Nessuna parola sbagliata

Take your personal website, for example. Your writing might not appeal to others. People might find it irrelevant or even dislike your style or your message, especially if you are writing about something new and unconventional. But if it’s important to you and if it contains a bit of yourself – and it certainly will –, whatever you write and publish on your site isn’t wrong. You are free to try out different formats, techniques, and styles. Write about what you think and care about. Find your unique way to express yourself.

A personal website ain’t got no wrong words.

Matthias Ott

Fu Superlega

Quest’amore appena nato, è già finito.

Al di là di tanti spunti miopi e denigratori verso il progetto Superlega, ne ho trovati altrettanti più pacati e disposti a mettere in discussione il calcio europeo per come lo conosciamo oggi.

Un cambiamento è necessario e auspicato da tanti anni. Non per niente il sito thesuperleague.com è stato registrato nel 2008, mica l’altro ieri. Sintomo di un evidente malessere da parte di una manciata di squadre che negli ultimi 20 anni hanno trascinato il carrozzone facendo fare bella figura a chi questo carrozzone lo guarda da fuori e ogni tanto si ricorda di dare una piccola spintarella da dietro.

Tuttavia, seppur di un terremoto si iniziava a parlare da domenica scorsa a seguito dei primi annunci, in poco più di quarantottore il tutto si è ridotto sì e no al movimento prodotto da una gamba agitata sotto a un tavolo.

Il che mi porta alla vera parte interessante. La gestione della comunicazione di tutta questa operazione. 2 giorni folli e di una mediocrità fatta di errori banali e non trascurabili.

Partendo dall’annuncio. Fatto tramite un sito ufficiale e dei comunicati stampa pubblicati su quelli dei singoli club. Un’intervista rilasciata da Florentino Perez, presidente della Superlega, 24 ore dopo e a seguito delle dichiarazioni Uefa dove si promettevano fuoco e fiamme per i 12 “traditori”. E da qui qualcosa deve essere per forza accaduto sotto banco e che non ci viene raccontato.

Ok la piccola rivolta dei tifosi. Ok l’indignazione della politica e delle più disparate personalità avulse a questo mondo, ma che si sono sentite il dovere di essere chiamate in causa. Ok la voce di alcuni allenatori e giocatori chiamati in causa.

Ma come è possibile che passate altre 24 ore 6 club fondatori decidano di andarsene? Non era stato fatto tutto per soldi? Per risanare il calcio e dargli una nuova veste? Un giorno per ripensarci e ritornare sui propri passi?

Qualcosa non quadra è evidente. Qualcosa non ci viene raccontato fino in fondo. Strano vero?.

Arriviamo a questa mattina, dove addirittura il presidente della Juventus Agnelli lascia che venga pubblicata la sua intervista a Repubblica, quotidiano posseduto per maggioranza dalla sua famiglia, quando ormai tutto il progetto è ormai naufragato.

Un disastro comunicativo su tutti i fronti. Lascia tutti incazzati e non accontenta nessuno. Andava gestita meglio, se convinti della bontà del progetto andava mantenuta la linea, ma la paura dei poteri forti e di perdere i propri tifosi ha spaventato la maggioranza di chi avrebbe dovuto rivoluzionare il calcio.

In attesa di tempi migliori rimaniamo inermi ad assistere ancora per chissà quanto tempo ancora alle cosiddette istituzioni calcistiche che si fanno scudo ergendosi a paladine dei tifosi, quando in realtà fanno tutt’altro.

È vero, non c’è (non c’era) granché di etico o di meritocratico nel progetto Super League o in una qualsiasi lega esclusiva che neghi l’accesso ad altre concorrenti. Ma comunque vada a finire questa storia, nata lunedì a mezzanotte e un quarto e apparentemente già finita, una cosa deve essere chiara: chi governa il calcio non lo fa come una associazione che vuole il bene dei tifosi e del popolo. Era evidente prima della Super League, e deve esserlo anche dopo, anche ora.

Rivista Undici

LOL e la comicità resta fuori

Con mia moglie abbiamo visto tutte le puntate di LOL: Chi ride è fuori in una botta, tra venerdì e sabato. Ho atteso qualche giorno prima di scriverne qualcosa. Il fatto è che non so bene da dove iniziare.

Partiamo dal giudizio personale provando a rispondere alla domanda delle domande: ma fa ridere?
Personalmente a me ha lasciato indifferente, il 90% del tempo non ho riso, tranne quando sono stati citati sketch non originali, ma anzi, mi ha fatto riflettere sul vero intento del programma.

Avrebbe dovuto far ridere il pubblico? O soltanto intrattenerlo nel mettere in scena chi fosse il più bravo a resistere proprio nel non ridere?

