Hi-Res Lossless in Apple Music sul Mac? Devi fare così

Apple Music ha battuto il diretto concorrente Spotify sul tempo annunciando la propria versione in alta definizione di Apple Music dopo e rendendola disponibile prima, ha anche battuto tutti gli altri sul prezzo lasciandolo invariato rispetto ai 9.99 euro mensili.

Per apprezzare tutta la qualità messa a disposizione da Apple Music, ovvero il formato Hi-Resolution Lossless fino a 24 bit e 192kHz, è però necessario dotarsi di un DAC. Ovvero un convertitore USB da digitale ad analogico.

Io ad esempio ho acquistato l’xDuoo XD-05 Bal da qui. E già che c’ero ho rinnovato anche le cuffie con le Beyerdynamic T5. Ok, io vivo di musica e mi piace sia sempre al massimo della qualità quindi non ho badato troppo a spese (sì lo so non posso parlare di massima qualità con un servizio di streaming, ma non ho più tempo e voglia di andare ad acquistare i singoli album).

Esistono anche DAC più economici e altrettanto performanti come il Fiio Q3, il Dragonfly oppure il più portatile THX Onyx che dovrei testare a breve.

Al di là del DAC che sceglierete c’è da fare una doverosa precisazione se oltre ad essere utilizzatori di iPhone o iPad lo siete anche di Mac. Nei primi due casi è sufficiente collegare il vostro DAC al dispositivo e verrà riprodotto il brano alla qualità che avete deciso di impostare. Sul Mac sono un altro paio di maniche.

Dovete aprire l’app Configurazione MIDI Audio e dal vostro nuovo dispositivo modificare il formato in 24-bit 192,0 kHz.

È il solo modo per far sì che ciò che state riproducendo lo faccia al massimo della qualità. Ovviamente il file che dovete riprodurre deve avere accanto il simbolo Hi-Res Lossless altrimenti il vostro Mac + il DAC simuleranno soltanto quel tipo di definizione.

Altre due informazioni che forse ho dato per scontato. Dovete aver il vostro Mac aggiornato a macOS 11.4 almeno ed essere andati sulle preferenze dell’app Musica cambiandole con le seguenti:

Ora dovreste esserci. Non vi resta che godervi la vostra musica in streaming al massimo della qualità. Ultima accortezza, come detto non tutti gli album sono nel formato Hi-Res Lossless, lo potete sempre controllare nella parte destra del vostro brano in riproduzione cliccando su quel simbolo con le tre onde, da lì appariranno tutte le info relative al brano in ascolto. E anche in quel caso non è detto che il brano sia stato in origine registrato con i 24 bit a 192 kHz.

Buon ascolto.

Apple Music: Spatial Audio e Lossless Audio

Dopo Spotify HiFi arriva anche l’annuncio di Apple Music a supporto della musica in streaming di alta qualità. Apple non si ferma all’alta fedeltà disponibile per tutto il suo catalogo però, aggiunge una chicca ulteriore ovvero il supporto per alcune produzioni del formato Spatial Audio con Dolby Atmos.

Il tutto ovviamente gratuitamente nel vostro abbonamento già in essere. Il vantaggio rispetto a Spotify a questo punto raddoppia. Non solo sappiamo già quando sarà disponibile, giugno 2021, ma aggiunge anche un ulteriore formato che a quanto pare supporterà sempre di più per le produzioni future in modo da avere un catalogo sempre più distintivo a livello qualitativo.

E a quanto pare ci sarà la possibilità di scegliere come riprodurre il contenuto tra le varie qualità disponibili, con una terza scelta, la Hi-Resolution Lossless:

Apple Music’s Lossless tier starts at CD quality, which is 16 bit at 44.1 kHz (kilohertz), and goes up to 24 bit at 48 kHz and is playable natively on Apple devices. For the true audiophile, Apple Music also offers Hi-Resolution Lossless all the way up to 24 bit at 192 kHz.

Con questa mossa, e se siete circondati da device Apple, non c’è davvero più ragione per avere un abbonamento a Tidal o Deezer. Nel frattempo anche Amazon Music si è allineata offrendo l’alta risoluzione a nessun costo aggiuntivo rispetto all’abbonamento da 9.99 eur. al mese.

