Sardegna a Settembre. La Coluccia e altre meraviglie

Sono stato poche volte, e sempre durante il weekend, in Sardegna a settembre. Trovarcisi per il nostro viaggio di nozze alternativo (saremmo dovuti andare in giro per il mondo, ma ahi noi abbiamo necessariamente dovuto rimandare) e per due settimane, ci ha fatto scoprire sostanzialmente una Sardegna diversa da quelle delle classiche ferie agostane.

Ma siccome in Sardegna ci andiamo ormai da qualche anno avendo casa lì e in buona parte visitato tutti i posti limitrofi ad essa, questa volta abbiamo deciso di provare qualcosa di nuovo ogni giorno, vederla da una prospettiva diversa seppur talvolta rivedendo gli stessi luoghi.

Oltre a Stintino, Porto Pollo, affittato un gommone per girare l’arcipelago della Maddalena, traghettato sull’Asinara con un catamarano, oggi mi concentro su un luogo specifico. Un luogo piccolo, selvaggio e a pochissimi minuti da casa eppure a noi sconosciuto.

Un amico ha da qualche anno avviato un business interessante. Scoprire la Gallura in bicicletta, permettendo di accedere a luoghi altrimenti inaccessibili e inesplorabili in auto. Ci siamo sentiti e abbiamo organizzato un tour di una mattinata all’isola di Coluccia. In realtà, non è una vera e propria isola, è una penisola collegata da un minuscolo istmo, attraversabile a piedi o passando direttamente dal mare.

La storia di questo piccolo grande appezzamento di terra è affascinante. Recuperato da qualche anno da un imprenditore visionario, tra l’altro incrociato per occasioni lavorative, Coluccia è un’isola privata aperta al pubblico, aperta a mostrare le sue meraviglie.

Tra vitigni di vermentino appena piantati, arnie per il miele autoctono, gli asinelli e km di muri a secco ripristinati di recente abbiamo viaggiato su ebike alla scoperta di un luogo lontano dai nostri tempi e frenesie, un fermo immagine su come la vita dovrebbe essere affrontata e vissuta in totale armonia con la natura. E dove presto ritorneranno anche le vacche allo stato brado.

Un esempio di come sia possibile recuperare in modo sano un territorio, senza deturparlo, ma rispettando le sue leggi, dettate dalle stagioni, dal mare e dal vento. Se passate in Gallura, non potete non andarci, è visitabile, ma per addentrarvi nel cuore della macchia mediterranea e dell’azienda agricola bisogna essere accompagnati da una guida locale che ha il permesso di farvi accedere.

Altrimenti costeggiando le spiagge perimetrali dell’isola si può arrivare a scoprire luoghi incantati come la spiaggia di Macchia Mala, dove quel giorno in cui ho girato questo breve video armato di GoPro ci sentivamo come se fossimo stati i primi uomini a mettervi piede.

Per trovare il paradiso non serve andare lontani.

Sintesi di una vacanza

Appena iniziata, ma che racchiude già in questa immagine tutta la sua sintesi. Noi due che cerchiamo di insegnare al nostro cane che l’acqua non è da temere, ma è rinfrescante e ci si può anche giocare dentro, ma per lei rimane kriptonite.

Mi sono stupito anche oggi di come l’acqua in Liguria sia nettamente migliorata, sarà che sono oltre 10 anni che non venivo più in riviera eppure non mi manca il mare sardo, qui a Pietra Ligure l’acqua è cristallina, al netto di qualche pelo galleggiante.

Sì perché qui ci sono ben due spiagge per cani, altro elemento di cui stupirsi.

Avete visto? Alla fine non mi lamento soltanto, ho già iniziato il secondo libro in due giorni e piano piano mi sto acclimatando al quel rumore di sottofondo che si confonde con il silenzio, giusto per citare il libro di Massimo Mantellini.

E ora, sotto con la caccia del miglior forno della zona, focaccia mia aspettami! P.s. Se ne avete in mente qualcuna da consigliare, i commenti sotto sono sempre a disposizione…

Prova a starmi lontano

E poi ci sono quelli per cui il distanziamento sociale non è mai esistito e mai esisterà perché anche se hanno due lettini e un ombrellone a loro disposizione cercheranno sempre di starti addosso e occupare senza ritegno il tuo spazio vitale, quei pochi centimetri di pace conquistati a suon di fatiche durante l’anno..

