Ventiventidue

Quest’anno è stato un anno atipico. Ho scritto meno di qualsiasi altro anno e non ne ho sentito la mancanza. Anzi. Dice, come mai?

Per me la scrittura è sempre stata e sempre sarà un momento per me, di riflessione, di “download” dei pensieri per scaricare mente e corpo. E allora cosa è successo?

Semplicemente mi sono dedicato ad altro. Serie TV principalmente, battendo ogni record di visione dal 2013 ad oggi. Ma soprattutto un nuovo lavoro da metà anno in avanti nel quale ho buttato corpo e anima grazie a un ritrovato entusiasmo per quello che reputo di saper fare meglio.

Ecco tutto. Ah sì, sono ritornato prepotentemente a ritagliarmi i doverosi spazi da dedicare al gaming e questo ha inevitabilmente sacrificato il tempo per scriverne. Chissà se nel 2022 riprenderò a fare anche quello prima o poi.

Ad ogni modo, il classico recap di fine anno è pronto e adesso ve lo cuccate come al solito. Qui trovate le precedenti edizioni: 20202019201820172016201520142013.

  • Forse il poco scrivere è stato anche frutto del cambio di piattaforma e di dominio. Il poco interesse da parte di chi legge mi ha demoralizzato un po’, ma del resto ormai un testo scritto cattura l’attenzione come una lezione di fisica quantistica in Università.
  • E quindi? Ci si è provato a sposarsi altrove, inventarsi nuovi strumenti per comunicare, tipo Clubhouse. Ma che fine ha fatto? Soprattutto c’è qualcuno che lo utilizza ancora?
  • Nel frattempo nel paese dove abito è arrivata la prima rudimentale forma di fibra, FTTC, questo mi ha costretto a dover rivedere tutto l’impianto di casa. Ed ecco il post più letto e cercato online dell’anno.
  • A febbraio Spotify ha fatto una serie di annunci interessanti. Tra cui Spotify HiFi. All’alba di un nuovo anno quell’annuncio di proposta di ascolto in alta definizione ancora non ha avuto seguito. Uno dei più grandi fail da parte di Spotify. Anche perché è rimasto l’unica piattaforma insieme a Google a non avere un offerta in tale direzione.
  • Al di là di #SpotifyWrapped utilizziamo tantissimo anche le radio di Sonos che sono indubbiamente le playlist maggiormente curated e ben fatte di sempre. Quindi tengo traccia ormai da molti anni di tutto quello che ascolto su Last.fm. Quest’anno la musica è stata una costante, più di ogni altro anno. Evviva.
  • Immancabili le serie TV. Quest’anno hanno occupato gran parte del mio tempo libero, se non tutto. Da quando ne tengo traccia sembra che io abbia spaccato quest’anno.
  • Il post a cui tengo di più? Il nostro viaggio in Portogallo. Sognato da tempo, fatto come avremmo sempre voluto. Qui c’è il racconto dei nostri 12 giorni.
  • Non ho mai parlato prima, ma quest’anno mi sono invaghito del Padel. Ho perso la testa letteralmente, senza contare il fatto che hanno aperto ben tre campi a 2 minuti da casa mia, per uno sport estremamente divertente e che mi ricorda i miei passati da tennista.

Sì. Mi auguro di poter scrivere di più, è ovvio. Nella vana speranza che i blog possano tornare a significare qualcosa senza dover essere per forza essere travestiti da newsletter o da lunghi post sui social network. Ad ogni modo, buon 2022, che possa portarvi ciò che desideriate di più. Io non mi sento di augurarmi molto di più, sono a Miami mentre vi scrivo, in spiaggia con mia moglie. Non posso davvero chiedere di più.

Måneskin

L’edizione in cui i Måneskin hanno vinto X Factor è stata anche l’ultima che ho seguito. L’edizione in cui i Måneskin hanno vinto X Factor è stata anche l’edizione in cui ho capito dalla prima puntata che avrebbero vinto. Appariva limpido tutto il loro potenziale inespresso e tutto il mondo avrebbe dovuto conoscere quegli adolescenti romani che invece di scegliere la trap o la drill amavano suonare il rock. Anacronistico per gli adolescenti di oggi e forse anche per quelli di ieri, soprattutto in Italia.

