VeneziaCamp 2009: Day one

A parte il secco disaccordo con Luca per il suo post riguardo al lancio, visto che ho vissuto la preparazione per arrivare a quello che lui ha cestinato con un post, questa mattina di buon ora sono partito alla volta di Venezia.

Arrivato intorno alle 9.00, molto freddo e quasi 1 ora per raggiungere il mitico Arsenale. Giornata di sciopero dei mezzi pubblici oggi in laguna, il che si traduce in uno stop non precisato dei tanti vaporetti.

Per fortuna un pallido sole ha riscaldato la mia piacevole passeggiata interrotta da altrettanto piacevoli intermezzi.

Inizia il VeneziaCamp 2009, prima giornata. Non è un luogo di soli blogger qui si respira aria di Pubblica Amministrazione 2.0. So bene dei problemi tecnici legati alla location, purtroppo l’Arsenale non garantisce al meglio la fruibilità audio, ma lo sforzo compiuto da Gigi e Andrea (detta così fa ridere lo so :-))è solo da applaudire.

Questa mattina mi sono imboscato nel Facebook Developer Garage visto che la sessione sulla Net Neutrality non è stata fatta causa sciopero lagunare e molti non sono riusciti a raggiungere il Camp per le 12.00. Nel pomeriggio invece ho seguito Marco Massarotto e la sua Comunicazione per la PA intervento poi dall’interessante approfondimento di Gigi Beltrame ed Ernesto Belisario sulle evoluzioni delle professioni sul Web sfociato poi in un’impegnata riflessione sui volti della PA (digitale e analogico) e il diritto d’autore 2.0.

Ho avuto finalmente modo di conoscere di persona Caterina, Gigi come ho detto, Rolando De Persio e incontrare Vincio, Cimny e Ialla con i quali abbiamo chiuso degnamente la serata nella pizzeria tipica di Venezia…Vesuvio!

Brillantissima la scelta di Gigi di cenare fuori sotto il diluvio all’urlo “Per Cogo ogni buco è fotografia!” :-). Domani si fa sul serio con il BarCamp vero e proprio. Serata divertentissima che mi fa riflettere sua quanto mi piacerebbe poter partecipare con maggiore frequenza a incontrare gente come voi, alla faccia del “Camp è morto”.

Ho purtroppo lasciato il cavo della videocamera a casa, cerco di scroccare da qualcuno domani. Speriamo in una giornata di sole e di krumiri!

ps. Un grazie a Delymyth per il Poken, oggi è stato usato a sproposito e con tutti!!!

VeneziaCamp 2009: Identità e Cultura

Identità e Cultura. Piero Tagliapietra

Semiosfera. La Cultura deve avere un nucleo stabile e una periferia mobile. Nucleo parte invariante, parte esterna ibrida dove avvengono i cambiamenti ed essa non deve essere legata ad ogni costo alle materie umanistiche.

La Cultura è liquida, stanno diventando importanti le relazioni perchè le ibridiamo. Aggiungiamo qualcosa di nostro al contenuto esistente, è creazione di significato. Adattare la cultura a tutti i campi della conoscenza, per questo Piero la definisce liquida.

Ma è singolare allo stesso tempo, perchè ogni persona ha la sua cultura, fatta di esperienze e conoscenze. Dalla Cultura Personale si passa quindi all’identità:

Esistono mille identità, mille sfaccettature. In rete non sono io? Sono un altro? Abbiamo due diverse identità? Internet aumenta la frammentazione delle identità, ma rimango sempre lo stesso. I Social Network che usiamo possono tradirci, ma è sempre il tuo profilo e la tua Cultura Personale che parla.

Chi mi legge fa delle ipotesi interpretative. Tutto può significare di quello che produci perchè tu diventi la Rete, dando un’immagine di me nella rete. E lo stesso discorso vale per le aziende, perchè le aziende sono persone e così come per le persone anche le aziende sono composte da varie sfaccettature.

Infine, così come sono io nel mondo reale, sono io nel mondo virtuale. Se comunico su un Social Network rispetto che un altro la mia immagine cambia e così anche per l’azienda. Non possiamo più pensare che da un lato ci sia Internet e dall’altro ci sono io, questo perchè ovunque sono sempre io.

Il Web 2.0 non esiste, esistono le persone 2.0

Gianluigi Zarantonello — Web Specialist COIN — Il Web 2.0 non esiste, esistono le persone 2.0

Sono gli utenti a creare il valore, non il Web. Non si può far finta che il Web 2.0 non esista perchè i mercati sono conversazioni e fatti di esseri umani.

