Lacrime di Ferragni

Quella cifra per una bottiglia di normalissima acqua è tanto? Se la consideriamo soltanto acqua, sì, certo che si tratta di un prezzo esorbitante se si pensa che con poco più di 1 euro posso acquistare 6 di bottiglie da 2lt.

Quando invece la si considera per il valore che quella bottiglia assume nel momento in cui porta sulla sua etichetta il nome di una delle persone più influenti del pianeta, facendola così diventare un’edizione limitata, quella stessa bottiglia assume un valore completamente differente agli occhi di chi sta per acquistarla.

Evian risucchia tutta la Brand Equity e la Brand Value del marchio Ferragni, permettendosi così di prezzare quella bottiglia a 8 euro.

Esempio pratico. Moleskine.

Non sono in fondo dei meri taccuini con dei fogli di carta dentro da una quindicina d’euro, o giù di lì, mentre se vai in cartoleria trovi un quaderno per scrivere a pochi centesimi e magari con anche molto più spazio?

Idem per il sopra citato iPhone, oppure una scarpa Jordan, o qualsiasi altro esempio vi venga in mente.

Il mercato libero ci permette di lasciare la bottiglia lì dov’è, sullo scaffale, perché anche dal costo così elevato, quella bottiglia risponde all’ineluttabile legge della domanda e dell’offerta.

E qui la definizione di Seth Godin è perfetta:

“A brand’s value is merely the sum total of how much extra people will pay, or how often they choose, the expectations, memories, stories and relationships of one brand over the alternatives.”

Buono shopping a tutti.

Update: Come giustamente mi fanno notare, avete mai provato ad acquistare una San Pellegrino negli Stati Uniti?

Notifiche irritanti

Il loop in cui l’avvento delle app (di ogni genere, non solo quelle dei social media) ci ha trascinato è un baratro pericoloso in cui è facilissimo cadere e altrettanto semplice scaricare la batteria del proprio smartphone nel giro di qualche ora.

Luca ne scrive sul suo blog.

Il mio telefono non suona mai. Non un trillo, non una vibrazione, niente.

Le notifiche hanno lo scopo di interrompere quello che stiamo facendo per ottenere immediata attenzione. A me non interessa essere interrotto.

Per questa ragione ho disabilitato tutte le notifiche e consento solo la visualizzazione del numero di messaggi non letti vicino ad alcune applicazioni che sono importanti per me.

Se ricevo un messaggio su Telegram, per esempio, l’unica cosa che appare é un piccolo “1” a fianco all’icona. Quando ho tempo apro Telegram e lo leggo. E solo se mi va, rispondo.

Ho letto un altro post sullo stesso argomento. Non sono forse così drastico come Luca, ma ci vado vicino raccogliendo anche lo spunto del secondo scritto.

It’s always easy to blame technology, but it’s important to note that it isn’t technology itself that is at the heart of the problem, but our own inability to handle it. After all, not all notifications are created equal. And in order to better understand the evolution from relevance to noise, we need to briefly talk about how we got to where we are today.

Ho adottato questa tecnica anche io ormai da molti anni. Le mie uniche notifiche attive sono quelle dei messaggi, di whatsapp (silenziando però i gruppi con più di 5 persone) e le chiamate. Tutto il resto, email comprese, vive soltanto attraverso i pallini rossi che mi indicano che c’è qualcosa che mi attende. Scelgo io, in base alla mia esperienza di utilizzo e sensibilità, quando “affrontarli”.

Il mio equilibrio l’ho trovato così. Lo reputo il solo modo per riuscire a non farmi domare dal mio smartphone e dalla costante richiesta di engagement delle piattaforme sociali che più views fanno, più bigliettoni verdi si portano a casa alla fine del mese.

