Fluxes #20: Scissione e Salisburgo

🧑🏻‍💻 Stasera ho iniziato Scissione. Sono alla seconda puntata e già lo adoro. Non avevo ancora incontrato il Ben Stiller regista. Non so nemmeno se questa sia la sua prima esperienza, ma non mi va di cercare. Mi piace quello che vedo. Adam Scott, John Turturro e poi dal nulla Christopher Walken. Ho già capito dai primi pezzi messi insieme il rumore di fondo della serie. Una fotografia sul rapporto vita lavoro molto bene congegnata per poterla denunciare senza giudizio. Nuova droga.

Solo un’altra volta prima di oggi mi è capitato di passare per l’Austria. Alle superiori a visitare il campo di concentramento di Mauthausen. Oggi ci torno per la seconda volta, per lavoro. Sono arrivato a Salisburgo domenica pomeriggio, complice la bella giornata e il tempo libero ho deciso di perdermi camminando per il centro. 

Non conosco altro modo migliore per scoprire una città. E fortunatamente Salisburgo sembra essere stata costruita proprio per questo scopo. Il tasso di bici rispetto alle auto mi è parso fin da subito 10 a 1. Ho subito pensato: ma qui passa un’auto ogni 10 minuti?!
Molto bene mi sono detto. Sembra davvero una città da prendere in considerazione per viverci, anche se il grande riserbo rimane sulle temperature invernali, ma penso nulla di inaffrontabile dopo essere stato in Islanda. 

Non so se una città, poi, si possa dire cosmopolita in base alle etnie e alle lingue che vedi e senti mentre cammini per strada. Ma se fosse questa la metrica senz’altro si meriterebbe questo aggettivo speciale. 

Che nella mia testa si è accoccolato accanto a un sostantivo in costante sovraimpressione oggi: pace. Non so se perché domenica, ma ho scordato il caos di Milano in poche ore. E sì che qui ci sono gli stessi abitanti di Monza, ma con un’estensione doppia per kmq. Sarà forse questo il motivo?

Vediamo domani.

Fluxes #18: Pesci d’aprile e quadri d’autore

🎣 Mai come quest’anno ho sofferto d’intolleranza verso i pesci d’aprile. Ancora peggio è andata al rispetto che nutrivo oramai per certe persone è sceso sotto livelli tollerabili, sia per l’età che hanno per fare simili scherzi, sia per il contenuto degli stessi. Davvero ci fate brutta figura e finisce che nessuno vi prende più sul serio. Da chi posta nuove posizioni di lavoro verosimili a chi cita un accordo segreto tra Spotify, Neil Young e Rogan. Bah, se vi divertite così…

🖼 Questo weekend l’ho trascorso in trasferta in un bellissimo hotel del Südtirol. Non è la prima volta che capito da queste parti e anche questa volta ho fatto caso alle pareti. Ci sono appesi quadri dipinti a mano di paesaggi effettivamente esistenti. Sono gli scorci nei pressi dell’hotel. Fateci caso la prossima volta. Mi sono sempre chiesto se siano commissionati, oppure a me piace pensare ai proprietari degli hotel che in bassa stagione girano per delle fiere delle pulci paesane ad accaparrarsi questi dipinti realizzati da artisti locali intenti a dilettarsi nel loro passatempo preferito.

L’internet del mettersi in proprio

Passo settimane ad osservare lo scenario contemporaneo di Internet. Le sue infinite possibilità di monetizzazione e non riesco a smettere di domandarmi dove io abbia perso esattamente il treno.

Se nel periodo dei blog morenti e la grande corsa alla content creation su Instagram, se quella di Twitch, se quella delle newsletter o dei podcast o forse i bitcoin e gli NFT. Resto ad osservare mentre il mondo sembra stampare contante sfruttando il momento, il sistema, all’apparenza avendo compreso molto bene quel qualcosa che a me sembra sfuggito.

