Zio. La newsletter che ti spiega cosa fanno i teenager di oggi

Era da un po’ che ci pensavo. In fondo è seduto a poche scrivanie di distanza dalla mia e mi sono detto perché non fargli qualche domanda. Oggi intervisto Vincenzo Marino, aka wyncenzo, l’autore di zio, la newsletter che ti spiega il pazzo fantastico mondo della Gen Z.

In realtà sono iscritto a zio da un anno e mezzo almeno, da quando cioè mi sono avvicinato ancora più a fondo alla generazione Z, appunto. Perché? Beh stavo cercando informazioni a livello italiano per affrontare al meglio quello che poi sarebbe stato il mio colloquio per entrare in Red Bull.

E toh, in chi mi imbatto? Esatto. Ho scoperto solo poi una volta colleghi chi fosse Vincenzo e che ne fosse l’autore. E nulla, da appassionato e studioso della storia dei media (a proposito ti consiglio questo libro che sto leggendo: Io tiranno. La società digitale e la fine del mondo comune) ho voluto approfondire con lui qualche tematica a me cara e che penso possano interessarti.

Immergiamoci.

Ok, partiamo con le domandi semplici, forse stupide, ma necessarie per chi non ti conosce ancora. Chi è wyncenzo? E perché “zio”?

wyncenzo è un autore di 36 anni ossessionato dai contenuti digitali e dalle tendenze culturali. Ha scritto e scrive per diverse testate, e si è fatto un giro lungo nel mondo della strategia video e del content marketing. Da tutto questo è nata “zio”, una newsletter in cui cerco di prendere spunto da trend e consumi che paiono essere rilevanti per una parte della cosiddetta “Generazione Z”, per provare a raccontarli a chi se li è persi — perché anagraficamente lontano, o perché semplicemente non ne ha avuto la voglia.

Perché una newsletter e non un blog? Ok, mi risponderai è il mezzo del momento, ma vorrei capire con te perché probabilmente è uno strumento più potente per raggiungere un pubblico ingaggiato.
Si dice così no?

L’ingaggio dei lettori è sicuramente la componente più eccitante: chi si iscrive sceglie te come puro autore, compie almeno un paio d’azioni per registrarsi, e decide di seguire il tuo lavoro nel posto in cui trascorriamo buona parte delle nostre vite digitali — la casella mail. Questo, unito a un tono di voce possibilmente riconoscibile, fa sì che si possa creare un rapporto di prossimità diverso da quello offerto dai blog, che prescinde dalle piattaforme e dalle loro evoluzioni. Nelle newsletter il content è davvero il king, come si diceva qualche anno fa — che poi: le pagine “archivio” di Substack sono sostanzialmente dei blog, alla fine.

Gskianto

Quanto sono importanti i disegni fatti da te?

Moltissimo. Nell’ottica della personalizzazione e della riconoscibilità stilistica, le illustrazioni una parte fondamentale — a volte apprezzata persino più del testo stesso. Io le vedo come una piccola coccola per gli iscritti, un modo per dirgli che li penso, per mantenere un legame. Tipo gli squillini sul tel dei primi anni duemila.

A proposito di pubblico, quello a cui ti rivolgi immagino non siano ragazzini, ma un pubblico adulto in cerca di risposte?

Il target di base è il millennial che scopre finalmente di non padroneggiare più tutto l’internet conosciuto — credenza dura a estinguersi malgrado l’avanzare dell’età. La grandissima parte degli iscritti è over trenta, effettivamente: ci sono diversi genitori in cerca di spunti di conversazione coi figli, o professori che intercettano “zio” cercando di aggiornarsi su determinati argomenti. Con mia grande sorpresa, però, non mancano zoomer che hanno voglia di contesto e di analisi critica su ciò di cui parlano i loro amici.

E ora te lo posso chiedere perché le nostre pause pranzo secondo me non sarebbero bastate per raccontare tutto. Qual è il processo creativo che ti porta a scrivere una puntata di zio?

Ho una ferrea dieta digitale che mi porta a consumare diverse ore di contenuti alla settimana o a leggere robe stimolanti. In genere da questa routine, o da qualche mia curiosità, o da un’intuizione casuale alla quale cerco risposte e contesti, trovo lo stimolo alla scrittura: così comincio a segnarmi qualche approdo testuale attorno al quale puoi far muovere il discorso, dopo di che vado alla ricerca di un po’ di articoli e report su quel determinato tema. Il giorno prima dell’uscita (il sabato) la scrivo, tenendomi in coda il disegno dell’illustrazione. Elemento di importanza cruciale in questo processo: cerco sempre di non scrivere di argomenti di cui ci si aspetterebbe un episodio di “zio” — il che rende tutto più complicato, ma anche più soddisfacente. 