Il FOMO nasce però ben prima dell’epopea di Facebook e Instagram e l’instancabile voglia di apparire belli e famosi. Il primo drammatico esempio sui dispositivi mobili arriva proprio con l’introduzione del diabolico push automatico delle email sul finire degli anni ’90. E da qui un’escalation inarrestabile sino ad arrivare al punto in cui la nostra testa è sempre più piegata verso il basso, con lo sguardo e una superficiale attenzione indirizzati ad uno schermo rispetto all’ambiente che ci circonda, la natura, ma soprattutto l’altro.

Se non decidete a priori quali contenuti esplorare e quando è il momento corretto per farlo, c’è solo un output possibile: Distrazione (sia chi guida che non) e distruzione ( Time.com e NYTimes).

La tecnologia è una cosa magnifica, e la stessa che ci ha portato le notifiche è la medesima che permette di limitarle.

Il problema non è il mezzo, ma il contenuto della piattaforma e scegliere se diventare spettatori inermi o avere il controllo.

E tu, sei disposto a pagare per i contenuti che ami?

Publishing, as we know it, is broken. More specifically, publishing on the internet is broken. And more specifically still, publishing written content on the internet is broken. In an age of seemingly unlimited free content, this may be hard to perceive. But make no mistake, we’re heading down the path of a situation that’s untenable.

And you can see it right now if you look hard enough. Link-bait has given way to click-bait which has given way to slideshows which have given way to fake news. While tactics change and evolve over time, they’re all powered by the same thing: a business model predicated around the almighty pageview.

Un perfetto riassunto dell’editoria online di questi tempi. M.G. Siegler nel post a commento all’annuncio di tagli di posti di lavoro a Medium.

La piattaforma di pubblicazione creata da Ev Williams, tra i fondatori di Twitter, è diventata via via nel corso degli anni un polo d’attrazione per contenuti d’alto valore. Nonostante non sia uno strumento che mi piaccia usare particolarmente come piattaforma di blogging, l’apprezzo per il network di risorse e la scarsità di baggianate.

Il 2016 è stato un anno di crescita importante per Medium con 60 milioni di utenti unici al mese e 7.5 miliardi di post pubblicati.

Il problema? Il modello di business. Poche le revenue provenienti dagli ads. Il perché è spiegato nelle parole iniziali che ho quotato qui sopra. Siamo stati abituati a non pagare per la fruizione di contenuti online e così ci aspettiamo che sia ogni volta che accediamo ad un sito.

Problema opposto, la sostenibilità di suddetti contenuti è alimentata per la gran parte da pubblicità che infastidiscono e per lo più danneggiano l’esperienza di navigazione. Medium ha deciso fin dall’inizio di puntare sull’esperienza utente, evitando di riempire il sito di banner flashanti.

Scelta coraggiosa, ma apprezzata da tutti i fruitori.

Tuttavia, un modello di business basato sulle sole sponsorizzazioni dei contenuti sembra non aver pagato sul breve termine i costi, conseguenza i 50 tagli al personale annunciati.

Il problema è annoso ed è da qualche anno che se ne discute, monetizzare meglio i contenuti senza intaccare l’esperienza utente è possibile? Coinvolgere grandi aziende nella sponsorizzazione degli stessi può equivalere sempre ad un’esasperata ricerca del clic e del tempo speso su un determinato sito nonostante il contenuto pubblicato in esso solo per ricavare più introiti dalle pubblicità display?

Ad avere la risposta saremmo già in tanti ad aver fatto cassa, nemmeno Ev pare avercela:

So, we are shifting our resources and attention to defining a new model for writers and creators to be rewarded, based on the value they’re creating for people. And toward building a transformational product for curious humans who want to get smarter about the world every day.

It is too soon to say exactly what this will look like. This strategy is more focused but also less proven. It will require time to get it right, as well as some different skills…

E se non ce l’ha lui figuriamoci io. Un’idea possibile potrebbe forse essere quella di prendere esempio dal mondo delle applicazioni mobili. È sotto l’occhio di tutti quanto una versione free piena di banner sia inconcepibile ragione per cui spesso ci troviamo a pagare una versione full o un abbonamento mensile/annuale.

