Perché le webcam fanno schifo?

Any affordable webcam (even at the high end of affordability, $100+), uses inadequate and typically years-old hardware backed by mediocre software that literally makes you look bad. You might not notice this if you’re using video software that makes your own image small, but it will be obvious to other people on the call.

Un bel post del blog di Camo, un’app che trasforma il tuo iPhone in una webcam, che spiega il perché e il percome le webcam facciano schifo (con prova sul campo) e perché il vostro telefono riesce a fare molto meglio.

Non conoscevo l’app, l’ho installata e funziona anche su Windows e non solo su Mac. Niente male.

Configurare FRITZ!Box 7590 con Orbi Wifi 6 Mesh

Update 8 gennaio 2022: La guida seguente è se avete una linea FTTC, mentre se disponete di una FTTH dovete andare qui.

Finalmente è arrivata la Fibra!

Insomma, azzoppata in tutto e per tutto, come nella più classica e torbida storia all’italiana. Il nostro paesino alle porte di Milano è stato dichiarato zona grigia di mercato. Ovvero c’era un progetto di Open Fiber per portare con i soldi dei finanziamenti pubblici la FTTH, interrotto non appena TIM ha manifestato la volontà di sistemare il territorio, sì, ma con una FTTC.

E FTTC sia. L’armadio TIM al quale ci agganciamo dista 700mt da casa, con equivalente velocità di 33Mpbs in download. Una ciofeca se penso a chi come Lorenzo ha 1Gbps simmetrico con anche l’imminente arrivo dei 2,5Gbps di Fastweb. Ma tant’è, sopravviviamo in attesa di novità.
Ho deciso pertanto di sganciarmi da Lundax e da una connessione completamente 4G+ in primis per i costi, 40 euro al mese, e in secondo luogo per l’instabilità della connessione con picchi da 150Mbps ma con momenti di down fino a 20Mbps.

In una settimana TIM è stata molto rapida ad attivarmi il contratto e a far uscire proprio ieri mattina un tecnico di una ditta appaltatrice. Il quale, poverino, si è raccomandato di contattarlo direttamente per qualsiasi bisogno e di evitare il 187 pena una decurtazione di 30 euro dal suo stipendio 😱.

Ad ogni modo passiamo alla configurazione. Casa nostra è distribuita su 2 piani, divisa a metà dalla tromba delle scale che porta da un piano ad un altro. Già da un paio di mesi ho installato le Netgear Orbi Wifi 6 Mesh per ovviare al problema e avrei voluto mantenere l’attuale set-up per non perdere la bontà del segnale in grado di raggiungere qualsiasi pertugio di casa.

Restava da capire il funzionamento di FRITZ!Box 7590, il neo acquisto (grazie Gioxx) per non dipendere da nessun aggeggio dato in comodato d’uso da TIM e restare libero di scegliere.

Ho fatto partire l’auto configurazione con TIM e in pochi secondi ero online. Ora, il FRITZ!Box 7590 non permette una vera e propria modalità bridge, quella in cui smette di essere un router e agisce solo da modem, cosa utile al mio scopo visto che voglio far funzionare tutto passando dalle Netgear Orbi.

Ma c’è un piccolo trucco per sistemare le cose e “isolare” il FRITZ!Box 7590 relegandolo alla sola funzione di Modem. Te lo spiego passo passo:

  • Ho agganciato come dicevo il Router del Netgear Orbi Wifi 6 dalla sua porta Internet a una porta LAN del FRITZ!Box 7590
  • Sono entrato nel pannello di configurazione del FRITZ!Box 7590 e ho disabilitato qualsiasi cosa inerente al Wi-Fi, in modo da non creare confusione con la rete già esistente basata sull’Orbi
  • Successivamente dal menu Internet-> Dati di accesso ho cancellato quelli presenti e ho fatto scroll nella sezione più in basso della schermata
  • Poco più sotto ho dato la spunta al Passthrough PPPoE. Facendo così ho praticamente intimato al FRITZ!Box 7590 di permettere ad altri dispositivi ad esso collegato di poter accedere ad Internet in totale indipendenza
  • A questo punto sono passato al pannello di controllo NETGEAR Orbi Wifi 6 e ho cambiato queste impostazioni all’interno della schermata Internet
  • Ho spuntato sul “Sì” alla domanda se la connessione richiedesse dei dati di accesso
  • Ho inserito PREFISSO_NUMERO DI TELEFONO nel campo accesso, timadsl come password
  • “Sempre acceso” come modalità di connessione