No Cap

Qui arriviamo agli argomenti che forse interessano più a me. Qual è la tua dieta mediatica, come recuperi informazioni insomma:

La mia dieta digitale include un’oretta di YouTube (comprensiva di costante rassegna di tutto ciò che finisce nei Trending), un’oretta di Twitch (tra consigliati, streamer che seguo e clip delle dirette) e un’oretta di TikTok, quasi ogni giorno. Più una dozzina di newsletter anglofone, la lettura di magazine digitali, Twitter. Alla fine “zio” è una newsletter sui contenuti digitali, più che sulla Gen Z, ma non lo dico a nessuno.

Ti faccio la stessa domanda che hai fatto a KingAsh, qual è la tua lore?

La persona che leggerà questa risposta fa ufficialmente parte della mia lore.

Videogioco preferito e perché?

RDR2. Banale, ma come tanti ho trovato nelle galoppate tra boschi e paludi un’insospettabile forma di meditazione durante il lockdown. In più la parte finale — con l’evoluzione cupissima del personaggio e la sua corsa verso l’epilogo — mi ha rubato il cuore.

E l’ultima fatidica domanda che farebbero in un qualsiasi talk show che si rispetti: obiettivi per il futuro?

Ad oggi sono soddisfatto di dov’è “zio”: ha una sua base di iscritti e un posizionamento chiaro e definito nel panorama dei contenuti d’approfondimento sul mondo digitale. In questi giorni sto sondando i miei iscritti per capire come migliorarla insieme: ho ricevuto spunti molto interessanti, e pian piano mi piacerebbe aggiornare offerte e modelli. Per il futuro ho un paio di progetti in costruzione legati a “zio”, e due o tre idee random che vorrei provare ad assecondare — tra le quali una nuova newsletter. Purtroppo sempre meno tempo per rigiocare RDR2.

Grazie Vins! Molto stimolante.

Ah, sì giusto e qui c’è la mia “uscita” preferita di zio, quella sulla gestione della rabbia e un’analisi molto puntuale sullo stress del lavoro del momento, lo streamer.

Ne approfitto per chiederti, ci sono altri content creator come Vincenzo che dovrei conoscere? Altre newsletter a cui mi dovrei iscrivere?

Fammi sapere qui nei commenti.

Spostare le Newsletter a un Reader RSS

Tanti blogger della prima ora stanno migrando verso piattaforme di newsletter e da qualche anno ormai è un trend stabile. Io non mollo, non avrei la costanza di inviarla a una cadenza specifica e so già che lo sentirei come un lavoro più che un piacere.

Per alcuni lo è anche diventato, se si è particolarmente bravi si monetizza e parecchio. Ma oggi voglio parlarti di come invece noi avidi lettori sommersi già da mille mila iscrizioni abbiamo una certa difficoltà a districarci tra le centinaia di email che già quotidianamente ci arrivano, trovando spesso complesso dedicare il giusto momento alla lettura di newsletter.

A volte capita che per sbaglio ci passi sopra e ti dimentichi di ri-settarla su “leggi più tardi” e te la perdi o semplicemente la cancelli e magari c’era il contenuto della vita. Oppure semplicemente passi ad altro e finiscono in fondo al listone della inbox senza mai ritornare in superficie. Insomma, già riceviamo un milione di email al giorno, se anche quello che dovrebbe essere un passatempo finisce per essere accumunato a un’attività spesso associata allo stress, bisogna trovare un rimedio.

Ho deciso di dare un taglio netto alle newsletter in arrivo al mio indirizzo di posta anche per un altro motivo, possibili data breach. Ho già un’indirizzo email dedicato a tutto ciò che riguarda il mondo iscrizioni online, ma evito quanto mi è più possibile di lasciarlo a terze parti in modo da non consentirgli in primo luogo di iscrivermi contro la mia volontà ad altre operazioni di marketing, secondo di evitare che il mio indirizzo email possa finire nelle mani sbagliate.

Arriviamo al dunque, ho cancellato tutte le iscrizioni alle newsletter alle quali ero abbonato con il mio indirizzo email principale e le ho spostate tutte su Feedly.