C’è che ultimamente anche per questioni lavorative incontro sempre più creator, badate bene non necessariamente influencer, ma persone estremamente preparate che mi sento di definire (non etichettare) un crocevia composto da un po’ di intrattenimento, programmazione di un palinsesto, videomaking, montaggio e quel quanto basta di carisma per renderli riconoscibili. Se solo penso a nemmeno 15 anni fa tutto questo sembra fantascienza. Ovvio i risvolti negativi ci sono, come in tutte le professioni e qui zio lo spiega benissimo.

Ecco c’è un però, un però grosso quanto una casa. Dove ho mancato? Dove non sono stato sufficientemente bravo nel provare a portare avanti Fluxes prima, AC e Fuorigio.co poi e ora Go With The Flow?

Alla fine sono arrivato a una conclusione. Netta e precisa. Serve un ingrediente fondamentale. Un minimo comune denominatore emerso in ogni persona con cui sono venuto a contatto, o di cui abbia letto online, ha e ha avuto tra le altre cose soprattutto costanza. Non posso sapere quanta forza di volontà, quanto culo, quanta determinazione. Anche superficialmente è comune il portare avanti il proprio lavoro per mesi, per anni, no-matter-what. Anche se ci vogliono 20 anni per arrivarci.

Tutte le persone che stanno affrontando questo tipo di percorso o hanno sottratto del tempo ad altro, vuoi perché già in possesso di un lavoro “regolare” e quindi via di nottate senza sonno e addio a fidanzati e fidanzate, oppure hanno intrapreso questa strada prima di diventare maggiorenni, crescendo con le piattaforme, facendole proprie e padroneggiandole meglio di chi le ha create. Resto a bocca aperta talvolta dalla qualità dei contenuti degni di una grande casa di produzione. C’è impegno, voglia, qualità, ma soprattutto tempo. Risorsa per me al momento scarsissima e che non mi consentirebbe di approcciare quella seconda strada in una maniera seria e per l’appunto costante. È così, non si scappa. Perché nel tempo libero al momento trovo più appagante godermi la vita.

Ecco forse mi è mancata la costanza di voler portare avanti una passione parallelamente al mio lavoro principale cercando di ricavarci una remunerazione alternativa. Per dirla meglio, cercando di farne un lavoro. Non me ne lamento, non me ne rammarico. Tutti i lavori che ho fatto in passato mi sono sempre piaciuti, figuriamoci quello attuale. Tuttavia eccomi qui ancora a domandarmi, dopo che nel giro di una settimana due diverse persone mi hanno domandato Ma perché non apri un canale Twitch anche tu? se prima o poi dirò addio a tutti e mi ritirerò a streammare da qualche oscuro luogo del pianeta diventando parte anche io dell’internet del mettersi in proprio.

Ne usciremo migliori

Dicevamo così, un anno e mezzo fa, dopo i primi mesi di pandemia. Andrà tutto bene, ne uscirà un’Umanità migliore, abbagliati dai delfini nei canali di Venezia e da una spasmodica ricerca di felicità dopo una reclusione improvvisa e inattesa.

Sono passati esattamente 2 anni da quando scrissi per la prima volta di questo fastidioso virus. Ci ha stravolto la vita, ci ha diviso, ci ha trasformato forse per sempre e per generazioni. Sicuramente non rendendoci migliori, ma più incazzati, più problematici e violenti.

E ora alle soglie di una folle guerra mi fermo a domandarmi se tornerà mai il 2019. Celebro questi due anni ricordando che ancora c’è vita e c’è ancora modo e tempo per cambiare nel nostro piccolo il nostro stile di vita e quello di chi ci circonda.

Non voglio più perdermi l’occasione di farlo.

Troppo di tutto

L’altro giorno mi sono imbattuto in questo tweet. Caro amico non ti conosco, ma quanto scrivi è di una semplicità e verità imbarazzanti.

È facile che l’abbondanza donataci dalle varie code lunghe accessibili grazie a Internet e alle innumerevoli piattaforme ci sopraffaccia lasciandoci sperduti su cosa fare la sera dopo cena. Continuo con l’episodio della serie TV lasciata a metà? Vado avanti con la campagna di Halo Infinite o leggo qualche pagina dell’ultimo romanzo di King direttamente dal letto?