Non so dire quanti ragazzi italiani oggi risponderebbero rock alla domanda su quale genere musicale sia il loro preferito, ho la pretesa per non dire la certezza che sarebbero una piccola minoranza. A me ha reso estremamente felice non solo il fatto che il rock sia tornato sulla cresta dell’onda nel 2021, ma che a farlo sia stata una band italiana che di italiano non ha veramente nulla se non i nomi sulle carte d’identità dei componenti della band e alcune loro canzoni.

Dimostrano di sapere bene l’inglese e di essere a loro agio ovunque si esibiscano. Perché fanno ciò che amano di più, è lì sotto gli occhi di tutti. E la cosa più divertente è che scalano ogni classifica con canzoni non loro, con cover rivedute e corrette e impregnate del loro stile fluido e pieno di carattere.

Il perché ce lo spiega l’articolo di Daniele Cassandro, la cui chiusura riporto qui per intero. Racconta con estrema semplicità perché danno fastidio ai puristi del rock, che troppo facilmente dimenticano che senza Måneskin il rock non avrebbe visto la cima di nessuna classifica quest’anno, ma soprattutto perché funzionano così bene:

I Måneskin nel 2021 non hanno fatto che resuscitare, per l’ennesima volta nella storia recente, il fantasma del rock’n’roll (e della frattura generazionale che si porta dietro) che ogni dieci o vent’anni viene dato per morto. Non ci sono più i juke box ma c’è Spotify, la loro ribellione sessuale è rifiuto e sovvertimento degli stereotipi di genere ma il carburante che li fa volare è sempre lo stesso: fisicità, sudore, ormoni a mille e rock.

E il fatto che adulti e censori scuotano la testa è assolutamente naturale, anzi, è il segno che loro stanno facendo tutte le cose giuste. La musica dei Måneskin è derivativa? Fasulla? Scopiazzata? La risposta a questo falso problema la dava Pete Townshend degli Who già nel 1968: “È come dire prendiamo tutta la musica pop, infiliamola in una cartuccia, chiudiamola e diamo fuoco alle polveri. Non consideriamo il fatto che quei dieci o quindici pezzi siano tutti simili. Non importa in che periodo sono stati scritti o di che parlano. È l’esplosione che creano quando premi il grilletto a fare la differenza. È l’atto in sé. Ecco cos’è il rock’n’roll”.

Giocare di squadra

In questi ultimi giorni dell’anno trovo questo splendido post dell’ormai prossima ex direttrice di Donna Moderna, Annalisa Monfreda, e il suo racconto sul processo legato alle sue dimissioni. La chiusura però riguarda tutti noi. C’è chi è più fortunato e chi meno. Ma siccome sono passato attraverso qualcosa di molto simile, una volta che le porte del mondo si sono chiuse alle tue spalle e rimani solo con i tuoi pensieri dentro casa, meglio avere una squadra in grado di non farti mai sentire inadeguato.

Grazie Annalisa per avermi ricordato di quanto sia fortunato anche io.

E veniamo all’ultimo privilegio, quello che ho. Non avrei mai compiuto questo passo se stessi giocando la partita da sola. Non si tratta solo di essere in coppia, ma di avere una relazione che, per quanto imperfetta e migliorabile su un’infinità di aspetti, assomiglia tanto a una squadra. Ecco, far parte di una squadra è la condizione psicologica ideale per affrontare il rischio. Ci è già successo in passato. Ho convinto lui a lasciare una situazione lavorativa tossica, l’ho motivato a prendersi il tempo per studiare, a non affannarsi a cogliere la prima occasione ma ad avere la pazienza di aspettare quella giusta. Per lui è stata dura da accettare, ma ha funzionato. Adesso sta facendo lo stesso con me. Ogni mattina ripulisce il campo della mia mente dai residui di sensi di colpa e paure lasciati dalla notte. Sa che quella è la rampa di lancio da cui un giorno o l’altro dovrò decollare e lui si è preso in carico la sua manutenzione. Mi sprona a studiare, a progettare, sfida le mie idee come farebbe con quelle dei suoi clienti, perde la pazienza quando io perdo la fiducia. Il vero senso di giocare in squadra è che giochi anche quando sei in panchina. Giochi anche mentre ti riposi e ti ricostruisci i muscoli. E questo è il vero privilegio che oggi mi riconosco: poter vivere questa scelta come una opportunità di ridisegnare il lavoro, l’esistenza, i miei stessi sogni.

EarPods. Elogio della semplicità

Non posso certo considerarmi un audiofilo, ma un appassionato dell’ascolto musicale con la massima qualità possibile che il mio orecchio sia in grado di percepire, questo sì.

