Bisogna essere forti

Benché ultimamente mi sia passata la voglia di parlarne, non vuol dire che il problema sia sparito. Prendo in prestito le parole di Giulia su quanto sia assolutamente normale lo stare male in una situazione del genere.

Nel discorso di Giuseppe Conte di domenica c’era una cosa, una scelta lessicale che mi è arrivata dritta allo stomaco: la richiesta al paese di “Essere forte”. Sorvolando su quello che è stato e non è stato fatto per potersi permettere di fare questa richiesta a cuor leggero, mi pare che tanto per cambiare si torni a un concetto di “forza” che è profondamente distruttivo, in cui la malattia mentale, la sofferenza emotiva, la rabbia e il panico devono essere repressi perché la vulnerabilità non è concessa. Essere fragili è un peccato mortale, bisogna essere “forti”, se non sei forte meriti di soccombere. Un’idea muscolare, machista dello stare al mondo: e infatti la questione della salute mentale non entra mai nei discorsi del Presidente del Consiglio. I soldi sì, i sussidi sì, l’economia sì: la salute mentale, no. E la salute mentale, a questo punto, è un problema grosso quanto i mostri nella nebbia. È assurdo, quasi disumano chiederci di essere “forti” quando non conosciamo l’orizzonte temporale delle cose, non possiamo fare piani o progetti e dobbiamo rinunciare a quasi tutto quello che ci fa stare bene. E non è un problema di Conte: nelle domande dei giornalisti, la questione della salute mentale è quasi sempre assente. Stiamo vivendo una condizione di trauma collettivo che rischiamo di trascinarci per generazioni, se non viene riconosciuta e tenuta in considerazione.

Stare male è normale. Lo è sempre stato, ma ora più che mai, e dobbiamo abbandonare l’idea che lottare per stare bene sia obbligatorio. No, gente, stare bene a questo punto è facoltativo. Se non ce la facciamo, se stiamo male, se siamo apatici e tristi perché dopo otto mesi non sappiamo ancora come e se ne usciremo (e l’Italia non è l’unico posto dove le cose vanno ancora male), se siamo depressi e abbiamo bisogno di aiuto, ecco, è normale. Forse questo è il momento di parlare seriamente di salute mentale, oltre che di salute fisica. È il momento di affrontare la paura della nebbia, prima ancora che dei mostri. E non a livello individuale, ma a livello comunitario, con un discorso chiaro che accetti il malessere come parte normale dell’esperienza umana, soprattutto in questo momento straordinario, condiviso in tutto il mondo come neanche le guerre mondiali sono mai state. Stiamo male. Accettiamolo. Abbracciamo il dolore, la stanchezza, l’abulia. Parliamone. Diciamolo agli amici, se non all’analista. Condividiamolo, questo star male. Non ci rende meno, ci ricorda che siamo vivi.

A new life

Finalmente.

È la prima parola che mi balza in testa a ripensare a queste ultime settimane.

Un po’ per scaramanzia, visto che abbiamo dovuto già rimandarlo, un po’ perché c’erano veramente tantissime cose da preparare, ho trascurato il blog. Ho scordato di celebrarne gli 11 anni di attività, di scrivere di Xbox Series X|S e di Playstation 5, del mio fantastico addio al celibato, di queste due settimane settembrine in Sardegna per la nostra quasi luna di miele, ma tant’è mi serviva tutto il tempo del mondo per dedicarmi a ciò che conta davvero.

E sì, insomma, l’ 11 settembre ci siamo sposati. Come volevamo, una grande festa, con gli amici più cari. Contro il COVID-19, contro il meteo avverso, contro le piccole difficoltà di organizzazione.

Qui sotto c’è un piccolo foto racconto della giornata.

Ps. Una faccenda estremamente importante durante un matrimonio, così come durante qualsiasi evento di intrattenimento, è la musica. La musica va scelta, selezionata accuratamente, potrebbe essere quel piccolo elemento chiave in grado di svoltare la serata. Noi ci abbiamo impiegato un bel po’ di mesi per costruire la nostra personale playlist. In realtà sono tante playlist divise per i vari momenti della celebrazione, ma per comodità le unite tutte in una sola e la trovate qui: contz.co/weddingsoundtrack

Ci tengo particolarmente, quindi fatemi sapere che ne pensate.

https://frankcatucci.smartslides.com/noemi-andrea?pt=ed

Non parlarmi, se puoi, di Covid-19

Sia chiaro, abbassare la guardia mai. La prevenzione ovviamente, mai come oggi, è la miglior cura. Però ecco, dopo 5 mesi l’argomento Covid ha iniziato a stufare un pochettino …

There is no escaping COVID-19. Not even in casual conversation. I’m a little reluctant to admit this, given how bad the situation is, but I am tired of all of the COVID conversations. It’s enough having to deal with the pandemic in day-to-day life: working from home, with the kids around, and planning to work from home with the kids home when the school year starts; wondering if there will be a vaccine anytime soon; wondering when and if some sense of normalcy will return.

