Incoerenza

Non so in quanti si siano bevuti la storia di Apple salvatrice del pianeta nel non includere un carica batterie nel nuovo packaging degli iPhone 12.

Lo storytelling sul perché si sia optato per una mossa del genere è commovente e comprensibile. Voglio dire, quanti di noi in casa hanno carica batterie a profusione a cui attaccare il cavo del proprio iPhone?

Tanti vero? E perché includerne di altri in una confezione che sarebbe più grande e sprecherebbe risorse prezioso del nostro decrepito Pianeta quando se ne potrebbe usare uno che hai lì, proprio sotto il tuo naso?

Ebbene, non è così.

Il solo carica batterie Apple in grado di ricaricare iPhone 12 è soltanto quello di iPhone 11. Quelli precedenti non vanno bene.

Perciò, metti caso uno come me che da iPhone Xs vuole spostarsi su iPhone 12 dovrà acquistare un nuovo carica batterie. Indipendentemente se si voglia utilizzare il cavo in dotazione nella scatola, o provare le meraviglie della tecnologia MagSafe.

Insomma, come scritto qui, uno entra in un negozio Apple sperando di fare qualcosa di buono e se ne va a casa con almeno un carica batteria in più, ovviamente pagandolo profumatamente e non più “incluso” nel prezzo del telefono come accadeva fino al modello dell’anno scorso.

Non smetterò di utilizzare iPhone e nemmeno i prodotti Apple, la mia critica non è tanto sulle politiche ambientali dell’azienda, per altro sempre molto attenta al tema. Quanto piuttosto a una scelta di comunicazione poco chiara e da presa in giro nei confronti del consumatore finale.

Che sonno!

Apple Watch è stato lanciato nel 2015.

Solo dopo 5 anni finalmente, con l’aggiornamento a WatchOS 7, è arrivato il monitoraggio del sonno. Complice anche un nuovo materasso Tempur ho voluto fare qualche test di una settimana per capire come funzionasse l’app e quale fosse la reale utilità di questa misurazione.

Al di là della funzione sveglia con vibrazione e suoni differenti tra cui scegliere, l’app Sonno non dice praticamente nulla di più se non le ore effettive dormite.

Facendone una media settimanale e una mensile.

Fine. Non c’è nessun’informazione utile per adattare meglio le proprie abitudini, né se il sonno è stato leggero o pesante.

Mi domando cosa ci fosse di tanto complicato per dover attendere 5 anni nell’introdurre questa funzione quando i competitor l’hanno da tempo immemore con tra l’altro un set enorme di informazioni da cui pescare.

Apple, è proprio il caso di dirlo, stai dormendo.

Finalmente immuni (?)

A metà aprile scrivevo dell’app immuni. Esponevo i miei legittimi dubbi sulla questione, non sul funzionamento dell’app di per sé, quanto sulla sua utilità ed efficacia.

Sul primo aspetto non posso esprimermi, non avendola ancora scaricata (le motivazioni poco più sotto), ma voglio linkare sia l’articolo che il video a firma di Luca. Credo siano i contenuti più esaustivi sull’argomento e sarebbe bene che il governo imparasse da qui come comunicare una questione all’apparenza complicata, come un’app e la relativa gestione privacy, utilizzando dei termini comprensibili alla maggioranza della popolazione italiana.

Il lavoro della community tecnologica italiana, o meglio di chi quotidianamente la racconta attraverso siti, blog, video, podcast e molto altro dovrebbe essere questo. Informare, prima di ogni altra cosa, e forse in un momento come questo le critiche dovrebbero essere costruttive e non distruttive, quando si tratta di tutti gli italiani.

Passiamo alla seconda faccenda. Utilità ed efficacia.

