Readng

No, non ho sbagliato il titolo. È il nome di una neonata app per il tracking e la scoperta di libri. Sulla scia di goodreads, ormai l’ombra di un sito anni ’90, e dell’anonimo anobii che ha cambiato più proprietari di Yahoo!, Readng sembra voler dare una botta di freschezza al circolino delle app di tracciamento di lettura.

Seppur ancora acerbo, in pochi minuti ho completato l’import di quanto tracciato su goodreads, e ha a disposizione un’intera sezione di richieste aperte per migliorare costantemente il servizio in base al feedback e idee proposti dagli utenti. Il che lascia ben sperare per il futuro del servizio.

Al momento mi sembra un po’ scarna l’integrazione per ricercare nuovi amici, di fatti per ora è solo su invito. Ma credo l’intento sia proprio quello di creare una piattaforma di nicchia, lontana dalle dinamiche social attuali, evitando qualsiasi integrazione di sorta.

Al momento ho a disposizione tre inviti, se avete voglia di testarlo, commentate qui sotto 👇🏻.

Readng

Consumi mediali estivi

📚 Sto progressivamente abbandonando l’utilizzo dell’iPad prima di chiudere gli occhi e addormentarmi. Il motivo principale è proprio perché non riesco a prendere sonno. Ormai soltanto leggendo qualche riga su Kindle riesco a cadere in catalessi senza dover ricorrere alla melatonina.

A tal proposito, vi consiglio Spigole di Tito Faraci di cui ho letto qualche decina di pagine, sembra molto divertente e stilisticamente graffiante. Non vedo l’ora di procedere con la lettura. Prima di partire per le ferie magari vi lascio qualche consiglio di lettura estivo.

📼E visto che siamo in vena di consigli su come passare il tempo libero vi consiglio anche la serie tv Workin’ Moms. Produzione canadese, leggera e con tanto humour, affronta i problemi quotidiani dei neo-genitori che cercano di affrontare la vita nel migliore dei modi.

🎥 A proposito, unendo i due argomenti, ieri sera, mentre cercavo di prendere sonno finendo le ultime pagine di Dieci splendidi oggetti morti di Massimo, accompagnato da una leggera brezza origliavo la conviviale cena all’aperto dei vicini della palazzina di fronte. Sembravano dentro un film di Paolo Genovese e pur non comprendendo appieno l’oggetto delle loro discussioni avevo la sensazione conversassero sui piccoli problemi della vita facendoli apparire come fisica nucleare applicata alla cibo appena consumato.

Non so dire bene se li ho invidiati, vedendomi tra qualche anno a fare la stessa cosa, oppure se ho cercato di ricacciare nella mia mente quella fotografia serale dicendo a me stesso che non desidero realmente una situazione simile a quella. Una cosa è certa, avrei voluto avere a disposizione una telecamera e riprendere tutto, forse avrei vinto qualche premio a Venezia o Cannes.

Fare marketing rimanendo brave persone

Del libro di Giuseppe Morici mi porto a casa sia delle nuove idee su come trattare il mio lavoro quotidiano, sia accorgermi che perseguo la stessa volontà di narrare un brand attraverso i giusti tool a disposizione. O almeno mi sembra di farlo.

Ho salvato questi due passaggi in chiusura del libro, si stagliano sopra tutti gli altri concetti per come si dovrebbe intendere questo mestiere, sia da chi lo fa quotidianamente, sia da chi dall’esterno spesso si sente il dovere di giudicare quando fatto.

Il marketing — se fatto bene, con onestà, con trasparenza e soprattutto con rispetto — è un’attività generativa di senso e di significati, a tratti persino meritoria forse, che aiuta le persone a vivere in un mondo più piacevole, perché fa loro conoscete le soluzioni utili per risolvere i loro problemi. Offre alle persone narrazioni, storie di marca, dalle quali le persone potranno, se vorranno, usufruire, godendone i valori e le emozioni, oppure semplicemente come fonte di intrattenimento.

Il marketing che ci piace — certamente — vende. Ma non vende tutto. Non a chiunque. E certamente non a tutti i costi. Il marketing che ci piace crea, ispira, ricorda, incanta, racconta, coinvolge, stimola, migliora. E soprattutto, nel più profondo rispetto del presente e del passato, si prende cura del futuro.

