C’era una volta internet

Sono venuto meno a una delle nascoste premesse e promesse di questo blog, ovvero di evitare l’embed di chicchessia video o audio per non appesantirne troppo il caricamento e la leggibilità. Eppure faccio un’eccezione per consigliarvi la serie di podcast di Pepe Moder sulla storia di internet in Italia.

Al di là di poter dire di essere stato presente su internet fin dagli albori, credo di aver aperto la mia prima connessione nel 1994 con un provider di un paese accanto al mio, quella qui sopra è la puntata a cui voglio più bene. L’età della blogosfera è quella a cui ho partecipato di più e più volentieri, quella in cui ho conosciuto Pepe in uno dei tanti eventi organizzati dall’azienda per cui lavorava così come, chi più chi meno, tutti gli altri ospiti della puntata.

In pochissimi anni c’è stata la possibilità di rivoluzionare la comunicazione on e offline, aprendo i mercati a conversazioni dirette tra aziende e clienti, cosa impensabile fino a qualche anno prima, arrivando alla massificazione della stessa con l’esplosione sui social media e l’attivazione dei loro filtri nel darci l’illusione di essere al comando del mondo che ci circonda.

Mi sarebbe piaciuto un approfondimento su una piccola parte dell’Internet italiana, ma che fu molto importante in quegli anni e che lasciò una traccia nella storia prima dell’avvento di Facebook, quella di FriendFeed. L’Italia insieme al Brasile e alla Turchia trovò in quel social network basico la culla nella quale crogiolarsi e dare tutto il meglio di sé senza filtri. Le primordiali conversazioni delle aziende italiane sono passate inevitabilmente da lì e molti dei manager oggi nelle più importanti cariche di comunicazione in Italia sono stati sicuramente utenti di quel luogo così bizzarro.

Però ecco, grazie Pepe per aver riportato in onda tanti ricordi bellissimi di quell’era che sembra lontanissima e invece sono solo 15 anni fa. Per chi ancora ha la pazienza di leggere un blog, grazie anche a voi.

Nessuna parola sbagliata

Take your personal website, for example. Your writing might not appeal to others. People might find it irrelevant or even dislike your style or your message, especially if you are writing about something new and unconventional. But if it’s important to you and if it contains a bit of yourself – and it certainly will –, whatever you write and publish on your site isn’t wrong. You are free to try out different formats, techniques, and styles. Write about what you think and care about. Find your unique way to express yourself.

A personal website ain’t got no wrong words.

Matthias Ott

Una traccia della mia esistenza

Ultimamente da più fronti mi è stata posta la medesima domanda. La fatica, il tempo, i contenuti spesi qui dentro hanno un valore? Hanno un ritorno? Ti servono o ti sono mai serviti in qualche modo?

La risposta è affermativa. Senza il mio blog non sarei quello che sono oggi, non avrei avuto le opportunità di carriera e crescita che nel corso degli anni mi si sono parate davanti, ma soprattutto non avrei mai e poi mai potuto entrare in contatto con un estensivo numero di persone dalle quali ho cercato di portarmi “a casa” qualcosa.

In fin dei conti i miei post, le mie riflessioni, la condivisione dei miei personali punti di vista sono soprattutto un esercizio privato. Un mio spazio per allineare i flussi interni e fare pace con il mondo, senza cercare l’approvazione di nessuno o con l’idea di far cambiare opinione a qualcuno, quanto piuttosto connettermi con chi ha voglia di fare altrettanto. Non scendo nell’arena dei gladiatori per combattermi il tempo di nessuno.

I’m just not that interested in trying to pull anyone into agreement. To realign their poles. To spin them around and point them in my direction. If it happens, that’s a bonus, but it’s not what I’m aiming for.

I don’t want to sell someone something they’re reluctant to buy. I’m not interested in trying to grease grinding gears. I’m more interested in meshing with those who are excited to come along.

I like it when they’re already there with me. The words, the phrasing, the tone, and the rhythm just helps them synchronize their head nods with mine. And then we connect.

E quindi? Lo scopo di tutto questo?

Because in the end, I’m really just writing to myself. Trying to find my own satisfaction in describing how I feel and what I want. And if we want the same thing, all the better.

Hey, World

HEY, un nuovo servizio di posta elettronica creato dai fondatori di Basecamp, debutta oggi con un “nuovo” servizio di blog che permette di pubblicare direttamente dalla casella di posta: HEY World.

Come funziona?

Vi ricordate di Posterous? Ecco. Il funzionamento è pressoché identico. Sottoscrivi un abbonamento a HEY (99$/anno), scrivi un’email a world@hey.com e il gioco è fatto. Ecco il tuo nuovo blog.

I Pro

Privo di JavaScript e di qualsiasi ninnolo di codice, risulta essere una pubblicazione molto snella e veloce che al momento permette l’inserimento soltanto di immagini, testo e ipertesto.

