Che fine ha fatto Clubhouse?

Non sono passati nemmeno sei mesi da quando si è iniziato a parlare di Clubhouse e del suo hype, ma a quanto pare la festa è già finita. Personalmente non ci entro da almeno un mese abbondante, non ne sento la necessità e anche quando ho provato a lurkare un pochettino non ho più trovato nulla di interessante e degno di essere ascoltato.

Mi sono fatto un’idea. Il suo declino, che a quanto sembra, non è solo limitato all’Italia non è figlio di rinnovata competition, su Twitter Spaces ad esempio non vedo molta più attività, quanto piuttosto ad un’inversione proporzionale dovuta al miglioramento della situazione pandemica. Tanto più si è ricominciato a fare attività in presenza e all’aperto, meno questa piattaforma ha goduto della sua audience primigenia. Seconda motivazione il suo modello partecipatorio, non troppo dissimile da una trasmissione televisiva o radiofonica dove se la stanza inizia ad assumere dimensioni troppo grandi diventa difficile “prendere la linea”, non ha sostituito o creato nulla di nuovo rispetto a uno scenario social già esistente.

Non ultimo. La sincronia. Il contenuto ha bisogno di essere fruito in modo asincrono. A meno di eventi di caratura nazionale o in grado di catturare l’attenzione di un’audience molto ampia oggigiorno deve essere garantita una consumazione on demand del contenuto, è imprescindibile e nemmeno Clubhouse può sottrarsi a questa regola.

Perché? A febbraio scrivevo così, non ci sono andato troppo lontano a quanto pare:

Perché ora? Clubhouse esplode ora perché la stragrande maggioranza della popolazione è a casa. Punto. Il tempo è la maggiore discriminante in assoluto per poter essere qualcuno di riconoscibile su Clubhouse. E mi sono sempre domandato come mai durante gli orari di ufficio, mentre cercavo di smaltire le notifiche da cui ero inondato, ci fosse così tanta gente e che in fin dei conti fosse sempre la stessa da ore e ore.

A casa chi ti controlla? Come qualcuno si è giustamente domandato, come è possibile passare così tante ore se al contempo si ha un lavoro a tempo pieno? Giusta osservazione, ma se si aggiunge l’elemento home working, bingo.

Fruire un contenuto che supera i 30 minuti in orario lavorativo è già un’impresa di per sé, a meno che si tratti di lavoro esso stesso. Per questo motivo perdersi tonnellate di contenuti e non affezionarsi a nessun canale decreta un disamoramento non troppo difficile da prevedere.

Non so se Clubhouse sarà capace di continuare a far parlare di sé, ma se gli utenti stessi lo stanno trasformando in una landa triste e desolata sarà difficile sopravviva a lungo a meno di introduzioni di feature in grado di risolvere un’esigenza di tutti: gestire il proprio tempo.

Clubhouse

Ho perso una settimana dietro alla sistemazione della grafica del blog. Ci sono riuscito dopo essermi affidato nell’ordine a un pakistano, un indiano e alla fine un russo che mi ha risolto ogni problema (grazie Upwork!). Nel frattempo è esploso Clubhouse.

Non sto a spiegarvi cos’è, perché se non lo sapete a questo punto, vuol dire che non state guardando un mezzo di informazione, appunto, almeno da una settimana. Ma se proprio ti si piazza davanti un punto di domanda di dimensioni cubitali, allora ti lascio qui qualche opinione interessante da cui recuperare le informazioni salienti (1, 2, 3, 4, 5, 6).

Ora, cosa aggiungere rispetto a quanto già scritto in questa settimana? Ecco, giusto un paio di cose. Perché in questa settimana di silenzio qui sul blog ho ascoltato tanto. Sì, su Clubhouse.

Clubhouse non è così nuovo, ha già un anno di test alle spalle e ha avuto la sua esplosione a partire da gennaio. Qui una chart molto interessante, dove come sempre la barra degli early adopter si impenna fino a che arriva il personaggio famoso di turno.

