Un NFT non è, alla fine, altro che una copia?

È qualcosa a cui penso da un po’. Al di là di considerare, per il momento, tutto il mercato NFT nient’altro che una furbata, il post di Matt Birchler mi ha dato la giusta traduzione in parole del suddetto pensiero.

Un NFT non è altro che una copia di una copia di una copia? Traduco dal suo post.

Supponiamo che qualcuno pubblichi uno dei suoi file creati su Photoshop su un mercato NFT. Ha il file originale e vuole venderlo a un fan. Lo elenca su un mercato e potrebbe dover caricare il file sul mercato in modo che quando un cliente acquista l’opera, possa scaricare immediatamente il file per il quale ha pagato.

La questione è proprio questa. Chi originariamente ha caricato il file originale aveva un file che voleva vendere, e ora ci sono 3 file.

Il creatore ha l’originale
Il mercato ha una copia dell’originale
L’acquirente ha una copia della copia del mercato
Anche se si tratta di una vendita peer-to-peer e non ci sono intermediari, l’acquirente riceve comunque una copia del file del creatore, non l’originale.

L’unico modo in cui qualcuno potrebbe legittimamente acquistare il file originale è acquistare il computer su cui il creatore lo ha originato e archiviato.

Ora, se questo vuol dire che le molte versioni di un file non contano, allora bene, si tratta solo di avere una registrazione di te come proprietario del file (anche se ti mancano cose come il copyright o i diritti di distribuzione). È necessario però chiarire bene questo punto perché non è come acquistare un’opera fisica che viene trasferita da un creatore a un proprietario, o da un proprietario a un altro. Esiste solo 1 copia di quell’opera fisica, non differenti file.

Sia io che Matt ci sbagliamo? Non funziona così? Dove sta la vera unicità?

Migrare da Google Workspace a iCloud+

E dopo i primi articoli apparsi online, ieri arriva la conferma definitiva via email da parte di Google:

Già. Tutti i miei account di posta e quelli della mia famiglia sono ospitati sulla cosiddetta G Suite Legacy Free Edition o tradotto in italiano versione gratuita precedente di G Suite.

Sostanzialmente ho/avevo tutte le funzionalità che potrebbe avere qualsiasi account Google Workspace a pagamento, ma completamente gratis. Una bella fortuna ai tempi essersene accaparrato uno, se non erro 2010. Non ho sborsato un solo euro per avere un indirizzo email con estensione di dominio personalizzato da allora e nonostante Google specificò molto bene che sarebbe rimasto gratis per sempre, come ormai abbiamo imparato, nulla è gratis online.

Ho iniziato a vagliare un po’ di alternative. Fastmail, Protonmail, Outlook o la stessa Google. I prezzi oscillano tra i 4.68 euro a utente fino ai 6.25. Ho 4 account da dover attivare essenzialmente e avrei raggiunto una spesa media annua compresa tra i 270 e i 290 euro in base all’offerta scelta.

Poi mi sono ricordato che recentemente Apple all’interno dell’offerta iCloud+ (che ho sottoscritto per tutta la mia famiglia) integra la possibilità di agganciare fino a 5 domini personali con un numero limitato di email (3 per ciascun membro famiglia). Con 2TB di spazio disponibile, con tutta la famiglia su dispositivi Apple ormai da anni, mi è sembrata senza dubbio la scelta più ovvia per non dover sborsare altri inutili soldi.

Il passaggio non è stato indolore, tutt’altro. La colpa ricade soprattutto su Google, che nonostante Google Takeout, non mi ha permesso di migrare tutte le impostazioni relative alla navigazione, YouTube, Local Guides al mio vecchio indirizzo @gmail.com. Ho perso quindi tutto lo storico del mio account principale, ma pazienza, ricostruirò piano piano il tutto riagganciandomi al mio vecchio indirizzo gratuito.