La mia “collezione” di Newsletter

Sì perché Feedly permette da poco di trattare una newsletter come se fosse un feed RSS, grazie a Luca che me lo ha ricordato. Genera un indirizzo email fittizio da dare in pasto alla vostra newsletter preferita come iscrizione e successivamente vi dà la possibilità di categorizzarle come un qualsiasi altro flusso di Feed che seguite abitualmente.

Parecchio comodo, decido io quando andare a leggerle e non ho paura di perdermi neanche un numero delle pubblicazioni passate. Così come posso stare tranquillo di non dovermi preoccupare che il mio indirizzo email vada in giro per la Rete oppure venga utilizzato per spammarmi promozioni inutili.

Semplice e veloce. Avete qualche imperdibile newsletter da suggerirmi nel frattempo?

Il dilemma dell’artista

A cosa pensa un artista nel suo momento creativo? Meglio, nel suo atto creativo. Il momento in cui le sue idee prendono forma compiuta uscendo dal suo cervello, tramutandosi in qualcosa di fruibile sta pensando alla sua opera, al messaggio che essa porta con sé, oppure ai soldi che ne potrà ricavare?

Mi è balenata questa domanda durante una sessione di scatti fotografici ad oggetti a caso sulla spiaggia sabato scorso. Ho scattato con in mente la foto che avrei poi post prodotto e creato come me l’ero immaginata nel momento stesso in cui il mio indice destro ha fatto clic. Ma soprattutto ho pensato a quando l’avrei caricata su Flickr, non tanto nella speranza di farci dei soldi, ma per farla vedere a chi potrebbe trovare accattivanti quei soggetti e sviluppare così una community basata su interessi comuni.

Io non sono un artista e molto probabilmente mai lo sarò, rientro nella categoria dei creator? (Cit. Zio), non saprei dire. Produco sicuramente contenuto che reputo interessante per me stesso in primis e se ne suscito anche ad altri potenziali fruitori tanto meglio, ma questo non è il mio scopo. La traccia della mia esistenza è, come ho spesso detto, un mio esercizio di benessere e non di ricerca di reputazione e di accrescimento del mio ego. Tutt’altro. È qualcosa che definirei terapeutico.

Qui parlo di Artisti e non di chi fa lo Youtuber e compagnia cantante. Lì ci sarebbe da fare un post a parte. Mi domando per la prima categoria quindi quale sia il labile confine tra chi ha deciso di percorrere una professione per far riconoscere la propria arte basata su un personale stile riconoscibile e chi invece parte dal presupposto inverso, ovvero crea perché deve arrivare a fine mese e per questo decide di seguire determinate mode o stili in grado di rispondere a i bisogni di un determinato pubblico da cui sarà sicuro di trarre il massimo profitto.

Lo so è un filo sottilissimo sul quale muoversi. E nessuna delle due è la risposta giusta. Da qualsiasi parte le si guardi sono giustificabili e comprensibili. E non sono nemmeno del tutto sicuro che per l’artista questo sia davvero un dilemma, penso sappia bene il perché faccia quello che fa. Penso rimanga soprattutto per chi un minimo ci tenga a ciò che sta fruendo provando a domandarsi se sia frutto dell’ingegno del suo creatore o soltanto del suo portafogli.

Che fine ha fatto Clubhouse?

Non sono passati nemmeno sei mesi da quando si è iniziato a parlare di Clubhouse e del suo hype, ma a quanto pare la festa è già finita. Personalmente non ci entro da almeno un mese abbondante, non ne sento la necessità e anche quando ho provato a lurkare un pochettino non ho più trovato nulla di interessante e degno di essere ascoltato.

Mi sono fatto un’idea. Il suo declino, che a quanto sembra, non è solo limitato all’Italia non è figlio di rinnovata competition, su Twitter Spaces ad esempio non vedo molta più attività, quanto piuttosto ad un’inversione proporzionale dovuta al miglioramento della situazione pandemica. Tanto più si è ricominciato a fare attività in presenza e all’aperto, meno questa piattaforma ha goduto della sua audience primigenia. Seconda motivazione il suo modello partecipatorio, non troppo dissimile da una trasmissione televisiva o radiofonica dove se la stanza inizia ad assumere dimensioni troppo grandi diventa difficile “prendere la linea”, non ha sostituito o creato nulla di nuovo rispetto a uno scenario social già esistente.