È il male del nostro Tempo quello di non avere tempo. O forse abbiamo troppo con cui riempirlo, il troppo sgomitante in cerca della nostra attenzione in un numero di ore che è sempre, e da sempre, lo stesso. Il primo competitor di Netflix? Il sonno, tanto per dire.

E quindi che fare? Lascia stare tutte le liste online, i sedicenti guru dell’ovvio che sanno solo consigliarti di fare decluttering, disinstallare le app dal tuo telefonino, allontanarti dal digitale il più possibile per vivere una piena vita analogica. Io penso che le poche regole di base siano due, fare ciò che ti pare del tuo tempo per apprendere il più possibile alimentando al tempo stesso le tue passioni godendoti la vita, e la seconda di non portare mai uno schermo che non sia un televisore dentro la tua camera da letto, facendo altrimenti distruggeresti il tuo sonno.

Basta. È il solo modo che ho trovato io per contrastare questo bagno culturale nel quale è facile annegare, ma se ti abbandoni e ti lasci cullare “facendo il morto”, galleggi alla grande e anche se ti perdi qualche pezzo per strada non succede nulla. Ma soprattutto non importerà a nessuno.

Fluxes #17: Novax Djokovic e Wordle

🎾 Della vicenda di Djokovic, che badate bene non è ancora finita fino a lunedì, non critico tanto il libero arbitrio del giocatore. La scelta di vaccinarsi o meno sono affari suoi. Lo sono meno se mettono a repentaglio la salute degli altri, ma soprattutto c’è il tentativo di essere sopra la legge utilizzando la giustificazione dei meriti sportivi. Benché per quel che mi riguarda si dovrebbe procedere a un obbligo vaccinale esteso, mi interessa di più il comportamento eccellente dell’Australia.

In primis sarebbe bello scoprire chi gli abbia rilasciato questo benedetto permesso e messo su un aeroplano senza la documentazione valida per poter fare il suo ingresso in un Paese dove vigono certe regole. Seconda riflessione, nemmeno il più forte giocatore al mondo e tutto il carrozzone di soldi che porta con sé può essere al di sopra delle regole. E l’Australia ha dimostrato la sua integrità. Secondo voi cosa sarebbe successo se si fosse presentata la medesima situazione qui da noi in Italia? Ecco, mi auguro soltanto che con il ricorso in atto non si giunga ai soliti tarallucci e vino.

🆎 La storia che sta dietro al puzzle game Worlde è troppo tenera. Già il fatto che il suo creatore si chiama Wardle mi ha mandato fuori di testa, ma leggendo questa intervista sul Times si viene a sapere che è stato creato per la sua compagna e per il loro puro divertimento. L’1 novembre 2021 aveva soltanto 90 giocatori quotidiani, un mese dopo oltre 300.000, oggi si è diffuso a macchia d’olio in tutto il mondo. La sua bellezza sta nella sua semplicità, non ci sono pubblicità, non ci sono link, c’è solo il gioco e la possibilità di condividere i propri risultati. La scarsità di giocabilità limitata a un tentativo al giorno è proprio la chiave del suo successo, sì crea un’abitudine e non una dipendenza. Le parole con 5 lettere in inglese sono circa 12.000, ma il suo creatore si è limitato a utilizzarne soltanto 2.500, le più comuni, per circa 6 anni dovremmo essere a posto in termini di longevità. Vediamo se sarà soltanto uno dei tanti meteoriti di Internet.

Fluxes #16

+ Durante questa breve vacanza negli Stati Uniti ho fatto un bel detox digitale. Ho prediletto la lettura sopra ogni altra cosa e in una settimana ho terminato 3 libri. Su tutti, le 545 pagine di Billy Summers. Al di là di essere uno dei più bei romanzi di Stephen King da un po’ di anni a questa parte (veramente consigliata la lettura), ha triggerato la mia sopita voglia di scrivere. Oltre alla citazione all’Overlook hotel di Shining secondo me King furbescamente parla del suo amore per la scrittura, ma soprattutto per la lettura e lo stretto collegamento tra le due cose. Lo fa in tutto il libro e tra le ultime righe fa dire a uno dei suoi personaggi proprio questo:

