Zio. La newsletter che ti spiega cosa fanno i teenager di oggi

Era da un po’ che ci pensavo. In fondo è seduto a poche scrivanie di distanza dalla mia e mi sono detto perché non fargli qualche domanda. Oggi intervisto Vincenzo Marino, aka wyncenzo, l’autore di zio, la newsletter che ti spiega il pazzo fantastico mondo della Gen Z.

In realtà sono iscritto a zio da un anno e mezzo almeno, da quando cioè mi sono avvicinato ancora più a fondo alla generazione Z, appunto. Perché? Beh stavo cercando informazioni a livello italiano per affrontare al meglio quello che poi sarebbe stato il mio colloquio per entrare in Red Bull.

E toh, in chi mi imbatto? Esatto. Ho scoperto solo poi una volta colleghi chi fosse Vincenzo e che ne fosse l’autore. E nulla, da appassionato e studioso della storia dei media (a proposito ti consiglio questo libro che sto leggendo: Io tiranno. La società digitale e la fine del mondo comune) ho voluto approfondire con lui qualche tematica a me cara e che penso possano interessarti.

Immergiamoci.

Ok, partiamo con le domandi semplici, forse stupide, ma necessarie per chi non ti conosce ancora. Chi è wyncenzo? E perché “zio”?

wyncenzo è un autore di 36 anni ossessionato dai contenuti digitali e dalle tendenze culturali. Ha scritto e scrive per diverse testate, e si è fatto un giro lungo nel mondo della strategia video e del content marketing. Da tutto questo è nata “zio”, una newsletter in cui cerco di prendere spunto da trend e consumi che paiono essere rilevanti per una parte della cosiddetta “Generazione Z”, per provare a raccontarli a chi se li è persi — perché anagraficamente lontano, o perché semplicemente non ne ha avuto la voglia.

Perché una newsletter e non un blog? Ok, mi risponderai è il mezzo del momento, ma vorrei capire con te perché probabilmente è uno strumento più potente per raggiungere un pubblico ingaggiato.
Si dice così no?

L’ingaggio dei lettori è sicuramente la componente più eccitante: chi si iscrive sceglie te come puro autore, compie almeno un paio d’azioni per registrarsi, e decide di seguire il tuo lavoro nel posto in cui trascorriamo buona parte delle nostre vite digitali — la casella mail. Questo, unito a un tono di voce possibilmente riconoscibile, fa sì che si possa creare un rapporto di prossimità diverso da quello offerto dai blog, che prescinde dalle piattaforme e dalle loro evoluzioni. Nelle newsletter il content è davvero il king, come si diceva qualche anno fa — che poi: le pagine “archivio” di Substack sono sostanzialmente dei blog, alla fine.

Gskianto

Quanto sono importanti i disegni fatti da te?

Moltissimo. Nell’ottica della personalizzazione e della riconoscibilità stilistica, le illustrazioni una parte fondamentale — a volte apprezzata persino più del testo stesso. Io le vedo come una piccola coccola per gli iscritti, un modo per dirgli che li penso, per mantenere un legame. Tipo gli squillini sul tel dei primi anni duemila.

A proposito di pubblico, quello a cui ti rivolgi immagino non siano ragazzini, ma un pubblico adulto in cerca di risposte?

Il target di base è il millennial che scopre finalmente di non padroneggiare più tutto l’internet conosciuto — credenza dura a estinguersi malgrado l’avanzare dell’età. La grandissima parte degli iscritti è over trenta, effettivamente: ci sono diversi genitori in cerca di spunti di conversazione coi figli, o professori che intercettano “zio” cercando di aggiornarsi su determinati argomenti. Con mia grande sorpresa, però, non mancano zoomer che hanno voglia di contesto e di analisi critica su ciò di cui parlano i loro amici.

E ora te lo posso chiedere perché le nostre pause pranzo secondo me non sarebbero bastate per raccontare tutto. Qual è il processo creativo che ti porta a scrivere una puntata di zio?

Ho una ferrea dieta digitale che mi porta a consumare diverse ore di contenuti alla settimana o a leggere robe stimolanti. In genere da questa routine, o da qualche mia curiosità, o da un’intuizione casuale alla quale cerco risposte e contesti, trovo lo stimolo alla scrittura: così comincio a segnarmi qualche approdo testuale attorno al quale puoi far muovere il discorso, dopo di che vado alla ricerca di un po’ di articoli e report su quel determinato tema. Il giorno prima dell’uscita (il sabato) la scrivo, tenendomi in coda il disegno dell’illustrazione. Elemento di importanza cruciale in questo processo: cerco sempre di non scrivere di argomenti di cui ci si aspetterebbe un episodio di “zio” — il che rende tutto più complicato, ma anche più soddisfacente. 