Quelli che vengono in spiaggia per attaccare bottone e se non lo fanno con te direttamente lo fanno con i tuoi vicini e non riescono proprio a smettere di parlare. Il loro tono di voce è notoriamente quello di un baritono in pensione che ha fumato troppo e non c’è niente tu possa fare. Anche perché se provi a dire qualcosa, iniziano a parlare con te.

E come se non bastasse mentre tu vorresti soltanto dormire e riposare almeno un pochino, qualcuno accende la sua cassa Bluetooth, impianto di ultima tecnologia in grado di sfidare l’impianto concerti di San Siro e attacca la sua playlist di Spotify fatta di J. AX, Vasco, Jovanotti, Tiziano Ferro, Mahmood e dance pop anni ’90 e tu non puoi fare altro che sorbirtela.

E allora grazie Apple per la funzione cancellazione rumore delle AirPods Pro. Che cancellano tutto sì, ma non l’evoluzione del “Cocco Bello” che qui ha deciso di munirsi di campanello come se fosse un Babbo Natale estivo.

Le vacanze sono belle sì, ma solo se riesci a starmi lontano.

37

Il compleanno dei miei 37 anni me lo sarei immaginato differente, in una situazione diversa ma tant’è ce la siamo goduta lo stesso. Ho fatto un tour a Sale San Giovanni provando la Sony Alpha 7RIII con il nuovo obiettivo FE 20mm F1.8 G. Trovate tutto il reportage qui.

Nonostante tutto è stato un compleanno fantastico. 🥰

Hertz 24/7 utile, ma fuori controllo

Per vicissitudini abbastanza futili ci siamo ritrovati a dover ritirare un mobile da esterno da casa di villeggiatura dei miei genitori in Liguria e portarlo a casa nostra in Lombardia.

Individuo la giornata di ieri come quella perfetta per poter eseguire l’operazione. Affittare un furgone il sabato in provincia di Milano è abbastanza complicato. O meglio, non lo è se lo affitti il venerdì e riporti il lunedì mattina, ma perché pagare 3 giorni se ne utilizzo solo uno?

Scopro tramite i cognati il servizio Hertz 24/7, un servizio attivo 24 ore su 24 e che viene servito come corollario da Ikea e Leroy Merlin. In realtà è indifferente scegliere uno o l’altro, si viene comunque dirottati sul sito di Hertz e si conclude lì la procedura di noleggio.

Se si prenota online la procedura è gratuita, se invece si effettua al telefono ha un costo di 2 euro aggiuntivi rispetto alla tariffa. I costi del noleggio non sono molto chiari, si ha una cifra base che però viene dichiarata spanno-metrica in base alle ore e ai km fruiti. Ad esempio alla prenotazione mi è stato emesso un costo di 80 euro, mentre alla fine ne abbiamo pagati 178.

Abbiamo scelto il punto di ritiro di Leroy Merlin di Carugate. I passaggi sulla carta sono piuttosto semplici, ti arriva un SMS 15 min prima dell’inizio noleggio e quel codice ti consente di sbloccare il furgone e partire. Purtroppo la realtà si è dimostrata un po’ più complessa delle promesse.

Non c’è nessuna indicazione di dove poter ritirare il furgone, né all’arrivo di Leroy Merlin né nei parcheggi. Dopo 10 minuti di giri a vuoto siamo entrati a chiedere. Individuato il furgone, lo sblocchiamo e ci accorgiamo subito di alcune cose.

Questione carburante. Il sito cita molto chiaramente che all’interno della maggior parte dei veicoli, infatti, troverai una carta con cui pagare quando fai rifornimento.In realtà, ovviamente, non abbiamo trovato nessuna carta all’interno del veicolo, consegnatoci praticamente a secco. Dopo aver telefonato e rimasti in attesa per 10 minuti finalmente ci risponde un operatore che ci dice di fare noi rifornimento e che fino a 50 euro ci verranno rimborsati. Speriamo sia così, ho già inoltrato la richiesta.