Mi permetto nel mio piccolo di voler aggiungere una sola postilla all’ottimo saggio, ricco di spunti ed esempi interessanti e snocciolati nella loro struttura.

Per chi fa marketing, il proprio lavoro è estremamente agevolato se a monte esiste un prodotto eccellente. Mi spiego meglio. Apple ha una reputazione di alto livello anche grazie alla qualità del proprio prodotto, idem tanti brand che le persone amano e fruiscono quotidianamente. Non dico sia semplice raccontarli, ma si hanno molti più stimoli nel narrarli e trovare spunti creativi per presentarli al pubblico.

Se la qualità della merce o del servizio offerto è scadente, povero nelle sue proprietà intrinseche, il mestiere di chi si occupa di marketing diventa estremamente difficile e potrebbe sfociare nella deriva che nel libro viene descritto come marketing cattivo.

The Game

Terminato The Game ammetto di non aver molto da commentare. Lo stile di Baricco è arzigogolato e pieno di iperboli linguistiche, ma molto facile da comprendere, coinvolgente e trascinante per chi ama la materia.

Il fil rouge del testo è rappresentare internet e l’evoluzione tecnologica di questi ultimi 70 anni come un’escalation evolutiva innescata dall’avvento dei videogiochi. Sotto gli occhi di tutti, le dinamiche videoludiche si nascondono in ogni pertugio della rete eppure vengono ancora demonizzati per la troppa violenza o concause di catastrofi ed eccidi di massa provocati dall’uomo.

Mi sono segnato alcuni passaggi per me interessanti e da portare con me nella costante esplorazione della connessione fra umani sia essa fisica od online.

Il primo spunto parte proprio da qui. Ridurre, ma in senso positivo quindi sintetizzare, le nostre due nature in una sola in fondo. Quando leggete o vi parlano de “il popolo del web”, non siamo sempre noi? Non è sempre la stessa gente che incontrate per strada che semplicemente è tornata a casa ed ha acceso un device?

Attrezzare il mondo di una seconda forza motrice, immaginando che il flusso del reale potesse scorrere in un sistema sanguigno in cui due cuori pompavano armonicamente, uno accanto all’altro, uno correggendo l’altro, uno sostituendosi ritmicamente all’altro

Questa definizione di connessione costante, lo scollamento del nostro io dal nostro corpo per frammentarsi i tanti piccoli pezzi e ritrovarsi altrove, perso in un mondo composto da infinite derive è una narrazione forte, piena di significato utile a raccontare l’esperienza di ognuno di noi attraverso l’etere.

Difficile non essersi sentiti almeno una volta così:

Incroci. Colleghi. Sovrapponi. Mescoli. Hai a disposizione cellule di realtà esposte in un modo semplice e velocemente usabile: ma non ti fermi a usarle, ti metti a LAVORARLE. Sono il risultato di un processo per così dire geologico, ma tu le usi come l’inizio di una reazione chimica. Colleghi punti per generare figure. Accosti luci lontanissime per ottenere lo forme che cerchi. Percorri velocemente distanze enormi e sviluppo geografie che non esistevano. Sovrapponi gerghi che non c’entravano nulla e ottieni lingue mai parlate. Dislochi te stesso in luoghi che non sono tuoi e vai a perderti lontano. Lasci rotolare le tue convinzioni su ogni piano inclinato che trovi e le vedi diventare confusamente idee. Manipoli suoni facendoli viaggiare dentro tutte le loro possibilità e scopri la fatica di ricomporli poi di nuovo in un suono compiuto, forse addirittura bello; fai lo stesso con le immagini. Disegni concetti che sono traiettorie, armonie che sono asimmetriche, edifici che disegnano spazi in tempi diversi. Costruisci e distruggi , e ancora costruisci, e poi di nuovo distruggi, in continuazione. Ti servono solo velocità, superficialità, energia.