Il vero reale valore nel terzo millennio sono il numero e la qualità delle relazioni che si vengono a stabile e questo può valere tanto per gli individui quanto per le aziende. Ma ci si dimentica che la tecnologia diventa inutile nel momento in cui le persone non aggiungono valore ad essa.

Per questo non esiste il Web 2.0, ma le persone che sono 2.0 e creano contenuto.

Tratto da L’Onda Anomala — POST

P ersone Possiamo creare la cosa più bella del mondo, ma bisogna che le persone siano avviate all’approccio Social.

O biettivi. Quali sono gli obiettivi che volete raggiungere?

S trategia. Quale strumento Social che dovete utilizzare?

T ecnologia. Quale la migliore?

Prima di tutto le persone

Enterprise 2.0 è un insieme di approcci tecnologici che partono dalla logica del Web 2.0 e la applicano all’aziende, volte a creare un approccio di collaborazione e sviluppo all’interno di esse. Tanti fonti di accesso alle nostre informazioni, bisogna saper ben indirizzare i nostri clienti, questo è il problema del Social Media Marketing ( www.personalizedmedia.com e www.laurelpapworth.com)

E’ cambiato il modo di interpretare la tecnologia grazie agli strumenti Social.

Italiani d’America

Domani sarà il Columbus Day in America. Si celebra in modo non ufficiale dalla fine del ‘700 per diventarlo poi dall’inizio del ‘900. Ho detto America, perché non è una ricorrenza solo statunitense, ma che si diffonde anche e soprattutto nell’America Latina.

La festa ricorre ogni secondo lunedì di Ottobre e domani cade proprio il 12, giorno in cui si dice Colombo mise piede per la prima volta nel Nuovo Continente.

Diventata in alcuni luoghi, New York su tutti, la festa degli italiani, quest’anno non verrà celebrata in 22 stati degli Stati Uniti. Il Wall Street Journal ne enuncia le differenti motivazioni e prese di posizione. Colpa della crisi economica, altri invece preferiscono un giorno di vacanza in più vicino alle celebrazioni per il Natale piuttosto che un giorno buttato a caso in ottobre, la voce dei nativi americani che si fa sentire forte e chiara. Cosa si dovrebbe celebrare? Lo sterminio di una popolazione?

Alcune città, infatti, celebreranno domani la giornata dei nativi/indigeni americani proponendo democraticamente che il Columbus Day venga rinominato “Italian Heritage day” e venga spostato in un differente giorno dell’anno. Non tanto perché ce l’abbiano con il povero Colombo, ma con lo sterminio derivato dall’arrivo degli europei nel 1492 nei confronti di chi già abitava quelle terre.

Chi scenderà in piazza domani negli Stati Uniti immagino lo farà per rivendicare l’orgoglio di essere italiano, non ricordando quello che è conseguito alla scoperta del continente che li ha adottati.

Mi sento vicino alle posizioni dei nativi, anche se sono convinto che rifocalizzando meglio lo scopo delle celebrazioni si possa tener viva la memoria di quello che di buono è accaduto dopo quell’avvenimento.

(ps. Il WSJ nell’articolo intervista tale Joseph Contino delle città di Columbus, Ohio. Chissà se siamo parenti)

The New Blog Times. Informazione nuova

Non ricordo come mi ci sono imbattuto la prima volta, molto probabilmente cercando qualche tech news, oppure nelle operazioni di rassegna quotidiana. The New Blog Times è una nuova realtà nata nuova realtà nata il 1 settembre del 2008 e ora alla sua “seconda versione”, che non solo ricorda il ben noto quotidiano, ma si pone come fonte di informazione disinvolta ma al contempo compita, formale e corretta, esattamente… come fosse il New York Times “in persona”.

Cosa ci trovate? Prettamente informazione tecnologica, che spazia dall’attualità agli approfondimenti legati al business. Mi ha piacevolmente sorpreso per la leggerezza delle notizie, mai scontate e sempre riviste per essere adattate al blog. Da tener d’occhio.

Incuriosito, ho voluto saperne di più facendo qualche domanda a Marco Valerio Principato, il suo fondatore. Buona lettura.