Il gioco è fatto. Ora NETGEAR Orbi si connette automaticamente ad Internet, sfruttando il FRITZ!Box 7590 come modem e occupandosi lui di tutto quanto. Non dovreste avere nessun problema di Doppio Nat sulle vostre console di gioco e tutto dovrebbe filare liscio come l’olio.

Non ho puntato sui sistemi Mesh di FRITZ!Box in quanto li ho già testati in precedenza in casa mia. Purtroppo ho avuto una dispersione massima del segnale, mentre con i NETGEAR Orbi navigo a 33Mbps sia in LAN sia in Wi-Fi con zero dispersione del segnale.

Spero vi sia stata utile questa mini guida, che non ho trovato da nessun’altra parte online, per far coesistere due prodotti top di gamma sul mercato e che troppo spesso decidono di non “parlarsi” tra di loro.

Caro futuro me, ti scrivo

Il servizio FutureMe e come ricordarsi di ricordare.

Nella mia interminabile lista di difetti posiziono ai primi posti la smemoratezza. O meglio, sono affetto da memoria selettiva. Mi rendo conto di ricordami solo ciò che la mia mente ha deciso, per i fatti suoi ovviamente, di ritenere importante immagazzinare per buttare via tutto il resto.

Come se fosse un hard disk costantemente pieno che debba fare spazio a cose più importanti, eliminando i file meno utilizzati e i ricordi mai aperti.

Photo by Fredy Jacob on Unsplash

Per darvi l’idea, quando mia moglie si è trasferita da me qualche anno fa abbiamo razionalizzato gli spazi occupati selvaggiamente come qualsiasi altro uomo single in casa propria farebbe. Ancora oggi vado a cercare gli oggetti dove li avevo sistemati originariamente 10 anni fa e non nella loro nuova ubicazione che dura ormai da quasi tre anni.
Se mi chiedi cosa ho mangiato 3 giorni fa non me lo ricordo, se mi sforzo di ricordare il nome di qualcuno non ne parliamo, ma cosa peggiore quando dimentico di fare qualcosa di estremamente importante a cui ho pensato mentalmente con tanta intensità fino a pochi minuti prima.

Negli anni ho ovviato con svariate soluzioni. Al lavoro si traduce in appuntarmi qualsiasi cosa mi debba ricordare, ho la scrivania invasa di post-it con la to-do list imminente.
Mentre nella vita di tutti i giorni il calendario del telefono è il mio piccolo aiutante di babbo natale. Per i compleanni imposto le notifiche molto presto al mattino così da avere su schermo appena mi sveglio, per altre cose ho adottato un approccio più soft con l’esatto minuto in cui devo ricordarmi quella particolare azione.

Insomma, bene o male sopravvivo e non manco mai nessun appuntamento. Questa premessa è stata utile per raccontarvi di FutureMe. Si tratta di una piattaforma di messaggistica che permette di inviare email a 1, 3 o 5 anni di distanza oppure una data qualsiasi a piacimento. È un servizio datato, del quale avevo scordato l’esistenza. Salvo ricevere oggi un’email che mi ricordava di compilare la mia annuale lettera al mio futuro me.

Ho fatto log-in con le credenziali salvate su 1Password e il suggerimento del mio browser mi ha fatto presagire di averlo già utilizzato. Entrato mi sono trovato davanti ciò che sospettavo, esattamente 1 anno fa ho inviato un’email al mio futuro me e che riceverò tra 4 anni. Ho tentato invano di provare a leggere quanto scritto, ma so solo di aver composto 34 parole.

Sono minuti che penso a cosa io abbia potuto scrivere a me stesso, in 34 parole immagino non molto. La sola cosa in cui la mia memoria è stata utile è il ricordo che questo tipo di servizio non è nuovo, è un’idea scopiazzata da uno spot di Google Chrome di qualche anno fa riproposto qui sotto. Quindi FutureMe non fa nulla di originale, se non postporre un’email a te stesso. Un friendly reminder. Per ricorare a te stesso che non ricordi un cazzo.

