4sqconf!

Oggi è stata una bella giornata. Il primo grazie va all’aria condizionata, strano ma vero nemmeno una goccia di sudore ha solcato le mie vesti.

Partiti in tutta tranquillità con l’ottima compagnia di David, Italo, Chiara e la piccola Giulia. Raggiunta Bologna direi in tempo record vista la giornata e la stagione, giusto in tempo per mettere le gambe sotto il tavolo della Migliore Trattoria Italiana 2010: l’Osteria Bottega.

La foto qui a fianco è delle favolose tagliatelle al culatello che ci ha deliziato i palati, per non parlare della cotoletta con culatello e parmigiano.

Arriviamo con qualche minuto di comprensibile ritardo. Bellissima la location di Frassinagodiciotto, e ancora più calda l’accoglienza di Tommaso, Francesca e Roberto. Ci accomodiamo con tanto di fornitura di gadget e fascia d’ordinanza da sindaci.

Troviamo un Luca Conti intento ad aprire le danze con la sua presentazione e con abbronzatura agostana invidiata da tutti i presenti.

Un pomeriggio pieno di interventi molto interessanti. Chi ha utilizzato GoWalla per analizzare alcune lacune di foursquare, chi ha proposto nuove idee di business, chi lo ha reputato già vetusto e inutile, chi ci ha visto un futuro radioso. E’ stato bello, perché si è discusso di un fenomeno appena nato, in rapida ascesa e che apparentemente non serve a nulla. Un po’ come Facebook agli albori, ma proprio come lui con tanto potenziale di sviluppo.

Tre chicche.

La prima, con gran rullo di tamburi, è passato a trovarci un bolognese DOC, Paolo Cevoli. Ci ha stupito tutti con le sue profonde conoscenze informatiche ed è stato un piacevole intermezzo nel caldo pomeriggio emiliano.

La seconda, lo sblocco del primo swarm badge italiano (Si ottiene se 50 persone fanno check-in nella stessa venue)

Ed infine, poco prima di andar via, la videocall con nientepopodimenoche mr.copertina Dennis Crowley che dagli States ha raccontato un po’ del suo giocattolo e del futuro che attende foursquare.

Complimenti di nuovo agli organizzatori per location, speaker e catering. Un pomeriggio diverso parlando di argomenti stimolanti, senza aver avuto mai la sensazione di aver buttato via un sabato. Da ripetere assolutamente tra qualche mese per capire se le previsioni saranno azzeccate.

C’è chi abita a Milano e chi no

Che poi io a Milano ci sono anche nato, ma per fortuna o purtroppo non ci sono mai vissuto. Forse è per questo che ho un disagio cronico nel momento in cui affronto le sue mille vie quando solo al volante.

Già, entrare in macchina a Milano, specialmente di sera e se non sei di Milano (cioè se non ci risiedi fisicamente) può essere un’esperienza provante, che ti segna per tutte le prossime volte che cercherai di entrarci.

Chi abita all’interno delle sue mura non ti verrà mai a dire la follia per raggiungere certi luoghi in automobile, ma ti risponderà soltanto “troviamoci lì alla tale ora. Ma come non sai dov’è?, è all’incrocio tal dei tali, zona Porta qualcosa”. Omettendo ovviamente il fatto di dire con che mezzo arrivarci, perché loro in quei luoghi ci arrivano con una facilità tale Dedalo gli fa un baffo.

A Milano c’è coda a qualsiasi ora del giorno e della notte, al mattino c’è chi ci lavora, alla sera ci si diverte, se riesci ad inserire la terza significa che sei capitato in una delle “domeniche a piedi” dove tutti girano in bicicletta, altrimenti è un lusso riservato solo a chi utilizza la corsia preferenziale come taxi, bus e tram.

Chi vive nella metropoli lombarda sa bene che spostare l’auto significa aggiungere stress inutile alla propria settimana, indi per cui gli unici mezzi plausibili per spostarsi da una cerchia all’altra sono solo quattro: mezzi pubblici, moto o scooter, bicicletta o taxi. Chi viene da fuori invece, questa cosa la impara, la primo giorno che prova a raggiungerla in macchina.

