Perdersi è la cosa migliore

Settimana scorsa ho salvato un articolo di Internazionale sulla gioia di perdersi qualcosa. Certo che prima o poi avrei trattato l’argomento.

Questa sensazione è in netto contrasto con una delle malattie dei nostri tempi: la Fomo (fear of missing out), cioè la paura di perdersi qualcosa. Secondo l’imprenditrice Caterina Fake, che ha contribuito a rendere popolare questo termine, la Fomo è “un vecchio problema, aggravato dalla tecnologia”: non siamo mai stati così consapevoli di quello che gli altri fanno e noi no. Facebook e gli altri social network provocano Fomo, e ne traggono profitto: li controlliamo continuamente anche per avere la sensazione di partecipare a distanza.

Ci sono tornato ieri col pensiero mentre guardavo Boyhood. Ad un certo punto il protagonista, in questo concentrato di passaggi cruciali della sua vita, nelle ultime battute pronuncia questa frase:

I want to try and not lead my life through a screen

Mi ha sulle prime ricordato una reazione alla Vita à la “Into the Wild”, ma dopotutto è ciò che ho fatto anche io da qualche mese. Ho dato ascolto al mio corpo e alla mia mente e semplicemente ho riassegnato delle priorità.

Come passare una giornata intera con qualcuno che non vedi da una vita, ma sai che in realtà c’è sempre stato. Provare a guardare un concerto intero cercando di lasciare il cellulare in tasca, anche se con poco successo. Stare vicino a chi ti fa capire di aver bisogno di te, ma non te lo dice per non sentirsi un peso.

Ciò che mi sto perdendo è la vita degli altri e non la mia. E questo è un pensiero a cui mi piace tenermi stretto.

In fondo non ci stiamo veramente “perdendo” qualcosa se, inevitabilmente, la stanno perdendo quasi tutti gli altri. Stare male per questo è come disperarsi per non essere in grado di contare all’infinito.

Sparire dal proprio blog accade sempre per un motivo. Ora sapete che mi sto perdendo nel Mondo, qui potreste trovarlo in differita.

Da E’ a È: Italiano e tastiere, una storia complicata.

Nemmeno poi troppo.

Al di là dei consigli utili dell’Accedemia della Crusca pubblicati su Facebook circa l’utilizzo corretto degli accenti, il più delle volte gli errori online, ed in particolare uno, sono causati da una scarsa conoscenza della tastiera.

A ragion veduta aggiungerei, visto che per Windows ad esempio c’è la necessità di ricordarsi un codice specifico o una combinazione di tasti.

Ripropongo quindi il post di Giovanni in cui spiega come facilmente sostituire il layout della vostra tastiera in modo da poter fare tutte le maiuscole accentate con la semplice combinazione di CAPS LOCK + à, è, ì, ò, ù.

31

Credo di non aver mai scritto per un compleanno qui sul blog. Non mi va nemmeno di andare a cercare nell’archivio. Tant’è mi sentivo di farlo.

Avevo salvato l’oroscopo di Internazionale nella settimana del 30 aprile con l’intenzione di postarlo proprio oggi. Qui, pur non credendo minimamente nelle arti divinatorie, ho solo ritrovato uno stato d’animo di questo mio personale momento storico.

Il che non è necessariamente riferito a persone in particolare e nemmeno a situazioni precise. È solo un sentire la profonda voglia di fare spazio a nuove “costruzioni”.

Quello passato è stato un anno intenso, forse più di tanti altri perché vissuto con piena consapevolezza di molte cose.

Tante sono cambiate restando le stesse, altre identiche mutando solo pelle. 31, una per ogni anno:

  1. È il secondo anno che vivo da solo
  2. Ho amato e mi hanno ricambiato
  3. Ho lottato, ho vinto e ho perso
  4. Vado all’assemblea di condominio
  5. Pago tonnellate di tasse
  6. Mi rispecchio sorridendo con gli scritti de I Trentenni
  7. La bellezza di vivere in un’epoca tecnologica come questa
  8. Con buona pace di “Quelli che…i blog sono morti”
  9. Il tempo non basta mai. Mai, mai, mai
  10. Per questo seguo 5 serie TV, scrivo su due blog, videogioco (verbo) come mai prima, e ho iniziato a leggere tutti i 12 libri de Le cronache del ghiaccio e del fuoco
  11. Ho visto i delfini, davanti la Corsica attraversando il Tirreno
  12. Ho scritto di come poter cambiare il mio Comune prima delle elezioni e da un paio di settimane lo sto facendo supportando il team di comunicazione con la pagina FB e Twitter. La passione, anche di pochi, porta lontano
  13. Da qui, se le cose non inizi a cambiarle tu, nessuno lo farà per te
  14. I miei migliori amici stanno per avere una bimba. Non piangevo di gioia da tanto tanto tempo
  15. Ho appena allargato il layout del blog. Siamo nel 2014, il 1920 dove essere il minimo della risoluzione degli schermi di tutti voi
  16. Al lavoro c’è la magia di sfidare solo una persona. Me stesso. Ci sto riuscendo
  17. Barbalbero e Fabri Fibra hanno ragione da vendere. Quando nessuno sta dalla tua parte non stare dalla parte di nessuno
  18. Non si può controllare ogni singolo aspetto della vita. Nonostante siano ancora i dettagli a fare la differenza
  19. Tutti buoni a fare gli espertoni di calcio solo quando c’è il mondiale
  20. Ok e chi non lo fa?
  21. Le priorità a corto raggio sono le più difficili da gestire. E hanno la capacità di concentrarsi tutte nello stesso momento
  22. Per la prima volta in vita mia ho vinto un concorso
  23. Non sono mai stato a NY prima dei 30 anni. Dopo averli compiuti ci sono andato 3 volte in 4 mesi
  24. Nessuno può uccidere le emoticon
  25. La musica in streaming sarà lo standard del futuro
  26. Avere un ADSL che funziona è solo culo. Solo e soltanto culo
  27. Nessuno è mai troppo giovane o incompetente per non essere considerato
  28. Her. Ho timore a riguardarlo
  29. Queste pagine sono tra le cose a cui tengo di più. Sono me
  30. Grazie mamma. Grazie papà
  31. Non mi importa più del compleanno, è solo un anno in più da aggiungere, un anno in meno da godere

Il Never Give Up di Simone farebbe di tanti posti, un posto migliore:

Il fondamento del “pensare positivo” sembrerebbe essere che a pensare negativamente ci si attiri addosso solo sventure. Ciò mi trova d’accordo. Ma non giustifica il pensare positivamente come soluzione*. Esiste infatti la terza via: pensare e basta. Che nella sua accezione naturale significa vedere il bicchiere e il suo contenuto senza focalizzarsi sul mezzo vuoto ma neppure sul mezzo pieno: è solo un dannato bicchiere.

È il bello e il brutto di navigare a vista. Si vede l’orizzonte, la mappa c’è anche se ancora poco decifrabile.

L’importante è non mollare mai.

Ventiquattordici

Proprio come l’anno passato, anche quest’anno ho chiuso il mese riportando alla ribalta il tema dei blog e della loro, apparente, prematura scomparsa secondo l’opinione di qualche socalled guru del Web.

Ieri si aggiunge Dave Winer, uno che di blog se ne intende:

It’s important to feel free to tell your story even if it cues up other people’s permission to be jerks. Oh this person is showing vulnerability. Let’s make her pay! I get it all the time. I’ve been getting it since I started blogging in 1994. I still do it, because it’s what I do. I couldn’t stop, even though I’ve tried, any more than I could stop breathing.

Immancabile, inoltre, il suggerimento musicale di questi 365 giorni lasciati alle spalle e gli album meritevoli di ascolto. I primi due, visti anche in concerto.

Il primo è senz’altro AM degli Arctic Monkeys. Sicuramente dal mio punto di vista il loro miglior lavoro, maturità raggiunta, alternative rock quasi del tutto abbandonato per sonorità meno veloci, prediligendo una chitarra dolce e allo stesso tempo potente. Forte l’influenza di Josh Homme dei Queens of The Stone Age. Miglior album rock dell’anno. Da avere!

Il secondo è in realtà un album del 2012, scoperto tuttavia nel 2013 inoltrato. Si tratta del primo, ed omonimo album, di Jake Bugg. Giovane artista inglese con sonorità in grado di mixare il folk con il rock. Uno stile diverso da Langhorne Slim, ma che tanto mi riconduce a quella band. Profondo e sincero, un bravo autore molto tecnico. Trovate ora anche il secondo disco uscito da poco prodotto nientemeno che da Rick Rubin.