Fonte: Vajresh Balaji

E qui in Italia non è stato da meno. Come sempre ci siamo ritrovati, sempre gli stessi early adopter che nel 2007 erano su Twitter per primi o ancora prima su FriendFeed e poi su Instagram e poi tutti gli altri nel mezzo.

Su Clubhouse succedono due cose fondamentali:

  • Si abbattono i gradi di separazione
  • Non c’è uno più importante di un altro utente

Mi spiego meglio. Un paio di giorni fa al risveglio mi sono ritrovato in una stanza con Rosario Fiorello e Mario Calabresi a discutere del più e del meno con persone totalmente sconosciute, mentre facevo colazione ascoltavo Biagio Antonacci raccontare aneddoti musicali con domande aperte da chiunque e non è difficile entrare in stanze con anche personaggi d’oltre oceano come Elon Musk o Mark Zuckerberg.

E poi? Chiusa la stanza, sparisce tutto. È un palinsesto di tantissimi programmi radio creati dal basso e all’interno dei quali c’è un fattore comune, la partecipazione. Hai qualcosa da dire? Ti prenoti e il moderatore ti fa partecipare. Finito? Ti muti e attendi il tuo turno.

Considerazioni

I toni, anche grazie alla moderazione, resteranno secondo me sempre gentili ed educati, la vera difficoltà crescente, man mano che gli iscritti aumenteranno sarà quella di discernere stanze interessanti da contenuti cazzari. Quest’ultimi sulla rampa di lancio da ormai qualche giorno.

Perché ora? Clubhouse esplode ora perché la stragrande maggioranza della popolazione è a casa. Punto. Il tempo è la maggiore discriminante in assoluto per poter essere qualcuno di riconoscibile su Clubhouse. E mi sono sempre domandato come mai durante gli orari di ufficio, mentre cercavo di smaltire le notifiche da cui ero inondato, ci fosse così tanta gente e che in fin dei conti fosse sempre la stessa da ore e ore.

A casa chi ti controlla? Come qualcuno si è giustamente domandato, come è possibile passare così tante ore se al contempo si ha un lavoro a tempo pieno? Giusta osservazione, ma se si aggiunge l’elemento home working, bingo.

Intimità e voce. Ok c’è Discord, ok ci sono i vocali di Twitter. Ma Clubhouse è il primo Social Network che ha deciso di basare la sua fortuna completamente sulla voce, pur accostandola a un’immagine, ma soprattutto a un nome e cognome del profilo. E cosa vuol dire questo? La partecipazione difficilmente può essere anonima, ma soprattutto con una platea di altre persone ad ascoltare, dire una cazzata e sputtanarsi equivale praticamente a sputtanarsi per sempre. Perché? Per il contenuto e i toni. La voce è estremamente più intima e caratterizzante rispetto a un post scritto e chi la sa usare bene ha già un vantaggio estremo. Di fatti la maggior parte di chi avvia una stanza vedo essere uno speaker radiofonico.

E quindi? L’età media tende ad essere alta. Non perché chi è giovane non possa essere ricco in contenuti, ma piuttosto se sei uno che rifugge TikTok proprio per i contenuti capirai cosa intendo. Non puoi editare o cancellare quello che hai detto, verrai ricordato per questo e forse potrebbe pregiudicare la volontà di partecipare a una discussione da parte dei più timidi o timorosi.

Personalmente sono uno di essi. Non amo particolarmente ascoltare la mia voce, ma proverò a imbastire qualcosa riguardo al mondo dei videogiochi. Magari facendo risorgere il brand Fuorigio.co, perché no…

Al momento non so dove, chi anima le stanze italiane, riesca a trovare tutto questo tempo libero e due conclusioni le ho tratte. Ha un potenziale enorme, immaginatevi un TED partecipativo, e sarà interessante capire come e se mai Clubhouse riuscirà a monetizzare attraverso la voce. Per il momento mi auguro non diventi l’ennesimo social invaso da contenuti spazzatura, ma credo che forse proprio grazie alla voce, riesca ad essere una bolla in cui emergeranno quelli che avranno davvero qualcosa da dire.