Chi supera il cartello che indica Milano con la propria auto, deve essere ben cosciente del fatto che sta per andare incontro alla selva oscura:

  • Zone a Traffico Limitato con annesse telecamere pronte a elargire multe milionarie
  • Parcheggi gialli per soli residenti
  • Parcheggi blu, che sarebbero destinati a noi, ma ditemi voi dove cavolo trovo alle 6 di sera un cristiano che mi venda quei MALEDETTI gratta & sosta se non ci sono edicole nei paraggi.
  • Parcheggi a pagamento con annessi proprietari che si fregano le mani perché sanno che con il tuo arrivo si pagheranno il viaggio di andata delle prossime vacanze estive

La comodità dei mezzi pubblici, come detto, fa si che si possa usufruire di corsie preferenziali se si è in superficie, molta più rapidità se invece si decide di prendere la metropolitana. E perché mai uno che abita fuori Milano non dovrebbe usufruire dei mezzi pubblici a sua volta?

Certo. Ditelo a uno che ha la prima stazione della metropolitana a due km, e quella stazione per giunta è un capolinea. Se si vuol fare una cena a Milano e vuoi tornare a casa con la metro, devi far conto col fatto che qualcuno dell’ATM deve aver per forza lavorato alla Walt Disney e a mezzanotte, come in Cenerentola, c’è l’ultima carrozza e tutti a casa, se non si vuol passare la notte in compagnia di qualche mendicante e tirare le 6 del mattino aspettando la prima corsa.

Ed è forse per questo motivo che tra tanti miei amici, noi ragazzi di campagna, l’andata in città la si fa solo per occasioni mondane, per la serata in discoteca, per una festa. Ma i sabati sera si resta in zona, Milano la lasciamo a chi ci abita e chi riesce a muoversi a piedi.

Ti voglio bene o mia città natale, se solo non fossi così timida, si potrebbe tutti conoscerti meglio.

L’importanza dell’ascolto online

Al mio ritorno da Vancouver, al di là di quanto visto su Fifa 11, c’è una cosa che mi ha stupito su tutte. Un’azienda che ha fatto dell’ascolto online forse il suo più grande punto di forza.

EA ha ospitato per una settimana persone che amano la serie Fifa, ne hanno fatta una passione, e che proprio online hanno attivato discussioni.

Chiamateli influencer, hardcore gamer o semplici leader di una community, il minimo comun denominatore è uno solo. Passione.

Quando un’azienda è in grado di percepirla nelle discussioni online, di capire chi è in grado di far cambiare la percezione, ha dalla sua un enorme potenziale a suo favore. Perché quelle persone, si fanno portatori sani di quanto viene lamentato, di pregi e difetti, di cambiamenti richiesti o attesi e Electronic Arts ha così a disposizione una fonte inesauribile di feedback dalla quale far partire i cambiamenti che di anno in anno caratterizzano il titolo.

E’ un win-win, da una parte gli influencer sono finalmente in grado di farsi sentire e l’azienda può migliorare il suo prodotto in base al suggerimento di quest’ultimi.

La cosa che mi ha lasciato sorpreso non è stata tanto questa, quanto il fatto che il team di sviluppo sia stato lì a disposizione per ore, ha preso appunti, ascoltato il gruppo di 20 persone provenienti da tutti i paesi d’Europa facendoci percepire che ogni singola parola pronunciata era per loro importante.

E non era un focus group, ma una Community Week, un momento dedicato a noi, gente comune che va in un qualsiasi negozio ad acquistare un gioco e ha finalmente la possibilità di dire cosa va e cosa no.

Pratica oramai diventata sempre più comune in Rete grazie ai Social Media, ma non sono poi così innumerevoli i casi in cui l’ingaggio dei propri pubblici si tramuti poi in strumento di creazione atto a plasmare una sempre migliore versione del proprio prodotto.

C’è sempre da imparare.

Da Vancouver a Seattle

Le nuvole separano in modo netto terra e cielo facendo sembrare quegli spazi già così immensi ancora più grandi. E’ stata stancante, sì, ma molto meno del previsto. Probabilmente perché la strada è tutta dritta, il panorama a contorno conforta la vista e di sicuro la parte più stressante è stata solo al confine dove penso che l’unica domanda che gli restasse da farmi fosse come ero vestito il primo giorno di elementari.

Già, il confine, pochi metri che dividono due nazioni. 6$ e 1 ora per attraversarli. Sono d’accordo sulle restrizioni e le precauzioni sulla sicurezza, ma le motivazioni che mi portano a farmi un giro a Seattle saranno ben fatti miei, tanto mio caro officer, ti potrei raccontare qualsiasi cosa e te la devi far bastare come motivazione.

