Caro futuro me, ti scrivo

Il servizio FutureMe e come ricordarsi di ricordare.

Nella mia interminabile lista di difetti posiziono ai primi posti la smemoratezza. O meglio, sono affetto da memoria selettiva. Mi rendo conto di ricordami solo ciò che la mia mente ha deciso, per i fatti suoi ovviamente, di ritenere importante immagazzinare per buttare via tutto il resto.

Come se fosse un hard disk costantemente pieno che debba fare spazio a cose più importanti, eliminando i file meno utilizzati e i ricordi mai aperti.

Photo by Fredy Jacob on Unsplash

Per darvi l’idea, quando mia moglie si è trasferita da me qualche anno fa abbiamo razionalizzato gli spazi occupati selvaggiamente come qualsiasi altro uomo single in casa propria farebbe. Ancora oggi vado a cercare gli oggetti dove li avevo sistemati originariamente 10 anni fa e non nella loro nuova ubicazione che dura ormai da quasi tre anni.
Se mi chiedi cosa ho mangiato 3 giorni fa non me lo ricordo, se mi sforzo di ricordare il nome di qualcuno non ne parliamo, ma cosa peggiore quando dimentico di fare qualcosa di estremamente importante a cui ho pensato mentalmente con tanta intensità fino a pochi minuti prima.

Negli anni ho ovviato con svariate soluzioni. Al lavoro si traduce in appuntarmi qualsiasi cosa mi debba ricordare, ho la scrivania invasa di post-it con la to-do list imminente.
Mentre nella vita di tutti i giorni il calendario del telefono è il mio piccolo aiutante di babbo natale. Per i compleanni imposto le notifiche molto presto al mattino così da avere su schermo appena mi sveglio, per altre cose ho adottato un approccio più soft con l’esatto minuto in cui devo ricordarmi quella particolare azione.

Insomma, bene o male sopravvivo e non manco mai nessun appuntamento. Questa premessa è stata utile per raccontarvi di FutureMe. Si tratta di una piattaforma di messaggistica che permette di inviare email a 1, 3 o 5 anni di distanza oppure una data qualsiasi a piacimento. È un servizio datato, del quale avevo scordato l’esistenza. Salvo ricevere oggi un’email che mi ricordava di compilare la mia annuale lettera al mio futuro me.

Ho fatto log-in con le credenziali salvate su 1Password e il suggerimento del mio browser mi ha fatto presagire di averlo già utilizzato. Entrato mi sono trovato davanti ciò che sospettavo, esattamente 1 anno fa ho inviato un’email al mio futuro me e che riceverò tra 4 anni. Ho tentato invano di provare a leggere quanto scritto, ma so solo di aver composto 34 parole.

Sono minuti che penso a cosa io abbia potuto scrivere a me stesso, in 34 parole immagino non molto. La sola cosa in cui la mia memoria è stata utile è il ricordo che questo tipo di servizio non è nuovo, è un’idea scopiazzata da uno spot di Google Chrome di qualche anno fa riproposto qui sotto. Quindi FutureMe non fa nulla di originale, se non postporre un’email a te stesso. Un friendly reminder. Per ricorare a te stesso che non ricordi un cazzo.

Notifiche irritanti

Il loop in cui l’avvento delle app (di ogni genere, non solo quelle dei social media) ci ha trascinato è un baratro pericoloso in cui è facilissimo cadere e altrettanto semplice scaricare la batteria del proprio smartphone nel giro di qualche ora.

Luca ne scrive sul suo blog.

Il mio telefono non suona mai. Non un trillo, non una vibrazione, niente.

Le notifiche hanno lo scopo di interrompere quello che stiamo facendo per ottenere immediata attenzione. A me non interessa essere interrotto.

Per questa ragione ho disabilitato tutte le notifiche e consento solo la visualizzazione del numero di messaggi non letti vicino ad alcune applicazioni che sono importanti per me.

Se ricevo un messaggio su Telegram, per esempio, l’unica cosa che appare é un piccolo “1” a fianco all’icona. Quando ho tempo apro Telegram e lo leggo. E solo se mi va, rispondo.

Ho letto un altro post sullo stesso argomento. Non sono forse così drastico come Luca, ma ci vado vicino raccogliendo anche lo spunto del secondo scritto.

It’s always easy to blame technology, but it’s important to note that it isn’t technology itself that is at the heart of the problem, but our own inability to handle it. After all, not all notifications are created equal. And in order to better understand the evolution from relevance to noise, we need to briefly talk about how we got to where we are today.