No Cap

Qui arriviamo agli argomenti che forse interessano più a me. Qual è la tua dieta mediatica, come recuperi informazioni insomma:

La mia dieta digitale include un’oretta di YouTube (comprensiva di costante rassegna di tutto ciò che finisce nei Trending), un’oretta di Twitch (tra consigliati, streamer che seguo e clip delle dirette) e un’oretta di TikTok, quasi ogni giorno. Più una dozzina di newsletter anglofone, la lettura di magazine digitali, Twitter. Alla fine “zio” è una newsletter sui contenuti digitali, più che sulla Gen Z, ma non lo dico a nessuno.

Ti faccio la stessa domanda che hai fatto a KingAsh, qual è la tua lore?

La persona che leggerà questa risposta fa ufficialmente parte della mia lore.

Videogioco preferito e perché?

RDR2. Banale, ma come tanti ho trovato nelle galoppate tra boschi e paludi un’insospettabile forma di meditazione durante il lockdown. In più la parte finale — con l’evoluzione cupissima del personaggio e la sua corsa verso l’epilogo — mi ha rubato il cuore.

E l’ultima fatidica domanda che farebbero in un qualsiasi talk show che si rispetti: obiettivi per il futuro?

Ad oggi sono soddisfatto di dov’è “zio”: ha una sua base di iscritti e un posizionamento chiaro e definito nel panorama dei contenuti d’approfondimento sul mondo digitale. In questi giorni sto sondando i miei iscritti per capire come migliorarla insieme: ho ricevuto spunti molto interessanti, e pian piano mi piacerebbe aggiornare offerte e modelli. Per il futuro ho un paio di progetti in costruzione legati a “zio”, e due o tre idee random che vorrei provare ad assecondare — tra le quali una nuova newsletter. Purtroppo sempre meno tempo per rigiocare RDR2.

Grazie Vins! Molto stimolante.

Ah, sì giusto e qui c’è la mia “uscita” preferita di zio, quella sulla gestione della rabbia e un’analisi molto puntuale sullo stress del lavoro del momento, lo streamer.

Ne approfitto per chiederti, ci sono altri content creator come Vincenzo che dovrei conoscere? Altre newsletter a cui mi dovrei iscrivere?

Fammi sapere qui nei commenti.

Fluxes #18: Pesci d’aprile e quadri d’autore

🎣 Mai come quest’anno ho sofferto d’intolleranza verso i pesci d’aprile. Ancora peggio è andata al rispetto che nutrivo oramai per certe persone è sceso sotto livelli tollerabili, sia per l’età che hanno per fare simili scherzi, sia per il contenuto degli stessi. Davvero ci fate brutta figura e finisce che nessuno vi prende più sul serio. Da chi posta nuove posizioni di lavoro verosimili a chi cita un accordo segreto tra Spotify, Neil Young e Rogan. Bah, se vi divertite così…

🖼 Questo weekend l’ho trascorso in trasferta in un bellissimo hotel del Südtirol. Non è la prima volta che capito da queste parti e anche questa volta ho fatto caso alle pareti. Ci sono appesi quadri dipinti a mano di paesaggi effettivamente esistenti. Sono gli scorci nei pressi dell’hotel. Fateci caso la prossima volta. Mi sono sempre chiesto se siano commissionati, oppure a me piace pensare ai proprietari degli hotel che in bassa stagione girano per delle fiere delle pulci paesane ad accaparrarsi questi dipinti realizzati da artisti locali intenti a dilettarsi nel loro passatempo preferito.

L’internet del mettersi in proprio

Passo settimane ad osservare lo scenario contemporaneo di Internet. Le sue infinite possibilità di monetizzazione e non riesco a smettere di domandarmi dove io abbia perso esattamente il treno.

Se nel periodo dei blog morenti e la grande corsa alla content creation su Instagram, se quella di Twitch, se quella delle newsletter o dei podcast o forse i bitcoin e gli NFT. Resto ad osservare mentre il mondo sembra stampare contante sfruttando il momento, il sistema, all’apparenza avendo compreso molto bene quel qualcosa che a me sembra sfuggito.