1. Ciao Marco, raccontaci un po’ del tuo background formativo. Quali sono le tue passate esperienze?

Interessato a qualunque cosa orbitasse intorno a fisica, scienze, elettronica e telecomunicazioni fin dalle età più tenere, dopo il servizio militare da sottotenente è scoppiata la passione per l’informatica, vista poi all’università solo molto da lontano (all’epoca a Roma non c’era ancora, per cui mi sono dovuto “accontentare” di matematica, ma non ero affatto soddisfatto). Grazie a mio padre ho potuto frequentare fior di corsi in quella che all’epoca era ancora una “big”, la divisione formazione di Sperry-Univac, oggi defunta. Da allora sono andato avanti da solo e non mi sono mai fermato, né con gli studi né con la pratica: basti pensare che il (finalmente) mio primo computer negli anni 80 è stato uno Sharp MZ-700 con microprocessore Z80 e oggi, a quasi 50 anni, di strada fatta dai bit posso dire di averne vista un bel pò.

Passando dalle aziende private a un lungo periodo di dipendenza pubblica in ambienti specialistici, a svariate consulenze, a milioni di righe di codice sorgente scritto in vari ambienti, ad attività personali di varia foggia, tutte collocate nel settore. Su Internet ci sono dall’inizio degli anni 90 e, con un mio sito, dal 1999 (basta guardare la data di registrazione del dominio mvpnetwork.net, quando in Italia i privati non potevano ancora registrare un dominio nel TLD .it, io l’avevo già fatto all’estero, online, pagando online, con l’allora Network Solutions).

2. Da dove nasce l’idea di redigere un blog sullo stile del New York Times?

Come ho spiegato nel sito stesso, nasce dalla mia personale ammirazione per quel quotidiano, che ho letto spesso in passato in edizione cartacea, ancora oggi di quando in quando lo acquisto e comunque lo seguo quasi sempre in Rete nelle aree tecnologiche (sì, se diventasse a pagamento mi abbonerei), ritenendo il suo sito uno dei più eleganti, funzionali, efficaci e fruibili siti mai progettati per esporre in Rete un quotidiano. L’idea del “trasporto” nella blogosfera (il lavoro sistemistico è tutto mio) come entità a sé nasce intanto dalla sua unicità: non esiste alcun sito del genere in Italia, ce ne sono alcuni “sulla scia”, ma tolta la Home Page che “gli assomiglia”, all’interno sono tutt’altro, per non parlare dei contenuti.

Ed è anche un voler portare in primo piano quello che il New York Times stesso ha fatto ben prima di me, pubblicando a latere della sua stessa testata dei blog sul proprio stesso stile. Il New Blog Times, invece, porta quella freschezza, immediatezza e velocità tipiche del blog non a latere di un quotidiano, ma direttamente sulla Home Page e tutto ciò che c’è sotto. L’aspetto analogo a “papà New York Times” è una sorta di sfida, un messaggio ai quotidiani italiani, che si sono spicciati a “fare come papà”, affiancando blog alle proprie testate: mai scimmiottare gli americani. I nostri fratelli a stelle e strisce ci ammirano per la nostra versatilità mentale: purtroppo la tendenza, invece, è quella di formare le nuove leve restringendo il panorama, anziché allargandolo (vedi OdG). L’eccesso di specializzazione non porta da nessuna parte, lo stiamo già pagando tutti, e non da oggi. Finiremo per perdere la loro ammirazione.

Infine, il New Blog Times lancia un ulteriore messaggio: è facilissimo immaginarlo non specializzato sul settore ICT. Così com’è, potrebbe ospitare qualsiasi tipo di informazioni, il che dimostra che in alcuni casi, per esporre efficacemente notizie di buona qualità grafica non serve affatto un CMS da milioni di Euro. Se poi anche i contenuti sono validi… ora qualcuno che ha venduto CMS a qualche quotidiano vorrebbe spararmi, lo so.

3. Si pone come l’alternativa italiana de The Huffington Post?

Quello di Arianna Huffington è un altro punto di riferimento, lo leggo spesso ma non siamo sullo stesso piano, soprattutto come argomenti. Non condivido nulla neppure con i blog più “blasonati”, quelli da Blogfest, insomma: basta dare un’occhiata agli sponsor di Blogfest per farmi già sentire molto, molto lontano. Chi vi partecipa, a mio avviso, si macchia di iperbloggismo, una sorta di priapismo blogosferico. Ok, volevo scherzare con le parole, ma non troppo…