Pagare per contenuti di qualità in grado di essere fruiti in maniera semplice, graficamente accattivante spingerebbe i più a pagare per averne sempre di più? Non vi ricorda molto i modelli Spotify & Netflix?

Ma l’accesso alle notizie via browser sembra non seguire questo tipo di naturale evoluzione , almeno per il momento. Solo questione di cattive abitudini?

E voi sareste disposti a pagare per i vostri contenuti preferiti?

Diffidenti e Social: Come si cambia tra online e offline

Per prima cosa guardate questo video:

L’ho trovato su qualche blog di marketing tra i miei feed, non ricordo più quale purtroppo.

Plauso innanzi tutto a Nestlé per una pubblicità fatta in questa maniera. Come al solito ho cercato di guardarla dal punto di vista della sociologia della comunicazione e dei rapporti interpersonali.

Il video qui sopra me li ha fatti ricordare tutti, è riuscito a concentrarli in pochi minuti. Un esempio perfetto di come ci siamo evoluti, influenzati da una comunicazione sempre più fatta di apparenze online, sempre più disturbata e diffidente quando ci troviamo ad affrontare uno sconosciuto nella vita reale: Cosa vuole? È scemo? Perché mi parla? Non vede che sto pensando ai fatti miei? Gira i tacchi e lasciami perdere.

Sensazioni conosciuta? Il video sicuramente ce le stimola ulteriormente se ci cerchiamo di immedesimare nella medesima situazione.

Ho voluto scambiare velocemente due battute con il Dott. Michele Cucchi, si proprio quello in apertura del video. A lui ho voluto chiedere perché questa espansività online, mentre dal vero le nostre barricate si alzano a dismisura? Questa diffidenza e ritrosia ad approcciarsi a qualcuno che non conosciamo anche in una situazione sicura, può essere causata da un cambiamento nel nostro modo di comunicare influenzato da Internet?

Mi ha risposto così:

Il mondo dei social ci scherma dalle difficoltà emotive che “dal vivo” caratterizzano l’interazione con l’altro, momento in cui scattano paura del giudizio, paura di non accettazione, dubbi su come approcciarsi ( collaborazione, seduzione, accudimento, competizione). Nel mondo virtuale abbiamo tempo per scegliere cosa dire, la pancia non si attiva e non ci influenza, possiamo gestirle meglio. È più difficile dire ciò che pensiamo chiaramente dal vivo.

Il mondo social ci permette di spine eco sento e un po’ di più oltre la naturale barriera del pudore, della convenzione, del riguardo.

Quindi: è un po’ come giocare alla playstation a FIFA e giocare davvero: nel cp scegli chi sei e più o meno poi fare tutti i ruoli che vuoi. Dal vivo….dipende chi sei.

Torniamo quindi alla mia convinzione. Online si cerca di dare il meglio di sé, la propria versione maggiormente accettata dagli altri. Offline, o nasci attore o lo diventi. Essere se stessi non è più sufficiente a quanto pare.

Da E’ a È: Italiano e tastiere, una storia complicata.

Nemmeno poi troppo.

Al di là dei consigli utili dell’Accedemia della Crusca pubblicati su Facebook circa l’utilizzo corretto degli accenti, il più delle volte gli errori online, ed in particolare uno, sono causati da una scarsa conoscenza della tastiera.

A ragion veduta aggiungerei, visto che per Windows ad esempio c’è la necessità di ricordarsi un codice specifico o una combinazione di tasti.

Ripropongo quindi il post di Giovanni in cui spiega come facilmente sostituire il layout della vostra tastiera in modo da poter fare tutte le maiuscole accentate con la semplice combinazione di CAPS LOCK + à, è, ì, ò, ù.

Non toccate la pasta agli italiani

Da piccolo mi domandavo se prima o poi a tutte le famiglie spettasse di diritto abitare in una casa immersa nella campagna con un mulino poco fuori l’uscio, dove il tempo sembrava intatto e la vita trascorreva come in un libro di narrativa di fine ‘800.