Pulizia. Con i tempi che corrono e vista la natura della prestazione, ci aspettavamo un furgone quantomeno sanificato o depurato dalla polvere o quantomeno una minima parvenza di pulito. Ovviamente così non è stato. Si percepiva chiaramente l’odore di sporco e che non subisse un processo di pulizia da molto molto tempo. La copertura del cambio rotta, per non parlare delle due dita di polvere sul cruscotto. In situazioni normali non mi sarei lamentato più di tanto, ma visto il periodo l’accortezza non è mai troppa

A parte questi due aspetti che ci hanno fatto storcere un po’ il naso, il servizio fa quello che deve e permette di non dover affittare un mezzo per più di due giorni a cavallo del weekend. Tuttavia l’immagine di una società di noleggio passa anche da queste piccole accortezze che sicuramente mi faranno propendere per altri servizi, se non per casi di necessità estrema.

★★☆☆

Dai Sardegna ingrana la quarta

Due anni fa più o meno di questi tempi scrissi un post sulla mia esperienza nella zona di Oristano. Il tono che utilizzai forse non fu dei più felici.

Non tanto carico di frustrazione di un turista deluso quanto sinceramente attaccato al futuro di una terra che pur non essendo “mia”, nel senso originario del termine, ho adottato come seconda casa.

Passo le estati in Sardegna da ormai 20 anni. Alcune volte con più fortuna di altre mi sono trattenuto per mesi, altre come più di recente solo qualche settimana.

Come scrivevo in quel post però i miei genitori passano nella nostra “seconda casa” tra i 5 e i 6 mesi l’anno, facendoli diventare quasi degli immigrati a tutti gli effetti. Hanno intessuto conoscenze e amicizie importanti con le persone del luogo, perché come scrivevo sempre due anni or sono i sardi sono, un popolo eccezionale.

E tanto quanto chi la abita per nascita o per scelta, la terra sarda ha dalla sua una fortuna che in poche altre regioni di Italia si possono permettere. Un clima speciale, panorami da togliere il fiato, un mare smeraldo e un territorio che è lì pronto da valorizzare.

Ricordo bene i tanti commenti ricevuti. Molti negativi e aggressivi perché io milanese mi sono permesso di giudicare attraverso una mia umile esperienza, confondendo la mia opinione con il voler fare per forza di tutta l’erba un fascio. Così non era e non è ovviamente.

Ho letto con molto interesse il post di Gianluigi, lui sì sardo e con un occhio estremamente attento alle politiche turistiche della sua terra. E secondo me centra davvero il punto di quanto si potrebbe fare e di quanto tempo sia stato buttato via in questi anni.

Io non pretenderò mai le strutture ricettive e di divertimento che troverei scegliendo una meta diversa dell’Italia, sarebbe sbagliato e poco attento al territorio che mi circonda.

Significa però pretendere un’esperienza che non sia esasperante nel dover fare esperienza e tesoro dell’isola, significa aspettare un’unicità qualitativa estrema che sono disposto a pagare il giusto prezzo, significa esaltare il turista e tenerlo sul palmo di una mano perché in quel momento ospite (ovvio, parlo di turisti con la T maiuscola, non quelli che nascondono i mozziconi nella sabbia o che la sabbia se la portano proprio a casa).

Perché sono sempre più convinto che la Sardegna debba fare del turismo di qualità e non del carnaio senza spazio in spiaggia il suo biglietto da visita. Ovviamente, accessibile, ma chiaro nei contenuti e in ciò che si troverà una volta messo piede nell’isola.

Spero in tutto questo e molto di più, da umile turista aficionado che ogni anno lascia un pezzo di se su quell’isola meravigliosa ricca di tesori nascosti e persone che lottano ogni giorno per preservarli.

È ora di ingranare la quarta.

Non dobbiamo dare ciò che si vuole ma dobbiamo offrire ciò che di meglio abbiamo nella migliore maniera possibile.