Negli anni mi sono dotato di strumenti più o meno professionali come estensione al mio computer, da dove ascolto il 90% di tutto l’ascoltabile. Sono partito dalle Sony MDR-Z7 abbinate a un mini-ampli PHA-3, sono passato poi recentemente al setup che ho descritto qui per saggiare la bontà di Apple Music Hi-Res Lossless e di Tidal. Tuttavia sono giunto a una conclusione, sicuramente sofferta per il mio portafogli, ma conclusiva per le mie orecchie.

Nonostante i tanti tentativi e i diversi setup provati, le cuffie over-ear non fanno per me. Motivo principale? Dopo qualche ora succedono due cose, inizia a farmi male la parte esterna delle orecchie, ma soprattutto iniziano a sudarmi. Sensazioni davvero spiacevoli. Peggio ancora, la combinata con anche un amplificatore dedicato non mi ha fatto percepire nessun miglioramento significativo tanto da giustificarne una spesa così elevata. Sarei folle se non dicessi che una qualità generale migliore esista, ma per alcuni modelli c’è una carenza negli alti, per altri modelli una carenza nei bassi, e via andare.

Ad oggi, il modello che non solo ha sensibilmente cambiato l’acustica di tutto quello che ascolto, ma che ancora reputo il modello di riferimento, quello con il perfetto equilibrio che cerco mentre ascolto un brano e senza particolari fastidi fisici è il modello più classico degli auricolari Apple, quello che ha segnato una generazione: gli EarPods.

Occhio a non confonderli con gli AirPods. Sì, anch’essi ottimi auricolari, ma sofferenti di un peccato originale, una batteria che non dura tutta la giornata lavorativa se si affrontano 8 ore tra conference call e musica. Un prodotto di 19 euro in grado di tenere testa, almeno per la capacità percettiva delle mie orecchie, a modelli di alta fascia e non temono ancora il segno del tempo. Unica pecca, un modello con il noise cancelling totale. Sarebbe la manna definitiva, anche se influirebbe non poco sul prezzo finale.

Il mio unico timore, vista la strada wireless intrapresa da Apple nella linea di prodotti dedicata all’audio e al taglio netto dello slot jack 3,5 dagli iPhone, è che prima o poi spariscano. Sarebbe un peccato.

Power On: La storia di Xbox

Non è un caso se gli ultimi tre post siano dedicati al gaming e in particolare a Xbox. È l’attività a cui mi sto dedicando maggiormente nel mio tempo libero negli ultimi giorni e, spoiler alert su Halo Infinite, ne sta valendo assolutamente la pena.

Lo so che la stragrande maggioranza dei miei post sono invettive, critiche spesso scritte di getto o comunque riflessioni su una visione totalmente personale della realtà delle cose. Ma quando c’è da elogiare e fare i complimenti non mi tiro certo indietro. Soprattutto quando si tratta di combinare le mie passioni: gaming e comunicazione.

La serie Power On: The Story of Xbox è un documentario rilasciato lunedì scorso da Microsoft ed è composto da 6 episodi. Sulle prime si può pensare essere un omaggio soltanto ai fan del brand, tuttavia è una testimonianza impressionante di come Xbox sia riuscita a cambiare la industry e quasi sempre per il meglio, incontrando sul suo cammino fallimenti, successi o il rischio di non vedere mai la luce.

Gran parte della serie è dedicata al concepimento della prima, originale, console Xbox lanciata nel 2001. Un’innovazione tecnologica che ha portato alle primissime forme di socialità prima in presenza con i LAN parti di cui parlavo e successivamente, un anno dopo, con il lancio di Xbox Live a massificare l’esperienza di gioco online che tutti oggi conosciamo.

Oltre ad essere un’interessante testimonianza per chi è interessato a scoprire la storia di questa industria, è un profondo atto di auto riflessione da parte di un gigante della tecnologia ad oggi senza precedenti. L’essere completamente trasparenti nei confronti del pubblico, in primis quello dei videogiocatori, l’ammissione di certe scelte scellerate e come per un certo periodo di tempo si sia persa la rotta (ora riacquisita dal 2014 con la guida di Phil Spencer) è una mossa di valore di brand incredibile. Soprattutto se a questo si aggiunge il fatto che nei vari episodi vengono intervistati sia detrattori, sia diretti competitor come uno dei precedenti presidenti di PlayStation.