Poco più di tre ore tutto considerato. Toccata e fuga, forse un po’ eccessivo da farsi in giornata, ma ne è valsa la pena. Le periferie qui bastano solo di un’occhiata per accorgersi che si riesce a far tutto con un ritmo di vita improntato sulla lentezza, la tranquillità. Impensabile finché non lo si vede con i prorpi occhi.

L’esserci andato non è valso tanto per dire ci sono stato, anche perché 600km non sono mica pochi, quanto per dire ci sono arrivato. Un altro piccolo sasso di bagaglio. Ed è un po’ come viaggiare dentro se stessi e aver capito tante cose.

Tutti giù per terra

L’espressione “scherzo della natura” calza a pennello. Tu, mi spiace, ma ci entri con tutti i fumi.

Egregio Signor Vulcano dal nome tanto complicato, non sono il primo a scriverti in questi giorni. Mi immagino tu stia ricevendo più letterine di Babbo Natale e più insulti di Vittorio Sgarbi, però, non so, non credi sia ora di darci un taglio?

Cioè, ogni tanto a me viene in mente di prendermi qualche giorno di ferie tra aprile e maggio per spezzare un po’ e non tirare da agosto ad agosto.

Tutto è pronto, sabato è la partenza. Il Canada mi aspetta, ma solo se tu ti calmi un attimo.

Ok so che sei incazzato perchè non inquini come gli aerei e tirar fuori quello che si ha dentro è la soluzione migliore. Però anche tu evita di fare fumo, butta un po’ di lava a mare come tutti i vulcani di sta Terra.

Vabeh, se proprio non puoi far niente per farmi partire, almeno fatti dare un nome diverso che così la gente non riesce neanche a mandarti a cagare.

Eyjafjallajökull

Videogame Blogger

Questa storia inizia nel 2007. Quale? Quella di aprire un blog. Non mi sono mai interessato alla fama, alle classifiche varie, al diventare una blogstar. Ho aperto un blog per dare sfogo alla mia voglia di conoscere, approfondire cose che mi interessano nei tempi e nei modi in cui decido io, ma soprattutto per socializzare.

In tre anni ho conosciuto tante persone, tanti altri blogger italiani che hanno dato vita ad un nuovo gruppo con il quale fare due cose in particolare, condividere e confrontarsi. Offline o online poco importa. Ritorno per un attimo alla questione reputazionale. La chiave di lettura che le ho sempre dato è stata non tanto quella di vederla come una classifica decisa in base a dei link, ma piuttosto considerare delle persone in grado di creare un effetto a catena tale da scatenare il cosidetto

buzz.

Essere dei punti di snodo cruciali nel word of mouth della Rete.

Oggi mi sono sentito un po’ così anche io. Stasera sono tornato a casa e nella casella postale ho trovato una piccola busta, apparentemente vuota, proveniente dagli Stati Uniti, con sopra questa scritta.

Per quel pochettino di comunicazione che capisco ho subito pensato a qualcosa di viral. Così è stato.

La chiavetta contiene un file audio e uno testuale. Quello audio, in un mix di ricordi tra Fallout 3 e BioShock, recita così:

Il file testuale invece contiene le seguenti parole, scritte una per riga:

Cryptography

Isotope

Philanthropy

Hydrogen

Ember

Rebirth

Mi sono arrovellato un po’. Il file audio riporta un codice MODZZJMQRYD3FRP ho pensato potesse essere da inserire come codice di riscatto in una delle due console per sbloccare qualche contenuto, dato che la scritta sulla busta si riferiva al mio status di videogame blogger.

Lo so, lo so, mi sarei dovuto sforzare un pochettino di più, ma il calcetto di fine settimana incombeva. Sono tornato da poco, la stanchezza ha avuto la meglio e sono andato a cercare in Rete se qualcun altro si fosse imbattuto nella medesima esperienza.

A quanto pare sì. Tra tutti Joystiq che è riuscita nell’intento di fare qualche passo in più ma non nel risolvere l’arcano. Risentendo meglio l’audio, usando motori di ricerca e combinando l’acronimo CIPHER, sono arrivati a questo sito http://www.gknova6.com/

Misterioso anch’esso e con altri file audio con citazioni famose che conducono al cifrario di Sir Bacon. Lo strano codice contenuto nel file audio, interpretato con i giusti strumenti crittografici porta a questa frase:

April Week Two

Seconda settimana di aprile. Che cosa significa? L’annuncio di un nuovo gioco?

Tanti siti web ipotizanno Call Of Duty 7, Kotaku pensa a Singularity.