Per quanto riguarda invece email e contatti non ci sono stati particolari problemi di transizione. Prima nota. Come dicevo su iCloud+ potete andare a creare fino a 3 account email per ogni membro della vostra famiglia su uno dei 5 domini che avete collegato al vostro account @iCloud.com principale.

Sì, perché per poter accedere alla vostra email da browser o per settare il vostro client di posta dovete inserire le credenziali del vostro account @iCloud.com. Poi potete decidere che il vostro indirizzo di posta legata al vostro dominio, ad esempio xyz@gwtf.it, sia quello principale e da quell’indirizzo vengano inviate tutte le email. Niente di più facile.

Se pensate quindi che 3 indirizzi per membro siano pochi, è sufficiente quindi creare nuovi indirizzi @iCloud.com e a qual punto potete creare nuovi indirizzi email. Io ne ho 4 ad esempio, ma due dei quali appartengono a due altri membri della mia famiglia, quindi non ho problemi a gestirli così, visto che anche loro hanno i loro indirizzi @iCloud.com.

In tutta tranquillità ho settato sia il mio account G Suite che il mio account iCloud su Mail App del mio MacOS, da qui ho trascinato dal primo al secondo tutto il mio archivio di email. Per i contatti li ho esportati in vcard e importati direttamente da iCloud.com Successivamente ho settato il mio account contino.com su iCloud+ e creato i miei indirizzi email relativi, infine chiuso tutto il mio account G Suite e penso abbandonato per sempre i servizi di posta, calendario, drive di Google.

Per mio papà e mia mamma ho creato il loro indirizzo iCloud.com semplicemente attivando questa opzione sul loro device:

Dopodiché, ho aggiunto il mio dominio principale, contino.com, all’interno di iCloud+. Mi è stato chiesto di aggiungere già quegli indirizzi esistenti in modo da accordare il permesso di funzionamento. In poco meno di 10 minuti ho sistemato tutto, sugli account dei miei genitori su iCloud.com ho cambiato l’indirizzo principale da quello @iCloud.com a quello @contino.com. Il passaggio per loro è stato indolore, non si sono nemmeno accorti a livello mobile del passaggio.

Ah, se vi stesse chiedendo, il tutto funziona anche su client Windows. Sì, funziona. Con Windows 10, ho utilizzato Mailbird, con poco più di 35€ gestisce nativamente gli indirizzi email di default del proprio dominio personalizzato iCloud+. Agganciandomi con l’indirizzo @iCloud.com principale e poi aggiungendo le mie email con dominio personalizzato come se fossero degli Alias, che poi sono stati riconosciuti come principali, da i quali posso decidere con quale indirizzo spedire.

È stato bello finché è durato Google. Ma pagando già 99€ l’anno per un servizio identico, mi sembrava davvero stupido doverne pagare 300 in più solo per avere le funzionalità di Gmail. Tra qualche mese vi saprò dire di più, se il passaggio mi ha causato qualche mal di testa oppure ha funzionato tutto. Senza contare che Apple ha questa funzionalità che per me che mi iscrivo a ogni tipo di servizio è davvero un game changer.

Se avete dubbi o domande, i commenti sono a vostra disposizione.

Utilizzare Orbi Wifi 6 come modem collegandolo direttamente all’ONT

La mia totale poca dimestichezza con le questioni di reti locali si è palesata completamente ieri quando, leggendo un po’ online nel tentativo di risolvere un problema di velocità legato al Wi-Fi di casa, mi sono imbattuto in questa guida di Netgear: Come sostituire il modem TIM con un Orbi.

Eh sì, perché con una connessione Fibra FTTH e se hai richiesto l’installazione di un ONT Esterno per poter utilizzare il tuo modem invece che quello dell’operatore, puoi collegarlo direttamente al Router Orbi bypassando di fatto un modem/router come il FRITZBox! 7590.