Update: Sembra che nessun modello di AirPods supporterà il formato Lossless, quindi per l’alta definizione servono delle cuffie con il cavo o delle buone casse collegate al vostro computer Apple.

La battaglia per l’attenzione

We’re living in an era of chaos, we’re all in our own little worlds. For twenty years, the internet wreaked havoc, disrupting and destructing. Now the dust has settled, why do we think everything is the same as it ever was? The disruption has calmed down. Now it’s about content. We, as a society, are trying to figure it out. One thing is for sure, everybody in the old, pre-disrupted world, is doing their best to cling to the old model instead of facing the truth and marching into the future. And they keep telling us they’re important and we should pay attention WHEN MOST PEOPLE DON’T EVEN CARE!

Applicare modelli e paradigmi di generazioni passate non sempre è la scelta giusta. Soprattutto quando si tratta di distribuire contenuti sui canali che tutti abbiamo imparato a conoscere. La nicchia e la coda sono talmente allungate e destrutturate che sempre più difficilmente si sarà in grado di costruire dei modelli di comportamento precisi, se non affidandosi al martech.

Il post di Brian Lefsetz è come sempre un minestrone di pensieri sparsi, sebbene molto lucidi, sulla situazione attuale del mercato musicale e non solo. Più in generale di quello streaming. I gusti personali dominano e frastagliano moltissimo il mercato, la cui segmentazione spesso non rispecchia appieno ciò che gli utenti premiano.

Continuerò a non guardare il Festival di Sanremo

Benché sia estremamente felice per la vittoria dei Måneskin – non tanto perché siano loro quanto tali, ma perché finalmente una canzone rock sia arrivata prima e non una pop/trap/finta hip hop – proseguirò serenamente nella mia personalissima tradizione di voler estraniarmi per una settimana dal word of mouth italico fatto di polemicucce sterili e analisi logica del politically correct, vestiti e comportamenti su un palco calcato da chi cerca di emergere.

Perché? Molto semplice. In parte prendo in prestito le parole di Rivista Studio:

Anche se potrebbe sembrare che abbiamo tutto il tempo del mondo, in realtà non riusciamo più ad aspettare, non abbiamo tempo (o voglia) di ascoltare 26 canzoni più quelle degli ospiti, ancora di più se non ci piacciono, subire i siparietti e i tempi morti, l’ennesimo monologo che offenderà qualcuno o l’ospite che dipingerà le donne come un quadretto stinto e sempre troppo retorico.

Vogliamo sapere chi vince, vogliamo passare alla canzone successiva, guardare il telefono mentre c’è la pubblicità. Uno spettacolo così lungo e così ricco, sicuramente costruito per ridurre il comprensibile horror vacui ha forse avuto l’effetto opposto: quello dell’eccesso per chi lo seguiva da casa. Tutto troppo.

Mi sembra sempre di ascoltare canzoni tutte troppo simili l’una dall’altra, benché arrivino alle mie orecchie con qualche giorno o settimana di ritardo, assisto al perenne ritardo degli artisti di casa nostra nel voler proporre uno stile che arriva da altri Paesi, una brutta copia riadattata di qualcosa di originale creato altrove e per altri pubblici. E così subiamo da anni l’onda lunga del pop prima, poi del rap e infine dell’indie, mentre altrove sono già mentalmente da tutta altra parte.

Forse è anche per questo che di musica italiana ne ascolto e apprezzo davvero proprio poca. E ancora di più mi sono stupito di vedere vincere una band di ragazzi lontani musicalmente dalle classifiche nostrane, forse la prolungata presenza di Manuel Agnelli a X-Factor e la fondazione di ben 2 emittenti rock in Italia nel giro di 15 anni stanno facendo apprezzare anche altri generi musicali al grande pubblico?

Oppure al televoto c’erano soltanto i loro fan e le mamme di quest’ultimi?

Spotify HiFi

Con Spotify HiFi arriva l’audio di alta qualità.