Infine, un ultimo tratteggio di quello che personalmente ho interpretato come il fenomeno di questi ultimi 10 anni. Gl influencer. Siano essi blogger, youtuber, instagrammer etc. etc., sono tipicamente quelli che hanno compreso prima di tutti gli altri le potenzialità di una piattaforma non dal punto di vista puramente tecnologico, ma dal punto di vista narrativo. Hanno visto prima degli altri come utilizzarla nel modo corretto per trasformare una propria narrazione in una sorta di potere, monetario o di follower, d’opinione o lavorativo. Indubbio dire che siano stati in grado di formare un’élite.

Quanto e come si evolverà dipenderà soltanto da quale sarà la prossima piattaforma.

Non tutti sono uguali davanti al Game, alcuni giocano meglio altri peggio, e quelli che giocano meglio finiscono per condizionare il resto del tavolo da gioco, a rigirarlo come fa comodo a loro, a diventarne in certo modo i sorveglianti, o almeno i primi player, diventando qualcosa che possiamo tranquillamente chiamare col suo nome, per quanto adesso ci sembri sorprendente: diventano un’élite.

Kindle Oasis (2017) 9a generazione

Lo scorso autunno ho acquistato il nuovo Kindle Oasis da 8GB. La seconda versione del top di gamma della famiglia eReader di Amazon.

Ho deciso di puntarci per due motivi. Il primo, il mio vecchio Kindle (di ormai almeno 8 anni fa) stava tirando le cuoia e l’assenza di retroilluminazione mi stava infastidendo non poco, soprattutto nelle mie letture notturne.

Tuttavia, solo la scorsa settimana sono riuscito a utilizzarlo intensivamente.

L’Oasis ha un’ergonomia abbastanza interessante, ha una parte convessa sul retro che permette la presa con una mano sola e due tasti fisici di supporto, oltre allo schermo touch, per avanzare o retrocedere nelle pagine.

Non importa quale sia la vostra mano dominante, lo schermo è in grado di ruotare di 360° in modo da permettere di utilizzarlo indistintamente con la destra o con la sinistra.

La batteria

Mantenendo la luminosità automatica e la modalità aereo attiva e con qualche sync realizzato in Wi-Fi, la batteria del Kindle Oasis è durata 3 settimane senza la necessità di essere ricaricato. Con sessioni di lettura di intorno 1 ora e 30 min abbondante al giorno.

Sono abbastanza soddisfatto del risultato, permettendomi di partire senza cavi e senza l’apprensione che si sarebbe scaricato. Mi sarei aspettato di più, ma leggendo un po’ online si può prolungare la durata della stessa di un paio di settimane in più se si controlla il livello di luminosità manualmente e la si mantiene costantemente tra il 9 e il 10.

Impostazioni e aggiornamento pagina

Le impostazioni dell’Oasis consentono di fare moltissime cose, talune ereditate dai precedenti modelli di Kindle: condivisione sui social, sottolineare e prendere note, apprendimento di nuove lingue, un browser sperimentale, acquistare nuovi eBook etc.

Ma c’è una funzionalità sulla quale mi sono soffermato e non ne comprendevo l’utilità: Aggiorna pagina

Spulciando online ho dato conferma a quanto supposto. La funzionalità permette di attivare o disattivare il “refresh” dello schermo una volta che si cambia pagina. Cosa significa?

Se si guarda attentamente lo schermo dopo che si è girata pagina si può notare un effetto chiamato “ghosting”, alcune tracce dei caratteri della pagina precedente rimangono sullo sfondo. È un effetto molto difficile da notare, lo si inizia a percepire se si è una sessione di lettura continuativa di 100+ pagine senza aver spento o messo in pausa il Kindle. La convenienza di avere questa funzionalità settata su Spento è quella di avere una scorrevolezza più morbida tra una pagina e l’altra e un consumo minore della batteria.

Io l’ho lasciata sempre su Spento e non ho notato nessun effetto ghosting particolarmente accentuato. Scomparso subito dopo lo stand-by e la riaccensione successiva.

Mentre lasciarla su Acceso eviterà sì la comparsa dell’effetto ghosting in toto, ma si avrà un sobbalzo di una frazione di secondo tra le due pagine. C’è da specificare che di tanto in tanto il Kindle procede in automatico a fare un refresh dello schermo anche se la funzionalità è settata su Spento, idem avviene nel momento in cui il Kindle va in stand-by e poi viene riacceso.

