Milan, l’è on gran Milan

Ho la sensazione che in tanti si offenderanno, ma ho amato questo post di Micaela dalla prima all’ultima riga.

Conclusione: consiglierei a tutti coloro che passano tre quarti della propria vita a lamentarsi di quanto Milano è grigia, triste e morta, di uscire dalla loro bara mentale e di andarsi a prendere ciò che desiderano.

Sì, perchè se a Milano si trova lavoro (e anche su questo si potrebbe aprire un dibattito), a guardar bene, potreste rimanere stupiti da quanta cultura e da quanto divertimento offre questa distinta signora che detesta ostentare, alzare la voce e che — se avesse la possibilità di decidere — farebbe volentieri a meno di chi non ha occhi per scoprire e cuore per ascoltare.

Meglio non scherzare con il PVT

“Te lo dico in PVT”. Ve lo ricordate? Quante volte, tanti anni fa, è capitato di scriverlo nelle chat?

PVT è privato. Privato è intimità. Intimità è qualcosa da custodire e preservare a cui soltanto noi decidiamo a chi dare accesso.

Dimenticare questo vuol dire perdere fiducia. Perdere utenti. Come riporta LA Times:

The mea culpa did not pacify privacy watchdogs who contended that this was yet another example of online companies playing fast and loose with consumers’ private information.

E qualcuno si sta muovendo anche legalmente su questo aspetto. Non so dire quanto si otterrà da questo sforzo, dopotutto Google Buzz sta progredendo giorno per giorno, ma una cosa è certa, mai sottovalutare il PVT.

E’ un nervo scoperto che in pochi accettano venga loro toccato.

L’onda di un Buzz

Che prezzo ha l’informazione oggi? Che prezzo ha trattenere un utente sul proprio sito? Fornire dei servizi a lui utili a costo della libertà di scelta?

A rifletterci è così.

Google presenta Buzz. Partiamo dalla confusione tecnologica come dice Luca, Buzz arriva dopo Wave. Forse un flop o forse no Wave non è entrata mai nel mainstream dei socialnetwork e ancora in pochissimi la utilizzano. O meglio, ne hanno compreso appieno l’utilizzo.

La sensazione è quella che questo nuovo servizio altro non sia che un’edizione light e decisamente più consumer di quanto già visto su Wave.

Ritorno alle catene dell’informazione di inizio post. Trovo azzeccata la descrizione di Louis Gray quando dice:

So how can Google determine relevancy with Buzz and start making sense of the social? Starting with GMail gives the company a major headstart, as they already know which contacts you trade e-mail with most often. They know how often you read e-mail from specific people, who you chat with most frequently by using the integrated GTalk feature, and they will often have data from you that provides your location, helping to tap that metric as well. You can see the steps Google is taking to start categorizing the social experience, with your personal profiles, your social circles, social search and now Buzz. It might be assumed they are playing catch up, but the company is, as it has in its history, with the additions of images, video, books and many other focuses for search and information, is extending its reach to become even more human, and to better understand just who you know, what you like and what you share.

Capire meglio chi siamo. Tutto in un unico posto. La discussione, per una volta lucida, di Scoble è verissima. Perché usare un servizio dove le informazioni che condivido con i miei amici possono finire sulla scrivania di qualche professionista marketing che può pianificare la prossima strategia di comunicazione con le foto delle mie vacanze?

Oppure perché dovrei essere obbligato a usare per forza GMail per poter utilizzare il servizio?

Dal punto di vista tecnico, benché all’esplicita domanda di un giornalista Google abbia risposto che non si interessa dei competitor ma si basa soltanto sui feedback degli utent, Buzz è pressoché simile a FriendFeed.

La sola differenza è che se non usi GMail, di Buzz, te ne fai ben poco. E questo sarebbe avere un Web aperto e interoperabile?

A me dispiace solo che FriendFeed inevitabilmente si spopolerà, perché GMail ha 300 e passa milioni di account attivi, quello che fino ad oggi era il Social Network che maggiormente tendeva alla perfezione.

SquareSpace: Intervista a Taddeo zacchini, User Interface Designer

Per la serie italiani all’estero e per la voglia di conoscere meglio chi sta dietro alla piattaforma di blogging che utilizzo, dopo Anthony Casalena, il fondatore di SquareSpace, ho voluto fare qualche domanda a Taddeo Zacchini da poco tempo il loro nuovo User Interface Designer.

Ecco il suo racconto da trapiantato a New York. Non nascondo una punta di invidia. Bravo Taddeo!

Presentazione. Chi sei, qual è la tua formazione?

Mi chiamo Taddeo Zacchini ho 27 anni e sono un Graphic e User Interface Designer, Bologna Italia.