Questo perché l’ONT converte il segnale ottico direttamente in linea Internet tramite il cavo WAN che si può collegare senza problemi alla base dei tuoi Orbi, in questo modo:

Se come me hai TIM è molto semplice procedere con la configurazione. Entri su http://orbilogin.com e clicchi su Internet. Vieni riportato a questa schermata, qui dovrai selezionare la voce Altro nel menu a tendina e scegliere che la tua connessione necessita dei dati di accesso. Lì dentro dovrai inserire il tuo numero di telefono come username e timadsl come password.

Il secondo step da seguire è il seguente. Andare su Avanzate, ultima voce del menu in fondo a sinistra e selezionare la voce VLAN. Da lì si abilita gruppo VLAN/Bridge e si cambia il numero della porta a 835.

Terminata questa operazione ti consiglio di riavviare il router e a questo punto sei pronto a navigare libero da qualsiasi altro aggeggio.

A me ha addirittura aumentato la velocità in upload!

Ti lascio qui le guide anche per Vodafone, Fastweb, WindTre. E ricordati se vuoi liberarti di un canone inutile, il modem è sempre libero, anche per i vecchi utenti che ce l’hanno già “imposto” dal proprio gestore telefonico.

Ah, per chiudere in bellezza, siccome le cose non capitano mai per caso, ma spesso tutte assieme, la puntata di oggi del podcast Il Tech Delle Cinque sembra parlare della mia situazione e quanto vissuto nei passati 10 giorni ⚡️

FRITZ!Box 7590 con Orbi Wifi 6 Mesh in FTTH

Ieri nella fretta di pubblicare un post in bozza ormai da qualche mese, ho scordato che le impostazioni di FRITZ!Box 7590 con Orbi Wifi 6 Mesh vanno cambiate una volta fatto il passaggio da FTTC a FTTH.

Una volta che sul vostro FRITZ!Box 7590 avete scelto la connessione FTTH e gli avete fatto fare la sua configurazione automatica, è necessario selezionare la spunta “I dispositivi di rete possono stabilire una propria connessione Internet aggiuntiva” per poter permettere al vostro impianto Orbi di potersi connettere senza problemi:

Dopodiché ci si deve spostare sulla pagina di configurazione dei vostri Orbi. E più precisamente nella sezione “Internet“. Rispetto a quanto fatto in precedenza per la FTTC, per la FTTH bisogna impostare su NO quando viene richiesto se la connessione richiede dei dati di accesso, mentre il resto lasciate tutto come era prima. Se cliccate l’immagine sotto vi si apre più leggibile.

A questo punto Orbi e FRITZ!Box 7590 si allineano e potete dimenticarvi del FRITZ!Box e navigare comodamente con i vostri moduli WiFi Orbi.

Finalmente Fibra!

Questo post è il compimento di un percorso lungo anni, fatto di attese più o meno infinite e una personale crociata per far uscire uno dei paesi all’estrema periferia milanese (Gessate nello specifico) dal medioevo tecnologico.

Immergiamoci.

Questo paese non ha mai avuto una connessione a banda larga. Né FTTC né tantomeno FTTH. L’ultimo di quest’area est della provincia di Milano a non averla. In effetti ricordo molto bene alcune ricerche fatte nel 2017 e sulla mappa di espansione della fibra Gessate risultava un buco nero in un mare di connessioni ultra veloci. Poi, appunto, nel 2017 ultimo anno della precedente amministrazione cittadina qualcosa si muove:

Incredibile! Qualcosa finalmente si era mosso e soprattutto direttamente in FTTH. Il progetto rientrava nello sforzo da parte di Open Fiber di andare a coprire quelle aree di totale disinteresse da parte di operatori privati e garantire così ai cittadini un accesso decente alla Rete.

Da quel momento ho iniziato a monitorare la situazione per le strade del paese, aspettandomi scavi, pose dei cavi, ma niente. Poi ad aprile 2018 finalmente un nuovo post di aggiornamento.

Dopo di che di nuovo silenzio. L’area individuata per la costruzione del PCN, ovvero una specie di piccolo container dove arriva la fibra portante anche per le aree limitrofe, ha effettivamente visto la luce con i lavori conclusisi dopo circa 1 anno. Un’attesa molto lunga durante la quale non solo è cambiata l’amministrazione comunale, ma ai cittadini non sono state date più notizie certe.