La cover

Ho acquistato la cover in tessuto originale Amazon. Stranamente da quando ho ordinato l’eReader la custodia non è mai stata disponibile (ma ne trovate su ebay ancora intonse a prezzi decenti), né nella versione tessuto né in quella in pelle, con Amazon che suggerisce gli acquisti di accessori di terze parti. L’ho pertanto dovuta acquistare usata, ma in condizioni fortunatamente eccellenti.

Anche per gli altri miei accessori elettronici prediligo l’acquisto di accessori originali, mi è sempre sembrato che l’attenzione e la cura per i dettagli non è minimamente comparabile ai prodotti “non originali”.

Nonostante la custodia abbia recensioni mediamente negative, fa comunque il suo dovere, protegge bene la parte più importante e fragile, lo schermo, incastrandosi perfettamente con la parte concava dell’Oasis.

Usabilità

In generale il passaggio da uno schermo verticale a uno sostanzialmente quadrato non mi ha destabilizzato più di tanto, anzi, mi ci sono abituato praticamente subito. La leggerezza e l’impugnatura ergonomica consentono dopo poco di dimenticare il supporto fisico che si sta “reggendo”, consentendo di immergersi soltanto nella lettura.

La cover scelta, così come le tante altre proposte su Amazon, ha la possibilità di piegarsi su se stessa consentendo di fungere da piedistallo e utilizzare il Kindle appoggiato su una qualsiasi superficie, così come ho fatto durante il mio viaggio in aereo, lasciando l’eReader sul tavolino.

Conclusioni

Esteticamente rimane piuttosto anonimo, cercando però di distaccarsi un po’ dalla concorrenza, cambiando dopo tanti anni la classica forma a libro e abbracciando maggiormente l’ergonomia e la facilità con cui si deve reggere in mano. Riuscendoci pienamente a mio avviso.

Il materiale utilizzato per rivestire la parte posteriore è un alluminio molto resistente che non teme né acqua né sabbia. Non so dirvi la tenuta dello schermo, in quanto ho deciso di proteggerlo con una pellicola trasparente.

Tra i tanti “aggeggi” elettronici in mio possesso, il Kindle Oasis è sicuramente tra gli acquisti più azzeccati. Fa ciò che deve, lo fa meglio di qualsiasi altro (ho provato per qualche settimana un Kobo Aura HD, ma 👎🏻) e il prezzo, dopo un utilizzo intensivo, diventa più che giustificato.

★★★★

Bassa risoluzione

Essendo appassionato di storia dei media e di sociologia della comunicazione, così come ho fatto con il primo, non potevo non leggere il secondo libro di Massimo Mantellini: Bassa risoluzione.

Il libro descrive piuttosto bene, sfruttando le grandi tematiche sociali come sfondo al racconto, come la pervasività della tecnologia nelle nostre vite abbia fatto si che tutto scivolasse verso il basso. Un decadimento o una sintesi, se preferite, verso l’analitico e il sintetico. Una perdita di qualità dettata dalla superficialità di fruizione dei contenuti, dettata più dall’apparire che dall’essere.

Massimo nel libro racconta piuttosto bene alcuni episodi sotto gli occhi di tutti, musica ascoltata con impianti da qualche spicciolo, fotografie scattate più con gli smartphone che con reflex professionali, la costante ricerca di lasciare o scovare una traccia si è imposta sulla profondità e la qualità.

Ciò non è necessariamente un male, anzi, ha permesso al progresso tecnologico di attecchire e di rispondere ad esigenze di cui non sapevamo nemmeno l’esistenza.

C’è stato un solo passaggio dove non mi sono trovato particolarmente d’accordo. Quando nei primi capitoli si parla di Internet come il non-luogo e dei tempi dell’iperbiografismo. Ovvero, lasciamo così tante tracce in rete di noi stessi che possono funzionare da biografia-testamento personale.
Tuttavia credo che sì, Internet ci dà la possibilità di raccontarci con immagini e testo, ma lo spettatore non saprà mai fino in fondo ciò che sta dietro quella cortina digitale. Le emozioni risiedono dietro una fitta rete di interpretazioni che solo per sbaglio potranno coincidere con ciò che abbiamo realmente provato nel momento in cui abbiamo deciso di scattare una foto, produrre un testo o registrare un video e condividerlo online.