Basta fare una rapida ricerca su Twitter per capire al volo come ci sia una frenetica corsa all’oro nella creazione di nuovi luoghi in cui scrivere. Un po’ come avvenne per Medium, ma con le dovute differenze che elencherò nei contro qui sotto.

Quale il punto di forza? Sicuramente la semplicità e le velocità di utilizzo. Componi una email, scrivi, invia e il gioco è fatto. Si interseca tra i rivoli di un thread twitter facilmente dispersivo, un blog personale e una newsletter del quale il sistema è dotato nativamente.

I Contro

Ci sono un paio di punti a sfavore nell’utilizzo di questo servizio. In primis l’indirizzo email stesso. Una volta creato il blog tutti avranno la medesima URL:

Once you write your first HEY World email, you’ll get a “world.hey.com/you” page (with the “/you” part being the same as the beginning of your @hey.com email address)

Ciò significa che chiunque verrà a conoscenza del tuo indirizzo email personale in tempo zero. Ok, con i dovuti filtri si può bloccare facilmente qualsiasi scocciatore, ma si può capire bene quale possa essere il risultato sul lungo termine nell’esporre pubblicamente il proprio indirizzo email.

Il secondo aspetto, almeno per me non indifferente, è la personalizzazione. I blog sono tutti identici, a parte l’icona e il nome nella parte iniziale, sono irriconoscibili l’uno dall’altro. Ok, il contenuto dovrebbe fare la differenza, ma i primi millisecondi devo capire con chi sto interloquendo. Un po’ come accadeva con Medium, costretta da qualche mese a dover aggiungere la possibilità di cambiare font o sfondo. Vi lascio qualche esempio per rendere l’idea.

Quale il punto debole? Senza una vera personalizzazione, senza l’embed di contenuti di terze parti, senza la possibilità di commentare, senza la possibilità di poter esportare il mio contenutoal momento non so dire quanto il mercato possa premiare una soluzione del genere. Posterous è deceduto dopo pochi anni, e pagare 99$ per un blog “mozzato” ha al momento davvero poco senso.

WordPress, eccomi.

Ho cantato vittoria troppo presto. Convinto com’ero di aver trovato finalmente pace su Medium e sulla sua indiscutibile facilità di pubblicazione.

Eppure.

Eppure i problemi sono iniziati quando alcuni di voi mi hanno segnalato l’impossibilità di leggere alcuni articoli perché fermati dal messaggio di paywall di Medium stesso. Nonostante avessi settato il tutto come assolutamente gratuito.

Mi sono ritrovato quindi a fare un triplo salto carpiato, decidere se tornare a Squarespace, oppure dare un’ultima opportunità a WordPress.

Ho provato su sollecitazione di Nicola quest’ultima piattaforma da cui mi sono tenuto lontano per 14 anni! In un paio di sere ho importato tutti i post “salvati” dalla precedente migrazione, sistemato il layout e CSS, ma soprattutto controllato uno a uno i 270 e passa post sistemando URLs, gallerie immagini, categorie e tags.

Una faticaccia. Ma ora ci siamo. Non cambierò mai più piattaforma in vita mia.

Quindi once and for all:

  • https://gwtf.it è attivo e mappa correttamente tutte le pagine
  • Il feed RSS è necessariamente cambiato
  • Siete liberi di insultarmi nei commenti 🙂

20 anni di blog

Questo ricordo di averlo notato molto presto, perché in quel periodo scrivevo su qualche rivistina e la differenza mi saltava agli occhi. Non c’è nulla che si aggrappa alla memoria come la grafica di una vecchia rivista che nel frattempo ha fatto quattro restyling ed è irriconoscibile.

Ecco coi blog non è così; ogni volta che cambi la grafica, anche i vecchi pezzi vengono riformattati con quella nuova. Succede qualcosa di simile ai nostri ricordi, credo; è quello che li rende così poco attendibili rispetto ai documenti tangibili, le foto e le vecchie riviste.

Se avessi almeno salvato qualche screenshot, ma no, niente, mi vergognavo a pensare che ne sarebbe valsa la pena. Da un punto di vista meramente estetico no, non valeva la pena.

Il blog di Leonardo compie 20 anni. Sorrido al pensiero che in questo post celebrativo parli soprattutto della veste grafica, di cui gli è importato veramente poco nel corso del tempo, rispetto al vero cuore del suo blog: i contenuti.

Lunga vita RSS Feed

Reasons Why I Love My RSS Feeds

  1. Everything is in chronological order.
  2. I can skip over articles I’m not interested in.
  3. I can mark all articles read if I wish.
  4. The only stuff that is hidden is the stuff that I want hidden. (I use filters in Inoreader for this.)
  5. If I want to reread something, I just select All Articles instead of Unread Articles and scroll back to find it.
  6. There’s nothing else between posts — no adverts, no suggestions, nothing.
  7. Readability view means that I can read articles the way I want to, rather than the way a web-designer wants me to.
  8. If I want to move to a different RSS service, I can export my feeds as an OPML file and use that elsewhere.
  9. I can share links to articles however I wish.
  10. My attention is under my control, not controlled by others.