Il terzo ed ultimo, non in ordine di importanza è l’ultima fatica di Paul McCartney, New. Dopo i Beatles non ho mai ascoltato nessun altro lavoro del Sir, ma Spotify me l’ha suggerito come affine ai miei gusti. Devo ammettere, seppur vicino alle sonorità che lo hanno reso famoso, Paul aggiunge un pizzico della migliore verve rock indie. Innovatore, senza perdere se stesso. Merita un ascolto.

Gli auguri, come sapete, per me portano male, perciò non smettete di sognare in questo ventiquattordici.

Fratelli d’Italia

Il 17 marzo 2011 l’Italia ha compiuto 150 anni. La stragrande maggioranza degli italiani ringrazia. Non perché si è prodigata nel ricercare il valore di questo avvenimento, ma per i 4 giorni di ponte.

Povera Italia. Poveri noi. Perché l’italianità è racchiusa tutta qui.

Nell’ editoriale del 17 marzo, il direttore de La Stampa, Mario Calabresi, dice una grande verità. Ci manca il desiderio di futuro, il desiderio di eccellere, abbiamo smarrito il desiderio di fare qualcosa che nessuno ha mai tentato di fare.

la realizzazione personale e gli slanci individuali sono capaci di fare la storia se navigano insieme a quelli di milioni d’altri, se fanno parte di un progetto collettivo, se sentono di appartenere ad un’idea forte capace di far dimenticare le paure, di dare coraggio davanti alle difficoltà. Un’idea che parli di futuro, di impegno, di merito, di valore.

E non è strano il fatto che tutto quello per il quale veniamo riconosciuti all’estero sia frutto di storia, oggetti, valori che appartengono ad un tempo che non è più quello di oggi. Dove è finita la nostra italianità? Il genio italiano?

A me sembra che sia stato riversato in altro. Perché oggigiorno in Italia vige solo la regola del più furbo, di chi sa saltare meglio la fila mentre è in coda all’aeroporto o alle poste, di chi sa meglio fregare lo Stato con false invalidità, di chi mette a repentaglio la vita degli altri per aggiudicarsi la precedenza in strada, dell’amico che sa come fare ad avere gratis un servizio che paga tutta la comunità, di chi raggira senza scrupoli donne e uomini che hanno già dato tutto nella loro vita. Andate avanti voi con la lista, a piacimento.

L’arte di arrangiarsi, nomea che ci caratterizza all’estero, è diventata l’arte di fregare il prossimo qui. Ci mancano le basi di un’educazione civica che cementa il rispetto per noi stessi e per il prossimo, il quale si dovrebbe dar per appreso già dalla tenera età. In pochi ce l’hanno. Perlomeno, ce l’ho sotto gli occhi tutti i giorni e sono il primo a mettermi in lista.

Certo, le perle rare ci sono e ce le teniamo strette. In ogni progetto degno di rilevanza nel mondo c’è sempre dentro un italiano che poi si scopre essere il più bravo di tutti nel mestiere che fa. Le aziende fiore all’occhiello esistono in tutta la penisola, i talenti sono nascosti, ma ci sono.

Il celebrare l’unità del nostro Paese ci sta facendo riflettere sullo stato attuale delle cose, solo che tra tutti i discorsi di personaggi di spicco io ho sentito solo parole patriottiche, nessuno che ci buttasse dentro quale direzione prendere per migliorarle.

Ci ho pensato tanto, e mi sono domandato da dove derivasse questo intramontabile declino? Cosa ha fatto si che in 150 anni si sia diventati quello che siamo? La risposta non è tra le righe dei libri di storia, ma di quelle della società civile.

Una delle 8 potenze mondiali che è unita dalle bandiere, ma divisa nello spirito, nella lingua (a tal proposito consiglio “ Mi Dichi” di Paolo Villaggio), che arranca e fa fatica, che non è in grado di far vedere un miraggio di futuro alla sua popolazione giovane. E poi ci si stupisce del tasso di natalità che rasenta lo 0 Kelvin.

Ma quali fratelli d’Italia?

Mi appoggio ancora una volta a La Stampa. Il giornalista Gramellini ha riassunto così, due giorni prima di questo giorno di celebrazione dell’italianità, dipingendo un’immagine dell’Italia che tutti auspichiamo di vedere, ma che preferiamo sia qualcun altro a realizzarla al posto nostro. Alzarci il giorno dopo e trovarla fatta così.