A quel punto con altri cittadini scontenti abbiamo formato un comitato, il nome fa un po’ ridere perché ricorda una lista civica che non otterrebbe mai più di 100 voti, ma fa niente. Gessate per la fibra ha iniziato a mandare un po’ di PEC, a presenziare ai consigli comunali, a chiedere incontri sia all’ufficio tecnico che al sindaco. Da qui siamo riusciti a risalire a una situazione di totale paradosso. Open Fiber ha interrotto il “cablaggio” della cittadina in FTTH, limitandosi soltanto a 75 unità abitative meglio identificate come le cascine, in quanto si è manifestato l’interesse di un’azienda privata a prendere in mano la situazione, ma portando la FTTC e non la promessa FTTH.

Fortunatamente l’amministrazione attuale ha preso a cuore la situazione prodigandosi con tutti gli enti preposti a chiarire la situazione, ma soprattutto a tenere nel limite del possibile sempre aggiornati i cittadini, creando addirittura un Google Doc con riassunta la situazione. Riporto qui uno stralcio che riassume ciò che accadde dal 2019 in avanti:

Il progetto differisce da quello inizialmente inviato via PEC al Comune nel 2017 (che prevedeva connessione in FTTH al 95% del territorio). Il comune ha per questo inviato il 09/11/2019 una PEC ad Infratel, Regione Lombardia ed Open Fiber notificando tale difformità: la risposta è stata che la ragione di tale cambiamento è stata la manifestazione di interesse di intervento da parte di un operatore privato che comporta l’impossibilità di intervento con finanziamenti pubblici (“consultazione aree grigie e nere 2019 relativamente al Comune di Gessate: la copertura viene confermata dallo stesso operatore del 2017, spostando però al 2021 l’avvio dell’intervento”). 

Oltre alla PEC, da subito ci siamo attivati contattando ripetutamente sia in via informale che in via formale Open Fiber, Regione Lombardia e Infratel per capire se ci fosse la possibilità di completare/estendere il progetto fatto.

Durante l’ultimo incontro con tutti e 3 gli attori del progetto BUL (Regione Lombardia, Infratel e Open Fiber), avvenuto il 27 marzo via teleconferenza, si èsancito in via definitiva che:

Il Comune ha terminato il suo ruolo limitato nel sottoscrivere la convenzione BUL e dando in seguito l’approvazione alla realizzazione dei lavori (primavera 2019);

Il progetto è concluso (collaudo effettuato in autunno) e i 3 attori hanno ribadito che non verrà esteso;

Le dorsali posate da Open Fiber potranno essere date in concessione ad operatori privati;

Il piano di sviluppo degli operatori privati prevede una copertura in BUL entro fine 2021;

E’ iniziato da parte di Infratel il progetto di finanziamento per la copertura di aree grigie tramite voucher alle aziende private.

In conclusione: i lavori sono terminati e non sono possibili modifiche nell’immediato. La novità riguarda la possibilità di utilizzo della rete di open fiber da parte degli operatori privati, che potranno proporre soluzioni differenti (FTTC, FTTH etc.). Al momento gli operatori privati propongono connessioni BUL in FWA, basata su antenne 4G, che viaggia fino a 30 MB/s.

Insomma, a fine 2019 il comune comunica che più di così non può fare e si toglie di mezzo sostanzialmente come attore attivo della cosa. Nel frattempo, nemmeno me lo sentissi che saremmo rimasti chiusi in casa per 4 mesi nel 2020, decido che una situazione a 7 Mb di velocità era diventata insostenibile. Mi attrezzo nel novembre 2019 con un modem 4G e un piano di connessione Flat molto costoso con Lundax. Per tutto il 2020 ho navigato molto bene, toccando a volte picchi di 100Mb e spendendo uno sproposito, ma quanto meno mi ha consentito di fare smart working e di non subire una penalizzazione lavorativamente parlando.