Mi trovate con l’account @contz e ho ancora qualche invito disponibile se necessario.

La grande (falsa) bellezza

La scorsa settimana parlavo con il personal trainer che mi sta seguendo per rinforzare al meglio il ginocchio operato. Non so molto di lui, ma mi sembra sia lì dentro da una vita, conosce tutti e con un occhiata capisce i personaggi e la fauna che popolano la palestra.

Mi raccontava di come solo 5/6 anni fa ad allenarsi ci fossero solo uomini, per lo più dopo il 20 anni. Mentre da qualche anno sono le ragazzine a prenderla d’assalto, con un’età sempre più bassa. Fin qui nulla di male per carità, anzi invidio il loro tempo libero per potersi allenare e curare il proprio corpo.

Ha aggiunto poi un suo commento personale. Giusto o sbagliato, raccontava di come molte siano lì perché debbano inseguire un modello, una forma ideale vista sui social network, in particolare instagram. Un traguardo da raggiungere per poter essere accettate dalla società.

Mi ha dato molto da riflrettere, e ho unito questa conversazione con un articolo letto su The Vision:

Instagram ci sta inculcando l’idea che la nostra esistenza sia una performance continua, in cui dobbiamo misurarci costantemente con le aspettative del nostro seguito. Persone comuni vivono come se fossero supermodelle e celebrità con infinite disponibilità di denaro, sempre pronte a mostrare abiti nuovi e interessi aggiornatissimi e, soprattutto, a farsi fotografare in qualsiasi situazione. E anche la loro faccia si sta conformando a questo modello.

Ebbene, senza nemmeno aver finito l’articolo ho deciso di smettere di seguire falsi idoli, o persone irraggiungibili, professioniste della falsità e concentrarmi soltanto su persone reali, aziende di cui condivido i valori, realtà artistiche, tecnologiche e sportive vicine ai miei gusti.

E in effetti, l’articolo chiude proprio così:

Un modo per uscire dal loop infernale della Instagram Face è costruire un feed “migliore”. Eliminare dai following chiunque ci faccia provare invidia o sentimenti negativi e cominciare a seguire più persone normali, che fanno cose normali e hanno un aspetto normale. Secondo The Atlantic, l’ Instagram look è in declino tra le giovanissime: nessuno ha più voglia di post studiati con settimane d’anticipo, di rigide palette cromatiche, di foto scattate solo ad alcune ore del giorno per beccare la luce giusta.

Oggi le influencer più giovani sono scanzonate, autoironiche, irriverenti. Forse quella delle foto brutte sarà solo l’ennesima moda di Instagram, ma perlomeno possiamo sperare che saranno molte meno le donne che si sentiranno obbligate a rispondere a un ideale estetico che non ha niente a che vedere con la normalità.

Discutere. Sì, ma per quale motivo?

In tanti anni di presenza su molteplici social network, raramente mi è capitato di partecipare a discussioni accese e ritrovarmi invischiato nel sadico meccanismo di controllo spasmodico del mio turno per esprimere la mia opinione.

In questi giorni sono rimasto coinvolto in questa rarità. E le conclusioni a cui sono arrivato sono diverse e talvolta contrastanti.

Mi sono domandato se avesse senso, fosse importante, portasse a qualcosa di costruttivo scrivere su Facebook mie opinioni personali, talvolta ruvide, per aggiungere il mio punto di vista a una discussione che comunque sarebbe lo stesso terminata in un binario morto.

Mi sono domandato invece perché non farlo. Perché rimanere impassibili, auto-eliminarsi da un discorso, che come detto sarebbe comunque finito su un binario morto, e lasciare spazio a una sola corrente di pensiero giustificandosi privando di importanza il fatto che lo scambio di opinioni avvenisse online e per di più su un social network.

Mi sono domandato se il vortice di spreco di energie, il coinvolgimento emotivo, il rilascio di adrenalina valessero la pena. Se fossero soltanto dannosi per la mia sanità mentale oppure nascondessero qualcosa di diverso.