Come già ribadito l’app avrà una vera efficacia se scaricata da circa il 60% della popolazione. La quale dovrà avere non solo dispositivi più o meno recenti (ad esempio funzionerà da iPhone 6s in avanti), ma anche con sistemi operativi aggiornati (dopo iOS 13.5). La colpa non è di immuni ma dei due principali produttori di software per smartphone e ci si deve adattare per forza di cose. Ma è indiscutibile che questa potrebbe essere una prima barriera al download.

La seconda, e qui non me ne voglia nessuno, sto provando a cercare online ma non riesco a trovare nulla sull’argomento (ad oggi ho trovato questo post, ma con immuni non ha molto a che fare), è come vengono trattati eventuali falsi positivi, se mai ce ne saranno o meno in prima battuta.

Altra domanda, io lavoro in un luogo che ospita decine di migliaia di clienti durante la settimana. Ospiti di ristoranti, bar, negozi. Per svariate ragioni ne incrocio buona parte, vuoi perché vado a nutrirmi a mia volta, vuoi perché ho necessità di visitarne alcuni per questioni lavorative, ma magari io sono in locale, mentre il potenziale positivo è in quello affianco senza mai fisicamente incrociarci.
Mi domando se potenzialmente potessi ricevere mediamente una percentuale di segnalazione più alta di chi, per fare un esempio, è ancora ancorato alla scrivania di casa perché in home working.

Se c’è un argomentazione valida sulla questione, per favore illuminatemi. Per il momento attendo ancora prima di scaricarla, vorrei capirne di più e approfondire ulteriormente la questione. Sarà forse che applico un altro disincentivo personale al download, ovvero avere il bluetooth perennemente disattivato e non so bene per quale ragione non mi va di attivarlo per tutto il giorno.

Ok, sarebbe per una ragione più che valida e sarei disposto a farlo se fossi certo e sicuro della sua utilità ed efficacia. Vi farò sapere.

iPad Magic Keyboard

Ho un iPad Pro 11’’ del 2018, prima generazione.

Al lancio comprai la Smart Keyboard. Piuttosto pesante, assolve bene il suo compito, ovvero non trasforma l’iPad in un computer, ma aggiunge quella fisicità alla tastiera necessaria per scrivere un qualsiasi componimento più lungo di una riga, già difficile con quello da 11’’ non oso immaginare con quello da 12.9’’. Nonostante ciò la Smart Keyboard non è priva di difetti, in primis il fatto di aprirsi soltanto a 125°, il che ne impone l’utilizzo su una superficie perfettamente piana, altrimenti diventa impossibile scrivere. Infine, questa vecchia tastiera assolve anche alla funzione di cover, ovvero quando si è stanchi di utilizzare i tasti, si può ripiegare completamente su se stessa e si può utilizzare l’iPad come abbiamo sempre fatto, come un tablet.

L’annuncio in marzo di una nuova tastiera per iPad Pro mi ha incuriosito non poco. La Magic Keyboard, arrivatami ieri per posta, approccia il device in maniera completamente differente, abbracciando in toto l’aggiornamento iPadOS 13.4 dove è stato introdotto il supporto per il mouse.

Ho deciso di acquistarla principalmente per avere un device portatile che sostituisse in toto un laptop, che non ho, nel momento in cui avessi affrontato viaggi di piacere. Andando più nel dettaglio, quando viaggio amo fotografare e scrivere nei ritagli di tempo aggiornando il blog e facendo editing più o meno pesante con Lightroom. Con questo setting ero certo di poter assolvere a queste necessità. Vediamo se così sarà.

E qui sta il primo errore, considerarla solo una tastiera. Innanzi tutto possiede anche un trackpad, integrando di fatto anche un mouse. È dunque soprattutto una docking station e non una cover come la Smart Keyboard.

Perché?