4. Qual è l’obiettivo del blog? Ricavi e sostentamento da dove provengono?

Il New Blog Times vuole raccontare il settore ICT scientifico e tecnologico, senza maschere e senza limiti. Cerca di farlo bene, senza etichette e senza fronzoli. Le fonti? L’amico che “spiffera”, le conoscenze personali, la Rete stessa. E si scrive, come avrai notato, con linguaggio e stile prettamente giornalistici. Altro messaggio ai quotidiani. Quanto al sostentamento, come tutti, quel pò di pubblicità dei circuiti tradizionali. Che non basta quasi mai a pagare l’hosting, ci rimetto sempre io di tasca mia. Ovvio che spero in qualche “ingaggio” diretto, ma per averli so benissimo che chi lo valuta guarda anche il PR, e siamo ancora “troppo giovani” per averlo più alto. Il 4 l’abbiamo ottenuto subito, appena nati, il che è un ottimo segno, come lo è la Sitelink che da qualche tempo Google ci ha regalato. Se saliremo di almeno “una tacca”, come spero, può darsi che dalla pubblicità ci scappino un paio di pizze al mese per ogni blogger, me compreso, ma c’è da faticare. Altro che i blog “impresa”

5. Quale futuro per NBT? Diventerà mai una testata giornalistica dove, in un futuro, far nascere e crescere future penne del giornalismo italiano?

Per alcuni aspetti lo sta già facendo: se leggi i pezzi di Silvia Barone, sui quali ho messo mano davvero pochissimo, sono proprio l’esecuzione della “caccia”. Silvia si è laureata in Scienze della Comunicazione poco prima della nascita del NBT (1 settembre 2008), a mio avviso è molto brava e scrivere la motiva moltissimo, aiutandola a convivere con alcuni suoi problemi personali che non espongo per rispetto della privacy, ma che non auguro a nessuno. Purtroppo ora è in un periodo in cui non può collaborare, ma direi che abbia le carte in regola per essere una validissima penna. Lo stesso vale per Antonio Colella, studente laureando in Giurisprudenza: ottima penna, a mio avviso, forse fin troppo produttiva, tant’è che a volte debbo mettergli un pò di guinzaglio altrimenti volano via pagine su pagine.

Dario Bonacina, il “vice”, non richiede presentazioni: in Rete è ben conosciuto, abbiamo “militato” entrambi per Punto Informatico, lui più di me. L’abbiamo lasciato quando è passato nelle mani di Edizioni Master, perché senza Paolo De Andreis come direttore — persona squisita da cui ho imparato molto, come ho imparato molto dalla giovanissima ma abilissima Gaia Bottà — PI non è più PI e questo lo sanno tutti. Io ho reagito “creando” il NBT e Dario, quando può, si “diverte” anche lui sul NBT.

In passato anche altri amici, dall’estero e non, hanno collaborato: da Sara Polizzi a Giulia Boschi, da Fred Ferreri a Floriana Maraini, purtroppo tutti assorbiti da nuovi impegni pressanti pro-carriera, dai quali ovviamente non posso sottrarli. Ma è anche grazie a loro che il NBT è “partito”. Ogni tanto qualcuno di loro si “riaffaccia”, ma, ovvio, non possono garantire nulla.

Diventare testata giornalistica? Al momento lo escluderei: equivarrebbe a farsi mettere la museruola. Ne potremo riparlare se l’intero sistema normativo riguardante la stampa verrà totalmente riscritto in versione davvero 2.0 e quando l’OdG diventerà un vero Ordine, che aiuti ad andare a caccia di buone penne, ne vada a caccia esso stesso e proceda a formazione 2.0 vera e moderna, piuttosto che “corporativizzare” il mondo del giornalismo. Ma ho tanto l’impressione che, se mai accadrà, lo farà quando difficilmente io potrò ancora essere in vita.

Twitter vale 1 miliardo di dollari? Tanto oro quanto pesa

Stamattina stavo leggendo la rassegna tecnologica del weekend. Mi sono imbattuto su questo articolo di ieri del Sunday Times riguardante il nuovo recente finanziamento, da parte di alcune compagnie di Venture Capital, nei confronti di Twitter .

On Friday, Twitter confirmed it had received “significant” financing from firms includingT Rowe Price, Insight Venture Partners, Institutional Venture Partners, Spark Capital and Benchmark Capital. The investment is believed to be about $100m

Sostanzialmente, con questa nuova cospicua somma, si stima che la compagnia valga oggi 1 miliardo di dollari. Non male per un’azienda che ad oggi non guadagna 1 centesimo e ripeto NON. Nell’articolo si porta come esempio Google, che per i primi 4 anni di vita non guadagnò nulla, per poi ritrovarsi nella posizione odierna che conosciamo tutti. Twitter è su questa strada?