Da un paio di settimane ho iniziato a testare Tidal e Qobuz. Ho sempre voluto tirare fuori il meglio da le mie Sony MDR-1000X e il mini ampli PHA-3, che seppur vecchiotte sanno ancora distinguere una buona compressione da una deteriorata.

Ho cancellato entrambi gli abbonamenti dopo una settimana, ben prima il termine del periodo di prova. Purtroppo hanno un catalogo azzoppato e facendo un trasferimento alla pari con Soundiiz mi sono accorto di perdere moltissimo contenuto rispetto a Spotify.

Spotify, già. Mi sono definitivamente “accomodato” su Spotify dall’anno scorso, e cioè da quando si ha la possibilità di salvare infiniti album e canzoni sulla propria libreria. E da quel giorno ho disperatamente sentito il bisogno di aumentare la qualità di ciò che ascoltavo. Nonostante abbia settato come “Molto alta” la qualità dell’audio, la differenza con Apple Music esiste e il mio orecchio la percepisce.

Durante la diretta dell’evento Spotify Stream On, tra gli altri annunci, secondo me c’è stato quello più sensazionale e forse il più atteso dagli utilizzatori che dal servizio di streaming musicale più diffuso sul pianeta si aspettavano da tempo l’introduzione di un tier di alta qualità: Spotify HiFi.

Spotify HiFi will deliver music in CD-quality, lossless audio format to your device and Spotify Connect-enabled speakers, which means fans will be able to experience more depth and clarity while enjoying their favorite tracks.

Ubiquity is at the core of everything we do at Spotify, and we’re working with some of the world’s biggest speaker manufacturers to make Spotify HiFi accessible to as many fans as possible through Spotify Connect. 

HiFi will be coupled with Spotify’s seamless user experience, building on our commitment to make sure users can listen to the music they love in the way they want to enjoy it. 

Spotify HiFi will begin rolling out in select markets later this year, and we will have more details to share soon.  

Da notare come si parli di mercati selezionati, quindi non è assolutamente detto che arrivi in Italia come mercato di lancio.

Ci sono due aspetti da sottolineare rispetto a questo importantissimo annuncio.

  1. Spotify “ruba” sotto il naso di Apple Billie Eilish, recente protagonista di un documentario proprio su Apple TV+, proprio per annunciare assieme al fratello le potenzialità e la necessità di un audio di alta qualità nell’ascolto di produzioni più o meno complesse.
  2. La seconda. Chi si ricorda la qualità del suono di un CD? Oggi sono in pochi e sono ancora meno quelli che ne possiedono un lettore e ci ascoltano sopra della musica. L’iPod ha rivoluzionato il mondo della musica ma ha contribuito alla bassa risoluzione, forse è giunto il momento di fare marcia indietro.

La playlist del mio matrimonio

Finalmente trovo quei 5 minuti di tempo per scrivere questo post “in canna” da almeno 3 mesi. Nelle fase preparatorie al nostro matrimonio abbiamo quasi immediatamente escluso l’utilizzo di una band o di qualsiasi altra musica suonata dal vivo.

Perché?

I generi richiesti sarebbero stati troppi e nessuno penso ci avrebbe mai soddisfatto appieno. Abbiamo optato quindi per un DJ. O meglio, qualcuno che mettesse la musica scelta da noi.

Credo sia stata la cosa che nel corso dei mesi ci ha portato via più tempo in assoluto, una accurata selezione di brani per noi importanti o che semplicemente si sarebbero dovuti incastonare alla perfezione con il momento della giornata.

Ed ecco qui il risultato, consiglio vivamente di attivare l’ascolto Shuffle visto che si parte dall’opening cerimonia per arrivare al momento discoteca.

Ci teniamo molto, per cui ogni commento è ben accetto.

Spotify, il brutto anatroccolo

Lasciai Spotify per Apple Music ormai quattro anni fa. Dei benefici rispetto a questa scelta ne ho parlato in lungo e in largo. Insieme alla piattaforma svedese lasciai indietro anche la sua ottima funzionalità per scoprire nuova musica e la piena integrazione con Last.fm. Una cosa da smanettoni amanti della musica e dei dati.

