroneggia il pad come se fosse una bacchetta. La coordinazione è tutto se si vuole sopravvivere, ma soprattutto è colpire al momento giusto così come azzeccare le armi a disposizione, una spada per la mischia, un teschio sputa fuoco per la distanza o un fucile a pompa per fare più danno.

La morte nel gioco è contemplata, ma si può risorgere facilmente pagando pegno con i punteggi e combo perfette realizzate durante il gioco e accumulati via via che ci spostiamo tra le diverse arene. Il boss finale della demo l’ho affrontato solo una volta, ma come potete vedere dal video fatto è capace di fare parecchio male nel momento in cui non si attacca nel momento corretto. Io sono morto prima di sconfiggerlo e mi ha rimandato alla schermata di classifica mondiale e da quanto ho letto online più si muore, più si scende di classifica.

A livello grafico non si grida ancora al miracolo essendo una demo, ma non credo voglia essere il punto focale del gioco. Quest’ultimo concentrato sulla velocità e la precisione d’esecuzione che vi portano al termine del dungeon appena ripulito con gli dei del metallo a farvi compagnia. Certo perché è proprio la colonna sonora ad essere l’ingrediente base di Metal: Hellsinger e non è difficile comprenderne le motivazioni, ogni canzone è un singolo creato specificamente per il gioco e le voci sono pazzesche:

Every track is created specifically for the game with vocals by metal icons, such as Serj Tankian (System of a Down), Matt Heafy (Trivium), Mikael Stanne (Dark Tranquillity), Björn Strid (Soilwork), Alissa White-Gluz (Arch Enemy) and James Dorton (Black Crown Initiate).

Il gioco sarà disponibile dal 15 settembre 2022 su PlayStation 5, Xbox Series X|S e Steam!

Non vedo l’ora di giocarlo! Buon inferno di metallo a tutti!

Uno State of Play coi fiocchi, ma le console dove sono?

Il 2 giugno scorso intorno alla mezzanotte Sony ha condotto uno State of Play tutt’altro che sottotono. Anzi. Non si vedeva così tanta ciccia per iniziare il mese degli annunci da molto tempo. E se si sapeva che tutto quanto mostrato fosse dedicato prettamente a titoli di terze parti, relegando il resto alla Summer Fest del 9 giugno, nessuno è rimasto scontento da quanto mostrato.

Personalmente la mia top 3: RE4 (che aspettavo da tantissimo), The Callisto Protocol e Season: A letter to the future. Al di là delle informazioni e le analisi sui vari annunci (che potete andare a reperire un po’ ovunque, anche se vi consiglio questo episodio di Gong!), ho notato come nei giorni successivi, fino ad oggi, in molti su Twitter (comprese testate di settore) si sono domandati e hanno cercato informazioni se questi giochi arrivassero solo su piattaforma PlayStation.

In effetti ogni trailer di annuncio terminava con il solo logo PlayStation 5 e/o PlayStation 4 lasciando il pubblico poco avvezzo ad informarsi adeguatamente un po’ sconcertato. E il fatto di dover smentire che, ad esempio, un Resident Evil 4 Remake o uno Street Fighter 6 non si potesse giocare anche su ambiente Xbox mi ha fatto un po’ riflettere. Uno, su come ancora la console war sia accesa e più viva che mai. Due, se non arriva direttamente dall’industry maggiore chiarezza su dove e come poter giocare un titolo, beh ecco, non aspettiamoci nulla di diverso dalla fanbase. Che ancora oggi fatica a trovare una PlayStation 5, cade vittima degli scalper o ancora peggio è costretta a tentare la sorte acquistando tonnellate di Ringo per poter provare a trovarne una o adesso sui cereali Nesquik. Visto che non gli si dice ben chiaro che ci sono delle alternative possibili.

SIFU

È un periodo videoludico tutto dedicato all’Asia. Dopo l’ambientazione giapponese feudale di Trek To Yomi ho completato ieri su Playstation 5 la storyline principale di SIFU, la prima delle due disponibili. Gioco ambientato nella Cina moderna e sviluppato dalla francese Sloclap in cui impersonifichiamo un apprendista di arti marziali, nello specifico di Kung Fu, in cerca di vendetta.