Non ultimo. La sincronia. Il contenuto ha bisogno di essere fruito in modo asincrono. A meno di eventi di caratura nazionale o in grado di catturare l’attenzione di un’audience molto ampia oggigiorno deve essere garantita una consumazione on demand del contenuto, è imprescindibile e nemmeno Clubhouse può sottrarsi a questa regola.

Perché? A febbraio scrivevo così, non ci sono andato troppo lontano a quanto pare:

Perché ora? Clubhouse esplode ora perché la stragrande maggioranza della popolazione è a casa. Punto. Il tempo è la maggiore discriminante in assoluto per poter essere qualcuno di riconoscibile su Clubhouse. E mi sono sempre domandato come mai durante gli orari di ufficio, mentre cercavo di smaltire le notifiche da cui ero inondato, ci fosse così tanta gente e che in fin dei conti fosse sempre la stessa da ore e ore.

A casa chi ti controlla? Come qualcuno si è giustamente domandato, come è possibile passare così tante ore se al contempo si ha un lavoro a tempo pieno? Giusta osservazione, ma se si aggiunge l’elemento home working, bingo.

Fruire un contenuto che supera i 30 minuti in orario lavorativo è già un’impresa di per sé, a meno che si tratti di lavoro esso stesso. Per questo motivo perdersi tonnellate di contenuti e non affezionarsi a nessun canale decreta un disamoramento non troppo difficile da prevedere.

Non so se Clubhouse sarà capace di continuare a far parlare di sé, ma se gli utenti stessi lo stanno trasformando in una landa triste e desolata sarà difficile sopravviva a lungo a meno di introduzioni di feature in grado di risolvere un’esigenza di tutti: gestire il proprio tempo.

Fu Superlega

Quest’amore appena nato, è già finito.

Al di là di tanti spunti miopi e denigratori verso il progetto Superlega, ne ho trovati altrettanti più pacati e disposti a mettere in discussione il calcio europeo per come lo conosciamo oggi.

Un cambiamento è necessario e auspicato da tanti anni. Non per niente il sito thesuperleague.com è stato registrato nel 2008, mica l’altro ieri. Sintomo di un evidente malessere da parte di una manciata di squadre che negli ultimi 20 anni hanno trascinato il carrozzone facendo fare bella figura a chi questo carrozzone lo guarda da fuori e ogni tanto si ricorda di dare una piccola spintarella da dietro.

Tuttavia, seppur di un terremoto si iniziava a parlare da domenica scorsa a seguito dei primi annunci, in poco più di quarantottore il tutto si è ridotto sì e no al movimento prodotto da una gamba agitata sotto a un tavolo.

Il che mi porta alla vera parte interessante. La gestione della comunicazione di tutta questa operazione. 2 giorni folli e di una mediocrità fatta di errori banali e non trascurabili.

Partendo dall’annuncio. Fatto tramite un sito ufficiale e dei comunicati stampa pubblicati su quelli dei singoli club. Un’intervista rilasciata da Florentino Perez, presidente della Superlega, 24 ore dopo e a seguito delle dichiarazioni Uefa dove si promettevano fuoco e fiamme per i 12 “traditori”. E da qui qualcosa deve essere per forza accaduto sotto banco e che non ci viene raccontato.

Ok la piccola rivolta dei tifosi. Ok l’indignazione della politica e delle più disparate personalità avulse a questo mondo, ma che si sono sentite il dovere di essere chiamate in causa. Ok la voce di alcuni allenatori e giocatori chiamati in causa.

Ma come è possibile che passate altre 24 ore 6 club fondatori decidano di andarsene? Non era stato fatto tutto per soldi? Per risanare il calcio e dargli una nuova veste? Un giorno per ripensarci e ritornare sui propri passi?

Qualcosa non quadra è evidente. Qualcosa non ci viene raccontato fino in fondo. Strano vero?.

Arriviamo a questa mattina, dove addirittura il presidente della Juventus Agnelli lascia che venga pubblicata la sua intervista a Repubblica, quotidiano posseduto per maggioranza dalla sua famiglia, quando ormai tutto il progetto è ormai naufragato.

Un disastro comunicativo su tutti i fronti. Lascia tutti incazzati e non accontenta nessuno. Andava gestita meglio, se convinti della bontà del progetto andava mantenuta la linea, ma la paura dei poteri forti e di perdere i propri tifosi ha spaventato la maggioranza di chi avrebbe dovuto rivoluzionare il calcio.