Tra la fine 2020 e inizio 2021 TIM decide che fosse arrivato il momento di iniziare i lavori per la FTTC. Una soluzione palliativa misto rame ma che quantomeno mi avrebbe permesso di dimezzare la spesa per Internet e avere una linea decorosa. Niente di più falso il secondo punto. Nonostante i 200Mb dichiarati dal commerciale TIM la distanza dall’armadio (ca. 700mt) abbatte la velocità a 30Mb.

Ok, sempre meglio che 7 mi dico. E da un annetto a questa parte navighiamo così. Nel frattempo qualcosa si muove a livello europeo e di governo italiano. Pare ci siano finalmente i fondi e le buone intenzioni per poter consentire alle aree bianche di uscire da una situazione complessa e consentire di abbracciare quel nuovo mondo del lavoro (ma non solo) che le conseguenze della pandemia ha portato con sé. E nel luglio del 2021 una nuova comunicazione da parte del comune insieme a Fibercop:

Ancora stento a crederci oggi. Da settembre 2021 con la nostra piccola associazione ci siamo scambiati consigli e pareri, abbiamo seguito i lavori di posa nelle varie palazzine e quelli in strada non mollando di un 1 cm.

Da qualche giorno finalmente è possibile attivare la FTTH per una prima parte di paese, saranno 2000 le unità abitative complessivamente toccate dai lavori che verranno ultimati nel 2022 stando alle informazioni qui riportate. Ma ovviamente l’attesa non è finita qui. Ho attivato la richiesta per l’upgrade di linea il 27 dicembre, fissando un appuntamento per il 5 di gennaio.

Il 5 gennaio si è presentato un tecnico TIM che appena ha visto che la centralina Fibercop era installata nel sottoscala del pianerottolo della palazzina affianco ha preso armi e bagagli e se l’è data a gambe dicendo sostanzialmente che lui non era in grado di fare l’impianto e che sarebbe servita una squadra esterna. Vengo ricontattato subito da chi gestisce gli appuntamenti e riprogrammata l’installazione per il 7 gennaio. Nella più classica delle tragicommedie vengo chiamato mentre ero in attesa del tecnico sentendomi dire che quest’ultimo si è infortunato sul lavoro. Stento a crederci perché è la stessa scusa data a un altro cittadino abitante nella mia stessa via a cui è arrivata al mattino la stessa telefonata, a me hanno dovuto attendere le 16 per avvisarmi. Tuttavia qualche ora dopo mi ricontattano dicendo che questa mattina alle 8.30 il tecnico sarebbe stato da me.

Dopo circa 3 ore e una ventina di metri di cavo, miracolo a Gessate:

EarPods. Elogio della semplicità

Non posso certo considerarmi un audiofilo, ma un appassionato dell’ascolto musicale con la massima qualità possibile che il mio orecchio sia in grado di percepire, questo sì.

Negli anni mi sono dotato di strumenti più o meno professionali come estensione al mio computer, da dove ascolto il 90% di tutto l’ascoltabile. Sono partito dalle Sony MDR-Z7 abbinate a un mini-ampli PHA-3, sono passato poi recentemente al setup che ho descritto qui per saggiare la bontà di Apple Music Hi-Res Lossless e di Tidal. Tuttavia sono giunto a una conclusione, sicuramente sofferta per il mio portafogli, ma conclusiva per le mie orecchie.

Nonostante i tanti tentativi e i diversi setup provati, le cuffie over-ear non fanno per me. Motivo principale? Dopo qualche ora succedono due cose, inizia a farmi male la parte esterna delle orecchie, ma soprattutto iniziano a sudarmi. Sensazioni davvero spiacevoli. Peggio ancora, la combinata con anche un amplificatore dedicato non mi ha fatto percepire nessun miglioramento significativo tanto da giustificarne una spesa così elevata. Sarei folle se non dicessi che una qualità generale migliore esista, ma per alcuni modelli c’è una carenza negli alti, per altri modelli una carenza nei bassi, e via andare.