Poi ho cominciato a farmi le stesse domande con tutte le altre pubblicità, non solo quelle del gruppo Barilla, provando ad immaginarmi immerso nell’Axe per vedere l’effetto che faceva sulle ragazze, oppure immaginando il momento successivo al ritiro di un automobile con strade completamente deserte e panorami mozzafiato con curve ogni 50 metri.

La pubblicità ha un potere comunicativo molto forte, e l’intenzione è quella di creare situazioni perfette proprio per essere il maggiormente impattanti nella memoria di chi le guarda cercando di stimolare corde emotive tanto da emozionare gli spettatori più del programma stesso a cui essi assistono. E la rapida evoluzione di questo concetto ci porta ai giorni nostri con un’estremizzazione dello stesso. Per dire, il Super Bowl non sarebbe lo stesso senza gli spot pubblicitari.

A pensarci bene poi è pressoché impossibile ritrovare situazioni che combaciano perfettamente con la realtà delle cose all’interno della pubblicità, le estremizzazioni delle stesse hanno lo scopo di diffondere i valori con il quale il brand si riconosce, il suo posizionamento nel momento storico in cui si trova, lasciare spazio all’immaginazione del consumatore.

Flash forward al fatto della settimana. Guido Barilla, presidente dell’omonimo gruppo alimentare, dichiara questo al programma La Zanzara condotto dal giornalista Giuseppe Cruciani. Qui la puntata integrale. Mentre di seguito l’estratto audio incriminato:

«Non farei mai uno spot con una famiglia omosessuale. Non per mancanza di rispetto ma perché non la penso come loro, la nostra è una famiglia classica dove la donna ha un ruolo fondamentale». «Noi abbiamo un concetto differente rispetto alla famiglia gay. Per noi il concetto di famiglia sacrale rimane un valore fondamentale dell’azienda». Ma la pasta la mangiano anche i gay, osservano i conduttori Giuseppe Cruciani e David Parenzo: «Va bene, se a loro piace la nostra pasta e la nostra comunicazione la mangiano, altrimenti mangeranno un’altra pasta. Uno non può piacere sempre a tutti»

Io non giudico il contenuto di quanto dichiarato, un brand attraverso le parole del suo presidente ha il diritto (con le relative conseguenze) di rivolgersi e indirizzare il proprio marchio verso chi più gli pare e piace, nel rispetto di tutti.

Pur essendo interessante dal punto di vista comunicativo, la vicenda presenta uno schema classico di azione-ritorsione-negazione a cui ci ha abituato molto frequentemente l’inesperienza comunicativa di molti brand nei social media. Le pressioni mediatiche e di personaggi famosi (vedi la petizione di Dario Fo e Roberto Vecchioni) hanno fatto si che Guido Barilla si scusasse pubblicamente su Twitter, Facebook, attraverso un comunicato e un video sul sito dove dichiara di voler incontrare le associazioni che rappresentano ogni tipo di famiglia.

La vera colpa di Guido Barilla è quella di essere cascato, consciamente o meno, nella rete tessuta da Cruciani, giornalista molto abile nel far andare i suoi ospiti nella direzione in cui vuole farli andare, imboccandoli con parole, non casuali, ma adatte a far notizia il giorno dopo. E’ l’impostazione comunicativa del programma La Zanzara, rendere più umani i pensieri impostati, e sebbene i personaggi telefonici che lo abitano sembrano i peggiori rappresentanti del tricolore, sono anche quelli che determinano il successo del programma e rappresentano il pensiero di tanti italiani.

Per fortuna o purtroppo, giudicate un po’ voi, il sig. Barilla rappresenta uno tra i marchi italiani più noti al mondo e questa “responsabilità” aziendale lo ha costretto a rivedere le sue posizioni in merito. E qui sono d’accordo con Gigi.