Come si può vedere dalle mie foto la Magic Keyboard può angolare l’iPad fino a 135°. Una differenza particolarmente importante con l’alternativa. Questo permette di fatto di avere una leggibilità maggiore dell’iPad in quella posizione, trasformandolo in un vero e proprio laptop. Tuttavia questa è la sola posizione alla quale può arrivare. Magic Keyboard non può, infatti, ripiegarsi su se stessa e quindi lasciare libertà all’iPad di tornare ad essere un semplice tablet. L’unica opzione possibile è staccarlo da essa e proseguirne l’utilizzo da “nudo”.

La tastiera è retro-illuminata, ma il controllo della sua luminosità può avvenire soltanto dalle impostazioni software e non direttamente da essa. La pecca maggiore, infatti, è l’assenza dei tasti funzione come il controllo media o, appunto, della luminosità o del tasto esc. Niente che non si possa raggiungere con un paio di clic, ma sicuramente sarebbe stato un bel colpo averli.

A differenza della Smart Keyboard la sensazione della pressione sui tasti è ottima. Non sfigura davanti a nessuna delle vecchie tastiere dei MacBook e dà una buona sensazione di sicurezza e durabilità. Il trackpad poi è una specie di manna dal cielo. Imparati bene i gesti, sembra di essere su MacOS aumentando notevolmente la produttività dell’iPad Pro. In attesa che ancora tutte le app siano pienamente compatibili, vero Google Apps?

In generale si percepisce l’altissima qualità e l’attenzione al dettaglio. I magneti sono potentissimi e sebbene l’iPad sembri fluttuare in aria non si ha mai la sensazione che possa cadere o risultare instabile. Tutt’altro. Se si prova ad aprirla, quando richiusa, risulta impossibile farlo con una mano sola da quanto i magneti la sigillino quasi ermeticamente. Ciò contribuisce a darle un senso di solidità e di sicurezza. La vera pecca è il peso che passa da 470 grammi a 960 grammi. Come avere due iPad insieme. È sempre però bene ricordare che si tratta di una tastiera docking e quindi in grado di trasformare un tablet in un laptop praticamente.

Credo che Microsoft con Surface avesse ovviamente ragione e Apple si sia dovuta arrendere alla sua idea. Ormai mi sono abituato ad utilizzare sistemi Apple esclusivamente da un paio d’anni e credo che, nonostante alcuni punti a sfavore, possa essere la mia soluzione perfetta per viaggio e per produttività casalinga veloce senza dover costantemente accendere il mio Mac mini.

Pro

  • iPad Pro grazie alla Magic Keyboard si avvicina paurosamente a un laptop di alta fascia, integrando il meglio del tablet estendendone l’esperienza senza far mai mancare MacOs
  • Qualità eccellente del prodotto. Tasti e trackpad talvolta superiori a quelli del MacBook Pro (test su quello aziendale del 2018)
  • Possibilità di caricare iPad direttamente dalla tastiera con uno slot USB-C aggiuntivo, consentendo di utilizzare quello posto su iPad per accessori esterni

Contro

  • Pesantezza
  • Non è una cover, ma una vera e propria docking station. Quindi se si vuole stare nel letto e leggere su iPad è necessario staccarlo dalla Magic Keyboard
  • Ha solo due posizioni possibili. Ma c’è già chi ha trovato un hack

Sonos. Come non comunicare.

Lo scorso 21 gennaio il blog di Sonos pubblica un post piuttosto criptico. Alcuni prodotti, anche risalenti a 10 anni fa, non riceveranno più alcun supporto o aggiornamento a partire dal prossimo maggio 2020.

Da maggio questi prodotti legacy, cioè i primi Zone Player, Connect e Connect:Amp; include versioni vendute fino al 2015, il Play:5 di prima generazione (presentato nel 2009), CR200 (immesso sul mercato nel 2009) e Bridge (che risale invece al 2007), non riceveranno più gli aggiornamenti software né disporranno delle nuove funzionalità.