C’è che ultimamente anche per questioni lavorative incontro sempre più creator, badate bene non necessariamente influencer, ma persone estremamente preparate che mi sento di definire (non etichettare) un crocevia composto da un po’ di intrattenimento, programmazione di un palinsesto, videomaking, montaggio e quel quanto basta di carisma per renderli riconoscibili. Se solo penso a nemmeno 15 anni fa tutto questo sembra fantascienza. Ovvio i risvolti negativi ci sono, come in tutte le professioni e qui zio lo spiega benissimo.

Ecco c’è un però, un però grosso quanto una casa. Dove ho mancato? Dove non sono stato sufficientemente bravo nel provare a portare avanti Fluxes prima, AC e Fuorigio.co poi e ora Go With The Flow?

Alla fine sono arrivato a una conclusione. Netta e precisa. Serve un ingrediente fondamentale. Un minimo comune denominatore emerso in ogni persona con cui sono venuto a contatto, o di cui abbia letto online, ha e ha avuto tra le altre cose soprattutto costanza. Non posso sapere quanta forza di volontà, quanto culo, quanta determinazione. Anche superficialmente è comune il portare avanti il proprio lavoro per mesi, per anni, no-matter-what. Anche se ci vogliono 20 anni per arrivarci.

Tutte le persone che stanno affrontando questo tipo di percorso o hanno sottratto del tempo ad altro, vuoi perché già in possesso di un lavoro “regolare” e quindi via di nottate senza sonno e addio a fidanzati e fidanzate, oppure hanno intrapreso questa strada prima di diventare maggiorenni, crescendo con le piattaforme, facendole proprie e padroneggiandole meglio di chi le ha create. Resto a bocca aperta talvolta dalla qualità dei contenuti degni di una grande casa di produzione. C’è impegno, voglia, qualità, ma soprattutto tempo. Risorsa per me al momento scarsissima e che non mi consentirebbe di approcciare quella seconda strada in una maniera seria e per l’appunto costante. È così, non si scappa. Perché nel tempo libero al momento trovo più appagante godermi la vita.

Ecco forse mi è mancata la costanza di voler portare avanti una passione parallelamente al mio lavoro principale cercando di ricavarci una remunerazione alternativa. Per dirla meglio, cercando di farne un lavoro. Non me ne lamento, non me ne rammarico. Tutti i lavori che ho fatto in passato mi sono sempre piaciuti, figuriamoci quello attuale. Tuttavia eccomi qui ancora a domandarmi, dopo che nel giro di una settimana due diverse persone mi hanno domandato Ma perché non apri un canale Twitch anche tu? se prima o poi dirò addio a tutti e mi ritirerò a streammare da qualche oscuro luogo del pianeta diventando parte anche io dell’internet del mettersi in proprio.

Quel bisogno di Community

In questi ultimi tre giorni due cose sono accadute al riguardo. Il forte richiamo ed esigenza di trovare spazi verticali, specializzati, filtrati per passioni e senza spam, litigi, fazioni.

La prima. Ha aperto Livello Segreto. Si basa su Mastodon ed è stato creato da Kenobit. Il suo intento? Creare un luogo sano, etico e gentile. I topic sono soprattutto legati al mondo Nerd. Senza litigi, senza tossicità e lasciando da parte strani algoritmi e pubblicità. Mi piace e vi invito a iscrivervi.

La seconda. Twitter ha creato uno spazio, accessibile da ogni account, chiamato Community. Chiunque può crearne uno e come è facile immaginare c’è la corsa ad aprirne, essere invitati ed iscriversi a tantissimi. Stamattina di fronte alla colazione ho deciso da vero boomer di crearne una dedicata ai videogiochi. Non so se porterà a qualcosa, ma mi piacerebbe avere una conversazione stimolante per chi ha voglia e sta ancora su Twitter. Forse il solo social network che utilizzo con assiduità e che non riesco ad abbandonare.

La stanza si chiama Videogames & Co. ed è lì ad aspettarvi.

Migrare da Google Workspace a iCloud+

E dopo i primi articoli apparsi online, ieri arriva la conferma definitiva via email da parte di Google:

Già. Tutti i miei account di posta e quelli della mia famiglia sono ospitati sulla cosiddetta G Suite Legacy Free Edition o tradotto in italiano versione gratuita precedente di G Suite.