In attesa di tempi migliori rimaniamo inermi ad assistere ancora per chissà quanto tempo ancora alle cosiddette istituzioni calcistiche che si fanno scudo ergendosi a paladine dei tifosi, quando in realtà fanno tutt’altro.

È vero, non c’è (non c’era) granché di etico o di meritocratico nel progetto Super League o in una qualsiasi lega esclusiva che neghi l’accesso ad altre concorrenti. Ma comunque vada a finire questa storia, nata lunedì a mezzanotte e un quarto e apparentemente già finita, una cosa deve essere chiara: chi governa il calcio non lo fa come una associazione che vuole il bene dei tifosi e del popolo. Era evidente prima della Super League, e deve esserlo anche dopo, anche ora.

Rivista Undici

Intangibile

E poi riflettevo su quanto l’attaccamento fisico, morboso e d’amore nei confronti di un brand dipenda tutto da qualcosa di intangibile.

Il brand sparisce, i suoi prodotti spariscono, resta solo il percepito. Le sensazioni rilasciate dal nostro cervello accostate a quella particolare marca sono per lo più inspiegabili se chieste a bruciapelo.

Tuttavia sappiamo benissimo di cosa si tratta. È lo spazio d’azione che quella marca ha deciso di presidiare, il suo purpose. E ne ha fatto la propria ragione di vita, al di là dei profitti, al di là delle opinioni divisive in grado di generare.

Delle azioni tangibili che permettono di far dimenticare ciò che quella azienda commercializza, ma segnano un solco profondo con ciò che è in grado di comunicare, stabilendo un set di valori nei quali non solo crede, ma con essi riesce influenzare la vita delle persone.

Sostenibilità ambientale, parità di genere o di razza, equiparazione degli stipendi, il ridare al territorio in cui opera, l’evitare lo sfruttamento delle popolazioni in via di sviluppo…

Potrei andare avanti per molti paragrafi. Di fatto c’è un denominatore comune: occupare lo spazio di intersezione tra la vita, il luogo e il tessuto sociale in cui opera lasciandoli meglio di come li hanno trovati.

Solo così nasce e perdura un lovermark.

Pochi secondi per dirmi chi sei

Dopo qualche settimana di totale disinteresse, da un paio di sere sfrutto i 30 minuti di macchina che mi separano da casa per lurkare nelle stanze di Clubhouse.

Il più delle volte capito in stanze in cui si parla di marketing e comunicazione, ascolto a fondo, cerco di carpire concetti a me avulsi e sconosciuti, imparare. Tant’è non ci sono mai dissertazioni sui massimi sistemi, ma esperienze pratiche di tutti i giorni, e mi conforta sapere di intraprendere strade condivise su quanto faccio quotidianamente nel mio lavoro. Le stanze sono animate però sempre dalle stesse persone, parlano sempre loro e ormai ogni stanza è così: i vecchi famosi del web, sono i nuovi famosi di Clubhouse.

Il paradosso di un social in cui si dovrebbe dar voce a tutti, in realtà sta dando voce a pochi e sempre agli stessi.

Ieri sera poi in una stanza c’era un giochino, presentare il proprio brand di fronte al pubblico in ascolto. Il loro giudizio avrebbe preso poi pieghe che non sono oggetto del mio post. Ma questo esercizio mi ha fatto subito pensare alla pratica dell’elevator pitch. Raccontare cosa fa la tua azienda in 5 minuti. Ero lì lì per alzare la mano e farmi avanti, ma mi sono fermato. Ho pensato che il brand per il quale lavoro merita più di 5 minuti di esposizione. Merita un contesto.

Stamattina leggevo il post di Jason Fried, CEO di Basecamp proprio su questo argomento:

Now, play out some realistic scenarios. When have you ever had to explain your whole business in 20 seconds to someone who was truly motivated to understand what you do? Certainly, there are plenty of times when you are forced to bullet-point your vision to someone who really doesn’t care, like a distant relative or a cab driver. But those who are genuinely curious about your business are willing to listen. It shouldn’t take 10 minutes to explain it, but you don’t need to jam your entire narrative into a couple of quick breaths. The rush of time is a false constraint.

For me, context matters. Relying on a one-size-fits-all description of your business means missing an opportunity to engage people rather than just speak at them. Instead of blasting out your script, first show that you’re curious about your audience. Ask them about themselves, what they do, what they struggle with.