Creare offerta non significa mettersi il vestito da pagliacci e far ridere i turisti, costruire servizi per come sono abituati a fruirne in altri luoghi, significa trovare i turisti che apprezzano ciò che rappresentiamo come unicità, che arrivano per scoprire e non per trovare ciò che gli abbiamo artificialmente costruito per renderli felici.

E quindi significa anche creare una offerta turistica organizzata e strutturata completa (comprese le seconde case) per scegliere quali e quanti turisti far arrivare in Sardegna (e anche quando).

Significa immaginare di essere innovativi nel proporre un modello Sardegna da imitare, nei trasporti, nella qualità della vita, nell’alimentazione, nella sostenibilità ambientale, nella integrazione sociale tra ospiti e comunità, nella comunicazione, nella bellezza, nella valorizzazione della identità

Dispacci islandesi: passo e chiudo

Oggi sveglia senza orari. Ci aspettava un massaggio rilassante alle 12 da Day Spa.

E così è stato. Talmente rilassati da doverci riempire lo stomaco al Grill più fico in città!

Chuck Norris Grill.

Il menu è ridotto all’osso, l’odore dentro il locale è di quelli che ti rimangono per mesi appiccicati ai vestiti, ma il cibo è favoloso e credo non servano ulteriori commenti.

Ci siamo sgranchiti le gambe e ci siamo spostati verso il lungo mare, siamo arrivati al Sun Voyager proprio mentre almeno tre bus pieni di orde di turisti si stavano fermando. Appena in tempo per qualche scatto. L’opera elogia ed esalta la voglia di esplorare nuovi territori.

Abbiamo chiuso la giornata con una tappa obbligata da Bæjarins Beztu, letteralmente “Il miglior hot-dog della città”. Aperto dal 1937 e sparso in varie zone della città, il baracchino propone soltanto hot-dog ma con:

A hot dog condiments include ketchup, sweet mustard, fried onion, raw onion and remolaði, a mayonnaise-based sauce with sweet relish. Hot dogs are often ordered with “the works,” i.e., all condiments, or in Icelandic “eina með öllu

Il posto è sì turistico, ma molto popolare anche tra gli islandesi, e infatti alle 18.30, orario in cui sembra essere l’ora di cena quassù, la coda era piuttosto consistente. Ma alla fine eccolo qui. Ricordando quelli assaggiati a New York mi è sembrato assai più delizioso e consistente. Da provare se passate da queste parti. E se lo dicono anche gli americani…c’è da crederci.

Quando il post sarà pubblicato noi saremo in aereo, ma a conclusione di questa settimana abbiamo tirato le somme di una inaspettata esperienza:

  • Non si è mai abbastanza pronti per il freddo di qua. Un freddo diverso da qualsiasi altro mai provato prima. Un freddo puro, da spezzarti il cervello, da farti rallentare il cuore. Uno scenario da Game Of Thrones, stile Hardhome. Per combatterlo tonnellate di maglie termiche, cappello, scarponi imbottiti con calze di lana, pile e assolutamente una giacca impermeabile
  • Reykjavík, ma così come tutte le altre mete visitate, ha un non so che di malinconico. Sarà per le 6 ore scarse di luce, o per un silenzio a metà tra il rilassante e il carico di tensione che pervade la città, l’Islanda è pacata. Adagiata sul bianco, sul ghiaccio, sul freddo pungente. Un silenzio assordante
  • In realtà la capitale è molto viva. Ci sono cantieri ovunque, si sta espandendo e anche di sera non ci è mai sembrata un mortorio. È forse il ritmo della vita ad essere molto più calmo. I negozi chiudono tra le 17 e le 18, la stragrande maggioranza dei ristoranti entro le 23 e gli uffici tra le 16 e le 17. I negozi sono chiusi la domenica, mentre i supermercati sono aperti 24/7
  • Tutti sono gentili e cordiali. Tutti, ma proprio tutti, parlano inglese molto bene e si fanno capire perfettamente
  • Non siamo riusciti a capire come mai ovunque mettessimo piede ci fossero ancora addobbi di Natale. Sarà forse per sopperire alla mancanza di sole, ma dappertutto, anche nel luogo più remoto visitato abbiamo trovato lucine, stelle di natale e luminarie di svariata forma e natura
  • Negli altri post ho dimenticato di menzionare che quell’80% di energia geotermica è in mano straniera e non islandese. Una mossa voluta per attrarre investimenti dall’estero
  • La ristorazione proposta è generalmente vicina allo stile statunitense e della Gran Bretagna. Ok, si trovano molte cose tipiche, pesce e agnello soprattutto, ma è molto più facile trovare hamburger e patatine fritte che piatti tipici. È mediamente molto caro mangiare, di solito non ce la si cava con meno di 20 euro a testa. E se si vuole mangiare decentemente si arriva anche ai 40 molto facilmente. Anche in questo caso non sappiamo se dovuto a PIL pro capite adeguato. Stando a Wikipedia 12.000$ più dell’Italia
  • C’è connessione ovunque. Il Wi-Fi aperto in ogni locale in cui siamo stati, persino sui bus delle escursioni. Per il resto 4G anche nei posti più sperduti