La mia formazione parte da una base artistica, più precisamente da il Liceo Artistico, per poi passare alla grafica avendo conseguito il diploma di laurea presso all’ISIA di Urbino. Al momento sono laureando presso il corso specialistico in Interaction Design dell’Università IUAV di Venezia. Essenzialmente il mio percorso formativo è stato principalmente improntato sulla grafica “tradizionale”, quindi immagine coordinata, tipografia, editoria, illustrazione e fotografia. Nel corso degli anni ho comunque sempre approfondito la passione per il mondo Web e in particolare per quello che riguarda il design delle interfacce, usufruendo da sempre del computer e dei dispositivi elettronici.

Perché ti sei specializzato in Interface Design?

In tutti questi anni, la tecnologia mi ha permesso di migliorare e approfondire la mia conoscenza per l’arte grafica. Diciamo che sono partito dal Web, dove un designer affronta nuove problematiche nella progettazione differenti dalla grafica tradizionale. Essendo fruitore da lungo tempo, ho sempre trovato affascinate il lavoro che c’è dietro alla realizzazione di un interfaccia grafica, qualsiasi essa sia; posso aggiungere che il mio percorso formativo, è stato una naturale evoluzione di quella che era la mia più grande e sentita passione e interesse, e questa combinazione mi ha permesso di raggiungere nuovi obbiettivi a cui non avevo mai pensato di arrivare.

Cosa ci fa un italiano in America? Perché questa scelta di vita?

Ah! Questa è una bella domanda… Ancora me lo chiedo!

È una storia piuttosto particolare ma allo stesso tempo molto semplice: all’inizio del 2007, al termine del corso triennale presso l’ISIA di Urbino, realizzai una tesi di laurea interamente dedicata alla progettazione delle interfaccie e allo studio dell’immagine Web 2.0, disegnandone l’immagine ed un prototipo. Il prototipo in quesitone consisteva in un servizio Web che permetteva a chiunque di disegnarsi il proprio sito senza avere conoscenze tecniche. È evidente la vicinanza con un servizio come Squarespace, la compagnia presso la quale mi trovo oggi a lavorare. Ma a quel tempo non ne conoscevo ancora l’esistenza, anzi, probabilmente Anthony era in procinto di concludere la sua tesi, da cui sarebbe poi scaturita la nascita del’ azienda Squarespace. Dunque, come tutti, misi nel dimenticatoi la mia tesi, nonostante su di essa avessi investito tanto.

Successivamente, durante il primo dei due anni di corso specialistico presso l’università di Venezia, precisamente nell’estate del 2008, frequentai uno stage di interaction design presso Nokia Londra. Fu prorpio sul finire di quella esperienza che alcuni dei miei colleghi di Nokia mi fecero conoscere, quasi per caso la realtà di Squarespace. Immadiatamente mandai all’azienda americana curriculum e portfolio, speranzoso. Dopo solo un giorno feci un intervista telefonica che mi portò nel mese successivo a New York come stegista presso Squarespace, iniziando così la mia esperienza negli States.

Se questa è una scelta di vita?! Gli eventi mi hanno portato a far si che lo sia diventato. Ho cercato di cogliere le occasioni migliori, poichè so quanto è difficile trovare un lavoro come il mio in Italia.

Cosa significa per te lavorare in SquareSpace?

Lavorare in Squarespace è incredibile!

Una piccola start-up che ha già i numeri per fare grandi cose… L’ambiente è caloroso e giovanile, praticamente siamo tutti sotto i trentanni e c’è un rapporto di lavoro molto sereno e trasparente. Una realtà in cui il tuo lavoro viene riconosciuto al 100%, dove le persone si affidano a te e alle tue conoscenze riconoscendone il valore. Devo ammettere che mi sono trovato piuttosto spiazzato all’inizio, perchè già da allora mi davano parecchie responsabilità e riversavano fiducia in quello che facevo e proponevo. In completo contrasto con le realtà alla quale siamo abituati noi italiani, oggi mi trovo a dover pianificare diversi progetti interni in completa sinergia con gli altri team.

La filosofia di base che abbiamo tutti a cuore è la nostra felicità. Se un dipendente è felice e ama il proprio lavoro, lavora e produce cento volte meglio. Mi ritengo fortunato, non c’è cosa migliore che amare il proprio lavoro e vivere di esso in serenità.

Nello specifico, tecnicamente il mio lavoro consiste nello studio e nella realizzazione di interfacce: dallo studio concettuale, al disegno di wireframe, alla definizione del layout finale, ai processi di interazione e soprattutto alla progettazione delle icone.

Consigli ad un giovane italiano che vorrebbe fare un’esperienza all’estero

Il mio consiglio è prendere tutte le buone occasioni che si possono avere e fare più esperienza possibile all’estero. Soltanto viaggiando si aprono nuove strade e nuove possibilità. Ma soprattutto si apre la mente, si elasticizza il proprio pensare e questo è importantissimo in ogni lavoro. Nella mia vita ho afferrato tutto quello che mi poteva dare qualcosa e ora ne sto riconoscendo il vantaggio.