[…] Tu sapevi che poteva succedere una cosa simile? Sapevi di poterti sedere davanti a uno schermo o a un quaderno, e cambiare il mondo? È una cosa che non può durare, perché il mondo torna sempre quello che è nella realtà, ma prima che succeda, la sensazione che provi è incredibile. Non ce’è niente che valga di più, perché puoi fare in modo che le cose vadano esattamente come vuoi tu […]

Voglio provarla anche io quella sensazione, perché è parzialmente ciò che provo quando scrivo qui. Vorrei scrivere qualcosa di più concreto, qualcosa che possa essere pubblicato. Aggiungici un secondo trigger, quello di Alessio e il suo corso di scrittura creativa, ed eccomi qui a voler progettare di fare lo stesso. Sono anni che ripeto a me stesso questa cosa, non so bene da dove scaturisca e nemmeno da dove iniziare, so solo che il mio unico proposito per il 2022 sarà questo.

+ Il paradosso di WordPress? Open Source non equivale a gratis. È bene ricordarlo. Oltre alla lettura dell’articolo mi è giunto lampante quando Automattic mi ha ricordato di versare 300€ nelle sue casse per mantenere vivo il mio blog con tutte le funzionalità correlate per poter rimanere così com’è. Paradossale come avessi vinto la gratuità perenne per Squarespace (ora lo utilizzo soltanto come vetrina iniziale) che all’opposto chiaramente si posiziona come software chiuso e su licenza.

+ Tornato dopo una settimana negli Stati Uniti ho pensato a come mi sono sentito e ho deciso di dare un nome a questa sensazione. L’ho chiamata: la presa di coscienza di Miami.
Avete presente lo spot della Molinari? Italiani caciaroni e macchiette? Beh, gli americani urlano come dei disperati in qualsiasi luogo e a qualsiasi ora che al confronto noi italiani sembriamo cinguettare. La seconda presa di coscienza arriva dal clima. E non parlo degli stupendi 26 gradi perenni di questa settimana. Parlo dell’ambiente e di tre cose che ho notato:

  • Non esiste la raccolta differenziata a Miami. Non so nel resto degli States. Ma lì no. Non me lo ricordavo dalle precedenti volte, ma questa volta mi ha fatto particolarmente effetto. Buttare tutto insieme nello stesso sacco, una coltellata al cuore.
  • L’aria condizionata accesa sempre. Ovunque. Penso a una temperatura impostata sui 16 gradi in tutti i supermercati e nelle case accanto alla nostra si sentivano i radiatori esterni andare 24h. Noi abbiamo vissuto da dio senza accenderla nemmeno un minuto in 8 giorni. Avranno tutti le scalmane?
  • Auto elettriche. D’accordo ho visto un buon numero di Tesla, ma non sufficiente. Mi sarei immaginato un’invasione di auto elettriche, per dire in Portogallo in proporzione ne abbiamo viste molte molte di più. Di contro, praticamente solo bolidi di altissima cilindrata.

Ps. Sì sono ripartiti i flussi. Qui ci sono tutte le altre puntate. Spero davvero di poter scrivere molto molto di più nel 2022.

Ventiventidue

Quest’anno è stato un anno atipico. Ho scritto meno di qualsiasi altro anno e non ne ho sentito la mancanza. Anzi. Dice, come mai?

Per me la scrittura è sempre stata e sempre sarà un momento per me, di riflessione, di “download” dei pensieri per scaricare mente e corpo. E allora cosa è successo?

Semplicemente mi sono dedicato ad altro. Serie TV principalmente, battendo ogni record di visione dal 2013 ad oggi. Ma soprattutto un nuovo lavoro da metà anno in avanti nel quale ho buttato corpo e anima grazie a un ritrovato entusiasmo per quello che reputo di saper fare meglio.

Ecco tutto. Ah sì, sono ritornato prepotentemente a ritagliarmi i doverosi spazi da dedicare al gaming e questo ha inevitabilmente sacrificato il tempo per scriverne. Chissà se nel 2022 riprenderò a fare anche quello prima o poi.