Ho optato più per la seconda. Far ridere è una faccenda maledettamente seria, ma soprattutto estremamente soggettiva. Ciò che strappa una risata a me non è lo stesso per gli altri e viceversa. Pertanto LOL: Chi ride è fuori l’ho preso più come un esperimento di espressione attoriale invece che un esercizio di comicità. E se lo interpreti così è ineccepibile la presenza di grandi personaggi abilissimi a tenere il palco e incollare l’attenzione del pubblico. Tuttavia molte delle battute, a questo punto, è chiaro seguano un copione, mentre i momenti di improvvisazione sono estremamente personali e dettati dall’idea del momento e non è detto che funzionino.

Salvo la donazione per scopi alti e ve lo consiglio se non volete essere esclusi dai colleghi d’ufficio sull’argomento del giorno, ma, a parte questo, la comicità è altro ed è stata lasciata fuori da quel teatro.

Serie interrotte

Devo auto convincermi a lasciare un taccuino sul comodino accanto al letto. Passo mezzore intere prima di addormentarmi a pensare a incipit di post da fare invidia a Melville. Puntualmente svaniti al risveglio.

Ad esempio ne avrei avuto uno perfetto per quanto sto per scrivere, svanito nella fase REM, suonava più o meno così…

Ho spento la TV con una pesantezza incredibile. Non tanto per quanto appena finito di vedere e nemmeno per la cena, ma per un semplice basico ragionamento. È mai possibile dover arrivare a terminare una serie TV e scoprire, soltanto se cercato online, che la medesima non ha una conclusione perché cancellata?

Ieri sera è accaduto con Sweetbitter. La storia di una farfallona campagnola alla ricerca del sogno americano in un ristorante di New York. Una serie leggera e poco impegnativa con puntate da circa 30 minuti. Perfetta per il dopo cena. Ma potrei aggiungere alla lista molte altre serie lasciate lì, sospese, senza una reale ragione per la quale vengono proposte al pubblico. Messiah, Sense8, It’s Bruno, Daredevil e potrei andare avanti con molte altre.

Una sequela di milioni di dollari buttati nel cesso, che fanno incazzare tutti. Le major per averci ricavato poco, gli attori e in generale la produzione per non avergli concesso di terminare una storia, ma ancora di più gli spettatori che nel frattempo si sono tramutati in fan tepidanti di aspettative e lasciati a bocca asciutta.

Un piccolo suggerimento. Quanto costerebbe ai vari Amazon Prime Video, Netflix, Disney+, Apple TV+ etc. inserire un bollino, un alert, un messaggio prima di ogni prima puntata che la serie è stata cancellata e l’avventura che ci si appresta a vivere è troncata e quindi si prosegue a proprio rischio e pericolo?

Se i contenuti streaming ci hanno insegnato qualcosa è la libertà di fruizione. Non importa il supporto, conta il contenuto. Lasciateci la libertà di sprecare il nostro tempo oppure di dirottarlo su altro, ma almeno mettete un avviso.

Per fortuna di Sweetbitter esiste il libro.

La battaglia per l’attenzione

We’re living in an era of chaos, we’re all in our own little worlds. For twenty years, the internet wreaked havoc, disrupting and destructing. Now the dust has settled, why do we think everything is the same as it ever was? The disruption has calmed down. Now it’s about content. We, as a society, are trying to figure it out. One thing is for sure, everybody in the old, pre-disrupted world, is doing their best to cling to the old model instead of facing the truth and marching into the future. And they keep telling us they’re important and we should pay attention WHEN MOST PEOPLE DON’T EVEN CARE!

Applicare modelli e paradigmi di generazioni passate non sempre è la scelta giusta. Soprattutto quando si tratta di distribuire contenuti sui canali che tutti abbiamo imparato a conoscere. La nicchia e la coda sono talmente allungate e destrutturate che sempre più difficilmente si sarà in grado di costruire dei modelli di comportamento precisi, se non affidandosi al martech.

Il post di Brian Lefsetz è come sempre un minestrone di pensieri sparsi, sebbene molto lucidi, sulla situazione attuale del mercato musicale e non solo. Più in generale di quello streaming. I gusti personali dominano e frastagliano moltissimo il mercato, la cui segmentazione spesso non rispecchia appieno ciò che gli utenti premiano.

Cherry

Cherry è un film povero di sodio. Quell’unica particella in grado di sopravvivere è Tom Holland. Povero, ce la mette tutta a dare il meglio di sé nell’interpretare un tossicodipendente affetto da stress post traumatico di ritorno dall’Iraq. Si libera alla perfezione della rete dell’Uomo Ragno, ma resta impigliato in un’altra, ancora più fitta e straniante. Quella intessuta dai registi per lui, in uno screenplay fin troppo superficiale per un tema serio che affligge gli Stati Uniti.