Quello che con fatica invece capisco è come un errore comunicativo dettato da una scelta di parole mal utilizzate e dalle quali è scaturita una escalation esponenziale di speculazione, abbia innalzato il livello di pressione ideologica alle stelle. Cosa che reputo davvero distante da altre responsabilità in capo a Barilla. E mentre il nostro Paese affonda nel baratro più nero accecato dalle false promesse di questi ultimi anni, c’è ancora qualcuno che piuttosto di cercare di dare una svolta al nostro futuro preferisce attaccarsi a questo genere di situazioni che francamente lasciano il tempo che trovano.

Tuttavia è l’inevitabilità dei tempi in cui stiamo vivendo, dove la partecipazione al flusso di opinioni di parte di tutti contribuisce ad innalzare i toni su situazioni dalla dubbia importanza vitale, salendo sul carrozzone degli urlatori, di quelli bravi a puntare il dito, piuttosto che quello del cambiamento vero e concreto.

Siamo ciò che condividiamo

Medium offre sempre ottimi spunti di riflessione. Oggi ho trovato quello di Callie Schweitzer, direttrice Marketing e Comunicazione di VoxMedia, uno dei principali editori online degli Stati Uniti (The Verge, Polygon). Il suo riguarda il fatto di non essere completamente onesti quando su Internet condividiamo noi stessi, ma spesso, a caccia sempre più di un’audience piuttosto che amici o persone con cui semplicemente scambiare dei punti di vista, ci troviamo a dare un’immagine di noi stessi più vicina al socialmente condivisibile che alla realtà delle cose.

The internet is supposed to be a place where everyone can be themselves and find like-minded people. But what we’re seeing right now is a faux intimacy. We think we know people so much better because of the internet, and the information it puts at our fingertips, but we really know them less. We know only what they put out there about themselves. In 2013, you are what you share.

Studiando un po’ le community online nel passato, un po’ per diletto un po’ per studio accademico, ho sempre ritrovato il comun denominatore di questa “falsa confidenza” quando non c’è un nickname a proteggerci. Questo perché esporsi con nome e cognome in un mondo che purtroppo viene ancora considerato “altro” rispetto a quello reale, spaventa. Ci si ritrova quindi al solito bivio dell’essere e dell’apparire, dove vediamo il primo esprimersi al meglio soprattutto nelle community vecchio stampo, come forum o Reddit, mentre il secondo soprattutto sui social network, senza volerne menzionare uno necessariamente.

Quelli che riescono a mantenere la loro integrità e a raccontare veramente se stessi sono in pochi, e forse le vicende politiche degli ultimi tempi ce lo stanno insegnando.

We refuse to put our real names on things that matter.

Ovvio, è una metafora, ma molto assimilabile a quando è il momento di assumersi delle responsabilità. E’ un momento difficile di confronto con gli altri, ma soprattutto con noi stessi. Far sapere realmente chi siamo, cosa amiamo e cosa pensiamo fino in fondo farebbe crollare tante certezze e stereotipi, ma altrettanto generare caos e conflitti.

Mi piace chiamarla, piuttosto che falsa confidenza, “necessaria mediazione”.

Io non ho grandi fratelli. Una TV da dimenticare

I miei genitori non mi domandano neanche più il perché non guardi la TV di sera, ma preferisca uscire, oppure passare la serata, dopo un giorno intero, ancora sul PC o leggendo un libro.

Penso oramai si siano accorti anche loro, che il GF ha rotto le balle a tanti, ancora troppo pochi aggiungo. La TV non riesce a riprendersi, è caduta in un baratro fatto di immani sciocchezze e contenitori con contenuti di bassa lega.

Il GF purtroppo è solo uno dei tanti, di una serie infinita di minchiate colossali senza senso, ed è deprimente trovare la pubblicità meglio del palinsesto. Italia 1 non è più la TV dei ragazzi, MTV trasmette solo sit-com, soap e reality, la RAI trasmette Giacobbo che crede che nel 2012 il mondo finirà…Non dico di tornare ai fini educativi post seconda guerra mondiale, ma le uniche cose passabili sono gocce in un oceano di non vi dico cosa.