Clearly, the pandemic touches every part of our lives. But now, even casual conversation centers around the virus. It’s become common courtesy to ask someone how they are faring. I’m clearly conflicted over this. I get enough from the newspapers I read each day, and from the updates from our state and local municipalities, from the school system, from the recreation system. I hate to admit it, but COVID is the last thing I want to talk about in casual conversation

Anche io inizio a soffrirne. TG, Radio, al bar, al lavoro, su whatsapp, con gli amici. Oramai è il solo argomento di cui si parla o quantomeno lo si cita ancor prima di dire come stai.

E lo so, dell’assoluto controsenso di scrivere di Covid-19 mentre dico di non volerne più parlare, ne sono conscio. Eppure da qualche parte avrei dovuto scriverlo. Perché sai, iniziare a parlare con qualche business partner, non è poi così carino tagliare corto dicendo passiamo al nocciolo della questione.

Ad ogni modo. Anche basta.

Fluxes. Puntata 14.

+ Riscopro la bellezza di scrivere quando trovo nuove fonti da cui attingere ispirazione. Eh sì, talvolta anche aspirazione. Questa settimana ne ho aggiunti ben 3 alla collezione del mio feedly:

+ C’è un altro grande e grosso argomento di cui mi piacerebbe parlarvi, ma per scaramanzia preferisco non farlo. La scaramanzia è una scusante da persone poco intelligenti, ma siamo umani e ci aggrappiamo alle nostre piccole speranze e casuali conferme

+ Nonostante lo scarsissimo tempo libero a disposizione vorrei tornare con più costanza a parlare di videogiochi. Innanzi tutto per farlo bisogna giocarli. Sono a circa sei ore di The Last of Us Parte II e ho pronto e installato su Playstation 4 anche Ghost of Tsushima, ma ho come l’impressione che fino a fine di agosto non vedrete altre recensioni da queste parti

+ In linea di massima mi sto allontanando sempre di più da Facebook. Sto cercando di coltivare per quanto mi è possibile la mia passione per la fotografia e spero di poterne godere durante le mie vacanze mordi e fuggi di quest’anno. Prediligerò sempre di più il blog come unico luogo in cui diffondere idee, pensieri e piccoli appunti

+ Non ho più volutamente voluto parlare di Covid-19. Una volta terminata la fase di lockdown per me non ci sono più notizie certe e ufficiali a cui credere al 100%, quand’anche la comunità scientifica inizia ad avere delle opinioni discordanti, talvolta diametralmente opposte, anche al suo interno, è il momento in cui esprimere un’opinione personale risulta controproducente per il fatto che non ci si può basare su fatti, ma, appunto, su opinioni.

37

Il compleanno dei miei 37 anni me lo sarei immaginato differente, in una situazione diversa ma tant’è ce la siamo goduta lo stesso. Ho fatto un tour a Sale San Giovanni provando la Sony Alpha 7RIII con il nuovo obiettivo FE 20mm F1.8 G. Trovate tutto il reportage qui.

Nonostante tutto è stato un compleanno fantastico. 🥰

seiseiventiventi

Ieri mi sarei dovuto sposare. Fa già ridere scriverlo, figurarsi viverlo quanto possa essere tragicomico.

Non che, paragonato al resto dei danni nel mondo, il mio piccolo problema post covid-19 sia poi di gran conto, ma tant’è ieri ci siamo guardati con Noemi e ci siamo rimasti un po’ così, amareggiati e non come avremmo voluto.

E allora ci siamo fatti forza e ci siamo scolati qualche bicchiere di vino e siamo finiti per guardare Humanity di Ricky Gervais. Sempre pungente e con spunti di riflessione molto precisi. Di lui invidio la capacità di fregarsene altamente di tutto e tutti, conscio del fatto che tutto viene preso sul personale, perché la vita è prenderla sul personale, ma proprio per questo fa della comicità il carburante per affrontare qualsiasi situazione.