L’Islanda è un luogo meraviglioso che consiglio caldamente di visitare una volta nella vita. Dove da una parte il tempo sembra essersi fermato a migliaia di anni fa e dall’altra la natura ha ceduto il passo all’innovazione. Un luogo dove tradizione e modernità si fondono per diventare melting pot tra gli Stati Uniti e l’Europa.

Un luogo con una profonda voglia di emergere e apparire indipendente agli occhi del mondo, ma che ne ha disperato bisogno per alimentarsi e continuare la sue esponenziale crescita.

Mi porto a casa una profonda invidia per lo stile di vita, il funzionamento dell’apparato pubblico, un po’ meno per il clima e il cibo, ma del resto da noi non è l’esatto opposto?

Dispacci islandesi giorno: 5

Oggi ultima escursione. Avvistamento balene!

Siamo entusiasti, è nuvoloso e non sembra troppo freddo. E poi la barca si chiama Andrea. I presagi sono tutti dalla nostra.

E invece…

Dopo pochi minuti, in attesa di partire, fuori dal finestrino inizia a fioccare. Nevica. Il mare però resta calmo e non ci facciamo troppo caso.

Ci immaginiamo balene felici e spensierate scorrazzanti nel mare di Groenlandia che con tripli salti mortali vengano a salutarci solo per il semplice fatto di trovarci lì con loro.

Il tour gira attorno al fiordo a largo di Reykjavík. Ma il vento arriva da nord, ed è il vento del circolo polare artico. Temperatura -1°, feels like -10°.

Abbiamo sì aspettato e aspettato, a prua nel piano esterno superiore della piccola nave. Penso di non aver sentito così freddo in vita mia. Nonostante le bardature sentivo solo il busto e la testa. Il resto del corpo penso si sia dissolto nel vento e in quei maledetti fiocchi diventati proiettili dentro gli occhi. In pratica senza degli occhiali o una fotocamera a protezione, restare ad osservare a occhio nudo risultava pressoché impossibile. E come si può vedere i nostri occhi gridavano pietà.

La nostra guida, novello nostromo dall’accesissimo accento francese, ci ha esortato a non demordere, e in effetti verso la fine del tour eccola. La humpback whale.

La nostra megattera però, forse perché molto affamata, non si è mostrata più di tanto. Ha fatto qualche sbuffo, ci ha mostrato dorso e coda un paio di volte e si è dileguata a caccia di krill. Questa volta gli scatti non sono venuti benissimo. Il freddo mi ha spaccato il fisico, ma qualcosa è uscito comunque.

Rientrati alle 16.00 non ci vedevamo più dal freddo e dalla fame. Anche perché per paura di vomitare abbiamo deciso di non mangiare praticamente nulla. Il pullman ci molla in centro città. L’avevamo già adocchiato l’altro ieri, oggi intirizziti e con la pancia vuota non abbiamo avuto bisogno di molti altri stimoli per fare gli imbruttiti fino in fondo ed entrare da Rossopomodoro Reykjavík.