Il film si basa sulla autobiografia, o almeno gran parte di essa, di Nico Walker, dal quale i registi hanno acquistato i diritti per realizzare il film Cherry.

Nonostante alcune scene di humor nero, di cui i Russo si sono già resi protagonisti nelle serie Community e Arrested Development, di Cherry si riesce a salvare ben poco. La lunghezza non aiuta affatto e benché si possa soprassedere su questo aspetto, i 141 minuti in cui si cerca di fare un’accozzaglia di richiami come Trainspotting o i film di Bay, suonano sempre tutti troppo finti.

Per coinvolgere lo spettatore con la psicologia maniacale del giovane veterano e per emulare la narrativa feroce e non romantica di Walker, scritta dalla prigione, il duo di registi esagera ogni elemento cinematografico, dall’inesorabile movimento della telecamera ai dialoghi che spezzano la quarta parete e scene d’azione meglio adatti per Capitan America. Ma non basta.

Tutto in Cherry suona falso. I personaggi non riescono ad emergere nella traiettoria dei minuti in cui appaiono sullo schermo e si caratterizzano soltanto per piccole e brevi scene che sembrano scollate da tutto il resto. Manca l’intensità, manca qualcosa che non sia già visto in centinaia di altri film.

Cercherò a questo punto di recuperare il romanzo, leggermelo a fondo e capire se alla fine mi troverò a dire: beh, il libro era meglio.

Una traccia della mia esistenza

Ultimamente da più fronti mi è stata posta la medesima domanda. La fatica, il tempo, i contenuti spesi qui dentro hanno un valore? Hanno un ritorno? Ti servono o ti sono mai serviti in qualche modo?

La risposta è affermativa. Senza il mio blog non sarei quello che sono oggi, non avrei avuto le opportunità di carriera e crescita che nel corso degli anni mi si sono parate davanti, ma soprattutto non avrei mai e poi mai potuto entrare in contatto con un estensivo numero di persone dalle quali ho cercato di portarmi “a casa” qualcosa.

In fin dei conti i miei post, le mie riflessioni, la condivisione dei miei personali punti di vista sono soprattutto un esercizio privato. Un mio spazio per allineare i flussi interni e fare pace con il mondo, senza cercare l’approvazione di nessuno o con l’idea di far cambiare opinione a qualcuno, quanto piuttosto connettermi con chi ha voglia di fare altrettanto. Non scendo nell’arena dei gladiatori per combattermi il tempo di nessuno.

I’m just not that interested in trying to pull anyone into agreement. To realign their poles. To spin them around and point them in my direction. If it happens, that’s a bonus, but it’s not what I’m aiming for.

I don’t want to sell someone something they’re reluctant to buy. I’m not interested in trying to grease grinding gears. I’m more interested in meshing with those who are excited to come along.

I like it when they’re already there with me. The words, the phrasing, the tone, and the rhythm just helps them synchronize their head nods with mine. And then we connect.

E quindi? Lo scopo di tutto questo?

Because in the end, I’m really just writing to myself. Trying to find my own satisfaction in describing how I feel and what I want. And if we want the same thing, all the better.

Intangibile

E poi riflettevo su quanto l’attaccamento fisico, morboso e d’amore nei confronti di un brand dipenda tutto da qualcosa di intangibile.

Il brand sparisce, i suoi prodotti spariscono, resta solo il percepito. Le sensazioni rilasciate dal nostro cervello accostate a quella particolare marca sono per lo più inspiegabili se chieste a bruciapelo.

Tuttavia sappiamo benissimo di cosa si tratta. È lo spazio d’azione che quella marca ha deciso di presidiare, il suo purpose. E ne ha fatto la propria ragione di vita, al di là dei profitti, al di là delle opinioni divisive in grado di generare.

Delle azioni tangibili che permettono di far dimenticare ciò che quella azienda commercializza, ma segnano un solco profondo con ciò che è in grado di comunicare, stabilendo un set di valori nei quali non solo crede, ma con essi riesce influenzare la vita delle persone.

Sostenibilità ambientale, parità di genere o di razza, equiparazione degli stipendi, il ridare al territorio in cui opera, l’evitare lo sfruttamento delle popolazioni in via di sviluppo…

Potrei andare avanti per molti paragrafi. Di fatto c’è un denominatore comune: occupare lo spazio di intersezione tra la vita, il luogo e il tessuto sociale in cui opera lasciandoli meglio di come li hanno trovati.

Solo così nasce e perdura un lovermark.

Continuerò a non guardare il Festival di Sanremo

Benché sia estremamente felice per la vittoria dei Måneskin – non tanto perché siano loro quanto tali, ma perché finalmente una canzone rock sia arrivata prima e non una pop/trap/finta hip hop – proseguirò serenamente nella mia personalissima tradizione di voler estraniarmi per una settimana dal word of mouth italico fatto di polemicucce sterili e analisi logica del politically correct, vestiti e comportamenti su un palco calcato da chi cerca di emergere.