Uno statement di maturità da parte di Microsoft davvero illuminante e illuminato che spero venga preso ad esempio da tanti altri, anche in settori differenti da questo.

Visione caldamente consigliata.

Halo e le attese Infinite.

Dopo un anno di rincorsa ai ripari dopo il fail del reveal di un anno e mezzo fa, gli eccellenti risultati del comparto Multiplayer in fase beta rilasciato a novembre, la tanto attesa campagna single player di Halo Infinite uscirà oggi. O meglio, uscirà con un retrogusto agrodolce se non si abita negli Stati Uniti.

Sono 6 anni che i fan della saga, me incluso, attendono un nuovo capitolo. Attesa diventata ancora più intensa visto il ritardo di un anno e la voglia di scoprire come si comporterà sulle nuove console Microsoft next-gen.

L’8 dicembre nelle nazioni cattoliche come Italia, Spagna e Portogallo è un giorno di festa. Una coincidenza perfetta per poter passare le prime ore di campagna in compagnia di Master Chief senza dover chiedere un giorno di ferie o “buttare” un weekend. Eppure, nonostante anche io abbia apprezzato tantissimo queste passate settimane il comparto multiplayer e l’enorme lavoro fatto per far sì che diventasse un titolo apprezzato da qualsiasi fascia d’età, oggi mi sento tradito dalle promesse fatte. Sognavo di essere di fronte alla TV allo scattare della mezzanotte dell’8 dicembre, pronto ad addormentarmi sognante per poi passare tutta la mattinata di oggi a giocare senza sosta. Eppure ieri sera l’account Twitter di Halo posta questo:

Leggete questa mappa da sinistra verso destra. Il lancio di Halo Infinite è sì l’8 dicembre mattino, ma negli Stati Uniti. In Europa e precisamente nel nostro fuso orario bisogna attendere questa sera alle 19. E qui già prima incazzatura. Come è possibile buttare così una giornata intera? Poi mi sposto più a destra e mi conforto pensando a quanto in Oceania stiano messi peggio e più incazzati di noi.

Tuttavia per motivi tecnici non meglio precisati, 343 industries, la società che sviluppa il gioco ci tiene a precisare che non sarà possibile scaricare in anticipo i rimanenti GB del gioco in grado di lanciare la campagna single player. Anzi, bisognerà attendere proprio lo sblocco del fuso orario associato, riportando questa minuta sulle dimensioni di installazione:

Quindi per chi ha già installato il gioco nella sua iterazione Multiplayer (come il sottoscritto), avrà 25.86GB addizionali.
Ora, la situazione delle connessioni in Fibra in Italia, ma come anche negli altri Paesi del sud Europa è storia nota. Con i miei miseri 30Mbps forse se andrà bene riuscirò a giocare alla mezzanotte sì, ma del 9 dicembre.

Ok. È un giorno di attesa ulteriore, che sarà mai. Mi infastidisce però che le comunicazioni vertevano su un 8 dicembre generico, dove tranquillamente come avviene per qualsiasi altro gioco ci si poteva aspettare la concessione di giocarlo dalla mattina dello stesso, mentre così è a discrezione di quanto è veloce la tua connessione a scaricare un contenuto. A mio modo di vedere una scelta folle e senza senso. Promettere l’arrivo di un gioco e permettere di giocarlo soltanto a giorno finito per una mera questione di fuso orario. Mi domando chi ha acquistato la copia fisica se effettivamente dovrà attendere lo sblocco dei server questa sera alle 19.

Spero solo ne sarà valsa la pena.

I miei 20 anni di Xbox

Quella che si sta per chiudere è sicuramente stata una settimana targata Xbox. In primis l’impressionante numero di giocatori al lancio di Forza Horizon 5, lunedì l’arrivo dell’edizione limitata di Xbox Series X a tema Halo Infinite, ma e soprattutto martedì la celebrazione dei primi 20 anni (se avete bisogno di un primo ripasso, qui) di questo brand nato totalmente dalla voglia di provare a fare qualcosa di diverso e migliore rispetto a chi già stava sul mercato in quel periodo.