Sostanzialmente ho/avevo tutte le funzionalità che potrebbe avere qualsiasi account Google Workspace a pagamento, ma completamente gratis. Una bella fortuna ai tempi essersene accaparrato uno, se non erro 2010. Non ho sborsato un solo euro per avere un indirizzo email con estensione di dominio personalizzato da allora e nonostante Google specificò molto bene che sarebbe rimasto gratis per sempre, come ormai abbiamo imparato, nulla è gratis online.

Ho iniziato a vagliare un po’ di alternative. Fastmail, Protonmail, Outlook o la stessa Google. I prezzi oscillano tra i 4.68 euro a utente fino ai 6.25. Ho 4 account da dover attivare essenzialmente e avrei raggiunto una spesa media annua compresa tra i 270 e i 290 euro in base all’offerta scelta.

Poi mi sono ricordato che recentemente Apple all’interno dell’offerta iCloud+ (che ho sottoscritto per tutta la mia famiglia) integra la possibilità di agganciare fino a 5 domini personali con un numero limitato di email (3 per ciascun membro famiglia). Con 2TB di spazio disponibile, con tutta la famiglia su dispositivi Apple ormai da anni, mi è sembrata senza dubbio la scelta più ovvia per non dover sborsare altri inutili soldi.

Il passaggio non è stato indolore, tutt’altro. La colpa ricade soprattutto su Google, che nonostante Google Takeout, non mi ha permesso di migrare tutte le impostazioni relative alla navigazione, YouTube, Local Guides al mio vecchio indirizzo @gmail.com. Ho perso quindi tutto lo storico del mio account principale, ma pazienza, ricostruirò piano piano il tutto riagganciandomi al mio vecchio indirizzo gratuito.

Per quanto riguarda invece email e contatti non ci sono stati particolari problemi di transizione. Prima nota. Come dicevo su iCloud+ potete andare a creare fino a 3 account email per ogni membro della vostra famiglia su uno dei 5 domini che avete collegato al vostro account @iCloud.com principale.

Sì, perché per poter accedere alla vostra email da browser o per settare il vostro client di posta dovete inserire le credenziali del vostro account @iCloud.com. Poi potete decidere che il vostro indirizzo di posta legata al vostro dominio, ad esempio xyz@gwtf.it, sia quello principale e da quell’indirizzo vengano inviate tutte le email. Niente di più facile.

Se pensate quindi che 3 indirizzi per membro siano pochi, è sufficiente quindi creare nuovi indirizzi @iCloud.com e a qual punto potete creare nuovi indirizzi email. Io ne ho 4 ad esempio, ma due dei quali appartengono a due altri membri della mia famiglia, quindi non ho problemi a gestirli così, visto che anche loro hanno i loro indirizzi @iCloud.com.

In tutta tranquillità ho settato sia il mio account G Suite che il mio account iCloud su Mail App del mio MacOS, da qui ho trascinato dal primo al secondo tutto il mio archivio di email. Per i contatti li ho esportati in vcard e importati direttamente da iCloud.com Successivamente ho settato il mio account contino.com su iCloud+ e creato i miei indirizzi email relativi, infine chiuso tutto il mio account G Suite e penso abbandonato per sempre i servizi di posta, calendario, drive di Google.

Per mio papà e mia mamma ho creato il loro indirizzo iCloud.com semplicemente attivando questa opzione sul loro device:

Dopodiché, ho aggiunto il mio dominio principale, contino.com, all’interno di iCloud+. Mi è stato chiesto di aggiungere già quegli indirizzi esistenti in modo da accordare il permesso di funzionamento. In poco meno di 10 minuti ho sistemato tutto, sugli account dei miei genitori su iCloud.com ho cambiato l’indirizzo principale da quello @iCloud.com a quello @contino.com. Il passaggio per loro è stato indolore, non si sono nemmeno accorti a livello mobile del passaggio.

Ah, se vi stesse chiedendo, il tutto funziona anche su client Windows. Sì, funziona. Con Windows 10, ho utilizzato Mailbird, con poco più di 35€ gestisce nativamente gli indirizzi email di default del proprio dominio personalizzato iCloud+. Agganciandomi con l’indirizzo @iCloud.com principale e poi aggiungendo le mie email con dominio personalizzato come se fossero degli Alias, che poi sono stati riconosciuti come principali, da i quali posso decidere con quale indirizzo spedire.