Io da utilizzatore dell’ecosistema Sonos dal 2011 mi sono domandato quale fosse la vera ragione per dichiarare apertamente l’assenza di supporto a questi prodotti. Ho provato a comprendere se fosse un problema derivante dalle piattaforme di musica in streaming, le quali richiedono particolari funzioni e/o aggiornamenti con l’andare del tempo.

O semplicemente fosse una scelta di campo di Sonos per spingere l’obsolescenza programmata e di conseguenza la sua campagna Trade Up. 30% di sconto sui nuovi ordini a patto di spedire quelli vetusti. Niente di nuovo sotto il sole, anche Go Pro fa spesso azioni di marketing similari.

Tuttavia, proprio per la scarsa chiarezza di posizionamento, per aver lasciato il lettore comprendere un menefreghismo meschino sottinteso: o acquisti i nuovi prodotti o cavoli tuoi con quelli vecchi, la Rete ha iniziato a riversare le proprie rimostranze sui social. Arrivando all’hashtag #SonosBoycott.

Dopo un paio di giorni il CEO di Sonos sembrerebbe fare marcia indietro. Con un nuovo post di scuse pubbliche:

A maggio, quando i nuovi aggiornamenti software non saranno più disponibili per i prodotti legacy, questi continueranno a funzionare come sempre. Non vogliamo sostituirli, renderli obsoleti o eliminare le funzionalità attuali. Per molti dei nostri clienti il Sonos System è stato un investimento importante, quindi è nostra intenzione onorarlo il più a lungo possibile. Non doteremo i prodotti Sonos legacy di nuove funzionalità software, ma ci impegniamo a mantenerli aggiornati correggendo i bug e fornendo patch di sicurezza fin quando ne avremo la possibilità. Se riscontreremo problematiche relative all’esperienza su cui non saremo in grado di intervenire, cercheremo di offrire una soluzione alternativa e ti comunicheremo eventuali cambiamenti che potresti notare durante l’uso dei prodotti.

In secondo luogo, abbiamo dato ascolto alle segnalazioni dei clienti Sonos relative ai problemi di coesistenza tra i prodotti legacy e quelli moderni. Stiamo lavorando a una soluzione in grado di suddividere il sistema in modo che i prodotti moderni funzionino all’unisono e siano dotati delle ultime funzionalità, e i prodotti legacy si integrino alla perfezione tra loro rimanendo invariati. Nelle prossime settimane ti illustreremo tutti i dettagli, che al momento sono in via di definizione.

Ora, il problema non sta tanto nel fatto che Sonos possa decidere in totale tranquillità cosa fare con i suoi vecchi prodotti. Il problema sta nel comunicarlo nel modo corretto a chi, come il sottoscritto, ha speso e investito oltre 1.500 euro su un ecosistema proprietario, la cui esperienza di obsolescenza non era poi così programmata in fase di acquisto.

In secondo luogo l’intervento diretto del CEO con un rimando a una possibile soluzione nelle prossime settimane è sintomatico del fatto che chi c’è dietro a tutto questo polverone non avesse la benché minima idea dei possibili feedback da parte dei consumatori e non avesse un piano pronto per rispondere alla realtà.

Il risultato è il disamoramento da parte degli acquirenti nei confronti di brand che si è sempre comportato più che egregiamente e nel recente passato ha, anzi, dato prova di salvaguardare la propria tecnologia anche scontrandosi con i giganti se necessario.

Tuttavia adesso, la scarsa chiarezza, e la scarsa preparazione a rispondere a un danno creato con le loro stesse mani, sta causando un allontanamento naturale da un brand tutto sommato indipendente, svestendosi dai panni del Davide e decidendo di comportarsi proprio come quei Golia che troppo spesso ci hanno deluso.

Peccato. Ad oggi continuerò a utilizzare questo sistema, perfetto per le mie esigenze, ma mi dovrò necessariamente guardare attorno se e quando l’obsolescenza non programmata di Sonos mi colpirà da vicino.