Da maggio di quest’anno tuttavia, grazie anche allo sblocco dei limiti su album e canzoni salvabili in libreria, ho ricominciato ad usare praticamente solo e soltanto Spotify. E con esso un’altra interessante novità rispetto ad Apple Music, ovvero la piena integrazione con i podcast. La cui esperienza completamente integrata in una sola app rende l’esperienza ovviamente più facile e comoda.

Spotify sta aggiungendo ogni giorno un pezzettino per diventare una audio company a tutti gli effetti:

Ora Spotify è una audio company, un’azienda specializzata nel farci ascoltare cose — siano esse musiche, audiolibri, audiodrammi, l’ultima stagione di Muschio Selvaggio: poco importa. Vale la pena precisare che non è una strategia inedita, nemmeno nello stesso settore del podcasting: servizi come Stitcher e Luminary si presentano da tempo come piattaforme in grado di offrire contenuti esclusivi, tramite un servizio ad abbonamento, strategia collaudata con cui assicurarsi qualche abbonato in più. Se a farlo è una startup in cerca di un proprio spazio, nessun problema.

Quando a farlo è un leviatano da 96 milioni di abbonati, competitor di colossi quali Amazon, Apple e Google, ecco che le cose cambiano e una strategia di per sé innocua può diventare una dichiarazione di guerra e una rivoluzione culturale, oltre che di settore. Una mossa con ripercussioni profonde che vanno ben oltre il mercato discografico e audio, arrivando a condizionare cosa ascolteremo e come, cosa avrà successo, e perché, proprio come Spotify ha cambiato le abitudini musicali di milioni di persone, spingendo playlist e canzoni singole a dispetto degli album interi. C’è poi il ricatto dato dalle dimensioni di Spotify: a questo punto, creare un podcast senza tenere in considerazione il servizio è una follia, considerando l’oggettiva facilità d’utilizzo dell’app e la sua capacità di promuovere nuove uscite.

Tanto che proprio ieri finalmente la piena integrazione con Anchor inizia ad avere un senso compiuto. I creatori di podcast potranno intervallare i propri show con brani musicali, fruibili al momento completamente da chi ha un abbonamento Premium, avvicinandosi a mio modo di vedere a una vera e propria radio personale, dove di sicuro saranno in molti a realizzare un palinsesto 24h benché non in diretta.

Nonostante gli scenari apocalittici a livello finanziario ed economico proposti da Forbes (in larga parte dovuto al costo spropositato dell’App Store) e lo scontro totale con Apple (che anche alla presentazione di Homepod Mini ha deciso di fare a meno di Spotify), Spotify ha dalla sua gli utenti abbonati (è il servizio con la più ampia fetta di mercato in questo senso), la facilità d’utilizzo e un’interfaccia responsive che nessun altro ha, nemmeno Apple Music sui propri sistemi nativi.

Perciò chi vuole vincere la partita dell’audio prima o poi con Spotify i conti dovra farli.

Sonos. Radio e nuova app

Sonos ha finalmente rilasciato la nuova app di cui tanto si è discusso nei mesi precedenti, dando vita al famoso fork tra i sistemi di vecchia generazione e quelli che supportano le ultime funzionalità e futuri aggiornamenti.

Ad oggi infatti nei vari store troverete due app differenti:

  • Sonos S1 Controller ( iOS, Android). È l’app di base dedicata a tutti i sistemi, anche quelli più vetusti che non riceveranno più supporto lato firmware
  • Sonos ( iOS, Android). È l’app se possedete gli ultimi sistemi Sonos, acquistati dopo il 2015.

L’aggiornamento alla nuova app porta con sé anche l’arrivo delle ultime funzionalità di Sonos Radio.

Annunciata in aprile, finalmente arrivano anche in Italia le radio curate direttamente da Sonos. Oltre a una selezione di radio nazionali e internazionali, le classiche stazioni FM che tanto amiamo, Sonos arricchisce l’app con delle radio dedicate a dei generi musicali differenti nonché alcune stazioni curate direttamente da artisti famosi (al momento Thom Yorke e Brittany Howard, splendida voce degli Alabama Shakes!).