Readng

No, non ho sbagliato il titolo. È il nome di una neonata app per il tracking e la scoperta di libri. Sulla scia di goodreads, ormai l’ombra di un sito anni ’90, e dell’anonimo anobii che ha cambiato più proprietari di Yahoo!, Readng sembra voler dare una botta di freschezza al circolino delle app di tracciamento di lettura.

Seppur ancora acerbo, in pochi minuti ho completato l’import di quanto tracciato su goodreads, e ha a disposizione un’intera sezione di richieste aperte per migliorare costantemente il servizio in base al feedback e idee proposti dagli utenti. Il che lascia ben sperare per il futuro del servizio.

Al momento mi sembra un po’ scarna l’integrazione per ricercare nuovi amici, di fatti per ora è solo su invito. Ma credo l’intento sia proprio quello di creare una piattaforma di nicchia, lontana dalle dinamiche social attuali, evitando qualsiasi integrazione di sorta.

Al momento ho a disposizione tre inviti, se avete voglia di testarlo, commentate qui sotto 👇🏻.

Readng

No, WhatsApp non condividerà i tuoi dati personali

Con l’aggiornamento di ieri molti di voi avranno notato questa schermata alla riapertura di WhatsApp. Ove sostanzialmente si deve accettare ora o nel mese di febbraio dove sarà obbligatorio farlo.

Prendere o lasciare il servizio per sempre.

Ed è iniziato il classico bailamme mediatico. WhatsApp cattivo condivide con le altre aziende del gruppo le nostre informazioni personali per mostrarci pubblicità contestuale su Facebook.

I dati che verranno condivisi con Facebook saranno i nomi, le foto di profilo, gli aggiornamenti di stato, i numeri di telefono, gli elenchi dei contatti, gli indirizzi IP, le informazioni tecniche sul proprio dispositivo come marca e modello, versione di sistema operativo e operatore telefonico; se interagiscono con aziende tramite WhatsApp, Facebook riceverà gli indirizzi postali di spedizione e gli importi spesi in acquisti.

E via a citare i consigli di Elon Musk. La stessa Signal che ammette rallentamenti per i troppi nuovi iscritti e i siti di tecnologia al galoppo per consigliare app alternative.

Purtroppo solo poche testate online hanno segnalato che queste modifiche non saranno attive in Europa, e per quanto mi scocci Corriere.it è una di queste:

Intervenuto sulla questione, un portavoce di WhatsApp ha precisato: “ Non ci sono modifiche alle modalità di condivisione dei dati di WhatsApp nella Regione europea (incluso il Regno Unito) derivanti dall’aggiornamento dei Termini di servizio e dall’Informativa sulla privacy. WhatsApp non condivide i dati degli utenti WhatsApp dell’area europea con Facebook allo scopo di consentire a Facebook di utilizzare tali dati per migliorare i propri prodotti o le proprie pubblicità”.

Questo perché, a quanto riporta una nota divulgata dalla piattaforma, “se in futuro dovessimo scegliere di condividere tali dati con le società di Facebook a questo scopo, lo faremo solo dopo aver raggiunto un accordo con la Commissione irlandese per la protezione dei dati ( WhatsApp Ireland è infatti l’entità che fornisce il servizio agli utenti europei, ndr) su un meccanismo futuro che consenta tale utilizzo”.

Tradotto: per il momento WhatsApp non condividerà le informazioni degli utenti con Facebook a scopo pubblicitario. Intanto, però, ha chiesto loro l’autorizzazione (obbligatoria), anche per consentire agli account Business una più agevole gestione delle conversazioni tra le due piattaforme.

Per il momento, quindi, calma e sangue freddo. E per lunghe che siano le FAQ e i documenti di policy è sempre tutto dettagliato lì dentro.

Ho avuto sempre un costante rapporto di amore/odio nei confronti di WhatsApp, ma volente o nolente mi ritrovo costretto ad utilizzarlo per motivi lavorativi e di vita privata. Non foss’altro l’app di messaggistica istantanea più diffusa sul pianeta.