Ma se della storia di questa console si sa già tutto, vorrei lasciare qui alcuni ricordi a cui sono particolarmente legato. Il primo è quello di aver creato la prima scheda tecnica della prima console su everyeye…e l’articolo è ancora lì. Sì perché io Xbox l’aspettavo come una manna dal cielo. Quando ero piccolo avevo questa fissa per Microsoft e avevo il sogno nel cassetto, non poi così tanto nascosto e poi realizzatosi per mia fortuna, di voler lavoraci. E quindi quando dopo qualche anno di PlayStation, la primissima PlayStation, iniziai a sentir parlare di una fantomatica console a brand Microsoft decisi di aspettare a comprare PlayStation 2 e di attendere l’uscita di una fantomatica scatola X.

Così fu. Spostai la postazione della console da camera mia al piano di sopra all’arrivo di Xbox. Questo perché più vicino alla connessione ADSL che avevo in quegli anni e attraverso la quale iniziavo a giocare online all’incirca dal 2003. Nel frattempo scoprii proprio la community di everyeye.it. Scoprii Forumeye.it e per un certo periodo della mia vita non esisteva altro. Erano i primi anni universitari per me e il tanto tempo libero mi consentiva di concentrarmi sulla mia passione più grande: i videogiochi. Non mi bastava giocarci, volevo parlarne, confrontarmi, far sentire la mia voce e ascoltare anche quella degli altri, trovare nuovi compagni di giochi. Non avrei dovuto aspettare molto. Con Halo conobbi davvero tante persone di Forumeye con cui spesso e volentieri mi trovavo nei weekend a organizzare lan party con anche 5 TV collegate in stanze diverse e a divertirci come pazzi. Avrei voluto vivere così, per sempre. La mia seconda più grande passione si chiama(va) Fifa. Iniziai a giocarci nel 1994 sul la prima console casalinga di SEGA e non ho ancora smesso di farlo. Negli anni targati Xbox mi impegnai davvero un sacco e nella sua prima iterazione online, quella del 2005, mi classificai terzo tra i giocatori italiani di quell’anno. Me la cavavo bene devo ammettere e tra la community ero diventato un vero punto di riferimento. Diventai per un certo periodo di tempo community manager per EA Sport, venivo ripagato in viaggi di anteprima. In Canada al campus EA sono stato 2 volte, così come a Londra per vedere quanto sarebbe uscito qualche mese dopo sul mercato. Iniziai anche a fare amicizia con gli amministratori di everyeye e chi ancora adesso lo porta avanti con tanta passione, come ad esempio Francesco Fossetti. Iniziai a scrivere i primi articoli per loro e capii che questa sarebbe stata la mia terza passione che avrei successivamente portato avanti soltanto attraverso il mio blog personale e Fuorigio.co, ma questa è un’altra storia. In quei primissimi anni di Everyeye, Francesco divenne il responsabile editoriale per la sezione PlayStation e io per quella Xbox. Andammo insieme nel 2005 all’E3 di Los Angeles. Sì, quell’E3. Un sogno ad occhi aperti.

Ricordo quegl’anni con profonda nostalgia. In primis perché mi divertivo con un pazzo a fare quello che facevo, giravo per l’Italia e il mondo a vedere anteprime di videogiochi, dare feedback a EA per i capitoli di FIFA, la seconda ragione perché è durato davvero troppo poco e probabilmente perché non ho creduto a sufficienza di voler provare a portare avanti la carriera di giornalista videoludica. Questo sicuramente resta uno dei miei più grandi rammarichi collegati al ricordo non solo di Xbox ma più in generale a quello che è stata quell’epoca d’oro dove i nostri social network erano un forum, MSN Messenger e Xbox Live. Non ci serviva altro per divertirci.

Un altro aneddoto divertente riguarda il mio gamertag. Mi registrai a Xbox Live tra il 2003 e il 2004 con il gamertag attuale. Tuttavia in quegli anni avevo un’altra fissa (sì ne ho molteplici), ovvero cambiare spesso indirizzo email, motivo per il quale beccavo un sacco di insulti da tutti i miei amici. Dopo qualche anno con Roberto, un altro caro amico conosciuto su Forumeye, decidemmo che avremmo voluto buttarci in un avventura editoriale tutta nostra. Playdifferent. Registrammo il sito e tutto, e la mia email fu contz@playdifferent.net per un tot di mesi. Per un motivo o per un altro decidemmo poi di chiudere tutto e far morire il progetto di morte naturale. Io nel frattempo avevo associato tutti i miei account a quell’indirizzo email che morì insieme al dominio. Persi pertanto la password del mio account Xbox e dovetti crearne un altro: Funtasteec.