Se poi fosse anche una classe dirigente illuminata, proverebbe a immaginare un’Italia diversa. Un’Italia del bel vivere, punteggiata di musei accoglienti, siti archeologici spettacolari e teatri lirici con un cartellone di Verdi e Puccini pensato apposta per i turisti. Un’Italia degli agriturismi e dei centri benessere. Dei mari e delle coste ripulite da tutte le sozzure. Dei pannelli solari installati sui tetti di tutte le abitazioni private. Dei prestiti facili alle cooperative giovanili che propongano iniziative originali nell’arte, nello spettacolo, nella moda e nel turismo di qualità. Un’Italia verde e profumata, il polo attrattivo di tutto ciò che è bello. Saremmo più felici e più ricchi. Ma soprattutto saremmo quel che ci ostiniamo a non voler essere: italiani.

Lo sforzo non è di tutti, questo arriva in un secondo momento, lo sarà solo quando lo sarà dei singoli. Di quei singoli cittadini italiani che saranno in grado di ragionare per il futuro del Paese e non di quello che avverrà dopo 5 minuti. E’ un impegno mio come tuo. Avrei preferito vedere questo tipo di riflessione piuttosto di bandiere dei mondiali 2006 sui terrazzi. Forse non è ancora il momento, forse è giusto che le cose vadano così in questo momento, so solo che non è mai troppo tardi per riprenderci lo stivale e tirarlo a lucido. Come direbbe Gaber… per fortuna o purtroppo lo sono.

Il piccolo mondo delle ore 8

È da quasi due mesi che ho ripreso a viaggiare in metropolitana con puntuale costanza. Era dai tempi dell’università che non lo facevo, e forse anche lì non era una vera e propria routine. Da due mesi ho scoperto un piccolo microcosmo. Quello delle ore 8.

A quell’ora sono quasi tutti addormentati, il primo picco di brillantezza ce l’hanno agli ultimi quattro gradini della scala mobile per cercare di salire il più velocemente possibile su una carrozza che il più delle volte partirà 10 minuti dopo o è già partita senza di loro. C’è il ragazzo alto con le sue grandi cuffie senza fili, la babysitter che accompagna il figlio di qualche mamma troppo impegnata chissà dove, ci sono quelli che sonnecchiano e che magicamente riescono ad alzarsi alla giusta fermata. Ci sono i lettori immersi in tomi troppo voluminosi per stare in una sola borsa, le quattro “portinaie”…La sola speranza del mattino è non dover capitare sullo stesso loro vagone, riescono a sedersi sempre vicine, un plotone di chiacchiere senza sosta. Credo che non prendano neanche fiato, ma la cosa più stupefacente è come ogni mattina abbiano un argomento su cui blaterare.

La ragazza che ogni giorno si trucca cercando di apparire più bella per qualche capo troppo ammiccante, quello che legge un quotidiano free press e quelli seduti al suo fianco intenti a sbirciare, il distinto uomo d’affari che rimane sulla banchina troppo a lungo per finire la chiamata con l’amante o il signore consumato dagli anni che nessuno lascerà sedere in qualche slancio di cavalleria vecchio stampo.

Sembrano tutti usciti da un romanzo, “caratteri” perfetti per interpretarne uno. La cosa bella è che sono veri, esistono e quando i nostri sguardi si incontrano mi chiedo come mai non ci siamo ancora salutati. Una piccola “community”. Quelli della metro delle 8 ci potremmo chiamare. Eppure no, nessuno guarda nessuno, nessuno parla con nessuno. Passo i primi 20 minuti di viaggio a fissarli come un ebete cercando di immaginarmi le loro vite, i loro lavori, i loro drammi.

Quanto è diventato difficile scambiarsi anche un solo “ehy, ciao come va?”

Forse è una dimensione troppo intima anche solo per scambiarsi uno sguardo. Certo è che, se qualcosa accadesse, quel piccolo mondo, sarebbe un piccolo mondo migliore da vivere ogni mattina alle 8.

C’è chi abita a Milano e chi no

Che poi io a Milano ci sono anche nato, ma per fortuna o purtroppo non ci sono mai vissuto. Forse è per questo che ho un disagio cronico nel momento in cui affronto le sue mille vie quando solo al volante.