Raccoglierne i frutti, tornare a casa e cercare di trasmettere tutto questo alla nostra realtà, questo è quello che mi piacerebbe fare nel prossimo futuro, perché credo che soltanto tornando si possa creare qualcosa di duraturo e positivo per noi stessi.

Grazie ancora per l’interesse.

È sempre un piacere!

Teddy

www.myfavoritething.net

Tempo

Il tempo è un concetto relativo. Frase fatta. Il tempo non è un concetto. Il tempo è indefinibile. Non si può misurare qualcosa di infinito. Come si potrebbe?

Quello che l’uomo ha inventato altro non è che un complesso metodo per scandire il ciclo che compie la sfera terrestre intorno a una stella. Tant’è nel nostro vivere quotidiano sembra mancare sempre, il tempo. Come mai? Perché mi ritrovo a fine giornata e sembra che ci siano ancora milioni di cose da portare a termine?

Mi domando se bastasse solo un po’ di organizzazione in più, se sono solo io ad incasinarmi con le ore che passano, le cose da fare, la stanchezza e la voglia di dedicarmi ad altro. Non è così, vi sento là fuori, ci siete anche voi.

Per chi crede agli oroscopi può interpretarlo come una caratteristica del mio segno. Buttarmi anima e corpo in tutto quello che mi appassiona, per poi accorgermi che manca, il tempo. Mi succede da sempre.

Priorità.

Ho capito che sono fondamentali, non è una questione di organizzazione, non lo è mai stato. Ma di priorità. Mettere in cima della lista le cose importanti, perché se no uno ne esce matto per davvero. Il 2010 sarà l’anno, l’anno delle priorità. Le mie.

E’ una decisione sofferta, ma dovuta e riscontrata in questi quatto mesi. Lasciare la guida di TNWI mi costa tanto, ma le mani sono tue e una sola la testa e mi devo accontentare di questo. Faccio un grosso in bocca al lupo a Nicola De Carne a nuovo Editor in Chief. Spero che il progetto vada lontano, so che una piccolissima parte sarà per sempre mia.

Del resto… “Possiamo soltanto decidere cosa fare con il tempo che ci viene concessocit.

A kind(le) of mess

Ok, come accadde per l’iPhone, c’è gente che crede che questo affarino risolva la fame nel mondo. Ok, ha venduto più dei libri di carta. Ok, Amazon ci sta facendo dei bei soldi. Ok, ma che senso ha dichiarare trionfalmente che è disponibile la spedizione anche nel Bel Paese se non c’è un solo libro in italiano?

Persino Corriere si dimentica di menzionare questo fatto.

Ora, lodevole l’iniziativa di aprire uno store, lodevole il fatto di non imporre blocchi regionali e farlo arrivare anche qui. Ma a che pro? Se poi non c’è un titolo che non sia in inglese. E vada per le sperimentazioni di pochi illuminati, ma ancora il giocattolo non trova spazio qui. A meno di essere super geek e/o appassionati di questi aggeggi, oppure assidui lettori anglofoni che amano tenersi aggiornati su patinati newspaper d’oltreoceano.

Inutile negarlo, è l’oggetto del momento, le grandi catene di tecnologia espongono versioni che scimmiottano il kindle come se piovesse. Purtroppo però nessuno dice agli acquirenti con ancora pochissimi rifornimenti di materia prima.

Non sono in grado di esprimermi sulla fruizione, se davvero si ha lo stesso piacere di lettura di un libro vero, ma ad oggi, benchè le future possibilità siano praticamente infinite, in Italia siamo sempre al solito punto. 20 anni indietro.

Quella volta che ci misi 8 ore per fare 20 km

Metter piede a casa ieri sera è stato come svegliarsi da un incubo. Un incubo durato quasi 8 ore e che non auguro a nessuno di provare. La neve era prevista da due giorni per ieri pomeriggio. Alle 15, appena sono iniziati i primi accenni di pioggia ghiacciata, mi sono dato una mossa e sceso in strada il più velocemente possibile.

Ancora stamattina non so dire se sia stata una mossa azzeccata, a giudicare da quanta neve è scesa qui a Milano probabilmente si. Quello di cui proprio non riesco a darmi una spiegazione logica è come sia stato possibile non prevedere una situazione del genere, come non sia stato possibile gettare sale per tempo, come sia stato possibile non pulire prontamente le strade.

L’hinterland milanese non è pronto ad affrontare la neve, non scende tutti i giorni, ma immaginavo che dopo la situazione delirante di giovedì e tutto questo preavviso fossero serviti a qualcosa. Evidentemente no.