Intanto c’è chi su Twitter non perde tempo a tenere il passo con gli aggiornamenti del sito viral GKNOVA:

Se si dà uno sguardo più approfondito al sito si vede il logo di InfintyWard che appare bel bello prima del file audio.

Mi ricorda tanto quando fatto da Microsoft con I Love Bees nel 2004 per il lancio di Halo 2. Staremo a vedere settimana prossima cosa succede. Per il momento ben fatto Activision per l’esperimento Viral.

Chiudo il post e mi sento alquanto stranito. Ho ricevuto la stessa cosa che hanno ricevuto i grandi portali di gaming americani. Perchè? Si, sono vicino a questo mondo, ma c’è senz’altro chi più di me sa scrivere e cantare le lodi di questo mondo fantastico dei videogiochi, e spero abbia ricevuto anche lui il pacchetto.

Dal canto mio ringrazio chiunque sia stato a tenermi presente per questa cosa. Oggi mi sento un po’ più buzzer.

Spero di avere nuovi aggiornamenti.

Alla fine, Avatar

Sala completamente vuota. Il vantaggio di vedere un blockbuster a due mesi dalla sua uscita. Parli in giro e se dici che non hai ancora visto Avatar la gente ti guarda male, ti trafigge con gli occhi, manco avessi confessato di non conoscere la tabellina del 2. Da ieri faccio parte anche io della cerchia, perciò se mi vedi con quello sguardo, sai il perché.

Partiamo dal contorno. Il 3D non mi dice niente. Quasi tre ore con occhiali fatti in plastica rigida mi hanno solcato il naso, si ok, ti sembra di entrare nel film, ma almeno il naso me lo vorrei riportare a casa tutto intero.

Vantaggi della tecnologia? Ne ho apprezzati pochi, realismo puro in pochissime scene dove sembra di essere una delle comparse, ma sinceramente sono convinto che si possa godere il film allo stesso modo con cui abbiamo li abbiamo sempre guardati. Avatar ha dato il là al fenomeno, ora sembra che se il film non esca anche in 3D sia solo una pellicola d’essai con incassi nulli. Concordo con la recensione di Andrea, e aggiungo che mi sembra una buona trovata per gonfiare le tasche di case di produzione e sale cinematografiche che guadagnano due volte sullo stesso film.

Piccola digressione polemica sul 3D a parte, torniamo ad Avatar. Ho letto poco e mi sono informato ancora meno sul progetto di Cameron, sono voluto arrivare alla visione del film senza nessun “bagaglio di altri” e lasciare che la visione mi rapisse.

Le letture che sono riuscito a dare sono queste:

  • L’Uomo che gioca a fare Dio
  • Messaggio puramente ecologista sulla distruzione del nostro pianeta da parte dell’uomo
  • Analogie con Matrix sullo sfruttamento delle materie prime terrestri e la connessa colonizzazione aggressiva per ottenerle
  • Stati Uniti, Paese invasore e imperialista che distrugge popolazioni innocenti per ottenere risorse (geografiche, materiali) strategiche

Mi piace pensare a Pandora però come ad un viaggio introspettivo, anzi, meglio, come un viaggio nella proiezione migliore di sé. E’ nel significato stesso del titolo del film. Avatar significa tante cose: “Manifestazione, incarnazione, discesa”. Forse lo sforzo di Cameron è stato proprio questo, trasmettere un messaggio con un forte sapore filosofico.

La trama non è il punto forte, purtroppo non ha nulla di originale, ma anzi prende in prestito tante citazioni da altrettanti grandi classici della cinematografia hollywoodiana (buoni e cattivi, vita selvaggia contro vita reale, Pocahontas, etc.) .

Probabilmente ha ragione Mariarosa Mancuso de Il Foglio quando dice:

“Avatar” non cambierà la storia del cinema. Solo la classifica degli incassi.

Ma mi permetto di dire che il punto di forza non risiede nell’intreccio in se stesso, piuttosto sta nell’ecosistema costruito, un mondo affine al nostro, ma ripensato da zero, con regole, flora, fauna, lingue e specie diverse. Un attento studio e applicazione di antropologia, linguistica e biologia.

Ancora una volta, ripensare a noi stessi e al nostro mondo in chiave migliore, più verde, lo stesso dei dollari sonanti.

Voiello incontra Davide Oldani

Finalmente trovo il tempo per scrivere due righe sull’incontro di ieri di Voiello. Come sempre molto ben organizzato e come sempre in una suggestiva location, Centro Internazionale di Fotografia FORMA.