Già, entrare in macchina a Milano, specialmente di sera e se non sei di Milano (cioè se non ci risiedi fisicamente) può essere un’esperienza provante, che ti segna per tutte le prossime volte che cercherai di entrarci.

Chi abita all’interno delle sue mura non ti verrà mai a dire la follia per raggiungere certi luoghi in automobile, ma ti risponderà soltanto “troviamoci lì alla tale ora. Ma come non sai dov’è?, è all’incrocio tal dei tali, zona Porta qualcosa”. Omettendo ovviamente il fatto di dire con che mezzo arrivarci, perché loro in quei luoghi ci arrivano con una facilità tale Dedalo gli fa un baffo.

A Milano c’è coda a qualsiasi ora del giorno e della notte, al mattino c’è chi ci lavora, alla sera ci si diverte, se riesci ad inserire la terza significa che sei capitato in una delle “domeniche a piedi” dove tutti girano in bicicletta, altrimenti è un lusso riservato solo a chi utilizza la corsia preferenziale come taxi, bus e tram.

Chi vive nella metropoli lombarda sa bene che spostare l’auto significa aggiungere stress inutile alla propria settimana, indi per cui gli unici mezzi plausibili per spostarsi da una cerchia all’altra sono solo quattro: mezzi pubblici, moto o scooter, bicicletta o taxi. Chi viene da fuori invece, questa cosa la impara, la primo giorno che prova a raggiungerla in macchina.

Chi supera il cartello che indica Milano con la propria auto, deve essere ben cosciente del fatto che sta per andare incontro alla selva oscura:

  • Zone a Traffico Limitato con annesse telecamere pronte a elargire multe milionarie
  • Parcheggi gialli per soli residenti
  • Parcheggi blu, che sarebbero destinati a noi, ma ditemi voi dove cavolo trovo alle 6 di sera un cristiano che mi venda quei MALEDETTI gratta & sosta se non ci sono edicole nei paraggi.
  • Parcheggi a pagamento con annessi proprietari che si fregano le mani perché sanno che con il tuo arrivo si pagheranno il viaggio di andata delle prossime vacanze estive

La comodità dei mezzi pubblici, come detto, fa si che si possa usufruire di corsie preferenziali se si è in superficie, molta più rapidità se invece si decide di prendere la metropolitana. E perché mai uno che abita fuori Milano non dovrebbe usufruire dei mezzi pubblici a sua volta?

Certo. Ditelo a uno che ha la prima stazione della metropolitana a due km, e quella stazione per giunta è un capolinea. Se si vuol fare una cena a Milano e vuoi tornare a casa con la metro, devi far conto col fatto che qualcuno dell’ATM deve aver per forza lavorato alla Walt Disney e a mezzanotte, come in Cenerentola, c’è l’ultima carrozza e tutti a casa, se non si vuol passare la notte in compagnia di qualche mendicante e tirare le 6 del mattino aspettando la prima corsa.

Ed è forse per questo motivo che tra tanti miei amici, noi ragazzi di campagna, l’andata in città la si fa solo per occasioni mondane, per la serata in discoteca, per una festa. Ma i sabati sera si resta in zona, Milano la lasciamo a chi ci abita e chi riesce a muoversi a piedi.

Ti voglio bene o mia città natale, se solo non fossi così timida, si potrebbe tutti conoscerti meglio.

Tempo

Il tempo è un concetto relativo. Frase fatta. Il tempo non è un concetto. Il tempo è indefinibile. Non si può misurare qualcosa di infinito. Come si potrebbe?

Quello che l’uomo ha inventato altro non è che un complesso metodo per scandire il ciclo che compie la sfera terrestre intorno a una stella. Tant’è nel nostro vivere quotidiano sembra mancare sempre, il tempo. Come mai? Perché mi ritrovo a fine giornata e sembra che ci siano ancora milioni di cose da portare a termine?

Mi domando se bastasse solo un po’ di organizzazione in più, se sono solo io ad incasinarmi con le ore che passano, le cose da fare, la stanchezza e la voglia di dedicarmi ad altro. Non è così, vi sento là fuori, ci siete anche voi.

Per chi crede agli oroscopi può interpretarlo come una caratteristica del mio segno. Buttarmi anima e corpo in tutto quello che mi appassiona, per poi accorgermi che manca, il tempo. Mi succede da sempre.