È stato bello finché è durato Google. Ma pagando già 99€ l’anno per un servizio identico, mi sembrava davvero stupido doverne pagare 300 in più solo per avere le funzionalità di Gmail. Tra qualche mese vi saprò dire di più, se il passaggio mi ha causato qualche mal di testa oppure ha funzionato tutto. Senza contare che Apple ha questa funzionalità che per me che mi iscrivo a ogni tipo di servizio è davvero un game changer.

Se avete dubbi o domande, i commenti sono a vostra disposizione.

Spostare le Newsletter a un Reader RSS

Tanti blogger della prima ora stanno migrando verso piattaforme di newsletter e da qualche anno ormai è un trend stabile. Io non mollo, non avrei la costanza di inviarla a una cadenza specifica e so già che lo sentirei come un lavoro più che un piacere.

Per alcuni lo è anche diventato, se si è particolarmente bravi si monetizza e parecchio. Ma oggi voglio parlarti di come invece noi avidi lettori sommersi già da mille mila iscrizioni abbiamo una certa difficoltà a districarci tra le centinaia di email che già quotidianamente ci arrivano, trovando spesso complesso dedicare il giusto momento alla lettura di newsletter.

A volte capita che per sbaglio ci passi sopra e ti dimentichi di ri-settarla su “leggi più tardi” e te la perdi o semplicemente la cancelli e magari c’era il contenuto della vita. Oppure semplicemente passi ad altro e finiscono in fondo al listone della inbox senza mai ritornare in superficie. Insomma, già riceviamo un milione di email al giorno, se anche quello che dovrebbe essere un passatempo finisce per essere accumunato a un’attività spesso associata allo stress, bisogna trovare un rimedio.

Ho deciso di dare un taglio netto alle newsletter in arrivo al mio indirizzo di posta anche per un altro motivo, possibili data breach. Ho già un’indirizzo email dedicato a tutto ciò che riguarda il mondo iscrizioni online, ma evito quanto mi è più possibile di lasciarlo a terze parti in modo da non consentirgli in primo luogo di iscrivermi contro la mia volontà ad altre operazioni di marketing, secondo di evitare che il mio indirizzo email possa finire nelle mani sbagliate.

Arriviamo al dunque, ho cancellato tutte le iscrizioni alle newsletter alle quali ero abbonato con il mio indirizzo email principale e le ho spostate tutte su Feedly.

La mia “collezione” di Newsletter

Sì perché Feedly permette da poco di trattare una newsletter come se fosse un feed RSS, grazie a Luca che me lo ha ricordato. Genera un indirizzo email fittizio da dare in pasto alla vostra newsletter preferita come iscrizione e successivamente vi dà la possibilità di categorizzarle come un qualsiasi altro flusso di Feed che seguite abitualmente.

Parecchio comodo, decido io quando andare a leggerle e non ho paura di perdermi neanche un numero delle pubblicazioni passate. Così come posso stare tranquillo di non dovermi preoccupare che il mio indirizzo email vada in giro per la Rete oppure venga utilizzato per spammarmi promozioni inutili.

Semplice e veloce. Avete qualche imperdibile newsletter da suggerirmi nel frattempo?

Caro futuro me, ti scrivo

Il servizio FutureMe e come ricordarsi di ricordare.

Nella mia interminabile lista di difetti posiziono ai primi posti la smemoratezza. O meglio, sono affetto da memoria selettiva. Mi rendo conto di ricordami solo ciò che la mia mente ha deciso, per i fatti suoi ovviamente, di ritenere importante immagazzinare per buttare via tutto il resto.

Come se fosse un hard disk costantemente pieno che debba fare spazio a cose più importanti, eliminando i file meno utilizzati e i ricordi mai aperti.

Photo by Fredy Jacob on Unsplash

Per darvi l’idea, quando mia moglie si è trasferita da me qualche anno fa abbiamo razionalizzato gli spazi occupati selvaggiamente come qualsiasi altro uomo single in casa propria farebbe. Ancora oggi vado a cercare gli oggetti dove li avevo sistemati originariamente 10 anni fa e non nella loro nuova ubicazione che dura ormai da quasi tre anni.
Se mi chiedi cosa ho mangiato 3 giorni fa non me lo ricordo, se mi sforzo di ricordare il nome di qualcuno non ne parliamo, ma cosa peggiore quando dimentico di fare qualcosa di estremamente importante a cui ho pensato mentalmente con tanta intensità fino a pochi minuti prima.