Ad oggi, il modello che non solo ha sensibilmente cambiato l’acustica di tutto quello che ascolto, ma che ancora reputo il modello di riferimento, quello con il perfetto equilibrio che cerco mentre ascolto un brano e senza particolari fastidi fisici è il modello più classico degli auricolari Apple, quello che ha segnato una generazione: gli EarPods.

Occhio a non confonderli con gli AirPods. Sì, anch’essi ottimi auricolari, ma sofferenti di un peccato originale, una batteria che non dura tutta la giornata lavorativa se si affrontano 8 ore tra conference call e musica. Un prodotto di 19 euro in grado di tenere testa, almeno per la capacità percettiva delle mie orecchie, a modelli di alta fascia e non temono ancora il segno del tempo. Unica pecca, un modello con il noise cancelling totale. Sarebbe la manna definitiva, anche se influirebbe non poco sul prezzo finale.

Il mio unico timore, vista la strada wireless intrapresa da Apple nella linea di prodotti dedicata all’audio e al taglio netto dello slot jack 3,5 dagli iPhone, è che prima o poi spariscano. Sarebbe un peccato.

I nuovi vecchi MacBook Pro

Premessa. Ritengo le macchine presentate ieri sera da Apple dei piccoli mostri di potenza, ma esclusivamente rivolti ad un pubblico il cui utilizzo è di natura professionale, soprattutto audio-video e nel mondo grafico. 

Quindi se vuoi un computer da 3.000 euro per navigare e mandare qualche email, o hai soldi da buttare via, oppure non stai facendo la scelta più oculata in base alle tue esigenze. 

Le caratteristiche da bocca aperta non si discutono e mi piacerebbe ovviamente testare i nuovi MacBook Pro con CaptureOne, ma per il mio personale picco di richiesta di potenza sarebbe una spesa sprecata. Fine della premessa.

Ciò che davvero mi lascia basito però non è tanto il prezzo, quanto l’enorme passo indietro di Apple rispetto a due tecnologie tanto esaltate e sostenute a gran forza fino a ieri mattina: l’assenza di porte per periferiche esterne, se non Thunderbolt, e la fantomatica Touch Bar.   

Partiamo dalla prima. La porta Thunderbolt ha sostituito in primis la tanto apprezzata tecnologia MagSafe che ne avrebbe potuti salvare moltissimi da accidentali cadute. Ma messasi l’anima in pace per la scomparsa di questa tecnologia, man mano sono iniziate a sparire tutte le altre porte, USB, HDMI, lettore di card SD, sostituite sempre da altre Thunderbolt, costringendoCI a dover acquistare dongle di svariata natura per poterci connettere con il resto del mondo come schermi, macchine fotografiche, periferiche di qualsiasi tipo. Ragion per cui tanti possessori dei modelli antecedenti a quello del 2017 si tengono ancora stretti i loro prezioso modello.

La seconda. Utilizzo MacBook Pro da relativamente poco, 2018, sfruttando appieno regolarmente “solo” una ventina di app. Ammetto di non aver mai utilizzato o trovato utile la Touch Bar se non per alzare o abbassare il volume su Spotify. Probabilmente una questione di abitudine, ma l’ho sempre trovata un impiccio piuttosto che un aiuto nella produttività quotidiana.

Ieri però si è aperta una porta, anzi un portone, catapultandoci indietro di 6 anni. Le nuove macchine MacBook Pro in un solo colpo riottengono una porta HDMI, la tecnologia MagSafe e un lettore di card SD. La Touch Bar ? Scomparsa. Semplicemente anni fa Apple si è convinta di un futuro non ancora concretizzatosi oggi:

Apple’s argument for getting rid of the SD slot was that the future would be wireless, and we wouldn’t need to use cards to transfer data anymore. It wasn’t true back in 2016, and it’s still not true. Sure, some devices equipped with SD cards now offer wireless data transfer, but let me tell you—it’s not as fast or reliable as just plugging in a card and transferring the data! And a lot of our non-Apple devices still rely on slow USB ports to transfer data if you have to copy the data directly. The SD slot is just convenient whether you’re a pro transferring photos, audio, or video.