Priorità.

Ho capito che sono fondamentali, non è una questione di organizzazione, non lo è mai stato. Ma di priorità. Mettere in cima della lista le cose importanti, perché se no uno ne esce matto per davvero. Il 2010 sarà l’anno, l’anno delle priorità. Le mie.

E’ una decisione sofferta, ma dovuta e riscontrata in questi quatto mesi. Lasciare la guida di TNWI mi costa tanto, ma le mani sono tue e una sola la testa e mi devo accontentare di questo. Faccio un grosso in bocca al lupo a Nicola De Carne a nuovo Editor in Chief. Spero che il progetto vada lontano, so che una piccolissima parte sarà per sempre mia.

Del resto… “Possiamo soltanto decidere cosa fare con il tempo che ci viene concessocit.

Quella volta che ci misi 8 ore per fare 20 km

Metter piede a casa ieri sera è stato come svegliarsi da un incubo. Un incubo durato quasi 8 ore e che non auguro a nessuno di provare. La neve era prevista da due giorni per ieri pomeriggio. Alle 15, appena sono iniziati i primi accenni di pioggia ghiacciata, mi sono dato una mossa e sceso in strada il più velocemente possibile.

Ancora stamattina non so dire se sia stata una mossa azzeccata, a giudicare da quanta neve è scesa qui a Milano probabilmente si. Quello di cui proprio non riesco a darmi una spiegazione logica è come sia stato possibile non prevedere una situazione del genere, come non sia stato possibile gettare sale per tempo, come sia stato possibile non pulire prontamente le strade.

L’hinterland milanese non è pronto ad affrontare la neve, non scende tutti i giorni, ma immaginavo che dopo la situazione delirante di giovedì e tutto questo preavviso fossero serviti a qualcosa. Evidentemente no.

Sono alla caccia di cosa abbia bloccato la Strada Provinciale Monza Melzo, e ringrazio per aver deciso di prendere la Provinciale Cassanese, altrimenti sarei stato ancora lì per molte ore.

Internet anyone?

Non mi sono stupito di certo, ma col il mio Windows phone twittavo ed ero alla caccia di altri che facessero lo stesso nella zona intrappolati in auto. Il nulla. Idem su fonti di informazioni, nessuna spiegazione su una strada vuota e l’altra immobile.

Comunque, in pieno spirito “citizen journalism” armato della mia fidata Kodak Zi8 ho documentato le ore di viaggio. Molto più di tante parole…E oggi ne arriva ancora!

La qualità prima di tutto

Non capisco perchè in questo pezzo Aldo Grasso, cercando di dare del tifoso più che del telecronista a Caressa, faccia passare la veracità di Fabio come una terribile condanna screditante nei suoi confronti e del tutto team di speaker calcistici di Sky.

Tifoso imparziale Caressa, uomo che si esalta perchè come ha gridato lui stesso “ amo questo sport” e secondo me è uno che con capacità dialettiche colorite e incitanti ha dato vita nel corso degli anni a un trend di escalation di emozioni durante la telecronaca di una partita che prima difficilmente si trovava.

Ti fa scalpitare, il momento, come direbbe qualcun altro, diventa catartico.

Grasso una cosa giusta la dice e probabilmente contraddice tutto l’articolo scritto, avete mai ascoltato una telecronaca RAI? Per carità, tutti professionisti di alto spessore, ma a mio modo di vedere poco esaltanti, mai coinvolgenti, tanto annoianti.

Punti di vista.

C’è da dire che il Calcio in Italia è tutto per tantissime persone e le fortune di Sky non derivano ovviamente solo dagli abbonamenti dedicati al cinema. Questo perchè negli anni passati, pur operando in regime di monopolio, Sky ha sempre garantito uno spettacolo calcistico che altre holding editoriali non sarebbero mai riuscite a sostenere in termini di costi e qualità e probabilmente non riescono nemmeno oggi. Una piccola parte è data da Caressa e il suo team, è inconfutabile, perchè la partita te la fanno vivere, come se fossi lì in tribuna.

Non conosco Mediaset Premium, ma Piccinini, tanto per dirne uno, è molto simile allo stile Caressa.

Mi spiace ma i guitti da avanspettacolo sono da cercare altrove, e Grasso che si occupa quotidianamente della nostra malandata italica televisione dovrebbe saperlo molto bene.