A livello tecnico SIFU è classificabile come un classico picchiaduro d’azione giocato da una prospettiva in terza persona. L’ottimo utilizzo della camera ci trasporta nella trama del gioco giocando spesso con la profondità passando così velocemente a combattimenti lineari in 2D soltanto svoltando l’angolo di un muro. Il nostro viaggio ha inizio con la scoperta di poter rinascere grazie a un potente talismano di cui siamo entrati in possesso subito dopo aver perso la vita. Inizia da qui un lungo percorso per vendicarsi di un gruppo di cinque assassini che hanno eliminato tutta la nostra famiglia mentre ancora piccoli cercavamo di imparare la sapiente arte del Kung Fu con il nostro maestro, anch’esso macellato da parte di quest’ultimi.

Nonostante un comparto di combattimento piuttosto semplice, una volta appresi i meccanismi di parata e schivata, è possibile concatenare fino a 150 stili di attacco diversi per creare delle combo dall’alto tasso letale. Con un particolare stile cartoonesco, mi sono piaciute moltissimo le ambientazioni e la scelta di renderle il più possibile interattive consentendo di infliggere danni ambientali utilizzando gli oggetti a disposizione, oppure semplicemente facendo volare i nemici da grandi altezze o sfruttando i mobili per fargli un danno critico. Senza dimenticare l’utilizzo degli oggetti vicini, come una bottiglia da lanciare o una mazza di ferro da abbattere con tutta la nostra furia. Un po’ ostici i boss di fine livello con un crescente livello di difficoltà e velocità, ma anche qui è sufficiente comprenderne le movenze per poter sopravvivere abbastanza facilmente.

Il nostro protagonista, così come tutti gli sgherri con cui avremo a che fare, possiede una barra di difesa che, una volta riempita lo rende vulnerabile a colpi critici. E lì è il momento buono per essere finito o per finirli con la combo di tasti triangolo e cerchio. Una volta terminato ogni livello si viene trasportati nuovamente al wuguan, la scuola di kung fu da dove è iniziato tutto. Da qui è sempre disponibile una lavagna con tutti gli indizi raccolti nei 5 livelli che collegano i 5 killer tra di loro.

La grossa novità introdotta da SIFU, a un genere ormai stra esplorato, resta secondo me come detto all’inizio la possibilità di tornare in vita dopo morti tramite l’uso di un ciondolo magico e attraverso il suo meccanismo perverso. Ogni qual volta decidiamo di sfruttarlo, il nostro personaggio invecchia di tanti anni quante volte si è morti durante i salvataggi precedenti. Non è sempre un male invecchiare però, perché al passare degli anni aumentano i danni in grado di infliggere benché la salute cali di contro. Si può estendere questo giochino fino ai 60 anni (età limite sbloccabile nel corso del gioco), ma una volta sfruttate tutte le possibilità date dal ciondolo il suo potere svanisce e bisogna ricominciare da capo. Tranquilli però a suon di botte si guadagnano dei punti abilità che se utilizzati bene nei vari save point di livello ci consentono di ringiovanire di tot anni, in modo da non dover mai morire per davvero, oppure sbloccare appunto fino a 150 diverse abilità.

Ho completato il primo finale di SIFU in più o meno 5 ore. Me le sono godute tutte e ora vorrei continuare ad esplorarlo per sbloccare gli ultimi segreti rimasti nonché il finale alternativo. Se solo non avessi più di 30 giochi in backlog…Spero tanto arrivi un DLC o un altro capitolo molto presto.

Da poco è arrivata anche la Vengeance Editon con la soundtrack e un cofanetto delizioso.

A voi è piaciuto?

★★★☆

Trek To Yomi

Ho iniziato a giocare Trek To Yomi (qui link al video per capire meglio di che gioco si tratti) al day one su Xbox Series X grazie all’abbonamento Game Pass. Dopo un po’ di incertezza iniziale dovuta ai comandi un po’ legnosi e al responso un po’ bislacco a quest’ultimi da parte del mio personaggio, ho iniziato ad acquistare sempre più padronanza dei parry e delle parate per arrivare al momento al sesto capitolo del gioco. Non penso manchi molto al termine, ciò che più mi ha colpito del titolo dei Flying Wild Hog è sicuramente la cura messa nella fotografia e nelle inquadrature cinematografiche del Giappone feudale.