Cambiare tecnologia

In questi giorni ho davvero tanto tempo da riempire con tutta la multimedialità possibile che vi venga in mente.

Sono finito in un vortice di thread su twitter sulla pericolosità degli strumenti che siamo abituati ad utilizzare online ormai da una decina d’anni e più.

Non vanno più bene, non sono più sicuri, la nostra vita è in pericolo. Gmail da sostituire, Dropbox men che meno, il tuo CMS non ti indicizza più e quindi va sostituito, per non parlare dei dati personali e quindi devi spostare tutto immediatamente e affidarli ad una start-up estone. E così per tanti altri servizi.

C’è però che l’abitudine è una brutta bestia e la comodità da essa derivata ancora di più. C’è che sono incensurato, pago le tasse e non ho segreti di stato da nascondere a nessuno e di certo quanto mi è più caro e importante non lo salvo su nessuno di questi servizi e ove necessario prendo tutte le dovute precauzioni del caso (cambio password spesso, 2-step verification etc.). Pertanto continuerò ad utilizzare quelli che meglio rispondono alle mie esigenze prendendo le dovute precauzioni, ma evitando di farmi spaventare più del dovuto.

Sinceramente rinunciare a tutto ciò per paura di essere targettizato, spiato o quant’altro ha gran parte di verità, ma è altrettanto vero che l’allarmismo è spesso e volentieri esponenzialmente amplificato senza una tangibile ragione.

Il furto di identità e dei dati online è spesso e volentieri colpa dell’utente stesso e questo il più delle volte è dovuto dalla scarsa educazione digitale. Non può purtroppo essere una giustificazione e piuttosto di dover andare a cercare con il lanternino soluzioni alternative riguardanti la privacy e tutte queste menate, basterebbe porre la dovuta attenzione ai tanti settings a disposizione di account che già utilizziamo quotidianamente.

Io ci ho anche provato a spostare questo blog altrove, a cambiare provider di email, a passare da Safari ad altri browser, ma non ho più voglia di dover re-imparare tutto daccapo. Piuttosto “spreco” il mio tempo nell’aggiustare i miei profili attuali, cercando di limitare i danni.

Installare Nest

Il mio impianto ad ogni riaccensione invernale fa i capricci. Ho una casa su due piani e quello di sopra fatica a riscaldarsi a dovere con qualche calorifero che sembra addormentarsi senza riaccendersi a dovere finché a) non si sfiata l’aria residua di un anno intero di interruzione al funzionamento b) non si trova qualche altro tipo di problema.

Quest’anno è toccato al secondo tipo di problema. Classico giro di idraulico e risolto con un’uscita, quest’ultimo mi ha fatto notare la vecchiaia dei miei termostati, difficili da impostare quanto Java senza aver mai visto un linguaggio di programmazione.

Già da un po’ avevo adocchiato l’arrivo in Italia di Nest. Convinto della complessità del mio impianto, mai li avevo presi in considerazione per sostituire i vecchi termostati di oltre 8 anni. Questa volta, deciso a dare una svolta alla domotica di casa ho voluto approfondire sul sito di Nest.

Un sito dove si dice tutto e il contrario di tutto, dove si cerca più di non far capire nulla a un semplicissimo acquirente, piuttosto che aiutarlo e guidarlo nella scelta tra i due modelli proposti (Nest Learning Thermostat e Nest Thermostat E).

Poi, la luce.

Un form da compilare. Lascio email e numero di telefono. Saranno passati 10 minuti e squilla il cellulare con un numero con prefisso Stati Uniti. Un operatore Nest, in perfetto italiano, mi fa qualche domanda sul mio attuale impianto. Chiedo se il Nest può essere installato a casa mia, dove ho due termostati, uno per piano, e nessun controllo sulla caldaia.

Sì. È fattibile. È anche il 23 Novembre. Black Friday, 50€ di sconto per ogni modello. Acquisto e mi addormento sognando già una facile installazione in pochi minuti, risparmio e meno inquinamento.