Prediligo Telegram come alternativa, benché si appresti anch’essa ad essere invasa da contenuti pubblicitari o abbia qualche problema di privacy nella condivisione della geolocalizzazione. Tuttavia ancora a meno di WhatsApp non si può fare.

Vedremo in futuro se queste modifiche ai termini privacy arriveranno anche nell’Unione, a quel punto ci sarà da domandarsi se migrare definitivamente su alternative più attente a quanto l’utente sia disposto a condividere di sé.

Update 15 gennaio: Il blog di WhatsApp chiarisce la situazione, come appunto avevo anticipato.

WhatsApp si fonda su un concetto semplice: tutto ciò che condividi con familiari e amici rimane tra voi. Questo significa che continueremo a proteggere le tue conversazioni personali con la crittografia end-to-end. Grazie a questa misura di sicurezza, né WhatsApp né Facebook possono vedere i tuoi messaggi privati. Ed è per questo motivo che non teniamo traccia delle persone che chiami o a cui invii messaggi. WhatsApp non può nemmeno vedere la posizione da te condivisa e non condivide i tuoi contatti con Facebook.

Incoerenza

Non so in quanti si siano bevuti la storia di Apple salvatrice del pianeta nel non includere un carica batterie nel nuovo packaging degli iPhone 12.

Lo storytelling sul perché si sia optato per una mossa del genere è commovente e comprensibile. Voglio dire, quanti di noi in casa hanno carica batterie a profusione a cui attaccare il cavo del proprio iPhone?

Tanti vero? E perché includerne di altri in una confezione che sarebbe più grande e sprecherebbe risorse prezioso del nostro decrepito Pianeta quando se ne potrebbe usare uno che hai lì, proprio sotto il tuo naso?

Ebbene, non è così.

Il solo carica batterie Apple in grado di ricaricare iPhone 12 è soltanto quello di iPhone 11. Quelli precedenti non vanno bene.

Perciò, metti caso uno come me che da iPhone Xs vuole spostarsi su iPhone 12 dovrà acquistare un nuovo carica batterie. Indipendentemente se si voglia utilizzare il cavo in dotazione nella scatola, o provare le meraviglie della tecnologia MagSafe.

Insomma, come scritto qui, uno entra in un negozio Apple sperando di fare qualcosa di buono e se ne va a casa con almeno un carica batteria in più, ovviamente pagandolo profumatamente e non più “incluso” nel prezzo del telefono come accadeva fino al modello dell’anno scorso.

Non smetterò di utilizzare iPhone e nemmeno i prodotti Apple, la mia critica non è tanto sulle politiche ambientali dell’azienda, per altro sempre molto attenta al tema. Quanto piuttosto a una scelta di comunicazione poco chiara e da presa in giro nei confronti del consumatore finale.

Che sonno!

Apple Watch è stato lanciato nel 2015.

Solo dopo 5 anni finalmente, con l’aggiornamento a WatchOS 7, è arrivato il monitoraggio del sonno. Complice anche un nuovo materasso Tempur ho voluto fare qualche test di una settimana per capire come funzionasse l’app e quale fosse la reale utilità di questa misurazione.

Al di là della funzione sveglia con vibrazione e suoni differenti tra cui scegliere, l’app Sonno non dice praticamente nulla di più se non le ore effettive dormite.

Facendone una media settimanale e una mensile.

Fine. Non c’è nessun’informazione utile per adattare meglio le proprie abitudini, né se il sonno è stato leggero o pesante.

Mi domando cosa ci fosse di tanto complicato per dover attendere 5 anni nell’introdurre questa funzione quando i competitor l’hanno da tempo immemore con tra l’altro un set enorme di informazioni da cui pescare.

Apple, è proprio il caso di dirlo, stai dormendo.

Finalmente immuni (?)

A metà aprile scrivevo dell’app immuni. Esponevo i miei legittimi dubbi sulla questione, non sul funzionamento dell’app di per sé, quanto sulla sua utilità ed efficacia.