Ho adottato questa tecnica anche io ormai da molti anni. Le mie uniche notifiche attive sono quelle dei messaggi, di whatsapp (silenziando però i gruppi con più di 5 persone) e le chiamate. Tutto il resto, email comprese, vive soltanto attraverso i pallini rossi che mi indicano che c’è qualcosa che mi attende. Scelgo io, in base alla mia esperienza di utilizzo e sensibilità, quando “affrontarli”.

Il mio equilibrio l’ho trovato così. Lo reputo il solo modo per riuscire a non farmi domare dal mio smartphone e dalla costante richiesta di engagement delle piattaforme sociali che più views fanno, più bigliettoni verdi si portano a casa alla fine del mese.

Il FOMO nasce però ben prima dell’epopea di Facebook e Instagram e l’instancabile voglia di apparire belli e famosi. Il primo drammatico esempio sui dispositivi mobili arriva proprio con l’introduzione del diabolico push automatico delle email sul finire degli anni ’90. E da qui un’escalation inarrestabile sino ad arrivare al punto in cui la nostra testa è sempre più piegata verso il basso, con lo sguardo e una superficiale attenzione indirizzati ad uno schermo rispetto all’ambiente che ci circonda, la natura, ma soprattutto l’altro.

Se non decidete a priori quali contenuti esplorare e quando è il momento corretto per farlo, c’è solo un output possibile: Distrazione (sia chi guida che non) e distruzione ( Time.com e NYTimes).

La tecnologia è una cosa magnifica, e la stessa che ci ha portato le notifiche è la medesima che permette di limitarle.

Il problema non è il mezzo, ma il contenuto della piattaforma e scegliere se diventare spettatori inermi o avere il controllo.

Di RSS, feed e di come la tecnologia non muoia, ma si trasformi

Sono bastati poco meno di 5 giorni per dimenticarci di Reader, il più diffuso lettore di feed RSS, dopo che ne è stata annunciata, e poi avvenuta, la chiusura per il 1 di luglio.

Ah, si, se non sapete cos’è un RSS reader, sappiate che utilizzate la tecnologia RSS tutti i giorni. Leggere qui.

E’ bastato così poco tempo perché da quando si è appresa la notizia molti player del web hanno compreso l’opportunità di poter entrare in un mercato, se così si può chiamare, sostanzialmente monopolista e praticamente fermo dal punto di vista dell’innovazione cercando di creare un prodotto aderente alle richieste degli utenti.

E l’importante in questa corsa alla conquista di qualche milionata di utenti è stata la velocità d’esecuzione e il farsi trovare pronti al momento giusto, creando un prodotto multipiattaforma, accessibile da qualsiasi device e che mantenesse la sincronizzazione di ciò che si è letto altrove.

Qualcuno ci è riuscito meglio, altri ancora stanno rincorrendo, ma sostanzialmente la corsa si è fermata a 4/5 importanti alternative che segnalo di seguito:

Trovo inutile prodigarmi nell’illustrazione dettagliata di tutti i servizi e sul perché abbia scelto feedly, la scelta fatela da soli in base alle vostre esigenze, oppure cercate un po’ quale più funzionale.

L’interessante è ritrovare anche nell’evoluzione delle tecnologie in Internet il riflesso di ciò che è la storia dei media. Nulla muore, ma si trasforma nell’adozione e la fruizione.

Gli RSS, probabilmente, considerati troppo vetusti per meritare un’altra stagione sopravvivono alle logiche di monetizzazione e guadagno semplicemente perché funzionano e sono diventati imprescindibili per chi di Internet ne fa un luogo d’informazione innanzi tutto.

Chiudo con la metafora di Marco Arment:

RSS represents the antithesis of this new world: it’s completely open, decentralized, and owned by nobody, just like the web itself. It allows anyone, large or small, to build something new and disrupt anyone else they’d like because nobody has to fly six salespeople out first to work out a partnership with anyone else’s salespeople.

Ps. Se ancora ogni mattina quando vi alzate non avete ancora capito che sono le news che possono arrivare da voi e non il contrario, ancora non avete compreso come utilizzare il Web. Questo video del 2007 ve lo spiegherà:

Una coda lunga di paglia

La coda lunga del resto è sempre esistita. Non serviva certo Internet per scoprirla. E il buon Chris Anderson è solo servito per darle un nome.

Se andavi da Ricordi a Milano, in un sabato pomeriggio qualsiasi fine anni ’90, trovavi gruppetti sparsi qua a sbavare sulla copertina di qualche gruppo metal svedese o su quella di un cantante rap melodico thailandese, mentre la massa critica stava alla cassa con in mano il CD del Festivalbar.