Non saprei dirlo. Questi ultimi mesi hanno visto il susseguirsi di notizie e rumor sul business model che Twitter potrebbe adottare. Ad oggi ancora niente di ufficiale e il Social Network sta diventando sempre più “ The pulse of Universe” con una crescita spaventosa del 1,382% nel solo Febbraio, che paragonato al 422% dell’intero anno precedente dà da pensare.

E se Twitter scomparisse? Se fosse solo di passaggio? L’articolo paragona il suo destino, se non dovesse trovare il modo di guadagnare in tempi brevi, a quello di Second Life. Sbagliando di grosso secondo me. Twitter a differenza di Second Life ha un livello di accesso di fruibilità molto più basso rispetto a quello di Second Life, con dei numeri da far spavento a qualsiasi altro competitor.

Questo non perchè semplicemente la gente comune utilizza Twitter per far sapere se sta sulla tazza del water o a pescare sul Ticino, ma perchè è diventato lo strumento che apre le porte del mondo. Perchè mai come prima possiamo essere voyeur della vita di qualcun altro senza che quest’ultimo lo sappia, sia esso il nostro vicino di casa o il cantante della band del cuore. Second Life permetteva questo? Avatar senza identità è la prima cosa che mi viene in mente.

Già l’identità, un altro punto di forza e che richiede protezione e garanzia, sforzo che Twitter sta compiendo soprattutto con personaggi pubblici (vedi il Verified account) e pare che a differenza di quando si andava in chat o forum scompaia il rito dello nickname e dello pseudonimo, ma anzi si accresce la propria reputazione con Nome e Cognome. Essere riconoscibili e assumendosi la responsabilità di quel che si dice paga.

Cosa manca? Ah si, come non citare la comunicazione aziendale, tra aziende e tra aziende e consumatori. Il tutto in un vortice bidirezionale, fatto di @, Retweet e messaggi diretti. L’ultimo step, e qui mi sento di concordare con il Times, che manca a Twitter per fare il prossimo grande passo è questo:

The bet its new investors are making is that Twitter can turn all this chatter into a must-have marketing tool and an invaluable source of intelligence for businesses, while engaging potential consumers in a way that seems to have become increasingly tricky for traditional media

Colpire il potenziale consumatore, da quanto le aziende non riescono più a farlo…Questa si è una reale verità. La strada, ho sentore sia quella giusta, tanti stanno già colpendo e facendo vedere che qualcosa di diverso si può fare. Vedi Dell.

Ordunque, li vale tutti questi soldi? Quanto inestimabile è il potenziale di questo strumento del quale solo da poco tempo ne stiamo iniziando a capire la vera forza? Difficile a dirsi, difficile capire se la rete e le relazioni sociali virtuali modificherebbero la loro natura se domani Twitter scomparisse. Varrebbe la mia massima: Morto un Napster se ne fa un altro? Probabilmente si, quello di cui sarà difficile fare a meno sarà il modo, la sostanza, la modalità con la quale stiamo imparando a scambiare messaggi di questo tipo e questa durata (140 caratteri).

Così come è successo per alti mezzi di comunicazione, vedi SMS, questo è semplicemente un altro tassello che si va ad aggiungere, e che difficilmente scomparirà, ai nostri modi convenzionali di svolgere la funzione più naturale dell’uomo.

Comunicare.

Squarespace: Interview with Anthony Casalena, founder

In molti mi hanno spesso domandato come mai avessi deciso di utilizzare una piattaforma a codice sostanzialmente chiuso e, sopratutto, a pagamento.

Del resto le piattaforme più conosciute e utilizzate al mondo sono WordPress, Blogger e Typepad, ma già due anni fa decisi di seguire una strada sconosciuta ai più.

La motivazione è piuttosto semplice, con pochi dollari al mese non solo ti garantisci l’hosting, ma anche un potente editor che permette di avere un controllo preciso su Template e CSS non sostanzialmente nulla di HTML. Questo perchè il punto di forza di Squarespace è la modifica di ogni suo elemento con il solo WYSIWYG che consente di andare in profondità con la personalizzazione soltanto con un click del mouse.

L’unica cosa sulla quale si può abbozzare una critica è un limitato utilizzo di add-on che tanto fanno la fortuna di altre piattaforme. Ma pare che si stia lavorando in tal senso.