Se vi piacciono queste ambientazioni, per un gioco bidimensionale senza troppe pretese se non immergervi in queste ambientazioni e che non vi porterà via troppo tempo, ve lo consiglio caldamente. Qui di seguito potete trovare la mini recensione di Matteo Bordone su Manettini. Credo non serva aggiungere molto altro:

Il periodo Edo in cui è ambientato il gioco non è quello vero, che viene diretto dalla storia (1603-1867, Giappone nelle mani dello shogunato Tokugawa): è l’Edo dei film classici giapponesi, cioè una delle ambientazioni più fortunate di sempre. In particolare qui ci si rifà ai più celebri film di cappa e spada di Akira Kurosawa, che risalgono agli anni Cinquanta (RashomonI sette samurai eccetera). Il protagonista della storia è un samurai che deve difendere la sua gente contro gli invasori, in un impianto narrativo tipico di molte storie di cavalieri tormentati ma dal cuore buono. Arrivano presto anche i morti viventi, senza che la cosa indebolisca la coerenza estetica del gioco.

Se l’impronta è decisamente cinematografica, e il susseguirsi delle inquadrature a volte disorienta il giocatore che non apprezzi i riferimenti cinematografici, gli avversari vengono affrontati sempre in una modalità bidimensionale, come si trattasse di un gioco classico a scorrimento orizzontale. Dall’attrito tra questi due linguaggi, quello cinematografico e quello videoludico, nasce il fascino di questo gioco imperfetto ma molto corroborante. È vero, i combattimenti a volte sono un po’ farraginosi, ma d’altronde il gioco è piccolo e si finisce in qualche ora. Soprattutto a volte è bello – in questo periodo di magra anche bellissimo – immergersi in un mondo magari imperfetto ma pieno di personalità, dove godere della coerenza interna e dei tocchi più preziosi, piuttosto che cercare quello che ci hanno già dato gioconi enormi e ripetitivi che abbiamo visto e conosciamo.

Fluxes #21: presa di coscienza

Ultimamente ricevo sempre più visite dal questo sito: IndieBlog. Leggendo la descrizione scopro essere un interessante esperimento dove cliccando sul bottone Open Random Blog Post si atterra su un post scelto a caso tra i blog inseriti nel database del sito. Non so bene chi abbia inserito gwtf, ma tant’è appare spesso nei risultati a quanto pare. E anche io devo dire, una volta scoperto, ogni tanto mi imbatto in qualche blog super sconosciuto con topic molto interessanti, seppur lontanissimi dai miei interessi. 

A proposito di blog. Tra i 25 lettori so esserci sia sconosciuti, ma anche soprattutto persone a me vicine. Ultimamente un tarlo nella testa mi tormenta per chiedermi se scrivo meno anche perché limitato dal loro giudizio. Da cosa possano pensare di quanto scrivo. Se siano d’accordo o meno, o semplicemente trovano piacere nel leggere ciò che leggono. Non credete a blogger, giornalisti, creator o chicchessia che dicono scrivo solo per me stesso. Ci ho messo tanti anni per arrivarci e vale anche per me. Lo si fa sempre per qualcosa o qualcuno, anche se non lo si ammette.

Forse questa è la riflessione più liberatoria degli ultimi anni riguardante a questo piccolo, grande, contenitore. Perché? Perché questa è casa mia in un certo senso e non voglio più preoccuparmi di voler compiacere un certo tipo di lettore piuttosto che un altro. Così come la mia vera casa, anche questa deve rispecchiare chi sono. 

E oggi inizio con il condividere un pensiero che mi porto a casa da questa trasferta. È uno a cui tengo particolarmente e che voglio far mio per la vita. È difficile da far digerire a tutti, ma è tra i miei chiodi fissi e non potrò mai rinunciarci. Anche a costo di apparire cinico e poco aperto. Anche se per me è vero proprio l’esatto contrario. Ci arrivo.