L’occasione è stata quella di incontrare lo chef Davide Oldani. Personalmente non conoscevo Davide anche se praticamente tutte le persone a cui l’ho chiesto, partendo da mia madre e passando per le mie colleghe, mi han fatto passare per un ignorante di prima categoria.

Pazienda. Davide ha uno stile tutto suo che ama chiamare POP, non nell’accezione commerciale del termine bensì quella artistica. Durante l’ora e mezza di speech mi è sembrato preparato, ha citato Escoffier più volte, così come Bocuse e il suo maestro Gualtiero Marchesi.

In particolare, questi ultimi rinomati per la loro tanto famosa Nouvelle cuisine. A quanto ho capito Davide sta cercando di combinarla con la cucina tradizionale italiana, un azzardo molto forte, ma che cerca di riscoprire il contrasto equilibrato dei sapori della nostra tavola, utilizzando soltanto prodotti di stagione.

Un azzardo, appunto. Perchè resto convinto che la nostra cucina, quelle delle nostre nonne, mai e poi mai potrà sposare quella francese in toto. La tradione culinaria italiana ha ricette antichissime, Voiello questo lo sa bene.

Merito a Davide di lavorare in team, di scegliere personalmente e con una minuziosa precisione gli ingredienti dei suoi piatti sperimentando di anno in anno la composizione di menu sempre diversi.

Ero lì in qualità di blogger, e da blogger mi sento di riportare anche quello che mi ha un po’ sorpreso.

Non ho mai mangiato da Davide quindi posso solo basarmi su quello che ho sentito dire da lui, che ha trasformato ogni sfaccettatura del suo lavoro nel business (keywork di tutto il suo intervento) del servire il cliente, che ha creato sempre per business una linea di bicchieri, che ha avuto poche donne in cucina (e non si è riuscito sinceramente a capire come mai) e che a quanto pare assume solo cuochi che abbiano letto i suoi libri.

Ripeto, non ho mai mangiato da Davide, ma come tutti gli Chef, nessuno escluso, mi ha dato la classica impressione di avere sfumature da prima donna. Sono super curioso perciò di vederlo in azione presso il D’O, il suo ristorante, con il nome dai mille significati.

Voglio ringraziare Pepe, Voiello e Hagakure per l’invito. E’ ormai il terzo incontro che faccio con voi e mi sto riscoprendo sempre più appassionato di questo argomento, del mangiar sano. Non voglio diventare un foodblogger, ma probabilmente il critico culinario potrebbe essere un’opzione plausibile.

Di seguito le slide della presentazione:

Voiello Incontra Davide Oldani

Buzz Marketing e Blogosfera

Al di là di essere stato coprotagonista di questa vicenda avendo pubblicato un post su God of War III per partecipare ad un contest per vincere il gioco, ho voluto seguire da spettatore lo streaming dell’ incontro avvenuto oggi presso The Fool. Il bello della rete è che ci si riesce ad incontrare anche organizzando in poche ore e di domenica.

Si è discusso poi alla fin fine poco del sale sulla ferita che tanto in questo fine settimana ha fatto infiammare una parte della blogosfera nostrana. Ovvero il modus operandi del pay per post attuato da PromoDigital finita nell’occhio del ciclone.

Si è preso invece l’argomento un po’ più alla larga, andando ad analizzare le politiche e le problematiche del Buzz Marketing in genere, e se i blogger che le attuano diventino automaticamente soggetti da evitare perché poco credibili in quanto “acquistati” dall’azienda per parlare bene di loro.

Per fortuna ho avuto modo di vedere che si è ragionato e bene, sottolineando che quest’ultima affermazione non ha ragione di esistere perché da che mondo e mondo chi si cimenta nella recensione di qualcosa che ha ricevuto a titolo gratuito ha il diritto e il dovere morale di parlarne come crede.

Regolamentare questi processi? Mafe fa notare come anche qui da noi di regolamentazione ne esisti già una, anche se mi è parso di capire dalle discussioni di oggi che ci sia una gran confusione, soprattutto sull’applicabilità ai blog nella fattispecie. Innanzi tutto perché complicato classificare tutte le tipologie di blog che esistono, e secondo punto, perché ci sarà sempre chi sarà disposto a piazzare un bel bollino sul proprio post e chi invece scriverà del prodotto ricevuto senza necessariamente farlo.