Non so come facciate voi a sopravvivere ai social media, ma in questo periodo mi trovo perfettamente d’accordo con il suo pensiero: le opinioni personali ormai equivalgono ai fatti.

E questa cosa, diventata ormai incontrovertibile sui social, ci sta portando a una deriva di ignoranza colossale, dove il solo fatto di potersi esprimere equivale ad avere in pugno la verità comprovata dalla scienza.

Ve lo consiglio.

Da oggi inizia un nuovo countdown, nella speranza di poter festeggiare con i nostri amici più cari.

Si riparte, -95.

Finalmente immuni (?)

A metà aprile scrivevo dell’app immuni. Esponevo i miei legittimi dubbi sulla questione, non sul funzionamento dell’app di per sé, quanto sulla sua utilità ed efficacia.

Sul primo aspetto non posso esprimermi, non avendola ancora scaricata (le motivazioni poco più sotto), ma voglio linkare sia l’articolo che il video a firma di Luca. Credo siano i contenuti più esaustivi sull’argomento e sarebbe bene che il governo imparasse da qui come comunicare una questione all’apparenza complicata, come un’app e la relativa gestione privacy, utilizzando dei termini comprensibili alla maggioranza della popolazione italiana.

Il lavoro della community tecnologica italiana, o meglio di chi quotidianamente la racconta attraverso siti, blog, video, podcast e molto altro dovrebbe essere questo. Informare, prima di ogni altra cosa, e forse in un momento come questo le critiche dovrebbero essere costruttive e non distruttive, quando si tratta di tutti gli italiani.

Passiamo alla seconda faccenda. Utilità ed efficacia.

Come già ribadito l’app avrà una vera efficacia se scaricata da circa il 60% della popolazione. La quale dovrà avere non solo dispositivi più o meno recenti (ad esempio funzionerà da iPhone 6s in avanti), ma anche con sistemi operativi aggiornati (dopo iOS 13.5). La colpa non è di immuni ma dei due principali produttori di software per smartphone e ci si deve adattare per forza di cose. Ma è indiscutibile che questa potrebbe essere una prima barriera al download.

La seconda, e qui non me ne voglia nessuno, sto provando a cercare online ma non riesco a trovare nulla sull’argomento (ad oggi ho trovato questo post, ma con immuni non ha molto a che fare), è come vengono trattati eventuali falsi positivi, se mai ce ne saranno o meno in prima battuta.

Altra domanda, io lavoro in un luogo che ospita decine di migliaia di clienti durante la settimana. Ospiti di ristoranti, bar, negozi. Per svariate ragioni ne incrocio buona parte, vuoi perché vado a nutrirmi a mia volta, vuoi perché ho necessità di visitarne alcuni per questioni lavorative, ma magari io sono in locale, mentre il potenziale positivo è in quello affianco senza mai fisicamente incrociarci.
Mi domando se potenzialmente potessi ricevere mediamente una percentuale di segnalazione più alta di chi, per fare un esempio, è ancora ancorato alla scrivania di casa perché in home working.

Se c’è un argomentazione valida sulla questione, per favore illuminatemi. Per il momento attendo ancora prima di scaricarla, vorrei capirne di più e approfondire ulteriormente la questione. Sarà forse che applico un altro disincentivo personale al download, ovvero avere il bluetooth perennemente disattivato e non so bene per quale ragione non mi va di attivarlo per tutto il giorno.

Ok, sarebbe per una ragione più che valida e sarei disposto a farlo se fossi certo e sicuro della sua utilità ed efficacia. Vi farò sapere.

Si stava meglio prima

Questa nuova normalità non ci sembra più tanto nuova. È come la vecchia ma con una mascherina in più a dividerci.

Anzi è peggio, molto peggio.

Più distanti, più cattivi, più disumani di prima. Perché oramai se c’è in ballo la propria sicurezza, figuriamoci, apriti cielo.

E quindi col piffero che #andràtuttobene. Siamo allo sbando, di regole ce ne sono poche e molto confuse e ogni categoria cerca di difendere il proprio orticello inventandosi le più disparate soluzioni pur di sopravvivere.

E come non capirli?

Stiamo facendo tutti così.