In questi giorni ho testato un po’ il servizio e sono rimasto positivamente sorpreso. La selezione dei brani è molto curata e precisa rispetto al genere indicato, si nota subito il lavoro fatto riguardo alle scelte altamente qualitative. Il comportamento è tipico delle stazioni radiofoniche, non si può skippare il brano in ascolto, ogni brano è sfumato prima di passare a quello successivo e ogni tanto sono interrotti da una voce che ci ricorda quale stazione stiamo ascoltando.

Cosa ancora più importante per il sottoscritto, l’integrazione con Last.fm. Solitamente mentre si ascolta un brano sulle radio di Apple Music, Last.fm non riesce a riconoscere il fatto che venga riprodotto un brano a sé, mentre con le radio di Sonos il brano viene correttamente registrato.

Molto spesso quando invitiamo amici a casa, oppure semplicemente arriviamo stanchi da una lunga giornata di lavoro e non abbiamo voglia di perdere tempo per cercare qualche playlist da ascoltare, Sonos Radio risulta essere la soluzione ideale per questo tipo di situazioni, senza rinunciare alla qualità dei brani in ascolto e senza scadere in una playlist troppo commerciale di brani già ascoltati centinaia di volte.

★★★★

Spotify, un like per salvarle tutte

Finalmente dopo un periodo intenso di lavoro riesco a ritagliare del tempo per scrivere.

Per chi segue il blog da qualche anno conosce la mia smisurata passione per la musica e il mio tentativo, talvolta mal riuscito, di ascoltarne più possibile ovunque mi trovi. Di pari passo c’è anche quella per i servizi di streaming ( Rdio, Spotify, Apple Music etc.) dai quali dipendo totalmente.

Negli ultimi anni Apple Music è stato ed è il mio servizio di riferimento. Non sono certo se rimarrà il principale. Finalmente Spotify ha annunciato una nuova feature che si aspettava da oltre 6 anni. Ovvero la possibilità di salvare nella propria libreria tutti gli album e tutte le canzoni, senza nessuna limitazione.

Fino all’altro ieri c’era attivo il blocco di 10.000 canzoni salvabili tra le proprie preferite. Quando sostanzialmente si va a cliccare sul cuore accanto al brano, quest’ultime finiscono in una sezione speciale del vostro account chiamato Brani Preferiti. Ma una volta raggiunto il limite l’unica soluzione era quella di trasferire questi brani in una playlist differente e ricominciare il processo daccapo.

Una limitazione fortissima per chi come me ha all’attivo nella propria libreria, ad oggi, 4.013 album e 40.760 brani. Da oggi, tolta questa inutile preoccupazione risolta da un aggiornamento di architettura software, Spotify diventa il primo servizio streaming ad eliminare totalmente questo tipo di limitazione.

Nel corso degli anni Spotify ha fatto dei passi da gigante in fatto di design, velocità dell’app, e ascolto delle richieste della propria community. Preferisco decisamente la sua UI minimale ed essenziale rispetto a quella di Apple Music, tuttavia ad oggi pecca ancora di ancora un paio di feature a mio modo di vedere imprescindibili:

  • La possibilità di attivare lo shuffle in una cartella contenente più playlist
  • La possibilità di ritrovarsi su qualsiasi Device dal quale si fruisce l’applicazione i nostri file locali. Come fa Apple Music che permette di caricarli sul cloud una volta ed averli sempre a disposizione

Ho deciso di affiancare pertanto Spotify ad Apple Music come servizio streaming, alternandoli in base alle mie necessità, album disponibili etc.

In attesa del prossimo miglioramento.

https://open.spotify.com/user/%23contz?si=tjyaIfqVSKq755xGFnKRqQ

Sonos. Come non comunicare.

Lo scorso 21 gennaio il blog di Sonos pubblica un post piuttosto criptico. Alcuni prodotti, anche risalenti a 10 anni fa, non riceveranno più alcun supporto o aggiornamento a partire dal prossimo maggio 2020.

Da maggio questi prodotti legacy, cioè i primi Zone Player, Connect e Connect:Amp; include versioni vendute fino al 2015, il Play:5 di prima generazione (presentato nel 2009), CR200 (immesso sul mercato nel 2009) e Bridge (che risale invece al 2007), non riceveranno più gli aggiornamenti software né disporranno delle nuove funzionalità.