Seth Godin riesce in poche righe a definire perfettamente quanto già espresso un paio di anni fa da Massimo qui. Long live the long tail!

There are millions of songs on iTunes that have sold zero copies. Millions of blog posts that get zero visitors each day.

The long tail is real… given the ability, people create more variety. Given the choice, people seek out what’s just right for them to consume. But, and there’s a big but, there’s no guarantee that the ends of the long tail start producing revenue or traffic. And a million times zero is still zero.

Sometimes, the best strategy isn’t to to head farther and farther out on the tail. No, you don’t have to make average stuff for average people. But it also doesn’t pay to brainwash yourself into believing that super-extreme is the same as profitable.

Chi di Web ferisce, di Web perisce

La cosa comica di tutta questa faccenda del “Web che sarebbe già morto” è che il tanto discusso articolo sia uscito prima sul sito di wired.com, e consultabile come accesso primario da un browser, rispetto alla sua versione cartacea.

Oltre agli errori di fondo nell’analisi fatta, come già descritti da Luca ( 1,2) e Massimo, il punto sostanzialmente controverso è che si dia già per morto non tanto il web, quanto l’esperienza dello stesso attraverso l’utilizzo di un browser. Morta questa, morto il browser, morto il web?

Credo che i due genietti siano corsi un po’ troppo velocemente alla ricerca di un meme da far durare qualche settimana e che tra qualche tempo nessuno ricorderà più. Coda lunga anyone?

Sono molto più vicino al punto di vista di Erick Schonfeld di TechCrunch. Dopotutto il browser è e rimarrà il punto di accesso principale al Web. Internet, come dice Giuseppe, è un’altra cosa.

Meglio non scherzare con il PVT

“Te lo dico in PVT”. Ve lo ricordate? Quante volte, tanti anni fa, è capitato di scriverlo nelle chat?

PVT è privato. Privato è intimità. Intimità è qualcosa da custodire e preservare a cui soltanto noi decidiamo a chi dare accesso.

Dimenticare questo vuol dire perdere fiducia. Perdere utenti. Come riporta LA Times:

The mea culpa did not pacify privacy watchdogs who contended that this was yet another example of online companies playing fast and loose with consumers’ private information.

E qualcuno si sta muovendo anche legalmente su questo aspetto. Non so dire quanto si otterrà da questo sforzo, dopotutto Google Buzz sta progredendo giorno per giorno, ma una cosa è certa, mai sottovalutare il PVT.

E’ un nervo scoperto che in pochi accettano venga loro toccato.

Google Public DNS. Quanto sono lunghe 24 ore?

Ora, senza che sia io a farvi una lezione tecnica di cosa sia un DNS, mi è venuto da pensare rispetto a quanto annunciato da Big G. Sostanzialmente è un servizio, generalmente gestito dal proprio provider di connessione, che tramuta i numeri IP utilizzati da computer per comunicare tra di loro, nei nomi dei domini a noi familiari.

Ad esempio contino.com ha questo DNS 65.39.205 etc.

Google ha lanciato un proprio servizio gratuito per consentire una navigazione più performante in termini di velocità. Cambiare questi numeri magici nel proprio router non è operazione complicatissima, ma un minimo di competenze sono richieste.

Luca e Massimo ne hanno già parlato tra ieri e oggi. Sebbene sia d’accordo con Luca nel dire che non bisognerebbe processare in base ai sospetti, purtroppo a me ne son venuti e non pochi. Pur essendomi andato a leggere per bene quello che viene esplicitato nella sezione Privacy, quelle 24 ore di data retention mi insospettiscono. David Ulevitch, il fondadore di OpenDNS, un servizio simile a quello che propone Google, ma che agisce sul mercato sempre in modo gratuito da qualche anno, ha sollevato i medesimi dubbi che con un occhio più clinico possono sorgere.

Third, Google claims that this service is better because it has no ads or redirection. But you have to remember they are also the largest advertising and redirection company on the Internet. To think that Google’s DNS service is for the benefit of the Internet would be naive. They know there is value in controlling more of your Internet experience and I would expect them to explore that fully. And of course, we always have protected user privacy and have never sold our DNS data. Here’s a link to our privacy policy.

Fifth, it’s not clear that Internet users really want Google to keep control over so much more of their Internet experience than they do already — from Chrome OS at the bottom of the stack to Google Search at the top, it is becoming an end-to-end infrastructure all run by Google, the largest advertising company in the world. I prefer a heterogeneous Internet with lots of parties collaborating to make this thing work as opposed to an Internet run by one big company.

Quello che sottolinea Daniele non è banale. E 24 ore sono tante.