E poi l’app che avrebbe dovuto permetterci di azzerare il contagio? Che fine ha fatto?

Questa mattina ascoltavo Radio 24, si citava un’inchiesta del NY Times su un paesino del nord della Germania. Lì hanno riaperto le scuole, considerate le spine dorsali di tutto il Paese. E lì, la prima cosa a cui hanno pensato è un test covid-19 all’ingresso.

Se sei positivo torni a casa e ci stai 14 giorni. Per il resto dentro la scuola tutto normale.

Chissà se da noi invece di pensare soltanto ai soldi delle TV per far movimentare il circo del calcio si arrivi a pensare anche a qualcosa del genere?

Intanto, ci teniamo questa fase 2. Una brutta copia di quella lasciata a fine febbraio e che speravamo di non ritrovare.

La “fase 2” è una schifezza ibrida, né di qua né di là: è la normalità di prima, ma il suo peggio. E non è più nemmeno eccezionale e temporanea, estrema: c’è traffico per strada, è tornata la politica stupida e polemica, i fessi si riscoprono fessi sui social network, e tutto intorno però è tristemente peggiorato.

Nelle prossime puntate

Settimana prossima quasi sicuramente utilizzerò l’auto per la seconda volta dal 10 marzo. Con buona probabilità andrò in ufficio per procedere con il trasloco nei nuovi locali. Una roba di un paio d’ore, ma sarà bello poterci andare, rivedere qualche collega e assaggiare una nuova normalità.

Negli ultimi giorni il lavoro si è intensificato, ci stiamo preparando ad un’eventuale, plausibile, apertura il 18 maggio. Sarà sfidante, immagino, ma allo stesso tempo temprante. Un’esperienza dalla quale imparare sicuramente qualcosa.

Nel frattempo è scoppiato il caldo, ci siamo rinchiusi in casa a marzo con i cappotti, ne usciremo in costume da bagno praticamente. Oggi o domani ci tocca pertanto il cambio armadi.

Continuo con le mie passeggiate in campagna, proviamo a cucinare ricette sempre nuove e diverse e ormai sono veleggio verso i 6 kg persi. Spero di riuscire a mantenermi senza recuperarli di botto una volta ripresa la routine quotidiana.

Mi sono dedicato alla lettura, ho terminato Il Colibrì e adesso, dopo aver visto la serie TV Hunters, mi sto dedicando a Caccia alle SS.

Il tempo mi sembra essersi fermato. In alcuni casi persino tornato indietro, gli Oasis che pubblicano un singolo, chi consiglia di lasciare il college e dedicarsi alla propria startup, ma più di tutti la sensazione mi è arrivata fortissima passando tutti i giorni davanti l’asilo poco distante casa.

Fase 1 SE

Seconda edizione. Così mi piace chiamarla, perché io dal discorso di ieri ho capito veramente poco, ho colto tanta auto celebrazione — per 20 minuti abbondanti — e pochi passaggi significativi, utili a noi cittadini.

Cosa cambia? Poco o nulla in realtà. Perché? Una visione del futuro non c’è, è un andare a tentativi, che ok ci può anche stare all’inizio, ma ora?

Prendo in prestito le parole di Luca Sofri:

E potevamo aspettarci qualcosa di diverso? Come notano in questi giorni i commentatori in tutto il mondo, le classi dirigenti prodotte dal populismo e dall’indifferenza alle qualità umane e alle competenze stanno mostrando il loro mediocre valore e la loro inutilità nel momento del bisogno. E quelle prodotte da pigre e codarde reazioni progressiste al populismo, prive di progetti e ambizioni, mostrano al massimo qualche buona intenzione in più, e la stessa inettitudine.

Non potevamo aspettarci niente di diverso. I nodi, il pettine. La crisi non rende “migliori” sul piano delle capacità, della responsabilità, del coraggio, dell’intelligenza, della competenza: al massimo a momenti rende un po’ più buoni — alcuni — e quindi anche più indulgenti con le inadeguatezze altrui in tempi drammatici. Non è colpa loro, oggi: ma lo è stata ieri, loro e nostra, e ora ci teniamo questo, altro che Churchill.
Non possiamo fare altrimenti, adesso, e collaboriamo con questo: ma c’è sempre un futuro e magari ricordiamocelo, che persone servono — e che persone non servono — a guidare un paese.

Siamo in guai grossi e il peggio deve ancora arrivare.