Per farvi capire quanto son strano, questa cosa mi allontanò non poco dal mondo online di Xbox e decisi di sviluppare maggiormente la mia attività online su PlayStation dove il mio tag è sempre stato Contz. Nel 2016 proprio mentre lavoravo in Microsoft decisi che era venuto il momento di fare qualcosa per riavere il mio gamertag. Il supporto non mi fu mai di aiuto negli anni precedenti perché non avevo abbastanza elementi per dimostrare che fossi io il vero proprietario, e Microsoft non rilasciava l’utilizzo di account dormienti. Perciò dopo qualche giorno di ricerca trovai il collega a Seattle a capo della parte gamertag, gli spiegai il tutto, vide che quello che gli dicevo era vero e che tutti i miei dati combaciavano e voilà.

Avrei mille altre storie legate a Xbox. Di sicuro mi ha aperto strade che senza la sua esistenza non avrei mai pensato di poter intraprendere, persone che altrimenti non avrei mai conosciuto, ma soprattutto capolavori che non sarebbero mai esistiti. E anche se direttamente non sono mai riuscito a lavorarci, vedere che ancora oggi a distanza di 20 anni con una nuova console, un servizio allucinante a pensarci solo qualche anno fa come Game Pass e il giocare sul cloud mi fa ben sperare per i futuri 20.

Ancora auguri e grazie di cuore.

Full Meta Facebook

La prima domanda dopo aver visto la presentazione di ieri di Facebook…err…Meta è perché? C’è già un mondo e spazi da occupare, si chiama Realtà. Perché crearne uno nuovo dove riversare tutto il bello già esistente, ma anche tutte le nostre paure, sofferenze e brutture?

Ma partiamo dall’inizio. Facebook non diventa Meta, rimane sempre Facebook. Facebook diventa parte DI Meta, la parent company di tutte le società collegate a Mark Zuckerberg. A proposito, il logo quanto assomiglia alla suite di sviluppo di Microsoft?

Secondo argomento. Il Metaverso. Il sogno digitale di creare un luogo altro per rifuggire le miserie e mestizie del mondo è un sogno che arriva da lontano. Parte dagli MMPORG e arriva a Second Life. Simulare di vivere digitalmente in luogo paradisiaco non è affatto nuovo, gli è stato soltanto dato un nuovo e più esotico nome. Resta da capire se le persone preferiranno vivere in una puntata di Black Mirror o Ready Player One o preferiranno restare ancorati alla realtà.

Lascio perdere il terzo argomento, i device presentati non sono in grado di parlarmi, mi attirano davvero poco e mi fanno sentire incastrato in una realtà che faccio fatica a sentire mia. Poi probabilmente mi ritroverò anche io con un caschetto in testa tra 30 anni a incontrare ologrammi invece che in carne e ossa con tutto quello che ne consegue. Odori, sapori, vibrazioni e tanto altro praticamente assenti se non in presenza.

La parte interessante piuttosto per me è quella legata al mondo business. Tra l’altro molto simile ai video sulla vision del futuro in Microsoft qualche anno fa ormai, ma mai concretizzata appieno. Il nuovo ordine mondiale causato dalla recente pandemia ha cambiato forse e finalmente per sempre il modo in cui interpretiamo il modo in cui lavoriamo. Ci ha insegnato il valore di poter essere ovunque nel mondo e rimanere lo stesso produttivi, rinunciando talvolta alla compresenza fisica che spesso porta all’idea geniale, ma portando con sé talmente tanti benefici che ormai la maggioranza dei lavoratori non vuole più rinunciarci. Probabilmente aggiungere l’ingrediente della compresenza digitale aiuterebbe a ristabilire quella sensazione di gruppo e sano scambio di idee impraticabile nelle 4 mura di casa o in una call via Zoom.

Che ne pensate? Ci sarà futuro per una realtà alternativa?

I nuovi vecchi MacBook Pro

Premessa. Ritengo le macchine presentate ieri sera da Apple dei piccoli mostri di potenza, ma esclusivamente rivolti ad un pubblico il cui utilizzo è di natura professionale, soprattutto audio-video e nel mondo grafico. 

Quindi se vuoi un computer da 3.000 euro per navigare e mandare qualche email, o hai soldi da buttare via, oppure non stai facendo la scelta più oculata in base alle tue esigenze. 