Per mia natura non sono capace di lasciar perdere. Da non confondere con l’attaccare briga o fare il leone da tastiera come oramai piace tanto dire. Mi sono sempre reputato rispettoso dell’opinione altrui, anzi prego che tutti abbiano la possibilità di esprimerla.

E così mi sono risposto. Lasciar perdere anche una insignificante discussione online talvolta è la mossa migliore. Per prima cosa perché il più delle volte non ho la titolarità né le competenze per aggiungere qualcosa al discorso. Ma quando si passa sul piano del giudizio e delle opinioni personali credo sia importante esserci, farsi sentire, con modi e tempi aderenti all’educazione e rispettosi della legge.

Lo star zitti equivale a far passare una sola linea di pensiero, ad uniformarsi, al dover per forza aderire a una corrente che il più delle volte vuol far credere di essere onnisciente, sopra le parti, nel giusto perché utilizza il buonismo come leva giustificativa.

Sì, è solo una diamine di discussione nell’etere. Ma quando è messa a repentaglio la libertà di esprimersi e rappresentare un contraddittorio, allora è giusto farsi sentire sempre e comunque.

Dettare

Ho recentemente acquistato il mio primo paio di AirPods. Pensavo di sentirmi uno stupido con quegli aggeggi dal design bizzarro e probabilmente disegnati tramite un’accetta, e invece sto iniziando ad usarli sempre di più:

  • Telefonando. Io cammino costantemente durante le telefonate. Ovunque sia, per parlare al telefono, io cammino. Le AirPods sono un aiuto non da poco, posso alzarmi dalla sedia e passeggiare dimenticandomi il telefono sulla scrivania
  • iPad Pro. Con il nuovo iPad che ha solo un’uscita USB-C o compri una cuffia apposta, o ti affidi a quelle bluetooth. Anche qui cascano a fagiolo. Metti che in una serata ci dividiamo gli schermi, io mi infilo le AirPods e mi guardo la qualsiasi da iPad

Ma arriviamo a uno spunto ulteriore al quale non avevo pensato. In effetti faccio uno sporadico utilizzo dei comandi vocali e di Siri in genere, forse solo abitudine, ma ancora non riesco bene ad automatizzare i processi. Leggevo questa column sul NY Times. Invece di scrivere fisicamente gli articoli, questo giornalista sfrutta soltanto la voce e due app dedicate in grado di registrare e sbobinare:

Here’s what I do: Instead of writing, I speak. When a notable thought strikes me — I could be pacing around my home office, washing dishes, driving or, most often recently, taking long, aimless strolls on desolate suburban Silicon Valley sidewalks — I open , a cloud-connected voice-recording app on my phone. Because I’m pretty much always wearing wireless headphones with a mic — yes, I’m one of those AirPod people — the app records my voice in high fidelity as I walk, while my phone is snug in my pocket or otherwise out of sight.

And so, on foot, wandering about town, I write. I began making voice memos to remember column ideas and short turns of phrases. But as I became comfortable with the practice, I started to compose full sentences, paragraphs and even whole outlines of my columns just by speaking.

Then comes the magical part. Every few days, I load the recordings into , an app that bills itself as a “word processor for audio.” Some of my voice memos are more than an hour long, but Descript quickly (and cheaply) transcribes the text, truncates the silences and renders my speech editable and searchable. Through software, my meandering memos are turned into a skeleton of writing.

The text Descript spits out is not by any means ready for publication, but it functions like a pencil sketch: a rough first draft that I then hammer into life the old-fashioned way, on a screen, with a keyboard, lots of tears and not a little blood.

Non credo arriverò a questo grado di complessità, anche perché non faccio il giornalista di professione, ma spesso mi capita che le idee migliori per i miei post mi vengano in auto mentre sto guidando, o prima di addormentarmi dove mi sta calando la palpebra e non ho più le forze di scrivere.

Forse iniziare ad usare la voce mi aiuterebbe a non dimenticarmi dell’80% dei contenuti che invece avrei scritto qui.