Sul primo aspetto non posso esprimermi, non avendola ancora scaricata (le motivazioni poco più sotto), ma voglio linkare sia l’articolo che il video a firma di Luca. Credo siano i contenuti più esaustivi sull’argomento e sarebbe bene che il governo imparasse da qui come comunicare una questione all’apparenza complicata, come un’app e la relativa gestione privacy, utilizzando dei termini comprensibili alla maggioranza della popolazione italiana.

Il lavoro della community tecnologica italiana, o meglio di chi quotidianamente la racconta attraverso siti, blog, video, podcast e molto altro dovrebbe essere questo. Informare, prima di ogni altra cosa, e forse in un momento come questo le critiche dovrebbero essere costruttive e non distruttive, quando si tratta di tutti gli italiani.

Passiamo alla seconda faccenda. Utilità ed efficacia.

Come già ribadito l’app avrà una vera efficacia se scaricata da circa il 60% della popolazione. La quale dovrà avere non solo dispositivi più o meno recenti (ad esempio funzionerà da iPhone 6s in avanti), ma anche con sistemi operativi aggiornati (dopo iOS 13.5). La colpa non è di immuni ma dei due principali produttori di software per smartphone e ci si deve adattare per forza di cose. Ma è indiscutibile che questa potrebbe essere una prima barriera al download.

La seconda, e qui non me ne voglia nessuno, sto provando a cercare online ma non riesco a trovare nulla sull’argomento (ad oggi ho trovato questo post, ma con immuni non ha molto a che fare), è come vengono trattati eventuali falsi positivi, se mai ce ne saranno o meno in prima battuta.

Altra domanda, io lavoro in un luogo che ospita decine di migliaia di clienti durante la settimana. Ospiti di ristoranti, bar, negozi. Per svariate ragioni ne incrocio buona parte, vuoi perché vado a nutrirmi a mia volta, vuoi perché ho necessità di visitarne alcuni per questioni lavorative, ma magari io sono in locale, mentre il potenziale positivo è in quello affianco senza mai fisicamente incrociarci.
Mi domando se potenzialmente potessi ricevere mediamente una percentuale di segnalazione più alta di chi, per fare un esempio, è ancora ancorato alla scrivania di casa perché in home working.

Se c’è un argomentazione valida sulla questione, per favore illuminatemi. Per il momento attendo ancora prima di scaricarla, vorrei capirne di più e approfondire ulteriormente la questione. Sarà forse che applico un altro disincentivo personale al download, ovvero avere il bluetooth perennemente disattivato e non so bene per quale ragione non mi va di attivarlo per tutto il giorno.

Ok, sarebbe per una ragione più che valida e sarei disposto a farlo se fossi certo e sicuro della sua utilità ed efficacia. Vi farò sapere.

iPad Magic Keyboard

Ho un iPad Pro 11’’ del 2018, prima generazione.

Al lancio comprai la Smart Keyboard. Piuttosto pesante, assolve bene il suo compito, ovvero non trasforma l’iPad in un computer, ma aggiunge quella fisicità alla tastiera necessaria per scrivere un qualsiasi componimento più lungo di una riga, già difficile con quello da 11’’ non oso immaginare con quello da 12.9’’. Nonostante ciò la Smart Keyboard non è priva di difetti, in primis il fatto di aprirsi soltanto a 125°, il che ne impone l’utilizzo su una superficie perfettamente piana, altrimenti diventa impossibile scrivere. Infine, questa vecchia tastiera assolve anche alla funzione di cover, ovvero quando si è stanchi di utilizzare i tasti, si può ripiegare completamente su se stessa e si può utilizzare l’iPad come abbiamo sempre fatto, come un tablet.

L’annuncio in marzo di una nuova tastiera per iPad Pro mi ha incuriosito non poco. La Magic Keyboard, arrivatami ieri per posta, approccia il device in maniera completamente differente, abbracciando in toto l’aggiornamento iPadOS 13.4 dove è stato introdotto il supporto per il mouse.

Ho deciso di acquistarla principalmente per avere un device portatile che sostituisse in toto un laptop, che non ho, nel momento in cui avessi affrontato viaggi di piacere. Andando più nel dettaglio, quando viaggio amo fotografare e scrivere nei ritagli di tempo aggiornando il blog e facendo editing più o meno pesante con Lightroom. Con questo setting ero certo di poter assolvere a queste necessità. Vediamo se così sarà.