Negli anni ho ovviato con svariate soluzioni. Al lavoro si traduce in appuntarmi qualsiasi cosa mi debba ricordare, ho la scrivania invasa di post-it con la to-do list imminente.
Mentre nella vita di tutti i giorni il calendario del telefono è il mio piccolo aiutante di babbo natale. Per i compleanni imposto le notifiche molto presto al mattino così da avere su schermo appena mi sveglio, per altre cose ho adottato un approccio più soft con l’esatto minuto in cui devo ricordarmi quella particolare azione.

Insomma, bene o male sopravvivo e non manco mai nessun appuntamento. Questa premessa è stata utile per raccontarvi di FutureMe. Si tratta di una piattaforma di messaggistica che permette di inviare email a 1, 3 o 5 anni di distanza oppure una data qualsiasi a piacimento. È un servizio datato, del quale avevo scordato l’esistenza. Salvo ricevere oggi un’email che mi ricordava di compilare la mia annuale lettera al mio futuro me.

Ho fatto log-in con le credenziali salvate su 1Password e il suggerimento del mio browser mi ha fatto presagire di averlo già utilizzato. Entrato mi sono trovato davanti ciò che sospettavo, esattamente 1 anno fa ho inviato un’email al mio futuro me e che riceverò tra 4 anni. Ho tentato invano di provare a leggere quanto scritto, ma so solo di aver composto 34 parole.

Sono minuti che penso a cosa io abbia potuto scrivere a me stesso, in 34 parole immagino non molto. La sola cosa in cui la mia memoria è stata utile è il ricordo che questo tipo di servizio non è nuovo, è un’idea scopiazzata da uno spot di Google Chrome di qualche anno fa riproposto qui sotto. Quindi FutureMe non fa nulla di originale, se non postporre un’email a te stesso. Un friendly reminder. Per ricorare a te stesso che non ricordi un cazzo.

Notifiche irritanti

Il loop in cui l’avvento delle app (di ogni genere, non solo quelle dei social media) ci ha trascinato è un baratro pericoloso in cui è facilissimo cadere e altrettanto semplice scaricare la batteria del proprio smartphone nel giro di qualche ora.

Luca ne scrive sul suo blog.

Il mio telefono non suona mai. Non un trillo, non una vibrazione, niente.

Le notifiche hanno lo scopo di interrompere quello che stiamo facendo per ottenere immediata attenzione. A me non interessa essere interrotto.

Per questa ragione ho disabilitato tutte le notifiche e consento solo la visualizzazione del numero di messaggi non letti vicino ad alcune applicazioni che sono importanti per me.

Se ricevo un messaggio su Telegram, per esempio, l’unica cosa che appare é un piccolo “1” a fianco all’icona. Quando ho tempo apro Telegram e lo leggo. E solo se mi va, rispondo.

Ho letto un altro post sullo stesso argomento. Non sono forse così drastico come Luca, ma ci vado vicino raccogliendo anche lo spunto del secondo scritto.

It’s always easy to blame technology, but it’s important to note that it isn’t technology itself that is at the heart of the problem, but our own inability to handle it. After all, not all notifications are created equal. And in order to better understand the evolution from relevance to noise, we need to briefly talk about how we got to where we are today.

Ho adottato questa tecnica anche io ormai da molti anni. Le mie uniche notifiche attive sono quelle dei messaggi, di whatsapp (silenziando però i gruppi con più di 5 persone) e le chiamate. Tutto il resto, email comprese, vive soltanto attraverso i pallini rossi che mi indicano che c’è qualcosa che mi attende. Scelgo io, in base alla mia esperienza di utilizzo e sensibilità, quando “affrontarli”.

Il mio equilibrio l’ho trovato così. Lo reputo il solo modo per riuscire a non farmi domare dal mio smartphone e dalla costante richiesta di engagement delle piattaforme sociali che più views fanno, più bigliettoni verdi si portano a casa alla fine del mese.