E voi come sfruttate la voice recognition?

Sono i social network a dover cambiare o le persone?

Gli ultimi giorni sono stati particolarmente interessanti. Con quanto successo sulla pagina facebook INPS e con l’intervento del CEO di Twitter a una conference TED, ho voluto mettere insieme un po’ di argomenti.

Sono i social network a dover cambiare?

Montemagno pensa siano le piattaforme a doversi dotare di misure drastiche, essere ripensate dalle fondamenta per non consentire la divulgazione di qualsiasi opinione trattata alla stregua di un premio Nobel. Jack Dorsey dal canto suo ci ha messo la faccia, contrariamente a quanto fa Zuckerberg, senza promettere una soluzione, ma riflettendo sui problemi endemici della sua piattaforma e comprendendo quanto di possibile si possa fare per riportare Twitter ad un livello di vivibilità e civiltà accettabili.

Oppure dovrebbero essere le persone a dover cambiare il modo di approcciarsi al resto del mondo una volta dotati di tastiera?

La mia risposta sta nel mezzo. Un po’ come si punivano gli hooligans in Gran Bretagna qualche decennio fa, le piattaforme dovrebbero cercare di debellare gli utenti in grado di generare solo insulti e odio. Il problema vero è che quest’ultime non funzionano come uno stadio. Morto un account, ne nasce un altro.

Partire dall’educazione? Facile a dirsi, ma nella pratica ho assistito a esternazioni allucinanti da persone culturalmente elevate, ma probabilmente l’impunità va a risvegliare gli istinti più gretti dell’uomo.

Nell’originaria e originale idea alle fondamenta dei social network, perlomeno quelli più frequentati al momento, ci sarebbe dovuta essere la pacifica circolazione delle idee, azzerare le distanze, facilitare la creazione di comunità. È ormai palese che una ben bassa percentuale di questi sfarzosi concetti è oggi riscontrabile in una qualsiasi conversazione su una di queste piattaforme. La costruzione dell’ego, l’importanza dei numeri rispetto ai contenuti, l’apparenza sopra l’essenza sono i veri protagonisti invece.

Dovremmo forse semplicemente accettare un concetto molto semplice. Le persone sono molto brave ad esser stronze e fare schifo quando gliene dai la possibilità. E più restano impuniti, più possono agire protette dall’anonimato, più il concetto di 1 vale 1 diventa diffuso, maggiori sono le possibilità di terminare nella deriva dell’insulto e dell’intolleranza.

Sospetto ci sarà un gran lavoro da fare in tutti i sensi. Sia dal punto di vista di accesso e interazione in questi luoghi così familiari eppure così estranei, così come da quello della comprensione intrinseca degli stessi. La rilevanza di cui li carichiamo è commisurata a una qualità di vita migliore o semplicemente a diventare animali sociali di tutto rispetto?

Mi sono dato una risposta molto tempo fa. Allontanandomi dalla partecipazione attiva perché l’80% delle volte si tratta di assenza di valore e di contenuti immeritevoli della mia attenzione. I miei profili resteranno attivi per ragioni di studio, approfondimento e lavoro. Ma sono conscio del fatto che ciò sta al di fuori di questo dominio internet, difficilmente sia in grado di dire chi io sia e altrettanto non è in grado di darmi una giusta percezione del mondo e di chi lo abita.

Lo spazio per l’approfondimento è, ad oggi, e fortunatamente, altrove.

Le stragi ai tempi di Facebook

Quando accadono meglio io ne stia lontano, almeno per qualche periodo.

A ogni strage assisto ad inconcepibile rincoglionimento di massa sottoforma di immagini e frasi pubblicate senza la benché minima cognizione di ciò che si sta pubblicando, con basi informative recuperate da wikipedia nella migliore delle ipotesi.

La solidarietà da social network è una forma pericolosa di perbenismo mista all’autoconforto di aver fatto l’azione più socialmente accettabile, sintomo di un approccio distorto ai problemi del prossimo condito dalla grossa incapacità di discernere l’essere dall’apparire.