Siamo la vergogna dei turisti, ma poco ci importa, ci siamo rifatti poco dopo con un bel dolce e una tazza di Swiss Mocha al Kaffi Brennslan.

Abbiamo concluso la giornata con la visita al Punk Museum di Reykjavík. Sottoterra, ricavato dai primi bagni pubblici della città del 1930. Un posto minuscolo e assurdo, ma molto divertente in cui scopri che Björk prima di diventare la noia mortale che tutto il mondo ha imparato a conoscere ha esordito in un gruppo punk.

Domani ultimo giorno. Lo dedichiamo al relax con spa e massaggio prima di girare la città un’ultima volta, assaggiare uno dei grezzissimi hot dog islandesi, visitare The Sun Voyager e infine preparare le valigie. Nei prossimi giorni tirerò le somme di questa splendida terra dove una bottiglia d’acqua costa come l’Evian della Ferragni e tutti si fermano per farti passare sulle strisce pedonali.

Dispacci islandesi giorno: 4

Sveglia alle 6.00. Il pullman ci attende alle 7.00. Il pullman è una ghiacciaia e segna 0 gradi, una volta seduti dentro vediamo il nostro fiato mentre respiriamo.

Buongiorno!

Destinazioni odierne: Seljalandsfoss, Skógafoss e Jökurlsárlón.

La desinenza foss sta a indicare: cascate. E infatti le prime due lo sono. Entrambe, oltre all’acqua ovviamente, hanno in comune il freddo polare nei loro paraggi. Per fare qualche scatto decente la mano destra ha perduto sensibilità per quasi 20 minuti. Fa così freddo che gli spruzzi delle cascate mi si ghiacciano sulla giacca trasformandomi in una specie di ghiacciolo.

Il percorso è stato piuttosto lungo. Non tanto per il pullman, quanto per la sola strada che le collega e riassumibile facilmente in una parola sola: ghiaccio.

Proseguiamo sulla superstrada 1. Fiancheggiamo una serie di vulcani tra cui il famoso Eyjafjöll!

Ma qui non sembrano badarci troppo. 4 ruote motrici e gomme chiodate non fermano nessuno.

Anche la guida di oggi ha dispensato saggezza. Servirebbe un bel fact-checking di quanto detto, ma per oggi facciamo vincere lo spirito analogico della conoscenza tramandata:

  • L’acqua in bottiglia, sí quella fotografata ieri, è identica a quella che sgorga da qualsiasi lavandino islandese. Quindi anche quella dell’hotel sarebbe la stessa, prima di cloro o purificazioni
  • Fino a 50 anni fa l’Islanda non faceva uso dell’energia geotermica. In 50 anni l’80% dell’isola ha solo energia geotermica. Soprattutto è priva di qualsiasi energia a combustibile fossile
  • L’Islanda detiene il record mondiale di tasso di mortalità infantile più basso. 2 su 1000 o qualcosa del genere

Per pranzo ci fermiamo in un piccolo villaggio a sud: Vik. Siamo vicini al punto più a sud dell’isola. Solheimasandur è il nome della spiaggia dove la sabbia è nera come il carbone. Ci sono -4 gradi, ma Dark Sky mi suggerisce il percepito essere -8. E non sbaglia. Si gela.

Ma c’è il sole. Il cielo è terso e il panorama è un susseguirsi di bianco misto a montagne, rocce e ghiacciai.

L’ultima tappa del tragitto è Jökurlsárlón. Il sito è diviso in due da un ponte. A sinistra la laguna ghiacciata a sinistra la Diamond Beach. I pezzi di ghiaccio frantumati sulla spiaggia nera colpiti dallo sfarfallio dei raggi solari li fa sembrare davvero dei diamanti. La laguna invece sembra uno spaccato di uno scenario artico. Alti muri di ghiaccio fluttuano sull’acqua. Sembrano palazzi di cristallo pronti a frantumarsi da un momento all’altro.

È quasi il tramonto. E il cielo limpido ci regala alcuni scatti fortunati.

Ci aspettano oltre 5 ore di viaggio per rientrare alla base. Tuttavia verso le 19.45 la nostra guida scorge qualcosa all’orizzonte, chiede all’autista di fermarsi e a noi di attenderlo un paio di minuti.