Duro da far passare il messaggio del pagamanto, probabilmente perchè lo si percepisce come un disturbo più legato alla piattaforma senza pensare che è compreso anche l’hosting.

Ho deciso quindi di rivolgermi direttamente a chi Squarespace lo ha pensato e creato, il suo fondatore Anthony Casalena, che è stato così gentile da rilasciarmi questa breve intervista via email.

Breve sunto per chi non è avvezzo alla lingua inglese. Anthony racconta di essere stato da sempre appassionato di computer e software design. Nel 2003, non trovando un tool adatto a soddisfare le sue esigenze per modificare il suo sito, decidedi scrivere da solo un tool che assolvesse il compito. Nasce così nel 2004 Squarespace con l’idea di supportare la user experience nella creazione di un sito Internet.

Funzionalità, Design e Integrazione i punti di forza di una piattaforma che oggi ha raggiunto la sua quinta versione e che si appresta a realizzare oltre 250 miglioramenti nel prossimo futuro. Con un minimo comun denominatore sempre presente: reinventare il modo in cui le persone interagiscono con le applicazioni web.

A seguire l’intervista completa ad Anthony. Cliccate qui se volete provare gratuitamente per 15 giorni Squarespace

Q: Tell me a little bit about yourself.

A: I’ve been designing and programming software since I was about 15, and using computers in general since I was probably 4 or 5. I’m very hands on with software design, and I like being heavily involved in design and how verything fits together to form a final result.

I moved to New York from Maryland (where I grew up) about 3 years ago. I’ve always loved New York and the experience of moving here has been life changing. I live in the East Village, and Squarespace is headquartered in Soho.

Q: What drove you to create a new blogging platform?

A: I created Squarespace for the same reason that many developers write software — I wanted to solve a problem for myself. In 2003 I sat down to update my personal website and didn’t really find a compelling tool to help me do this. There were all of these disparate tools that seemed to solve very narrow problems — there was an OK blogging tool, or an OK photo gallery tool, but nothing that did everything with a unified interface. I wanted something cleaner and more integrated.

After I had created the initial prototype for my site and launched it, I showed a couple of friends. One of them actually offered to buy the website from me in hopes of commercializing it; this is when I realized that I might have something really good on my hands. Instead of selling the code, I spent a lot of time thinking about how I could make my personal site into a platform that could be used by others. I realized that there was a huge need for a tool that would allow users to easily create and maintain feature-rich, multi-page websites in a user-friendly way. After all, if I faced this problem myself, there must be many other people out there with the same issues.

The result of my efforts was the first version of Squarespace, released in January of 2004. Building upon my initial goals, Squarespace was founded to improve the user experience of website creation and we’re still uncompromisingly focused on that goal today. Last year’s release of version 5 of our software redefined the way that people can build websites and we’re working on even more impressive features today within the current platform.

Q: What makes Squarespace so different from other blogging platforms?

A: As a company, there are a few major things:

  1. Function. The fact that we’ve written absolutely all of the code ourselves means we have a really tight platform. We spend a massive amount of time on our interface in order to ensure that we get every little detail right. In fact, we’re one of the only hosted publishing platforms that actually uses our own service for our own front website. Squarespace is powered by Squarespace. Since we’re the ultimate users — we’re always using and improving upon the platform ourselves and deeply care about its success.
  2. Design. We’re constantly in a process of refining our interface to ensure it stays up-to-date. We’re really trying to get to a point where parts of our interface begin to feel timeless. We see some companies achieving this in industrial design, and we really want to bring this to the web.
  3. Integration. We want to replace the endless sea of random plugins, hacks, and other hard to maintain tools with a single unified, hosted platform. We really think this integration is critical. Towards this goal, every Squarespace account includes a well thought out and comprehensive set of core modules usable right from the start.

Q: What is Squarespace’s business model?

A: Quite straightforward: We charge for a premium service. Squarespace accounts cost between $8–50 per month, depending mostly on features used. Charging for our accounts economically aligns our incentives with our customers. It allows us to do things like providing 24×7 support in which almost all support requests are responded to by a live Squarespace expert within 15 minutes. We’re also extremely focused on reliability. Our business model gives us the ability to pay for the required infrastructure that has allowed us to achieve 99.99% uptime over the past year. We’re proud of these achievements; they far surpass similar metrics at other companies within our industry. I

think that this level of service is well worth the $8 / month we charge.

Q: Where is Squarespace headed?