E questo è un bene. Vuol dire che l’esperienza di chi li utilizza ha fatto invertire la rotta a chi di solito la barra la tiene sempre dritta verso il futuro senza mai girarsi indietro, vedasi l’eliminare l’ingresso audio dagli iPhone o togliere la presa per il caricatore di batteria dalla confezione. Meno bene per chi ha investito centinaia di euro in dongle scomodi da utilizzare e trasportare.

Ultimo appunto negativo, l’introduzione del notch anche sui MacBook Pro. Sicuramente un elemento di marketing riconoscibile e differenziante rispetto alla competition, ma sgradevole agli occhi. Ne avrei capita la funzionalità se la nuova camera frontale fosse stata dotata di Face ID e utile quindi a sbloccare il proprio computer, ma sembra soltanto una scelta estetica poco azzeccata visto che questa funzionalità non è stata prevista. Il notch scompare quando l’applicazione che stiamo utilizzando è in modalità full screen, ma riappare quando abbiamo la scrivania di sfondo. Estremamente fastidioso dal mio punto di vista.

I nuovi MacBook saranno il benchmark di mercato e i processori M1 Max e M1 Pro un prodigio di ingegneria informatica. Ma è indubbio che abbiano tanto già un sapore di vecchio.

Glass

C’è un nuovo servizio di condivisione foto in città. Si chiama Glass e non è un social network.

Strano nel 2021, vero?

Ho avuto modo di testare Glass per qualche giorno, ho deciso di pagare il primo mese di iscrizione (4.99€) la scorsa settimana e vedere un po’ come funzionasse questo nuovo servizio al momento con accesso solo su invito e disponibile soltanto per iOS.

I Pro

Se pensi a Glass come antagonista di Instagram, sbagli. O meglio lo è, ma non utilizza le stesse dinamiche, anzi si posiziona al polo opposto. Glass fa della semplicità la sua virtù e l’assenza di like, profili con counter di follower e vetrine per alimentare l’ego i suoi punti di forza.

Il focus si sposta su un engagement puro fatto solo di commenti alle foto caricate dagli utenti. Per lo più scatti piuttosto professionali da quanto mi è capitato di vedere. Ogni foto mostra i dati EXIF della foto caricata e lascia spazio soltanto alle opinioni e non ai like.

La semplicità è il suo punto di forza, non vengono messi in evidenza persone/account più famosi di altri, ma semplicemente si scoprono nuovi fotografi in base all’ordine cronologico delle foto caricate nella prima tab, oppure andando a cercare un nome che sapete essere presente nell’app. Quelli che si decide di seguire compariranno poi nella seconda. Nella terza c’è il nostro profilo con le nostre immagini caricate.

Fine, non c’è altro. Essere semplici oggi è complicato, ma penso possa funzionare proprio per questo motivo.

Cosa manca ancora

Sicuramente al momento essere solo su iOS è piuttosto limitante. Al momento il caricamento delle foto avviene soltanto dall’album del nostro telefono. Ragione per la quale se si ha voglia di caricare una foto scattata con una macchina fotografica è necessario importarla nella nostra libreria di foto iPhone per poterla caricare su Glass.

Manca quindi la possibilità di poter caricare scatti anche da desktop, penso sia imprescindibile per chi non abbia voglia ogni volta di fare due passaggi per poter pubblicare un suo scatto.

Non so quanto imprescindibile, ma sicuramente d’aiuto, il poter editare un proprio post, magari sì è fatto un errore di battitura, al momento non è contemplato.

Ultima cosa, se al momento è possibile linkare uno scatto fotografico al di fuori dell’app per poterlo condividere e fruire anche su un browser, non è così per il profilo del fotografo stesso.