Le aziende, poi, come ben sottolineato qui, in rete spesso agiscono per logiche diverse, soprattutto quando si tratta di prodotti nuovi, andando probabilmente a fare appunto più Buzz possibile senza curarsi in un primo momento se l’ondata sia positiva o negativa.

E’ altresì dovere morale di qualsiasi agenzia, adita a queste pratiche, quello di mantenere la libertà di espressione del blogger che decide di aderire a una qualsiasi campagna di Buzz Marketing ed è la cosa per la quale giustamente Wolly tanto si è arrabbiato, interpretando quanto scritto. Le famigerate FAQ da lui riportate non lasciano spazi a dubbi, ma c’è da dire che su FriendFeed PromoDigital ha dimostrato apertura, spiegando come vanno realmente le cose, ammettendo l’errore e chiedendo aiuto proprio ai blogger su come porre più chiaramente l’esplicitazione delle stesse.

Per il mio caso specifico, ho pubblicato in fretta omettendo di dare spiegazioni, e a tutti gli effetti, per chi leggeva, sembrava proprio che stessi partecipando alla campagna per ricevere del denaro quando invece la cosa che mi interessava era prendere parte ad un contest tra blogger per ricevere il gioco. Sbagliando tra l’altro la procedura, perché ho pubblicato immediatamente la cosa senza passare per l’approvazione, non avendo letto le FAQ. Errore mio.

Mi spiace solo che altri, come Gioxx, interessati a ripubblicare la notizia siano stati tacciati di essere venduti o privi di obiettività. Come dice Roberto, non ci si dovrebbe neanche porre il problema, tanto meno se si esplicita quello che si sta facendo e magari criticando anche quello di cui si sta scrivendo.

Sempre aperto al confronto, scrivetemi pure via email o su FriendFeed.

Heavy Rain

Ad ogni azione una reazione. Ad ogni causa il suo effetto. Riassumere Heavy Rain così non è sufficiente, ma se mi chiedessero di farlo con un concetto non saprei esprimermi meglio. Dei tantissimi giochi che ho la fortuna di saggiare, ben pochi sono in grado di portare a termine. Il tempo a disposizione mal si sposa con tutto quello che c’è a scaffale.

Il tanto rumoreggiare che si è fatto intorno a Heavy Rain mi ha convinto a dare quanto meno un’occhiata. L’ho finito. In due giorni.

Perché?

L’appellativo di videogioco a Heavy Rain sta stretto. I comandi sono una didascalia continua, non c’è bisogno di ricordarli, appaiono onnipresenti nell’ambiente in cui ci si muove. L’interazione è minimale e leggera, a cui tutti possono prendere parte, anche chi non ha mai preso un pad in mano.

La profondità del racconto e un alto coinvolgimento emotivo sono il risultato di un sapiente utilizzo di un particolare tipo di Quick Time Event. Decisioni rapide in momenti topici determinano l’andamento della storia facendo si che il giocatore si perda in pieghe e intrecci narrativi ogni volta (18 a quanto pare i finali disponibili) differenti. Non esiste Game Over, le nostre scelte fanno progredire sempre e comunque, qualsiasi esse siano.

Heavy Rain è la cosa più vicina a un film o meglio, a parer mio, ad un libro, che abbia mai visto da quando ho iniziato a videogiocare. E’ un’immersione totale, un lungo sorso alcolico di tequila che va ingerito tutto d’un fiato come da tradizione. Ma che al tempo stesso lascia una sensazione di amaro in bocca.

Non c’è senso di libertà, è un percorso guidato, che se da un lato lascia pochissimo spazio alla noia dall’altro rende il gameplay poco profondo anche se mascherato da una saggia sceneggiatura che perde qualche colpo solo nei momenti finali. Probabilmente il gioco avrebbe meritato un controller differente da un dualshock, troppo vetusto per un’esperienza del genere. Dei muscoli di Playstation 3 poco si percepisce a parte un attento studio dell’espressività dei volti.

Non voglio svelare nulla della trama, ho bisogno di credere che chiunque ami questo genere artistico abbia l’occasione di provarlo. Come dice Wired, Heavy Rain è come una crepa su un vetro, una minuscola frattura che lascia intravedere come in futuro saranno i videogiochi, o almeno una parte di essi. Un bagno interattivo che avvolgerà i nostri sensi.

E’ destinato a diventare un grande classico, come Moby Dick o Il Signore degli Anelli, un’esperienza da vivere. Se ne avete l’opportunità, fatelo.