Io da utilizzatore dell’ecosistema Sonos dal 2011 mi sono domandato quale fosse la vera ragione per dichiarare apertamente l’assenza di supporto a questi prodotti. Ho provato a comprendere se fosse un problema derivante dalle piattaforme di musica in streaming, le quali richiedono particolari funzioni e/o aggiornamenti con l’andare del tempo.

O semplicemente fosse una scelta di campo di Sonos per spingere l’obsolescenza programmata e di conseguenza la sua campagna Trade Up. 30% di sconto sui nuovi ordini a patto di spedire quelli vetusti. Niente di nuovo sotto il sole, anche Go Pro fa spesso azioni di marketing similari.

Tuttavia, proprio per la scarsa chiarezza di posizionamento, per aver lasciato il lettore comprendere un menefreghismo meschino sottinteso: o acquisti i nuovi prodotti o cavoli tuoi con quelli vecchi, la Rete ha iniziato a riversare le proprie rimostranze sui social. Arrivando all’hashtag #SonosBoycott.

Dopo un paio di giorni il CEO di Sonos sembrerebbe fare marcia indietro. Con un nuovo post di scuse pubbliche:

A maggio, quando i nuovi aggiornamenti software non saranno più disponibili per i prodotti legacy, questi continueranno a funzionare come sempre. Non vogliamo sostituirli, renderli obsoleti o eliminare le funzionalità attuali. Per molti dei nostri clienti il Sonos System è stato un investimento importante, quindi è nostra intenzione onorarlo il più a lungo possibile. Non doteremo i prodotti Sonos legacy di nuove funzionalità software, ma ci impegniamo a mantenerli aggiornati correggendo i bug e fornendo patch di sicurezza fin quando ne avremo la possibilità. Se riscontreremo problematiche relative all’esperienza su cui non saremo in grado di intervenire, cercheremo di offrire una soluzione alternativa e ti comunicheremo eventuali cambiamenti che potresti notare durante l’uso dei prodotti.

In secondo luogo, abbiamo dato ascolto alle segnalazioni dei clienti Sonos relative ai problemi di coesistenza tra i prodotti legacy e quelli moderni. Stiamo lavorando a una soluzione in grado di suddividere il sistema in modo che i prodotti moderni funzionino all’unisono e siano dotati delle ultime funzionalità, e i prodotti legacy si integrino alla perfezione tra loro rimanendo invariati. Nelle prossime settimane ti illustreremo tutti i dettagli, che al momento sono in via di definizione.

Ora, il problema non sta tanto nel fatto che Sonos possa decidere in totale tranquillità cosa fare con i suoi vecchi prodotti. Il problema sta nel comunicarlo nel modo corretto a chi, come il sottoscritto, ha speso e investito oltre 1.500 euro su un ecosistema proprietario, la cui esperienza di obsolescenza non era poi così programmata in fase di acquisto.

In secondo luogo l’intervento diretto del CEO con un rimando a una possibile soluzione nelle prossime settimane è sintomatico del fatto che chi c’è dietro a tutto questo polverone non avesse la benché minima idea dei possibili feedback da parte dei consumatori e non avesse un piano pronto per rispondere alla realtà.

Il risultato è il disamoramento da parte degli acquirenti nei confronti di brand che si è sempre comportato più che egregiamente e nel recente passato ha, anzi, dato prova di salvaguardare la propria tecnologia anche scontrandosi con i giganti se necessario.

Tuttavia adesso, la scarsa chiarezza, e la scarsa preparazione a rispondere a un danno creato con le loro stesse mani, sta causando un allontanamento naturale da un brand tutto sommato indipendente, svestendosi dai panni del Davide e decidendo di comportarsi proprio come quei Golia che troppo spesso ci hanno deluso.

Peccato. Ad oggi continuerò a utilizzare questo sistema, perfetto per le mie esigenze, ma mi dovrò necessariamente guardare attorno se e quando l’obsolescenza non programmata di Sonos mi colpirà da vicino.