Sarò un insensibile ignorante, bastian contrario e polemico, ma non riesco a partecipare ad un contesto dove le stragi vengono trasformate in tifo da stadio.

Voglio dire a cosa serve agghindare una foto profilo o una copertina di blu, bianco rosso e tatuarsi Liberté, Égalité, Fraternité sull’avambraccio? Cosa vogliate importi alle famiglie delle vittime se avete deciso di mostrare la vostra solidarietà su Facebook? Posto innanzi tutto che vi conoscano e che sia ben visibile a loro il vostro account.

Esatto, risposta esatta, una benamata mazza.

Tuttavia essere in pace con se stessi, sbandierando la propria appartenenza innalza i cuori e…a posto così, abbiamo fatto tutto per essere allineati con la massa e facciamo parte anche noi del carrozzone dei buoni.

Ed è per questo non mi vedrete mai schierarmi come un ultras con in colori di questa o quella nazione sotto attacco in quel momento. Ho preferito optare per un’azione più sensata, rintracciare amici in grado di essere raggiunti, sincerarmi delle loro condizioni offrendo il mio possibile aiuto. L’unica cosa avesse senso fare in mio potere in quel momento.

Proprio quando pensavo Facebook avesse assunto un ruolo di una qualsiasi utilità in un avvenimento del genere, permettendo di segnalare lo stato di salute di qualsiasi persona si trovasse nei paraggi, non meno di 24 ore dopo assisto ad un nuovo sfruttamento da curva di una tragedia di queste proporzioni.

Quando accadono meglio io ne stia lontano, almeno per qualche periodo.

A ogni strage assisto ad inconcepibile rincoglionimento di massa sottoforma di immagini e frasi pubblicate senza la benché minima cognizione di ciò che si sta pubblicando, con basi informative recuperate da wikipedia nella migliore delle ipotesi.

La solidarietà da social network è una forma pericolosa di perbenismo mista all’autoconforto di aver fatto l’azione più socialmente accettabile, sintomo di un approccio distorto ai problemi del prossimo condito dalla grossa incapacità di discernere l’essere dall’apparire.

Sarò un insensibile ignorante, bastian contrario e polemico, ma non riesco a partecipare ad un contesto dove le stragi vengono trasformate in tifo da stadio.

Voglio dire a cosa serve agghindare una foto profilo o una copertina di blu, bianco rosso e tatuarsi Liberté, Égalité, Fraternité sull’avambraccio? Cosa vogliate importi alle famiglie delle vittime se avete deciso di mostrare la vostra solidarietà su Facebook? Posto innanzi tutto che vi conoscano e che sia ben visibile a loro il vostro account.

Esatto, risposta esatta, una benamata mazza.

Tuttavia essere in pace con se stessi, sbandierando la propria appartenenza innalza i cuori e…a posto così, abbiamo fatto tutto per essere allineati con la massa e facciamo parte anche noi del carrozzone dei buoni.

Ed è per questo non mi vedrete mai schierarmi come un ultras con in colori di questa o quella nazione sotto attacco in quel momento. Ho preferito optare per un’azione più sensata, rintracciare amici in grado di essere raggiunti, sincerarmi delle loro condizioni offrendo il mio possibile aiuto. L’unica cosa avesse senso fare in mio potere in quel momento.

Noi stessi, anonimi

A marzo scorso parlavo di come online ci identifichiamo per ciò che condividiamo, tema ripreso anche da Luca poco tempo dopo, affermando come fosse l’anonimato a renderci davvero liberi di esprimere la vera natura delle nostre idee.

Tra le rispose ai commenti avevo aggiunto:

Il concetto è semplice, l’app accede alla tua lista contatti, da qui in maniera totalmente anonima viene chiesto di condividere qualsiasi pensiero ci passi per la testa in maniera totalmente anonima. Il network di contatti, dopo un limite iniziale a quelli personali, inizierà ad espandersi.