Sì! È l’aurora boreale. Apparsa così, dal nulla. Scendiamo di corsa e mentre perdo di nuovo parzialmente l’uso della mano destra penso che in fondo la Natura fa un po’ quello che le pare e se ne esce con questi spettacoli senza aspettare le 22.30.

Dispacci islandesi giorno: 3

Oggi abbiamo dedicato la mattinata a finire di esplorare la città. Alle prime luci dell’alba (10:54…) abbiamo fatto un giro per il parco Hljómskálagarður. Ai bordi delle rive ghiacciate, oltre alle orde di cigni e anatre, ci sono anche la National Gallery e un sacco di statue stranissime.

Due ci hanno incuriosito particolarmente, la prima è il “Monument to the Unknown Bureaucrat”. Un ricordo a tutti coloro lavorano dietro le quinte per far funzionare il Paese.

La seconda si chiama Fótboltamaðurinn simboleggiando l’area un tempo dedicata allo sport.

E per dimostrarci quanto siano attenti anche ai piccoli dettagli, gli islandesi piazzano QR code un po’ ovunque. Anche sulle panchine del parco per divulgare la loro letteratura.

Nel pomeriggio invece abbiamo mosso la nostra cinquina e ci siamo diretti verso la spa geotermale Blue Lagoon . L’acqua è sempre a una temperatura che varia tra i 37 e i 39 gradi, ed è prodotto di scarto della vicina centrale Svartsengi.

L’acqua surriscaldata viene scaricata da un vicino flusso di lava e utilizzata per far funzionare le turbine che generano elettricità. Dopo aver attraversato le turbine, il vapore e l’acqua calda passano attraverso uno scambiatore di calore per fornire calore al sistema di riscaldamento dell’acqua municipale. Quindi l’acqua viene immessa nella laguna per scopi ricreativi e medicinali.

C’erano i malati che si sono portati i cellulari dentro la laguna per farsi selfie a nastro. Noi abbiamo preferito il relax totale. Perciò vi sparate questa immagine di repertorio. Perciò vi beccate queste due prese su Unsplash e quindi non coperte da diritti. Almeno rendono l’idea.

Qui sembrano davvero organizzati su ogni cosa. E ogni cosa ha il suo sito di riferimento.
Tipo?
Per essere sempre aggiornati sullo stato delle strade c’è un fantastico sito: http://www.road.is/.
Così abbiamo fatto anche noi per decidere di andare di nuovo a caccia dell’aurora boreale, nella speranza di essere più fortunati, visto che le previsioni davano cielo terso fino a notte inoltrata.

Ed effettivamente così è stato, il cielo era sì terso, ma si è alzato un vento fortissimo, per strada sembrava ci fossero dei tappeti di vapore formati da sola neve spazzata dal vento. Ad un certo punto pensavamo di tornare indietro. Del resto stiamo girando con una 500, mica con una Jeep.

Mancava su per giù un quarto d’ora alla destinazione Þingvellir, quando ci troviamo un paio di piazzole davanti a noi, decidiamo di fermarsi alla seconda.

22.35–23.15. Ho scattato queste foto in quest’arco di tempo. Fattori contro:

  • -7 gradi. Nonostante i 3 stradi, mani e piedi non li sentivo più
  • Non avevo con me nessun treppiede, primaria condizione per scattare foto del genere
  • Nonostante nel mezzo del nulla, l’inquinamento luminoso proveniva nell’ordine: a) da una luna intensissima, b) automobili di passaggio c) le persone al mio fianco ancora più inesperte di me
  • Il mio essere fotografo principiante e non avere con me un obiettivo serio

Ma tant’è il tentativo è andato meglio del primo giorno. Mi sono buttato pancia in giù sulla neve, sfruttato alcuni accatastamenti di neve per poggiare la fotocamera. 13 secondi di chiusura otturatore, 1600 ISO, f5.3 (non riuscivo ad abbassarlo con tutto quel buio).

Che spettacolo. Purtroppo a occhio nudo si è visto la metà, mentre eravamo convinti sarebbe stato il contrario.