Le caratteristiche da bocca aperta non si discutono e mi piacerebbe ovviamente testare i nuovi MacBook Pro con CaptureOne, ma per il mio personale picco di richiesta di potenza sarebbe una spesa sprecata. Fine della premessa.

Ciò che davvero mi lascia basito però non è tanto il prezzo, quanto l’enorme passo indietro di Apple rispetto a due tecnologie tanto esaltate e sostenute a gran forza fino a ieri mattina: l’assenza di porte per periferiche esterne, se non Thunderbolt, e la fantomatica Touch Bar.   

Partiamo dalla prima. La porta Thunderbolt ha sostituito in primis la tanto apprezzata tecnologia MagSafe che ne avrebbe potuti salvare moltissimi da accidentali cadute. Ma messasi l’anima in pace per la scomparsa di questa tecnologia, man mano sono iniziate a sparire tutte le altre porte, USB, HDMI, lettore di card SD, sostituite sempre da altre Thunderbolt, costringendoCI a dover acquistare dongle di svariata natura per poterci connettere con il resto del mondo come schermi, macchine fotografiche, periferiche di qualsiasi tipo. Ragion per cui tanti possessori dei modelli antecedenti a quello del 2017 si tengono ancora stretti i loro prezioso modello.

La seconda. Utilizzo MacBook Pro da relativamente poco, 2018, sfruttando appieno regolarmente “solo” una ventina di app. Ammetto di non aver mai utilizzato o trovato utile la Touch Bar se non per alzare o abbassare il volume su Spotify. Probabilmente una questione di abitudine, ma l’ho sempre trovata un impiccio piuttosto che un aiuto nella produttività quotidiana.

Ieri però si è aperta una porta, anzi un portone, catapultandoci indietro di 6 anni. Le nuove macchine MacBook Pro in un solo colpo riottengono una porta HDMI, la tecnologia MagSafe e un lettore di card SD. La Touch Bar ? Scomparsa. Semplicemente anni fa Apple si è convinta di un futuro non ancora concretizzatosi oggi:

Apple’s argument for getting rid of the SD slot was that the future would be wireless, and we wouldn’t need to use cards to transfer data anymore. It wasn’t true back in 2016, and it’s still not true. Sure, some devices equipped with SD cards now offer wireless data transfer, but let me tell you—it’s not as fast or reliable as just plugging in a card and transferring the data! And a lot of our non-Apple devices still rely on slow USB ports to transfer data if you have to copy the data directly. The SD slot is just convenient whether you’re a pro transferring photos, audio, or video.

E questo è un bene. Vuol dire che l’esperienza di chi li utilizza ha fatto invertire la rotta a chi di solito la barra la tiene sempre dritta verso il futuro senza mai girarsi indietro, vedasi l’eliminare l’ingresso audio dagli iPhone o togliere la presa per il caricatore di batteria dalla confezione. Meno bene per chi ha investito centinaia di euro in dongle scomodi da utilizzare e trasportare.

Ultimo appunto negativo, l’introduzione del notch anche sui MacBook Pro. Sicuramente un elemento di marketing riconoscibile e differenziante rispetto alla competition, ma sgradevole agli occhi. Ne avrei capita la funzionalità se la nuova camera frontale fosse stata dotata di Face ID e utile quindi a sbloccare il proprio computer, ma sembra soltanto una scelta estetica poco azzeccata visto che questa funzionalità non è stata prevista. Il notch scompare quando l’applicazione che stiamo utilizzando è in modalità full screen, ma riappare quando abbiamo la scrivania di sfondo. Estremamente fastidioso dal mio punto di vista.

I nuovi MacBook saranno il benchmark di mercato e i processori M1 Max e M1 Pro un prodigio di ingegneria informatica. Ma è indubbio che abbiano tanto già un sapore di vecchio.

Monopattini in città. Qual è il vero problema?

Girare una città come Trento a piedi durante il Festival dello Sport è particolarmente piacevole. È piccola, pianeggiante, raccolta e se hai da fare in diverse parti del centro storico, a fine giornata i 15km suo tuo smartwatch non sembrano pesarti più di tanto.

Diverso è quando hai necessità di spostarti velocemente da una parte all’altra della città. Dove a piedi sai che comunque ci metterai sempre una quindicina di minuti, ma tu per fare da A a B hai bisogno di mettercene 5 perché esci da un appuntamento e l’altro ti aspetta, appunto, 5 minuti dopo.