A: In essence, we want to continue to keep refining our core product. We have a list of over 250 improvements we’re prioritizing and putting into the system as we grow. We’re always balancing these incremental improvements against larger, game-changing product shifts that have worked so well for us in the past, and we try to stay focusing on achieving a balance of both.

The past 5 years have allowed our design aesthetic to evolve very naturally — and we are really thrilled with where our interfaces are going. We want to continue moving toward ensuring that a timeless design is in place, and are working towards that with each improvement we make. Instead of looking at what we’ve got and thinking “we’re finished”, we try to always look back, learn from our successes, and get all the small details right. We want the interface to move even faster and than it already does, and we’re always looking toward how we can get there. We call this ongoing process “iteration on fundamentals” and it’s a primary part of our process. As our company continues to grow things keep getting more and more exciting. While all organizations strive to keep their focus as they become more mainstream, our ability to attract top-tier talent helps us to provide the new ideas and creative energy that’s so crucial to keeping us focused on our fundamental larger mission: to reinvent the way people interact with web applications.

La Babele dei blog

Tutto inizia la fine di agosto, con un paio di post che segnalano la messa all’asta di BlogBabel su eBay. Per chi non lo sapesse BlogBabel è un servizio di aggregazione/indicizzazione/classificazione della blogosfera nato nell’estate del 2006 e che, per svariati motivi (uno su tutti la sindrome de “io ce l’ho più lungo”), ha spesso accesso tante discussioni in rete.

Io l’ho sempre reputato uno strumento valido, quantomeno di consultazione ed informativo riguardo agli argomenti più chiacchierati in rete, piuttosto che l’aspetto di classifica.

Passato qualche giorno, ieri per l’esattezza, l’asta di BlogBabel viene annullata. Ludovico Magnocavallo, l’attuale proprietario, ce ne spiega le motivazioni in questo suo post. BlogBabel pare, da voci di corridoio, essere stata acquistata da Liquida.it e dal gruppo proprietario, Banzai.

La polemica si accende e si infiamma su FriendFeed con Marco che vorrebbe delle spiegazioni più chiare su quanto successo. In molti commentando fanno notare come la mossa di mettere BlogBabel in vendita su eBay sia stata dettata da una necessità di comunicazione/visibilità più che da un reale bisogno di fare un’asta, in quanto, come esplicitato nel post di Ludovico, c’erano già degli accordi in essere prima di lanciare l’asta.

Ed è una spiegazione che non riesco a trovare tutt’ora, anche dopo che Gianluca Neri ha postato ieri sera questi particolari retroscena di tutta la vicenda.

Non credo che Ludovico sia tenuto a rispondere, della sua azienda ne fa quello che vuole e la vende a chi la vuole, ovvio. Quello che credo farebbe piacere comprendere a tutti è il perchè di andare su eBay:

[…]tra le tante offerte e manifestazioni di interesse ricevute in questi giorni ce ne sono state due (edit: tre) particolarmente significative, che al di là del mero trasferimento di codice, dati e dominio prevedevano una collaborazione con idee chiare, e risorse adeguate per sostenerle.

Non è difficile quindi capire che offerte di questo tipo, dove la maggior parte del valore economico dell’operazione non è attribuito alla vendita ma a quello che succede dopo, siano difficilmente paragonabili a quelle “anonime” che avrei ricevuto negli ultimi minuti dell’asta, e proseguire con questo formato non avrebbe solo fatto un torto a chi ha le migliori idee imprenditoriali e può dispiegare risorse significative, ma anche a tutta la fatica e l’impegno messo in BlogBabel in questi anni.

Da qui la sospensione dell’asta che rientra nei termini previsti da ebay[…]

Da qui si capisce davvero poco quale sia stata la vera intenzione e il perchè sospenderla così in fretta e furia. La vicenda riaccende un po’ di passione tra i blogger italiani, un po’ assopiti dopo la pausa estiva. Vedremo come va a finire.

Update: Qui intanto già qualcuno si domanda quali saranno le possibili reazioni legali al post di Gianluca.

Update 2: Ecco la conferma da parte di Liquida.it

Update 3: Ludovico pubblica la risposta al post di Gianluca dell’altro giorno:

http://qix.it/2009/09/sfatiamo-un-po-di-miti/

Io rimango sempre con il dubbio sul perché sia stato deciso di mettere BB su eBay.

Alla prossima puntata!