Meglio condividere o soddisfare Google?

So, why did blogging evolve into endless essays? Why did the humble link post die out on most sites? Why are people scared to share great links in simple ways on their sites? Why did the generalists with good taste mostly disappear to social media? Why did we lose the spirit of 1996?

Most writers started writing to please the search engines (later just one search engine). To feed the beast, more “original” content was needed. The sharing moved to social media and got lost with the ephemera. Writers burned out producing longer and longer posts for ad pennies over trust and community.

Forse mi sono spostato su Medium anche per questo motivo. Cercare di fare “Rete” e non nel senso di Grillo e del M5S, ma fare rete per condividere idee, pensieri e riflessioni.

La vera natura dei blog così come li abbiamo imparati a conoscere, almeno qui in Italia dal 2000 in avanti.

Come scrivevo un paio di giorni fa, non mi importa più badare al contorno, ma al sodo, al contenuto, e per farlo ho bisogno delle idee del mondo, di altre persone che mi aiutino a riflettere e far prendere forma al mio pensiero, riversandolo qui dentro.
Il più delle volte sono blog, ne sono affamato, ne sono in costante ricerca per arricchire il mio feed reader di contenuti in grado di accendere la mia scintilla. Ultimamente è sempre più raro, ma per fortuna sono in tanti a non mollare la presa. A scrivere per sé stessi e per lettori immaginari, evitando di badare troppo alla posizione SERP.

Un nuovo inizio

Perché altrimenti ci annoiamo troppo.

Ho aperto il mio primo blog nel 2007. A conti fatti sono 14 anni che riempio il web di cazzate. E per quante ne abbia dette, sono state sempre intervallate da lunghe sessioni di profonda indecisione circa la piattaforma da utilizzare, ma soprattutto il suo design.

Ho imparato i rudimenti HTML e CSS per poterlo visualizzare più o meno come l’avevo in testa, ma senza mai riuscirci al 100%. E questo mi lasciava sospeso, in un vuoto costante alla ricerca di una perfezione inesistente.
Sì, perché la perfezione non esiste. È l’espressione della soggettività per eccellenza e quando finalmente lo capisci, togli la carta velina dalla realtà e ti soffermi a gustare il significato più profondo delle cose, buttando alle ortiche il significante.

E quindi? Quindi ad un certo punto chi se ne frega della piattaforma, chi se ne frega del layout, del colore del menu o della larghezza del footer.
Mi sono chiesto cosa mi interessasse davvero. E la risposta è stata di una semplicità imbarazzante.

Aprire un editor, scrivere le mie cazzate, publish. Fine.

Come ogni inizio anno ho fatto il giro delle sette chiese, Squarespace, WordPress, Ghost, Svbtle, Write.as, e infine Medium. E qui mi sono fermato. Lo scorso ottobre è stato annunciato un rinnovamento della piattaforma, prettamente orientata al blogging e alla semplicità d’uso, con anche il prossimo ritorno della possibilità di utilizzare i domini personalizzati.

La piattaforma che utilizzavo in precedenza è Squarespace, che adoro badate bene, e continuerò ad utilizzarla come frontpage personale sul web con il dominio https://andrea.co. Tuttavia da qualche anno ha abbandonato la visione originaria di piattaforma dedicata ai blog, virando sull’ecommerce e aggiungendo inutile complessità sia all’editori che alla sua customizzazione. Con WordPress ci ho provato, davvero, ma ogni volta cedevo il passo all’occhio estetico, agli odiosi plug-in che chissà perché sono così necessari per mandare avanti la baracca. E allora via verso Ghost e le sue promesse di privacy e libertà lanciate a 200 km/h verso quel muro chiamato sviluppo con il quale è inevitabile scontrarmicisi.

E allora perché no. Perché non dare una chance a questo luogo dove bastano due clic per postare un contenuto e non devi pensare a nient’altro? Dove hai quel minimo di personalizzazione minimale (perdonatemi il gioco di parole) al quale posso caricare ogni giustificazione possibile per liberarmi dal giogo della perfezione grafica.

Ma serviva un’altra svolta. Non perdere sì i vecchi contenuti, ma cambiare il nome. Lo sentivo, non chiedetemi perché. Nella mia eterna indecisione improvvisamente un fulmine a ciel sereno.

Go With The Flow incarna il mio stile, il mio modo di pormi nei confronti della vita. Un pregio e un difetto allo stesso tempo, il mio scudo e la mia spada. E dopo aver importato a mano i 263 post a me più cari di questi 14 anni, ho registrato gwtf.it. La mia nuova casa. Al momento l’opzione domini personalizzati non è ancora attiva, quindi il sito funziona solo come un puntamento verso medium.com/gwtf, ma tanto mi basta.
Avevo optato anche per go.wtf, ma il proprietario mi ha chiesto quasi 20k $ e allora ho evitato.