Concordo invece con la sua disanima sull’ altrove. Fatichiamo ancora a percepire Internet come qualcosa di reale, perché intangibile. Qualcosa che vediamo con gli occhi ma che cessa di esistere nel momento in cui ci allontaniamo da un dispositivo collegato ad esso.

Ciò che mi porto a casa è sicuramente la consapevolezza di come la tecnologia a nostra disposizione negli ultimi 30 anni abbia frammentato qualsiasi paradigma sulla quale si sia imposta, disgregando il pre-esistente e generando nuove piccole-grandi realtà inesistenti fino a quel momento: streaming di musica, Netflix, eBook e la lista potrebbe andare avanti ancora per molto.

Nel leggere il libro ho sempre avuto davanti fissa l’immagine di un imbuto al contrario, con la parte più stretta rivolta verso di noi, fruitori estemporanei ed effimeri, costretti a fare una scelta costante su cosa prediligere in una miriade di infinite scelte e possibilità di interazione culturale.

Il senso della “bassa risoluzione” sta probabilmente nel scegliere nel modo giusto cosa poi prendere a piene mani e approfondire perché più affine al nostro essere. L’interazione con i mezzi tecnologici e il modo in cui decidiamo di utilizzarli, beh quello è un altro paio di maniche.

La vista di Massimo da lì

Complice un relativo lungo viaggio fatto sabato mattina, sono riuscito a leggere tutto d’un fiato “La vista da qui”, il libro di Massimo Mantellini uscito il 30 agosto scorso.

Quando ho chiuso la copertina, dopo aver letto l’ultima pagina, mi sono appuntato molte domande. Tanti chissà… La prima, la più immediata, è se gli fosse servito questo periodo di soggiorno a Londra per riflettere con maggior intensità su quanto avviene in Italia, e così poterne scrivere un libro. Poi mi sono risposto da me, sul suo blog ne scrive praticamente ogni giorno, il motivo è stato forse per raggiungere quella metà di italiani che, come scritto nel libro, di stare sulla Rete proprio non gli passa dall’anticamera del cervello.

Le domande, come dicevo, non sono terminate.

Mi sono subito immedesimato nel “ mediatore sentimentale” in apertura del capitolo dedicato al copyright. Così come interpretiamo oggi il diritto d’autore quaggiù, ma allo stesso modo negli Stati Uniti, è qualcosa che necessita di una revisione sensata realizzata, soprattutto, da persone in grado di discernere l’ampliamento della conoscenza, dall’atto di pirateria a scopo di lucro. Massimo va al nocciolo della questione. Chi fa le leggi spesso non sa nemmeno di cosa sta parlando e ragiona con schemi non applicabili da media a media.

Internet in tutte le sue forme si è da sempre contraddistinto per replicare un modello già esistente nella creazione di cultura da parte dell’essere umano. Trasformare in qualcosa di diverso, migliore o peggiore è a descrizione del singolo, ciò di quanto già esistente. Combinare e fondere esperienze pregresse per ampliare gli orizzonti cognitivi.

Chissà cosa ne penserà ora Massimo, dopo aver scritto e pubblicato un libro e annoverandosi di diritto tra quella schiera di persone protette da copyright, se il suo libro dovesse essere copiato o fatto a “pezzi” e ricomposto per diventare “altro” in maniera del tutto free. Conoscendolo un pochino, credo di sapere già la risposta.

Tutto il testo, a mio modo di vedere, ruota attorno ad un concetto fondamentale seppur banalissimo, ma di cui una bassa percentuale di persone tiene purtroppo conto. Internet non è un mondo extra-terrestre, non è popolato da un Avatar nella concezione cinematografica del termine. Ci sono persone, ci siamo noi, e ci sono gli stessi medesimi comportamenti vigenti tra umani in carne ed ossa. Esiste solo un’intermediazione in cui non è prevista la presenza tattile. Chi non l’ha ancora compreso, non ha ancora capito di cosa si tratta.