Dalla spazzatura, un diamante

Ieri sera, torno da una grigliata durata parecchie ore. La pesantezza era tanta e si faceva sentire, ma non potevo rinunciare a gustarmi la Cate che interveniva allo speciale del TG1 delle 23.30. Anche perchè la materia mi tangeva passionalmente così come professionalmente, percui sotto a chi tocca. Questo il tema del giorno:

Carta stampata e giornali online, i blogger e il “grande fratello” Google, la Tv generalista e i canali tematici. E’ migliore l’informazione nell’era di internet? Dove investe la pubblicita’? Come cambia il rapporto tra informazione e potere? Conta di piu’ la notizia, o il video sexy che l’accompagna? A Speciale Tg1, vecchi miti e nuovi vizi della comunicazione e il confronto tra grandi firme del giornalismo italiano ed internazionale.

Speciale TG1 del 06–09–2009 con Intervento di catepol — Caterina Policaro, Blogger from catepol on Vimeo.

Spero siate riuscito a guardarlo nella sua interezza. Bello bello, eh? Na ciofeca. Mix di opinioni con un filo logico che stenta a stare in piedi. Sembrava più un cortometraggio sulla storia dei media più che un’analisi sull’evoluzione dell’informazione. Sta di fatto che Internet al solito dipinto come 90% spazzatura, toglie tempo prezioso ai giornalisti che devono formattare lo stesso articolo per tante diverse edizioni, abbattitore di qualità del giornalismo in genere. Perfortuna Current con Livia e Cate hanno avuto la possibilità di intervenire anche se per molto poco.

Credo di non essere il solo qui a pensarla diversamente, a credere che questo affarino da niente che chiamiamo Rete sia una delle più interessanti invenzioni che il nostro buon homo sapiens sia riuscito a generare. Davvero prima dell’avvento di Internet la qualità delle firme giornalistiche erano di più elevata qualità?

E’ probabile, ma ho anche avuto la netta sensazione che la possibilità che ora abbiamo tutti (blogger, ma soprattutto NON) di poter scrivere e diventare creatori e generatori di notizie, opinioni, editoriali, colonne sia qualcosa che a tanti non vada giù per il verso giusto.

E’ logico che la qualità è quello che la gente vuole e solitamente è quello che la gente stessa premia, eliminando e mandando in oblio quello che scarseggia di una certa rilevanza, di faziosità, di senso critico. La stessa cosa sta succedendo su Internet. E di esempi di qualità sulla rete ce ne sono e tanti. Current (anche se viene trasmesso sul satellite), Varese News, l’Huffington Post e potrei andare avanti per un bel pezzo, basta farsi un giro tra gli aggregatori di Alltop ( News, Citizen Journalism) per scoprire altrettanti esempi.

No, non sto smontando in toto la figura del giornalista che ritengo ancora centrale per raccontare il mondo alla gente. Il fatto è che la tecnologia il mondo lo sta cambiando e la professione del giornalista con esso. La furbizia è riuscire a far proprio questo cambiamento perché a saper cercare nella “spazzatura” giusta, un diamante esce sempre. (Feltri docet).

ATMosfera

Credo di averlo visto a metà di giugno per la prima volta su Eat Parade o più probabilmente era Studio Aperto. Martedì sera l’ho provato.

ATMosfera è il servizio di ATM che ha trasformato due tram storici di Milano adattandoli a carrozza ristorante. Come dice la descrizione del sito, il gusto è molto retrò e sa tanto di fasti ottocenteschi, forse pure troppo.

Appena si monta si capisce subito che il clima è raccolto, adatto a coppiette o cene tra amici non troppo caciaroni.

La partenza è alle ore 20 in Piazza Castello angolo Via Beltrami e si attraversano praticamente tutte le zone battute da rotaie nel giro di qualche chilometro. Una buona opportunità per godermi la mia città di notte, mangiare piuttosto bene e passare 2 h e 30 min alla ri-scoperta di alcuni luoghi che non vedevo da anni. Vivere in periferia ha i suoi svantaggi.

Capitolo cibo.

Ovviamente in un tram non c’è spazio per una cucina degna ti tale nome, per cui quando si prenota vi chiedono se preferite menu di carne o di pesce in modo da essere preparati con cibi precotti. Fa storcere il naso lo so, ma i piatti si presentano bene, sono di qualità e sicuramente meglio di molti ristornanti in cui sono stato.

Disdegnando, con buona pace di papà chef, il pesce ho optato per il menu di carne che così si presentava:

Costo 65 € a testa, vino, acqua e caffè compresi. Mi chiedo se Antonio lavorandoci ci abbia mai fatto un giretto.