Sopravviverà?

Difficile da dire ora. Per adesso ha avuto un’ottima pubblicità più o meno gratuita dai principali blogger tech statunitensi. Fa qualcosa che Flickr o Smugmug fanno già in più grande scala anche se concettualmente diverso.

Non c’è pubblicità e i tuoi dati non sono venduti a terze parti, è vero, ma il pagamento potrebbe essere un grosso ostacolo per la diffusione planetaria.

Per ora mi sta piacendo e spingendo a commentare, cercare ispirazione per altri scatti. Sicuramente caricherò lì parte degli scatti fatti in Portogallo nei prossimi giorni.

E voi l’avete provato?

Non c’è più Spazio

Sarà dovuto forse all’uscita di Mass Effect Legendary Edition proprio quest’anno, ma appena ho sentito il nome New Shepard (il razzo con cui Jeff Bezos ieri ha raggiunto lo Spazio suborbitale) il mio picco d’attenzione è salito alle stelle.

Già, le stelle. Mai come queste settimane sembra esserci una rincorsa per ritornare a vederle da molto vicino. Quantomeno da parte dei tre tra i più ricchi uomini di questo pianeta, ormai prossimo alla rovina. Ma a discapito di cosa?

Ho letto diversi articoli nei giorni passati. Molti giornalisti si domandavano, a ragion veduta, se i soldi spesi per questi tour bus spaziali non potessero essere invece spesi per provare a salvare il salvabile qui sulla Terra. E devo dire me lo sono domandato anche io. È più che lecito, i soldi di privati cittadini possono essere spesi da quest’ultimi nel modo che più li aggrada. Ma la coda delle catastrofi naturali si sta allungando di mese in mese, un sintomo che non ha colori politici, né devono esserci troppi dubbi sulle cause.

Il turismo spaziale, pur con la volontà di portare degli uomini fuori dalla nostra orbita, ha dei costi di ricaduta sul clima terrestre e potenzialmente molto dannosi. Così come un non poco velato scopo di colonizzare altri pianeti o corpi celesti iniziando al fine di spostare l’inquinamento della produzione umana lassù, perché proprio non ci si vuole nemmeno provare a fare lo sforzo di cambiare le cose quaggiù. Siamo già al punto di voler piantare antenne LTE sul suolo lunare, perché sai mai che i video vengano male in diretta durante i prossimi allunaggi.

No, non è un rant contro la sano stimolo di scoperta e la volontà di continuare a porsi delle domande sull’Universo. Questi due elementi ci hanno regalato una moltitudine di benefici nella vita di tutti i giorni che nemmeno sappiamo. È una personale e preoccupata riflessione sull’assistere con il naso puntato all’insù ai progressi fatti negli ultimi 20 anni, mentre qui sotto stiamo facendo ancora troppo poco e non voglio arrendermi al credere che l’unica soluzione possibile sia quella di dovercene andare da qui.

Le calorie di un pendolare in moto

Da qualche giorno, complice il cambio di lavoro, sono tornato a spostarmi verso il centro cittadino di Milano. Ho riscoperto il piacere delle due ruote e mi godo ogni tanto giorno di meteo clemente per poter inforcare il nuovo mezzo.

C’è una bizzarria legata a questa vecchia-nuova routine. Il mio Apple Watch considera questo tragitto di una quarantina di minuti come attività fisica. Al di là delle oscillazioni per zig-zagare nel traffico e della pinzatura sui freni non credo di far poi molto se non stare seduto e accentuare i sensi per prestare la massima attenzione a ciò che mi circonda.

Eppure…Poco tempo dopo essere entrato e seduto in ufficio lui inizia a suonare.

Come se avessi completato un allenamento di mezz’ora o poco più.
Vai a sapere. Forse sono i battiti accelerati? Forse li associa al frena e riparti?
Non saprei. Qualcuno è più ferrato in materia?