Percorre questo fil rouge il capitolo dedicato alla privacy, dove il controllo della identità online è dato da quegli stessi strumenti in grado di amplificarne l’ego e la diffusione. E così come dobbiamo stare attenti a proteggere in un luogo sicuro le chiavi della nostra abitazione dopo averla chiusa adeguatamente, abbiamo tutti gli strumenti in grado di controllare quanto di noi vogliamo mostrare al mondo. L’importante è sempre avere il controllo ed evitare che le “chiavi” finiscano in mani sbagliate o siano facilmente rintracciabili. Chissà cosa avrebbe aggiunto Massimo al capitolo dopo quanto avvenuto nei giorni scorsi sul maggior caso di furto di autoscatti di nudo ai danni di alcune celebrità, per poi essere rese disponibili al grande pubblico.

Infine, sapevo Massimo sarebbe ritornato sulla questione supporti vs contenuto. Nel capitolo dedicato ai libri c’è un passaggio in cui mi sono rivisto nel mio essere lettore oggi. Per me il supporto non conta più, non preferisco quello elettronico alla carta e viceversa. Preferisco anche io il contenuto. Per questo ho comprato i 4 volumi delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco sia cartacei che in formato eBook. È la circostanza in cui mi trovo come lettore a fare la differenza e solo questa. Tuttavia siamo ancora “carcerati” dietro legislazioni medievali dove se acquisto un libro cartaceo non posso avere in automatico anche la versione elettronica, sebbene io stia acquistando l’opera di un artista, non il suo supporto.

È facile accorgersi di come in questo breve saggio Massimo non racconti di sé stesso, ma piuttosto della finestra affacciata sulla sua personale esperienza dell’Internet (si per me sarà sempre maiuscola) italiana di cui anche lui ha contribuito a crearne un racconto storico attraverso il suo ultra decennale blog. E una vista come la sua, carica di esperienza, ci dice che la verità sta nel mezzo, dove è necessario dotarsi di un occhio universale e non parziale per poterne comprendere le miriadi di sfaccettature. Sia positive che negative.

Un mio personalissimo consiglio: leggetelo in tempi brevi. È senz’altro da annoverare tra i volumi della storia dei media, ma fate in fretta, la scelta di un supporto cartaceo impone uno specchio dei tempi correnti molto limitato. Tra non molto quello scritto di Massimo sarà “solo” altra storia.

ps. Piccola nota per l’editore minimum fax. Avrei lasciato la pagina bianca subito dopo la fine, come chiesto dall’autore del libro.

A kind(le) of mess

Ok, come accadde per l’iPhone, c’è gente che crede che questo affarino risolva la fame nel mondo. Ok, ha venduto più dei libri di carta. Ok, Amazon ci sta facendo dei bei soldi. Ok, ma che senso ha dichiarare trionfalmente che è disponibile la spedizione anche nel Bel Paese se non c’è un solo libro in italiano?

Persino Corriere si dimentica di menzionare questo fatto.

Ora, lodevole l’iniziativa di aprire uno store, lodevole il fatto di non imporre blocchi regionali e farlo arrivare anche qui. Ma a che pro? Se poi non c’è un titolo che non sia in inglese. E vada per le sperimentazioni di pochi illuminati, ma ancora il giocattolo non trova spazio qui. A meno di essere super geek e/o appassionati di questi aggeggi, oppure assidui lettori anglofoni che amano tenersi aggiornati su patinati newspaper d’oltreoceano.

Inutile negarlo, è l’oggetto del momento, le grandi catene di tecnologia espongono versioni che scimmiottano il kindle come se piovesse. Purtroppo però nessuno dice agli acquirenti con ancora pochissimi rifornimenti di materia prima.

Non sono in grado di esprimermi sulla fruizione, se davvero si ha lo stesso piacere di lettura di un libro vero, ma ad oggi, benchè le future possibilità siano praticamente infinite, in Italia siamo sempre al solito punto. 20 anni indietro.