Non credo serva aggiungere altro.

Red Zone

Il podcast di Francesca Baraghini

Seguo sin dagli albori il lavoro di Francesca, che ho avuto il piacere di incontrare anche in un tour alla redazione della Gazzetta dello Sport di tanti anni fa, e mi fa molto piacere “ritrovarla” nel suo nuovo podcast — Red Zone — dove mette in campo le sue competenze giornalistiche per unire i tasselli del puzzle di questo pazzo mondo.

Un nuovo supporto su comprendere meglio le complessità del presente.

La Molisana. Una storiaccia per chi non vuol andare oltre al titolo

Pasta e comunicazione. Due argomenti su cui sento di poter dire qualcosa.

Una storiaccia. Il giusto vezzeggiativo per l’ennesima bolla di sapone intrisa di ignoranza, odio represso e facilissima attività di acchiappa like. Ovvio, sulle prime chi non si sarebbe indignato e fermato al titolo. Come ormai l’80% delle persone fa.

Uniti i puntini si sarebbe facilmente saliti sul carro dei puntatori di indici verso l’apologia al fascismo. Ma sarebbe bastato spendere quei pochi minuti in più per aprire un mondo storico a fondamento di tutto. Attenzione, non giustificativo, ma esplicativo di quanto fatto da La Molisana così come da tante altre marche.

Uno dei pochi a fare uno sforzo più lungo di un tweet è stato Gambero Rosso. E per fortuna.

Ora cosa succederà? Tutti i pastifici italiani cambieranno nome alle “tripoline” o l’ennesima ventata di perbenismo populista piccolo borghese svanirà con la stessa rapidità con cui è montata accontentandosi dello sfregio fatto all’azienda della famiglia Ferro? Beninteso: La Molisana fattura 150milioni ed ha le spalle piuttosto larghe; e magari alla fine guadagnerà perfino da questa storiaccia. Ma non tutte le realtà sono robuste, e non tutte le persone lo sono.

Quello che ci premeva sottolineare, al di là di questa vicenda specifica, è cosa riesce a generare oggi un post sui social se mirato come un fucile verso una singola realtà (o una singola persona) e se costruito per toccare determinate corde. Chi sarà il prossimo obbiettivo? Chi dileggiamo domani senza controllare, senza informarci, senza saperne nulla, senza approfondire, senza verificare?

Polvere. Il caso Marta Russo diventa un podcast

Meritevole di attenzione e di essere ascoltato.

Sono alla quarta puntata di questo podcast firmato HuffingtonPost e realizzato dalle giornaliste Chiara Lalli e Cecilia Sala.

Avevo 14 anni nel 1997 e ricordo solo gli strascichi mediatici di una faccenda che al tempo sentivo lontanissima dal mio mondo. Polvere ripercorre con perizia gli avvenimenti cercando di mettere insieme le tessere di un puzzle complicatissimo fatto di apparenti testimonianze forzate, false dichiarazioni e dei colpevoli che all’apparenza non sembrano tali.

Un podcast che potrebbe anche diventare una serie tv:

L’anno di lavoro che Chiara Lalli e Cecilia Sala hanno investito nelle 8 puntate si sente. hanno ritrovato protagonisti e co-protagonisti di quella vicenda. Hanno scavato sui social e poi negli archivi dei giornali, hanno usato le registrazioni degli interrogatori e dei processi. Una ricostruzione, la loro, che come un film o una serie ha un chiaro punto di vista e che nel raccontare gli eventi organizza la narrazione usando stratagemmi e soluzioni di racconto che non sono lontane da quelle della serializzazione. E riportare quella storia, quelle persone e quell’epoca alla ribalta, di nuovo al centro dell’immaginario collettivo, aumentando la sete di conoscenza ora che sono passati anni è la miglior base per convincere dei produttori a far partire un progetto di adattamento.

Certo l’impostazione del podcast è e rimane giornalistica, tuttavia questa grande storia fatta di difficoltà di indagini, deviazioni su personaggi che sembrano marginali, che racconta la facilità con cui qualcosa possa andare storto e si basa sul segreto di tantissimo cinema criminale, ovvero quanto sia labile il confine tra innocenza e condanna, come chiunque possa finire imputato e forse anche condannato suo malgrado, davvero dà l’impressione di richiedere solo un altro piccolo passo verso lo storytelling per essere adattata

Dopo Veleno, un’altra produzione italiana da non perdere.

★★★☆