Come fai? Taxi? Ora che lo aspetti, sali, spieghi dove devi andare, paghi, scendi, saresti arrivato prima a piedi.
Un mezzo pubblico? Peggio che andar di notte, se hai fretta, un pullman non arriverà mai al punto B in meno di 5 minuti.

E arrivo dove volevo arrivare. Sempre più di frequente decido di affidarmi alla soluzione più ovvia quando mi ritrovo in situazioni del genere sia per lavoro che per piacere. Scelgo un servizio a noleggio di monopattini elettrici. Capillare, veloce da noleggiare, ti puoi muovere con destrezza nel percorso urbano e non c’è niente di più veloce, conveniente e meno inquinante al momento se non una bicicletta sempre a disposizione, ma non in tutte le città diffuse in egual misura.

Ma, c’è un doveroso ma. Può essere estremamente pericoloso. Per i pedoni se provi ad utilizzarlo su un marciapiede (cosa vietata per legge), per il conducente dello stesso se si guida in una carreggiata dedicata prettamente alle automobili. Potrei andare avanti a lungo con l’elenco delle pericolosità, le notizie quotidiane di incidenti anche mortali stanno aumentando di frequenza facendo sembrare necessario un qualche tipo intervento per regolamentare un mezzo ancora poco conosciuto e per lo più bistrattato da chi in quel momento non ci si trova sopra, ma ha la sfortuna di incrociare il suo cammino.

Mi sono documentato un po’. A Trento per i maggiorenni non è (ancora) obbligatorio indossare un casco apposito alla guida di un monopattino elettrico. Ma in tante altre città italiane sì. E se fossi proprietario di un monopattino a mia volta probabilmente lo acquisterei per principio. Tuttavia, se come si legge si andrà verso una legge nazionale, mi domando come possano le società di sharing adeguare la situazione in una casistica simile, o come lo facciano in quelle città in cui il casco è già obbligatorio. Penso a turisti locali, così come internazionali, che si recano in una città magari per un giorno o addirittura per poche ore e che ripongono ormai sul monopattino piena fiducia come mezzo in grado di rispondere alla loro domanda di mobilità non solo sostenibile, ma senza sostanzialmente nessuna alternativa equiparabile in termini di praticità e rapidità negli spostamenti.

Dove trovano un casco pronto all’uso e pulito? Chi glielo affitta? Forse lo trovano nel sottosella del monopattino? Si pensa a delle aree apposite di parcheggio dove ci sono anche i caschi? Impossibile anche solo da pensare. E a guardare bene, i numeri di incidenti non sono nemmeno poi così catastrofici come titoli sensazionalistici portano a credere:

E gli incidenti? L’Istat ha cominciato a includere anche monopattini e biciclette elettriche nelle proprie rilevazioni degli incidenti stradali, realizzate insieme all’ACI, a partire da maggio 2020. Secondo l’ultimo rapporto, l’anno scorso gli incidenti stradali con lesioni a persone che hanno coinvolto almeno un monopattino elettrico sono stati 524, con un decesso. Prendendo per buono il numero di 140 mila monopattini in circolazione, parliamo di 0,004 incidenti per ogni mezzo circolante — come ha sottolineato anche Assosharing, l’associazione di categoria che riunisce le principali aziende della sharing mobility. Un numero che non sembra giustificare chi parla di un “boom” di incidenti in monopattino. Gli incidenti aumentano, naturalmente, perché aumenta l’utilizzo di un mezzo che fino a tre anni fa era praticamente assente dalle strade delle città italiane, ma nulla fa pensare che sia più pericoloso di altri mezzi “deboli” della strada, come biciclette o motorini.

Se ci fosse una soluzione rapida non ci sarebbe così tanta attenzione. Non voglio credere necessariamente e unicamente alla tesi posta dall’articolo sopra citato. Il voler a tutti i costi favorire le auto però è sicuramente, tra il ventaglio di opzioni, quella più accreditata per cercare di demonizzare un mezzo al quale non ho mai dato particolare credito fintanto che l’ho provato e amato per esigenze personali. Come per tanti altri mercati reputo che la resistenza al cambiamento sarà futile, il futuro di questo mezzo di trasporto sarà decretato dai suoi utilizzatori. E se l’ondata è partita, sarà difficile da placare, certo, c’è bisogno di incanalarla prima che si trasformi in tsunami, ma è una realtà da accettare, rispettare e provare a trarne il massimo beneficio per tutti, avventori e detrattori.