Ad ogni modo, il classico recap di fine anno è pronto e adesso ve lo cuccate come al solito. Qui trovate le precedenti edizioni: 20202019201820172016201520142013.

  • Forse il poco scrivere è stato anche frutto del cambio di piattaforma e di dominio. Il poco interesse da parte di chi legge mi ha demoralizzato un po’, ma del resto ormai un testo scritto cattura l’attenzione come una lezione di fisica quantistica in Università.
  • E quindi? Ci si è provato a sposarsi altrove, inventarsi nuovi strumenti per comunicare, tipo Clubhouse. Ma che fine ha fatto? Soprattutto c’è qualcuno che lo utilizza ancora?
  • Nel frattempo nel paese dove abito è arrivata la prima rudimentale forma di fibra, FTTC, questo mi ha costretto a dover rivedere tutto l’impianto di casa. Ed ecco il post più letto e cercato online dell’anno.
  • A febbraio Spotify ha fatto una serie di annunci interessanti. Tra cui Spotify HiFi. All’alba di un nuovo anno quell’annuncio di proposta di ascolto in alta definizione ancora non ha avuto seguito. Uno dei più grandi fail da parte di Spotify. Anche perché è rimasto l’unica piattaforma insieme a Google a non avere un offerta in tale direzione.
  • Al di là di #SpotifyWrapped utilizziamo tantissimo anche le radio di Sonos che sono indubbiamente le playlist maggiormente curated e ben fatte di sempre. Quindi tengo traccia ormai da molti anni di tutto quello che ascolto su Last.fm. Quest’anno la musica è stata una costante, più di ogni altro anno. Evviva.
  • Immancabili le serie TV. Quest’anno hanno occupato gran parte del mio tempo libero, se non tutto. Da quando ne tengo traccia sembra che io abbia spaccato quest’anno.
  • Il post a cui tengo di più? Il nostro viaggio in Portogallo. Sognato da tempo, fatto come avremmo sempre voluto. Qui c’è il racconto dei nostri 12 giorni.
  • Non ho mai parlato prima, ma quest’anno mi sono invaghito del Padel. Ho perso la testa letteralmente, senza contare il fatto che hanno aperto ben tre campi a 2 minuti da casa mia, per uno sport estremamente divertente e che mi ricorda i miei passati da tennista.

Sì. Mi auguro di poter scrivere di più, è ovvio. Nella vana speranza che i blog possano tornare a significare qualcosa senza dover essere per forza essere travestiti da newsletter o da lunghi post sui social network. Ad ogni modo, buon 2022, che possa portarvi ciò che desideriate di più. Io non mi sento di augurarmi molto di più, sono a Miami mentre vi scrivo, in spiaggia con mia moglie. Non posso davvero chiedere di più.

Giocare di squadra

In questi ultimi giorni dell’anno trovo questo splendido post dell’ormai prossima ex direttrice di Donna Moderna, Annalisa Monfreda, e il suo racconto sul processo legato alle sue dimissioni. La chiusura però riguarda tutti noi. C’è chi è più fortunato e chi meno. Ma siccome sono passato attraverso qualcosa di molto simile, una volta che le porte del mondo si sono chiuse alle tue spalle e rimani solo con i tuoi pensieri dentro casa, meglio avere una squadra in grado di non farti mai sentire inadeguato.

Grazie Annalisa per avermi ricordato di quanto sia fortunato anche io.