Il mattino dopo ricevo un’email con link alla mappa degli installatori più vicini a me. Decido che meglio non metter mano dove non ho competenze. Pertanto ne contatto tre, nessuno sa darmi data per un appuntamento. Scrivo tre email, ma in tre giorni nessuna risposta.

Ne contatto un quarto, molto gentile. Un paio di giorni ed è a casa mia. Mi dice subito che gli altri colleghi non rispondono in quanto installare Nest non è quel che sembra. L’installazione si rivelata infatti il classico assioma: quello che ti dice un commerciale solitamente non corrisponde alla realtà delle cose.

Installare Nest sul mio impianto non è stato un gioco da ragazzi come i video ufficiali ti vogliono far credere, nemmeno come l’operatore al telefono ha cercato di vendermi. I due termostati Nest devono controllare tre elettro valvole che adesso funzionano alla perfezione dopo mezza giornata di lavoro. Se non ne sai di elettricità, se non sai soprattutto come è fatto il tuo impianto è sempre meglio rivolgersi ad un installatore che conosce Nest e come installarlo.

Sì perché il termostato ha una componente che si chiama HeatLink che sulla scheda prodotto evitano di raccontarti nel dettaglio, ma che in realtà è il cuore del termostato e senza di quello non funzionerebbe. È una scatoletta che si collega all’impianto e permette la gestione della caldaia o, come nel mio caso, delle elettro valvole.

Una volta installati i termostati fanno il loro dovere, hanno un’opzione che recepisce la presenza o assenza di persone dentro casa, in modo da regolarsi automaticamente dopo tot di giorni e cercare di iniziare a risparmiare sul riscaldamento. Sono curioso di approfondire la curva di apprendimento e verificare se effettivamente si possa adattare alle mie esigenze. Nel frattempo ho attivato la programmazione settimanale.

L’app per smartphone per il controllo remoto è molto basica, ma con il termostato connesso ad internet si può controllare la temperatura da ovunque. Per verificare un effettivo miglioramento nei consumi ho bisogno però di attendere un anno nel mio caso, perché il riscaldamento, essendo condominiale, fa parte delle spese contestuali.

Per concludere, benché sul sito sembra tutto facile e veloce come l’installazione di un modem o una classa Bluetooth qualsiasi, il Nest sia che esso sia il Learning Thermostat o il Thermostat E, ha bisogno di esperienza e conoscenza da chi lo installerà altrimenti si rischia di far danni o peggio restare al freddo per molto a lungo.

Questioni di barba: Philips OneBlade è la svolta

Dopo circa un anno e mezzo di utilizzo, posso serenamente affermare di aver trovato il rasoio della vita.

Non ho particolari esigenze di taglio, non tengo la barba lunga, e la taglio regolarmente dopo un paio di giorni. Tuttavia avendo la pelle delicata il rasoio è sempre risultato troppo irritante, mentre i classici trimmer non mi facevano ottenere il risultato sperato, costringendomi praticamente a radermi quotidianamente.

Poi, forse per la prima volta in vita mia, Facebook ha iniziato a martellarmi con la pubblicità di Philips OneBlade. Un rasoio non rasoio. Dopo qualche settimana, incuriosito, ho iniziato ad approfondire l’argomento.

Visto il costo contenuto, ho voluto fare un tentativo. Da quel momento non ho mai smesso di utilizzarlo.

È delicato con la pelle, lascia un effetto taglio di mezza giornata (che è l’effetto che preferisco avere) quindi non ve lo consiglio se abbiate bisogno di un taglio perfetto stile lametta.

Elenco di seguito qualche pro e contro.