E qui sta il primo errore, considerarla solo una tastiera. Innanzi tutto possiede anche un trackpad, integrando di fatto anche un mouse. È dunque soprattutto una docking station e non una cover come la Smart Keyboard.

Perché?

Come si può vedere dalle mie foto la Magic Keyboard può angolare l’iPad fino a 135°. Una differenza particolarmente importante con l’alternativa. Questo permette di fatto di avere una leggibilità maggiore dell’iPad in quella posizione, trasformandolo in un vero e proprio laptop. Tuttavia questa è la sola posizione alla quale può arrivare. Magic Keyboard non può, infatti, ripiegarsi su se stessa e quindi lasciare libertà all’iPad di tornare ad essere un semplice tablet. L’unica opzione possibile è staccarlo da essa e proseguirne l’utilizzo da “nudo”.

La tastiera è retro-illuminata, ma il controllo della sua luminosità può avvenire soltanto dalle impostazioni software e non direttamente da essa. La pecca maggiore, infatti, è l’assenza dei tasti funzione come il controllo media o, appunto, della luminosità o del tasto esc. Niente che non si possa raggiungere con un paio di clic, ma sicuramente sarebbe stato un bel colpo averli.

A differenza della Smart Keyboard la sensazione della pressione sui tasti è ottima. Non sfigura davanti a nessuna delle vecchie tastiere dei MacBook e dà una buona sensazione di sicurezza e durabilità. Il trackpad poi è una specie di manna dal cielo. Imparati bene i gesti, sembra di essere su MacOS aumentando notevolmente la produttività dell’iPad Pro. In attesa che ancora tutte le app siano pienamente compatibili, vero Google Apps?

In generale si percepisce l’altissima qualità e l’attenzione al dettaglio. I magneti sono potentissimi e sebbene l’iPad sembri fluttuare in aria non si ha mai la sensazione che possa cadere o risultare instabile. Tutt’altro. Se si prova ad aprirla, quando richiusa, risulta impossibile farlo con una mano sola da quanto i magneti la sigillino quasi ermeticamente. Ciò contribuisce a darle un senso di solidità e di sicurezza. La vera pecca è il peso che passa da 470 grammi a 960 grammi. Come avere due iPad insieme. È sempre però bene ricordare che si tratta di una tastiera docking e quindi in grado di trasformare un tablet in un laptop praticamente.

Credo che Microsoft con Surface avesse ovviamente ragione e Apple si sia dovuta arrendere alla sua idea. Ormai mi sono abituato ad utilizzare sistemi Apple esclusivamente da un paio d’anni e credo che, nonostante alcuni punti a sfavore, possa essere la mia soluzione perfetta per viaggio e per produttività casalinga veloce senza dover costantemente accendere il mio Mac mini.

Pro

  • iPad Pro grazie alla Magic Keyboard si avvicina paurosamente a un laptop di alta fascia, integrando il meglio del tablet estendendone l’esperienza senza far mai mancare MacOs
  • Qualità eccellente del prodotto. Tasti e trackpad talvolta superiori a quelli del MacBook Pro (test su quello aziendale del 2018)
  • Possibilità di caricare iPad direttamente dalla tastiera con uno slot USB-C aggiuntivo, consentendo di utilizzare quello posto su iPad per accessori esterni

Contro

  • Pesantezza
  • Non è una cover, ma una vera e propria docking station. Quindi se si vuole stare nel letto e leggere su iPad è necessario staccarlo dalla Magic Keyboard
  • Ha solo due posizioni possibili. Ma c’è già chi ha trovato un hack

Sonos. Come non comunicare.

Lo scorso 21 gennaio il blog di Sonos pubblica un post piuttosto criptico. Alcuni prodotti, anche risalenti a 10 anni fa, non riceveranno più alcun supporto o aggiornamento a partire dal prossimo maggio 2020.