L’idea alla base di tutto: una volta “divorziato” dalla propria identità, si dovrebbe essere maggiormente propensi e aperti a condividere qualsiasi cosa. Eliminando le inibizioni a condividere così ciò che realmente si pensa.

App del genere ne esistono già, ma Secret premia però il pensiero e i commenti condivisi piuttosto che l’utente ad aver lanciato il thread.

Tra le news tecnologiche di questa mattina leggo di una nuova applicazione per iOS in rapida crescita in termini di utilizzo negli Stati Uniti: Secret.

Il concetto è semplice, l’app accede alla tua lista contatti, da qui in maniera totalmente anonima viene chiesto di condividere qualsiasi pensiero ci passi per la testa in maniera totalmente anonima. Il network di contatti, dopo un limite iniziale a quelli personali, inizierà ad espandersi.

L’idea alla base di tutto: una volta “divorziato” dalla propria identità, si dovrebbe essere maggiormente propensi e aperti a condividere qualsiasi cosa. Eliminando le inibizioni a condividere così ciò che realmente si pensa.

App del genere ne esistono già, ma Secret premia però il pensiero e i commenti condivisi piuttosto che l’utente ad aver lanciato il thread.

Sono curioso di provarla quando arriverà qui in Italia, se mai ci arriverà. Mi interessa capire se l’anonimato facilita contenuti maggiormente stimolanti perché privi di quel senso di giudizio che spesso ci blocca dal postare sui social network attuali. Oppure si limiterà ad essere un ricettacolo di troll.

Ad ogni modo come dice MG Siegler, i social network si stanno specializzando, frastagliando in tante piccole realtà in grado di fare meglio di qualunque altro quel particolare servizio. Facebook non basta più, oppure è troppo perché fa poco di tutto. Dal calderone con dentro qualsiasi cosa abbiamo bisogno del piatto di qualità sempre più spesso.

…E infatti qualche ora dopo, arriva la notizia di un possibile anonimato anche su Facebook…

Deal, coupon & co.

Chi non ha mai utilizzato uno di quei siti che propongono coupon/buoni sconto per acquistare prodotti o servizi online a prezzi vantaggiosi?

Non c’è bisogno di nascondersi so che lo avete fatto anche voi. Pare che l’Italia vada abbastanza forte in questo settore, complice il fatto che, nonostante siamo ancora un popolo molto reticente all’acquisto via Internet, non sappiamo resistere all’impulsività di acquistare online qualcosa a prezzo scontato.

Magari beffeggiando il nostro migliore amico, tapino, che pochi giorni fa aveva acquistato la medesima cosa a prezzo raddoppiato.

Una scenetta paradisiaca, con sconti sostanziosi, a volte anche oltre il 50% per ristoranti, prodotti elettronici, cure sanitarie e le fantomatiche cavitazioni che nessuno ha ancora capito cosa siano.

Questa sera mi sono imbattuto nella lettura di questo post, devo dire molto critico, su Business Insider. Tutto rivolto a quelle società la cui natura e scopo si sono moltiplicati a vista d’occhio anche nel Bel Paese. Tanto che qualcuno piuttosto ferrato e appassionato dell’argomento ha pensato bene di creare un aggregatore (vi consiglio di usarlo, molto utile).

Dunque, dicevo del post su Business Insider.

Mi ha fatto venire in mente che la sola, la fregatura, qualche volta è dietro l’angolo. E non parlo soltanto di chi ha acquistato il coupon che probabilmente dovrà attendere tempi non indifferenti per poter prenotare una cena, o attendere che il prodotto elettronico ordinato sia effettivamente in stock. Mi riferisco soprattutto al mondo del business, ai piccoli commercianti e coloro i quali, pensando di fare un investimento di marketing si sono ritrovati a perderci piuttosto che guadagnarci.

Eh, si perché questo tipo di servizi internet trattiene una larga percentuale della transazione finale effettuata da chi acquista, e il ritorno per la società fornitrice del bene o del servizio non è certo quantificabile tra le voci di guadagno.