Pro

  • È delicato al passaggio, generalmente preciso e il processo di taglio dura molto molto meno rispetto alla consueta combo schiuma-lametta
  • Si può passare a crudo senza nessun problema
  • Indispensabile per chi viaggia
  • I modelli più avanzati dispongono anche di varie misure per mantenere il taglio su barbe di diverse lunghezze
  • Durata batteria di settimane, così come la lametta intercambiabile dalla durata di 4 mesi

Contro

  • Non ha un sistema di raccolta peli, quindi in generale si spargono ovunque dentro e fuori dal lavandino

In conclusione, mi sento di consigliare fortemente l’acquisto per chi come me non ha sbattimento di farsi la barba e nemmeno lo ha di farsela crescere.

★★★☆

Kindle Oasis (2017) 9a generazione

Lo scorso autunno ho acquistato il nuovo Kindle Oasis da 8GB. La seconda versione del top di gamma della famiglia eReader di Amazon.

Ho deciso di puntarci per due motivi. Il primo, il mio vecchio Kindle (di ormai almeno 8 anni fa) stava tirando le cuoia e l’assenza di retroilluminazione mi stava infastidendo non poco, soprattutto nelle mie letture notturne.

Tuttavia, solo la scorsa settimana sono riuscito a utilizzarlo intensivamente.

L’Oasis ha un’ergonomia abbastanza interessante, ha una parte convessa sul retro che permette la presa con una mano sola e due tasti fisici di supporto, oltre allo schermo touch, per avanzare o retrocedere nelle pagine.

Non importa quale sia la vostra mano dominante, lo schermo è in grado di ruotare di 360° in modo da permettere di utilizzarlo indistintamente con la destra o con la sinistra.

La batteria

Mantenendo la luminosità automatica e la modalità aereo attiva e con qualche sync realizzato in Wi-Fi, la batteria del Kindle Oasis è durata 3 settimane senza la necessità di essere ricaricato. Con sessioni di lettura di intorno 1 ora e 30 min abbondante al giorno.

Sono abbastanza soddisfatto del risultato, permettendomi di partire senza cavi e senza l’apprensione che si sarebbe scaricato. Mi sarei aspettato di più, ma leggendo un po’ online si può prolungare la durata della stessa di un paio di settimane in più se si controlla il livello di luminosità manualmente e la si mantiene costantemente tra il 9 e il 10.

Impostazioni e aggiornamento pagina

Le impostazioni dell’Oasis consentono di fare moltissime cose, talune ereditate dai precedenti modelli di Kindle: condivisione sui social, sottolineare e prendere note, apprendimento di nuove lingue, un browser sperimentale, acquistare nuovi eBook etc.

Ma c’è una funzionalità sulla quale mi sono soffermato e non ne comprendevo l’utilità: Aggiorna pagina

Spulciando online ho dato conferma a quanto supposto. La funzionalità permette di attivare o disattivare il “refresh” dello schermo una volta che si cambia pagina. Cosa significa?

Se si guarda attentamente lo schermo dopo che si è girata pagina si può notare un effetto chiamato “ghosting”, alcune tracce dei caratteri della pagina precedente rimangono sullo sfondo. È un effetto molto difficile da notare, lo si inizia a percepire se si è una sessione di lettura continuativa di 100+ pagine senza aver spento o messo in pausa il Kindle. La convenienza di avere questa funzionalità settata su Spento è quella di avere una scorrevolezza più morbida tra una pagina e l’altra e un consumo minore della batteria.

Io l’ho lasciata sempre su Spento e non ho notato nessun effetto ghosting particolarmente accentuato. Scomparso subito dopo lo stand-by e la riaccensione successiva.

Mentre lasciarla su Acceso eviterà sì la comparsa dell’effetto ghosting in toto, ma si avrà un sobbalzo di una frazione di secondo tra le due pagine. C’è da specificare che di tanto in tanto il Kindle procede in automatico a fare un refresh dello schermo anche se la funzionalità è settata su Spento, idem avviene nel momento in cui il Kindle va in stand-by e poi viene riacceso.