Da maggio questi prodotti legacy, cioè i primi Zone Player, Connect e Connect:Amp; include versioni vendute fino al 2015, il Play:5 di prima generazione (presentato nel 2009), CR200 (immesso sul mercato nel 2009) e Bridge (che risale invece al 2007), non riceveranno più gli aggiornamenti software né disporranno delle nuove funzionalità.

Io da utilizzatore dell’ecosistema Sonos dal 2011 mi sono domandato quale fosse la vera ragione per dichiarare apertamente l’assenza di supporto a questi prodotti. Ho provato a comprendere se fosse un problema derivante dalle piattaforme di musica in streaming, le quali richiedono particolari funzioni e/o aggiornamenti con l’andare del tempo.

O semplicemente fosse una scelta di campo di Sonos per spingere l’obsolescenza programmata e di conseguenza la sua campagna Trade Up. 30% di sconto sui nuovi ordini a patto di spedire quelli vetusti. Niente di nuovo sotto il sole, anche Go Pro fa spesso azioni di marketing similari.

Tuttavia, proprio per la scarsa chiarezza di posizionamento, per aver lasciato il lettore comprendere un menefreghismo meschino sottinteso: o acquisti i nuovi prodotti o cavoli tuoi con quelli vecchi, la Rete ha iniziato a riversare le proprie rimostranze sui social. Arrivando all’hashtag #SonosBoycott.

Dopo un paio di giorni il CEO di Sonos sembrerebbe fare marcia indietro. Con un nuovo post di scuse pubbliche:

A maggio, quando i nuovi aggiornamenti software non saranno più disponibili per i prodotti legacy, questi continueranno a funzionare come sempre. Non vogliamo sostituirli, renderli obsoleti o eliminare le funzionalità attuali. Per molti dei nostri clienti il Sonos System è stato un investimento importante, quindi è nostra intenzione onorarlo il più a lungo possibile. Non doteremo i prodotti Sonos legacy di nuove funzionalità software, ma ci impegniamo a mantenerli aggiornati correggendo i bug e fornendo patch di sicurezza fin quando ne avremo la possibilità. Se riscontreremo problematiche relative all’esperienza su cui non saremo in grado di intervenire, cercheremo di offrire una soluzione alternativa e ti comunicheremo eventuali cambiamenti che potresti notare durante l’uso dei prodotti.

In secondo luogo, abbiamo dato ascolto alle segnalazioni dei clienti Sonos relative ai problemi di coesistenza tra i prodotti legacy e quelli moderni. Stiamo lavorando a una soluzione in grado di suddividere il sistema in modo che i prodotti moderni funzionino all’unisono e siano dotati delle ultime funzionalità, e i prodotti legacy si integrino alla perfezione tra loro rimanendo invariati. Nelle prossime settimane ti illustreremo tutti i dettagli, che al momento sono in via di definizione.

Ora, il problema non sta tanto nel fatto che Sonos possa decidere in totale tranquillità cosa fare con i suoi vecchi prodotti. Il problema sta nel comunicarlo nel modo corretto a chi, come il sottoscritto, ha speso e investito oltre 1.500 euro su un ecosistema proprietario, la cui esperienza di obsolescenza non era poi così programmata in fase di acquisto.

In secondo luogo l’intervento diretto del CEO con un rimando a una possibile soluzione nelle prossime settimane è sintomatico del fatto che chi c’è dietro a tutto questo polverone non avesse la benché minima idea dei possibili feedback da parte dei consumatori e non avesse un piano pronto per rispondere alla realtà.

Il risultato è il disamoramento da parte degli acquirenti nei confronti di brand che si è sempre comportato più che egregiamente e nel recente passato ha, anzi, dato prova di salvaguardare la propria tecnologia anche scontrandosi con i giganti se necessario.

Tuttavia adesso, la scarsa chiarezza, e la scarsa preparazione a rispondere a un danno creato con le loro stesse mani, sta causando un allontanamento naturale da un brand tutto sommato indipendente, svestendosi dai panni del Davide e decidendo di comportarsi proprio come quei Golia che troppo spesso ci hanno deluso.

Peccato. Ad oggi continuerò a utilizzare questo sistema, perfetto per le mie esigenze, ma mi dovrò necessariamente guardare attorno se e quando l’obsolescenza non programmata di Sonos mi colpirà da vicino.