E poi basta dire che si trasmette quello che la gente vuole, viene trasmesso quello che la gente guarda, che è diverso. Per questo Sky fa da padrone, almeno con i canali verticali i contenuti ci sono e sai dove andarteli a prendere.

Ascoltate la radio un mezzo ancora sano, veloce, capace di adattarsi alla società e al suo mutamento. Ma soprattutto come dice Frank Leggete i libri. Sono coinvolgenti come un videogame.

Il medium è il messaggio? Mai come di questi tempi…

Twitter vale 1 miliardo di dollari? Tanto oro quanto pesa

Stamattina stavo leggendo la rassegna tecnologica del weekend. Mi sono imbattuto su questo articolo di ieri del Sunday Times riguardante il nuovo recente finanziamento, da parte di alcune compagnie di Venture Capital, nei confronti di Twitter .

On Friday, Twitter confirmed it had received “significant” financing from firms includingT Rowe Price, Insight Venture Partners, Institutional Venture Partners, Spark Capital and Benchmark Capital. The investment is believed to be about $100m

Sostanzialmente, con questa nuova cospicua somma, si stima che la compagnia valga oggi 1 miliardo di dollari. Non male per un’azienda che ad oggi non guadagna 1 centesimo e ripeto NON. Nell’articolo si porta come esempio Google, che per i primi 4 anni di vita non guadagnò nulla, per poi ritrovarsi nella posizione odierna che conosciamo tutti. Twitter è su questa strada?

Non saprei dirlo. Questi ultimi mesi hanno visto il susseguirsi di notizie e rumor sul business model che Twitter potrebbe adottare. Ad oggi ancora niente di ufficiale e il Social Network sta diventando sempre più “ The pulse of Universe” con una crescita spaventosa del 1,382% nel solo Febbraio, che paragonato al 422% dell’intero anno precedente dà da pensare.

E se Twitter scomparisse? Se fosse solo di passaggio? L’articolo paragona il suo destino, se non dovesse trovare il modo di guadagnare in tempi brevi, a quello di Second Life. Sbagliando di grosso secondo me. Twitter a differenza di Second Life ha un livello di accesso di fruibilità molto più basso rispetto a quello di Second Life, con dei numeri da far spavento a qualsiasi altro competitor.

Questo non perchè semplicemente la gente comune utilizza Twitter per far sapere se sta sulla tazza del water o a pescare sul Ticino, ma perchè è diventato lo strumento che apre le porte del mondo. Perchè mai come prima possiamo essere voyeur della vita di qualcun altro senza che quest’ultimo lo sappia, sia esso il nostro vicino di casa o il cantante della band del cuore. Second Life permetteva questo? Avatar senza identità è la prima cosa che mi viene in mente.

Già l’identità, un altro punto di forza e che richiede protezione e garanzia, sforzo che Twitter sta compiendo soprattutto con personaggi pubblici (vedi il Verified account) e pare che a differenza di quando si andava in chat o forum scompaia il rito dello nickname e dello pseudonimo, ma anzi si accresce la propria reputazione con Nome e Cognome. Essere riconoscibili e assumendosi la responsabilità di quel che si dice paga.

Cosa manca? Ah si, come non citare la comunicazione aziendale, tra aziende e tra aziende e consumatori. Il tutto in un vortice bidirezionale, fatto di @, Retweet e messaggi diretti. L’ultimo step, e qui mi sento di concordare con il Times, che manca a Twitter per fare il prossimo grande passo è questo:

The bet its new investors are making is that Twitter can turn all this chatter into a must-have marketing tool and an invaluable source of intelligence for businesses, while engaging potential consumers in a way that seems to have become increasingly tricky for traditional media

Colpire il potenziale consumatore, da quanto le aziende non riescono più a farlo…Questa si è una reale verità. La strada, ho sentore sia quella giusta, tanti stanno già colpendo e facendo vedere che qualcosa di diverso si può fare. Vedi Dell.