Perché? Molto semplice. In parte prendo in prestito le parole di Rivista Studio:

Anche se potrebbe sembrare che abbiamo tutto il tempo del mondo, in realtà non riusciamo più ad aspettare, non abbiamo tempo (o voglia) di ascoltare 26 canzoni più quelle degli ospiti, ancora di più se non ci piacciono, subire i siparietti e i tempi morti, l’ennesimo monologo che offenderà qualcuno o l’ospite che dipingerà le donne come un quadretto stinto e sempre troppo retorico.

Vogliamo sapere chi vince, vogliamo passare alla canzone successiva, guardare il telefono mentre c’è la pubblicità. Uno spettacolo così lungo e così ricco, sicuramente costruito per ridurre il comprensibile horror vacui ha forse avuto l’effetto opposto: quello dell’eccesso per chi lo seguiva da casa. Tutto troppo.

Mi sembra sempre di ascoltare canzoni tutte troppo simili l’una dall’altra, benché arrivino alle mie orecchie con qualche giorno o settimana di ritardo, assisto al perenne ritardo degli artisti di casa nostra nel voler proporre uno stile che arriva da altri Paesi, una brutta copia riadattata di qualcosa di originale creato altrove e per altri pubblici. E così subiamo da anni l’onda lunga del pop prima, poi del rap e infine dell’indie, mentre altrove sono già mentalmente da tutta altra parte.

Forse è anche per questo che di musica italiana ne ascolto e apprezzo davvero proprio poca. E ancora di più mi sono stupito di vedere vincere una band di ragazzi lontani musicalmente dalle classifiche nostrane, forse la prolungata presenza di Manuel Agnelli a X-Factor e la fondazione di ben 2 emittenti rock in Italia nel giro di 15 anni stanno facendo apprezzare anche altri generi musicali al grande pubblico?

Oppure al televoto c’erano soltanto i loro fan e le mamme di quest’ultimi?

Hey, World

HEY, un nuovo servizio di posta elettronica creato dai fondatori di Basecamp, debutta oggi con un “nuovo” servizio di blog che permette di pubblicare direttamente dalla casella di posta: HEY World.

Come funziona?

Vi ricordate di Posterous? Ecco. Il funzionamento è pressoché identico. Sottoscrivi un abbonamento a HEY (99$/anno), scrivi un’email a world@hey.com e il gioco è fatto. Ecco il tuo nuovo blog.

I Pro

Privo di JavaScript e di qualsiasi ninnolo di codice, risulta essere una pubblicazione molto snella e veloce che al momento permette l’inserimento soltanto di immagini, testo e ipertesto.

Basta fare una rapida ricerca su Twitter per capire al volo come ci sia una frenetica corsa all’oro nella creazione di nuovi luoghi in cui scrivere. Un po’ come avvenne per Medium, ma con le dovute differenze che elencherò nei contro qui sotto.

Quale il punto di forza? Sicuramente la semplicità e le velocità di utilizzo. Componi una email, scrivi, invia e il gioco è fatto. Si interseca tra i rivoli di un thread twitter facilmente dispersivo, un blog personale e una newsletter del quale il sistema è dotato nativamente.

I Contro

Ci sono un paio di punti a sfavore nell’utilizzo di questo servizio. In primis l’indirizzo email stesso. Una volta creato il blog tutti avranno la medesima URL:

Once you write your first HEY World email, you’ll get a “world.hey.com/you” page (with the “/you” part being the same as the beginning of your @hey.com email address)

Ciò significa che chiunque verrà a conoscenza del tuo indirizzo email personale in tempo zero. Ok, con i dovuti filtri si può bloccare facilmente qualsiasi scocciatore, ma si può capire bene quale possa essere il risultato sul lungo termine nell’esporre pubblicamente il proprio indirizzo email.

Il secondo aspetto, almeno per me non indifferente, è la personalizzazione. I blog sono tutti identici, a parte l’icona e il nome nella parte iniziale, sono irriconoscibili l’uno dall’altro. Ok, il contenuto dovrebbe fare la differenza, ma i primi millisecondi devo capire con chi sto interloquendo. Un po’ come accadeva con Medium, costretta da qualche mese a dover aggiungere la possibilità di cambiare font o sfondo. Vi lascio qualche esempio per rendere l’idea.

Quale il punto debole? Senza una vera personalizzazione, senza l’embed di contenuti di terze parti, senza la possibilità di commentare, senza la possibilità di poter esportare il mio contenutoal momento non so dire quanto il mercato possa premiare una soluzione del genere. Posterous è deceduto dopo pochi anni, e pagare 99$ per un blog “mozzato” ha al momento davvero poco senso.