Il FOMO nasce però ben prima dell’epopea di Facebook e Instagram e l’instancabile voglia di apparire belli e famosi. Il primo drammatico esempio sui dispositivi mobili arriva proprio con l’introduzione del diabolico push automatico delle email sul finire degli anni ’90. E da qui un’escalation inarrestabile sino ad arrivare al punto in cui la nostra testa è sempre più piegata verso il basso, con lo sguardo e una superficiale attenzione indirizzati ad uno schermo rispetto all’ambiente che ci circonda, la natura, ma soprattutto l’altro.

Se non decidete a priori quali contenuti esplorare e quando è il momento corretto per farlo, c’è solo un output possibile: Distrazione (sia chi guida che non) e distruzione ( Time.com e NYTimes).

La tecnologia è una cosa magnifica, e la stessa che ci ha portato le notifiche è la medesima che permette di limitarle.

Il problema non è il mezzo, ma il contenuto della piattaforma e scegliere se diventare spettatori inermi o avere il controllo.

Di RSS, feed e di come la tecnologia non muoia, ma si trasformi

Sono bastati poco meno di 5 giorni per dimenticarci di Reader, il più diffuso lettore di feed RSS, dopo che ne è stata annunciata, e poi avvenuta, la chiusura per il 1 di luglio.

Ah, si, se non sapete cos’è un RSS reader, sappiate che utilizzate la tecnologia RSS tutti i giorni. Leggere qui.

E’ bastato così poco tempo perché da quando si è appresa la notizia molti player del web hanno compreso l’opportunità di poter entrare in un mercato, se così si può chiamare, sostanzialmente monopolista e praticamente fermo dal punto di vista dell’innovazione cercando di creare un prodotto aderente alle richieste degli utenti.

E l’importante in questa corsa alla conquista di qualche milionata di utenti è stata la velocità d’esecuzione e il farsi trovare pronti al momento giusto, creando un prodotto multipiattaforma, accessibile da qualsiasi device e che mantenesse la sincronizzazione di ciò che si è letto altrove.

Qualcuno ci è riuscito meglio, altri ancora stanno rincorrendo, ma sostanzialmente la corsa si è fermata a 4/5 importanti alternative che segnalo di seguito:

Trovo inutile prodigarmi nell’illustrazione dettagliata di tutti i servizi e sul perché abbia scelto feedly, la scelta fatela da soli in base alle vostre esigenze, oppure cercate un po’ quale più funzionale.

L’interessante è ritrovare anche nell’evoluzione delle tecnologie in Internet il riflesso di ciò che è la storia dei media. Nulla muore, ma si trasforma nell’adozione e la fruizione.

Gli RSS, probabilmente, considerati troppo vetusti per meritare un’altra stagione sopravvivono alle logiche di monetizzazione e guadagno semplicemente perché funzionano e sono diventati imprescindibili per chi di Internet ne fa un luogo d’informazione innanzi tutto.

Chiudo con la metafora di Marco Arment:

RSS represents the antithesis of this new world: it’s completely open, decentralized, and owned by nobody, just like the web itself. It allows anyone, large or small, to build something new and disrupt anyone else they’d like because nobody has to fly six salespeople out first to work out a partnership with anyone else’s salespeople.

Ps. Se ancora ogni mattina quando vi alzate non avete ancora capito che sono le news che possono arrivare da voi e non il contrario, ancora non avete compreso come utilizzare il Web. Questo video del 2007 ve lo spiegherà:

Una coda lunga di paglia

La coda lunga del resto è sempre esistita. Non serviva certo Internet per scoprirla. E il buon Chris Anderson è solo servito per darle un nome.

Se andavi da Ricordi a Milano, in un sabato pomeriggio qualsiasi fine anni ’90, trovavi gruppetti sparsi qua a sbavare sulla copertina di qualche gruppo metal svedese o su quella di un cantante rap melodico thailandese, mentre la massa critica stava alla cassa con in mano il CD del Festivalbar.

Seth Godin riesce in poche righe a definire perfettamente quanto già espresso un paio di anni fa da Massimo qui. Long live the long tail!

There are millions of songs on iTunes that have sold zero copies. Millions of blog posts that get zero visitors each day.

The long tail is real… given the ability, people create more variety. Given the choice, people seek out what’s just right for them to consume. But, and there’s a big but, there’s no guarantee that the ends of the long tail start producing revenue or traffic. And a million times zero is still zero.

Sometimes, the best strategy isn’t to to head farther and farther out on the tail. No, you don’t have to make average stuff for average people. But it also doesn’t pay to brainwash yourself into believing that super-extreme is the same as profitable.