E veniamo all’ultimo privilegio, quello che ho. Non avrei mai compiuto questo passo se stessi giocando la partita da sola. Non si tratta solo di essere in coppia, ma di avere una relazione che, per quanto imperfetta e migliorabile su un’infinità di aspetti, assomiglia tanto a una squadra. Ecco, far parte di una squadra è la condizione psicologica ideale per affrontare il rischio. Ci è già successo in passato. Ho convinto lui a lasciare una situazione lavorativa tossica, l’ho motivato a prendersi il tempo per studiare, a non affannarsi a cogliere la prima occasione ma ad avere la pazienza di aspettare quella giusta. Per lui è stata dura da accettare, ma ha funzionato. Adesso sta facendo lo stesso con me. Ogni mattina ripulisce il campo della mia mente dai residui di sensi di colpa e paure lasciati dalla notte. Sa che quella è la rampa di lancio da cui un giorno o l’altro dovrò decollare e lui si è preso in carico la sua manutenzione. Mi sprona a studiare, a progettare, sfida le mie idee come farebbe con quelle dei suoi clienti, perde la pazienza quando io perdo la fiducia. Il vero senso di giocare in squadra è che giochi anche quando sei in panchina. Giochi anche mentre ti riposi e ti ricostruisci i muscoli. E questo è il vero privilegio che oggi mi riconosco: poter vivere questa scelta come una opportunità di ridisegnare il lavoro, l’esistenza, i miei stessi sogni.

Libertà di vivere

È dal weekend appena passato che ho iniziato a interrogarmi sulla faccenda Green Pass e le decisioni prese dal governo italiano. Ho un’idea ben precisa e netta, la salvaguardia della salute viene prima di ogni altra cosa e se l’introduzione serve anche a non bloccare nuovamente l’economia del Paese, ben venga. Chi si sente minacciato, non sa cosa vuol dire libertà, ma ancor di più non ha mai saggiato una vera e propria dittatura.

Purtroppo questa finta nuova Resistenza non solo offende la memoria, ma mi ha fatto vergognare di essere italiano e di avere concittadini di tale rango. Ma, nel riordinare un po’ i pensieri, questi giorni fortunatamente ho riscontrato di non essere in una piccola bolla in cui la camera dell’eco fa il suo dovere. Di condividere posizioni sensate e utili a sconfiggere il virus, perché sai a un certo punto il dubbio ti viene pure di non aver capito un cazzo. Ne hanno scritto gioxx, Leonardo, Loweel e molti alti blogger. Mi sento di riportare però le parole dell’editoriale di stamani di Fulvio Giuliani, che riprendo qui sotto:

Chi strepita di attacco ai valori della Costituzione dovrebbe almeno porsi il problema di proporre una soluzione alternativa, ma per gli improvvisati paladini anti Green Pass basta urlare «Libertà, libertà!». È la stessa Italia – né di destra né di sinistra – persa pochi anni fa dietro a «Onestà,onestà!». Quel Paese che non propone ma accusa, e che non si fa scrupoli dimettere persino in campo simboli e terminologie mutuati dalle pagine più oscure della storia.

Si può dissentire, avanzare critiche e dubbi ma quando si arriva ad appuntare al petto un astella di David, quando si paragona un banale strumento amministrativo all’eugenetica nazista, significa aver perso il contatto con la realtà e con le proprie sinapsi.È intollerabile agitare certe parole d’ordine e per il solo gusto di urlare l’ennesimo No.

Anche chi presta i propri raffinati ragionamenti alla parte più becera della protesta farebbe bene a interrogarsi su dove possa portare un generico richiamo alla libertà dell’individuo, in dispregio di qualsiasi rispetto o tutela della libertà del prossimo. Così come sarebbe anche ora difinirla con l’abusata teoria del Grande Fratello dietro il Green Pass o le richieste di tracciamento.

Chi ama urlare alla morte della privacy farebbe bene a riflettere sulle centinaia di volte in cui ha prestato il proprio consenso su moduli cartacei e online per accedere a servizi o fare acquisti. A tutto vantaggio di quegli stessi colossi digitali contro cui sarà pronto a scendere in piazza per un altro, ipocrita No. Se spaventa il tracciamento per contrastare la pandemia, dovremmo alzare almeno un po’ la voce per difendere la nostra vita, regalata con indifferenza a un algoritmo.

Da La Ragione del 27/07/2021

L’ignoranza uccide più della spada. Ovviamente è un proverbio e molto figurato, ma è una sconfitta dell’umanità assistere a certi atteggiamenti scaturiti dalla scarsa e mala informazione e la cecità prodotta da un incitamento da social media di massa. Questa è la vera deriva pericolosa, altro che dittatura.