La cover

Ho acquistato la cover in tessuto originale Amazon. Stranamente da quando ho ordinato l’eReader la custodia non è mai stata disponibile (ma ne trovate su ebay ancora intonse a prezzi decenti), né nella versione tessuto né in quella in pelle, con Amazon che suggerisce gli acquisti di accessori di terze parti. L’ho pertanto dovuta acquistare usata, ma in condizioni fortunatamente eccellenti.

Anche per gli altri miei accessori elettronici prediligo l’acquisto di accessori originali, mi è sempre sembrato che l’attenzione e la cura per i dettagli non è minimamente comparabile ai prodotti “non originali”.

Nonostante la custodia abbia recensioni mediamente negative, fa comunque il suo dovere, protegge bene la parte più importante e fragile, lo schermo, incastrandosi perfettamente con la parte concava dell’Oasis.

Usabilità

In generale il passaggio da uno schermo verticale a uno sostanzialmente quadrato non mi ha destabilizzato più di tanto, anzi, mi ci sono abituato praticamente subito. La leggerezza e l’impugnatura ergonomica consentono dopo poco di dimenticare il supporto fisico che si sta “reggendo”, consentendo di immergersi soltanto nella lettura.

La cover scelta, così come le tante altre proposte su Amazon, ha la possibilità di piegarsi su se stessa consentendo di fungere da piedistallo e utilizzare il Kindle appoggiato su una qualsiasi superficie, così come ho fatto durante il mio viaggio in aereo, lasciando l’eReader sul tavolino.

Conclusioni

Esteticamente rimane piuttosto anonimo, cercando però di distaccarsi un po’ dalla concorrenza, cambiando dopo tanti anni la classica forma a libro e abbracciando maggiormente l’ergonomia e la facilità con cui si deve reggere in mano. Riuscendoci pienamente a mio avviso.

Il materiale utilizzato per rivestire la parte posteriore è un alluminio molto resistente che non teme né acqua né sabbia. Non so dirvi la tenuta dello schermo, in quanto ho deciso di proteggerlo con una pellicola trasparente.

Tra i tanti “aggeggi” elettronici in mio possesso, il Kindle Oasis è sicuramente tra gli acquisti più azzeccati. Fa ciò che deve, lo fa meglio di qualsiasi altro (ho provato per qualche settimana un Kobo Aura HD, ma 👎🏻) e il prezzo, dopo un utilizzo intensivo, diventa più che giustificato.

★★★★

A kind(le) of mess

Ok, come accadde per l’iPhone, c’è gente che crede che questo affarino risolva la fame nel mondo. Ok, ha venduto più dei libri di carta. Ok, Amazon ci sta facendo dei bei soldi. Ok, ma che senso ha dichiarare trionfalmente che è disponibile la spedizione anche nel Bel Paese se non c’è un solo libro in italiano?

Persino Corriere si dimentica di menzionare questo fatto.

Ora, lodevole l’iniziativa di aprire uno store, lodevole il fatto di non imporre blocchi regionali e farlo arrivare anche qui. Ma a che pro? Se poi non c’è un titolo che non sia in inglese. E vada per le sperimentazioni di pochi illuminati, ma ancora il giocattolo non trova spazio qui. A meno di essere super geek e/o appassionati di questi aggeggi, oppure assidui lettori anglofoni che amano tenersi aggiornati su patinati newspaper d’oltreoceano.

Inutile negarlo, è l’oggetto del momento, le grandi catene di tecnologia espongono versioni che scimmiottano il kindle come se piovesse. Purtroppo però nessuno dice agli acquirenti con ancora pochissimi rifornimenti di materia prima.

Non sono in grado di esprimermi sulla fruizione, se davvero si ha lo stesso piacere di lettura di un libro vero, ma ad oggi, benchè le future possibilità siano praticamente infinite, in Italia siamo sempre al solito punto. 20 anni indietro.