La polarizzazione delle posizioni su temi chiave e super attenzionati dall’opinione pubblica inevitabilmente finisce con il catalogare il singolo individuo, cercando per forza di inserirlo in una categoria specifica. Di solito esistono sono due posizioni contrastanti, o sei una visione o sei dell’altra. O sei bianco o sei nero. Necessariamente per chi sta sull’altra sponda, sei da quella sbagliata. È così praticamente per tutto ormai. Un tentativo di uniformare la società su uno schieramento o su un altro, con chi fa la voce più grossa che pretende solitamente una società diversa sostenuta da quel pensiero, senza se e senza ma, provando così a farla diventare migliore di quanto lo fosse stata fino ad ora. Secondo la sua opinione, ovviamente.

Ora, come dicevo, è difficile far digerire quello che sto per scrivere. Faccio spesso fatica a farlo comprendere a chi mi circonda, probabilmente utilizzo le parole sbagliate o non ho gli strumenti adatti per farlo correttamente. Tuttavia sento di trovarmi in una terza posizione. Una posizione dove non ci deve essere per forza un gruppo vs un altro, un’idea dominante solo perché è così che deve funzionare. Reputo che ognuno di noi sia diverso e abbia delle fantastiche singolarità e caratteristiche uniche che vadano rispettate e considerate no matter what.  

Servono esempi? Non credo. Siamo circondati da chi ha voglia di far passare un elogio della diversità nascondendolo sotto un’etichetta altrettanto divisiva. La libertà di essere e sentirsi chi e cosa si vuole non può passare da un appellativo. Sono fermamente convinto delle unicità di ognuno di noi e quanto queste ultime siano proprio il fondamento stesso di tutta la bellezza che ci circonda, da celebrare e non ghettizzare. Sono estremamente grado di lavorare in un ambiente che non solo riconosce questo, ma lo fa suo, lo applica quotidianamente. E senza queste individualità speciali non potremmo fare ciò che facciamo. Essere chi siamo sostanzialmente.

Questo pippone termina qui. Forse sto semplicemente invecchiando, come scrive Massimo.

Fluxes #20: Scissione e Salisburgo

🧑🏻‍💻 Stasera ho iniziato Scissione. Sono alla seconda puntata e già lo adoro. Non avevo ancora incontrato il Ben Stiller regista. Non so nemmeno se questa sia la sua prima esperienza, ma non mi va di cercare. Mi piace quello che vedo. Adam Scott, John Turturro e poi dal nulla Christopher Walken. Ho già capito dai primi pezzi messi insieme il rumore di fondo della serie. Una fotografia sul rapporto vita lavoro molto bene congegnata per poterla denunciare senza giudizio. Nuova droga.

Solo un’altra volta prima di oggi mi è capitato di passare per l’Austria. Alle superiori a visitare il campo di concentramento di Mauthausen. Oggi ci torno per la seconda volta, per lavoro. Sono arrivato a Salisburgo domenica pomeriggio, complice la bella giornata e il tempo libero ho deciso di perdermi camminando per il centro. 

Non conosco altro modo migliore per scoprire una città. E fortunatamente Salisburgo sembra essere stata costruita proprio per questo scopo. Il tasso di bici rispetto alle auto mi è parso fin da subito 10 a 1. Ho subito pensato: ma qui passa un’auto ogni 10 minuti?!
Molto bene mi sono detto. Sembra davvero una città da prendere in considerazione per viverci, anche se il grande riserbo rimane sulle temperature invernali, ma penso nulla di inaffrontabile dopo essere stato in Islanda. 

Non so se una città, poi, si possa dire cosmopolita in base alle etnie e alle lingue che vedi e senti mentre cammini per strada. Ma se fosse questa la metrica senz’altro si meriterebbe questo aggettivo speciale. 

Che nella mia testa si è accoccolato accanto a un sostantivo in costante sovraimpressione oggi: pace. Non so se perché domenica, ma ho scordato il caos di Milano in poche ore. E sì che qui ci sono gli stessi abitanti di Monza, ma con un’estensione doppia per kmq. Sarà forse questo il motivo?

Vediamo domani.