Quello che mi dà più da pensare è il piccolo ristoratore che, ad esempio, decide di dare via 400 pasti completi, per due persone, a 29€ invece che 89€. Quanto gli rimane in tasca, ma soprattutto, si sarà fatto una clientela abituale? Non credo.

I clienti abituali di quel ristorante e decidono volontariamente di pagare 89€ a pasto, difficilmente conoscono questo tipo di siti, e probabilmente storcono il naso nel vedere che qualcuno sta pagando 60 euro in meno, ma mangiando le medesime pietanze. Senza dimenticare il fatto che chi sta mangiando per 29€ in un ristorante che di solito ne vuole 89 difficilmente ci ritornerà una seconda volta, perché sa, in cuor suo, di essere stato il più furbo di tutti.

Di punti positivi ce ne sono, ne sono certo, altrimenti non ci sarebbero così tanti clienti, così come le molteplici offerte tra le quali scegliere. penso al passaparola e al ristorante consigliato ad amici e parenti. Probabilmente molti altri che al momento mi sfuggono.

Quello che mi domando, da avido utilizzatore, è quanto ancora questo modello di business possa andare avanti ed essere sostenibile, visto che lo scenario futuro riportato dall’articolo non sia tra i più confortanti. La questione è controversa, mi appassiona, tuttavia non essendo un esperto di modelli economici e di business non mi saprei pronunciare in tal senso, nel frattempo che ne pensate?

You are the King, Content is Queen

Oggi pomeriggio ho chiuso le sessioni singole della Open Conference durante il Social Business Forum 2011. Purtroppo ho dovuto abbreviare i tempi della discussione perché si è andati lunghi durante la giornata, ma spero di esser riuscito a far passare ciò che avevo per la testa.

E’ difficile mettere insieme le emozioni che provocano la passione per questa materia con i risultati tangibili. Ci vuole uno sforzo solo, quello di leggere tutto con l’occhio di una persona, non servono abilità speciali, se non quella innata socialità che è in ognuno di noi, come sosteneva Rousseau già qualche centinaio di anni fa.

Ringrazio Stefano per l’inaspettato invito e rinnovo il piacere di aver passato la giornata con Piero (che ha spiegato egregiamente parte del mio concetto nel suo post), Noemi, Mauro, Gianluca (che alla fine non sono riuscito a citare :-)) e con Wolly durante il pranzo.

Per chi non fosse riuscito a partecipare qui di seguito alcuni concetti chiave e subito dopo le slide della presentazione.

  • Considero personalmente che non valga più l’assioma “Content is King” o meglio che non sia mai valso. Siamo noi, aziende/consumatori ad essere “King”. Questo perché siamo noi ad avere il controllo sulle nostre azioni online. “ Content is Queen” preferisco dire, perché così come vale per una Regina, il Re cerca di curarla e corteggiarla nel miglior modo possibile. L a Regina come un buon vino deve saper attrarre e instaurare interesse nelle persone
  • Il Contenuto nient’altro è che la moneta di scambio di azienda e persone, queste ultime il vero valore della comunicazione nei Social Media
  • Bisogna pertanto lavorare bene e duramente sui contenuti, ma è fondamentale poi concentrarsi sulle Relazioni
  • Il valore di un Like o di un Follow è pari a zero se non si attiva quel processo di Relationship tale per cui azienda/utente sono costantemente in contatto reciproco
  • Le aziende devono capire oramai che se vogliono sfruttare questi strumenti e diventare così sempre più consumer-centric non possono più ignorare il vero valore che esiste su Internet: le persone
  • Ignorare tutto ciò porta inevitabilmente a delle situazioni poco piacevoli
  • Il vero Valore online non consiste nel numero di Fan, follower o di Like, ma dall’interazione che l’azienda è in grado di instaurare e mantenere con le Persone. Quelle che amano il brand e i prodotti di quest’ultima
  • Per tutti i fan dei numeri: Non tutto quello che vale è misurabile, così come non tutto quello che è misurabile vale

Tra Social Media ed Engagement: perché non è importante solo ascoltare