Ordunque, li vale tutti questi soldi? Quanto inestimabile è il potenziale di questo strumento del quale solo da poco tempo ne stiamo iniziando a capire la vera forza? Difficile a dirsi, difficile capire se la rete e le relazioni sociali virtuali modificherebbero la loro natura se domani Twitter scomparisse. Varrebbe la mia massima: Morto un Napster se ne fa un altro? Probabilmente si, quello di cui sarà difficile fare a meno sarà il modo, la sostanza, la modalità con la quale stiamo imparando a scambiare messaggi di questo tipo e questa durata (140 caratteri).

Così come è successo per alti mezzi di comunicazione, vedi SMS, questo è semplicemente un altro tassello che si va ad aggiungere, e che difficilmente scomparirà, ai nostri modi convenzionali di svolgere la funzione più naturale dell’uomo.

Comunicare.

Dalla spazzatura, un diamante

Ieri sera, torno da una grigliata durata parecchie ore. La pesantezza era tanta e si faceva sentire, ma non potevo rinunciare a gustarmi la Cate che interveniva allo speciale del TG1 delle 23.30. Anche perchè la materia mi tangeva passionalmente così come professionalmente, percui sotto a chi tocca. Questo il tema del giorno:

Carta stampata e giornali online, i blogger e il “grande fratello” Google, la Tv generalista e i canali tematici. E’ migliore l’informazione nell’era di internet? Dove investe la pubblicita’? Come cambia il rapporto tra informazione e potere? Conta di piu’ la notizia, o il video sexy che l’accompagna? A Speciale Tg1, vecchi miti e nuovi vizi della comunicazione e il confronto tra grandi firme del giornalismo italiano ed internazionale.

Speciale TG1 del 06–09–2009 con Intervento di catepol — Caterina Policaro, Blogger from catepol on Vimeo.

Spero siate riuscito a guardarlo nella sua interezza. Bello bello, eh? Na ciofeca. Mix di opinioni con un filo logico che stenta a stare in piedi. Sembrava più un cortometraggio sulla storia dei media più che un’analisi sull’evoluzione dell’informazione. Sta di fatto che Internet al solito dipinto come 90% spazzatura, toglie tempo prezioso ai giornalisti che devono formattare lo stesso articolo per tante diverse edizioni, abbattitore di qualità del giornalismo in genere. Perfortuna Current con Livia e Cate hanno avuto la possibilità di intervenire anche se per molto poco.

Credo di non essere il solo qui a pensarla diversamente, a credere che questo affarino da niente che chiamiamo Rete sia una delle più interessanti invenzioni che il nostro buon homo sapiens sia riuscito a generare. Davvero prima dell’avvento di Internet la qualità delle firme giornalistiche erano di più elevata qualità?

E’ probabile, ma ho anche avuto la netta sensazione che la possibilità che ora abbiamo tutti (blogger, ma soprattutto NON) di poter scrivere e diventare creatori e generatori di notizie, opinioni, editoriali, colonne sia qualcosa che a tanti non vada giù per il verso giusto.

E’ logico che la qualità è quello che la gente vuole e solitamente è quello che la gente stessa premia, eliminando e mandando in oblio quello che scarseggia di una certa rilevanza, di faziosità, di senso critico. La stessa cosa sta succedendo su Internet. E di esempi di qualità sulla rete ce ne sono e tanti. Current (anche se viene trasmesso sul satellite), Varese News, l’Huffington Post e potrei andare avanti per un bel pezzo, basta farsi un giro tra gli aggregatori di Alltop ( News, Citizen Journalism) per scoprire altrettanti esempi.

No, non sto smontando in toto la figura del giornalista che ritengo ancora centrale per raccontare il mondo alla gente. Il fatto è che la tecnologia il mondo lo sta cambiando e la professione del giornalista con esso. La furbizia è riuscire a far proprio questo cambiamento perché a saper cercare nella “spazzatura” giusta, un diamante esce sempre. (Feltri docet).