Sono alla caccia di cosa abbia bloccato la Strada Provinciale Monza Melzo, e ringrazio per aver deciso di prendere la Provinciale Cassanese, altrimenti sarei stato ancora lì per molte ore.

Internet anyone?

Non mi sono stupito di certo, ma col il mio Windows phone twittavo ed ero alla caccia di altri che facessero lo stesso nella zona intrappolati in auto. Il nulla. Idem su fonti di informazioni, nessuna spiegazione su una strada vuota e l’altra immobile.

Comunque, in pieno spirito “citizen journalism” armato della mia fidata Kodak Zi8 ho documentato le ore di viaggio. Molto più di tante parole…E oggi ne arriva ancora!

Google Public DNS. Quanto sono lunghe 24 ore?

Ora, senza che sia io a farvi una lezione tecnica di cosa sia un DNS, mi è venuto da pensare rispetto a quanto annunciato da Big G. Sostanzialmente è un servizio, generalmente gestito dal proprio provider di connessione, che tramuta i numeri IP utilizzati da computer per comunicare tra di loro, nei nomi dei domini a noi familiari.

Ad esempio contino.com ha questo DNS 65.39.205 etc.

Google ha lanciato un proprio servizio gratuito per consentire una navigazione più performante in termini di velocità. Cambiare questi numeri magici nel proprio router non è operazione complicatissima, ma un minimo di competenze sono richieste.

Luca e Massimo ne hanno già parlato tra ieri e oggi. Sebbene sia d’accordo con Luca nel dire che non bisognerebbe processare in base ai sospetti, purtroppo a me ne son venuti e non pochi. Pur essendomi andato a leggere per bene quello che viene esplicitato nella sezione Privacy, quelle 24 ore di data retention mi insospettiscono. David Ulevitch, il fondadore di OpenDNS, un servizio simile a quello che propone Google, ma che agisce sul mercato sempre in modo gratuito da qualche anno, ha sollevato i medesimi dubbi che con un occhio più clinico possono sorgere.

Third, Google claims that this service is better because it has no ads or redirection. But you have to remember they are also the largest advertising and redirection company on the Internet. To think that Google’s DNS service is for the benefit of the Internet would be naive. They know there is value in controlling more of your Internet experience and I would expect them to explore that fully. And of course, we always have protected user privacy and have never sold our DNS data. Here’s a link to our privacy policy.

Fifth, it’s not clear that Internet users really want Google to keep control over so much more of their Internet experience than they do already — from Chrome OS at the bottom of the stack to Google Search at the top, it is becoming an end-to-end infrastructure all run by Google, the largest advertising company in the world. I prefer a heterogeneous Internet with lots of parties collaborating to make this thing work as opposed to an Internet run by one big company.

Quello che sottolinea Daniele non è banale. E 24 ore sono tante.

No, la blogosfera italiana ce l’ha duro invece

Parto anche io dal post di Giuseppe, passando per Luca e poi Massimo. Mi trovo pressoché in completo disaccordo con quanto scritto da Giuseppe, il quale propone un clima disfattista velato da un’ignoranza che renderebbe molle tutta la rete prodotta da una qualsiasi italica mente.

Posso essere d’accordo in parte sulla massa critica, benché non siamo posizionati affatto male, ma disapprovo in toto il clima culturale.

Se di blogosfera vogliamo parlare, non si può certo dire che sia schierata verso destra. Prendendo una classifica caso e presupponendo che siano posizionati per una certa rilevanza, di blog schierati PRO Premier io ne vedo davvero pochi, se non nessuno. Sudditanza psicologica dovuta da un imprinting? Mi spiace, ma mi devo essere perso qualcosa.

Concordo invece con Massimo quando dice:

Mi domando invece — rispetto al discorso di Giuseppe — come sia possibile omogeneizzare strumenti sociali tanto differenti come i blog, Twitter o Friendfeed, dentro una unica traccia antropologica.

Vero. E’ praticamente impossibile, benché gli attori italiani di spicco siano molto spesso gli stessi, la natura dei mezzi si differenzia per impostazione tecnologica e per utilizzo.

Qui si chiede alla blogosfera italiana di avere un comportamento più simile all’autorevolezza dei quotidiani e dei libri di testo e allontanarsi dalla standardizzazione culturale di basso livello a cui ci sta abituando la TV e alla quale pare facciano riferimento gli italiani quando li consideriamo come molli.

Ma io dico, ma perché? Perché la blogosfera non può essere semplicemente un diverso luogo dove diffondere delle informazioni che, voglio ricordare, hanno insita una natura personale (Come da citazione di Wikipedia), un luogo dove già tutt’oggi esistono delle eccellenze italiane che non hanno nulla da invidiare a quelle anglofone?

Bisogna fare un chiaro distinguo però perchè Internet ha un potere straordinario, contiene tutto, sa distinguerlo e fa sopravvivere solo quello che ha più presa, quindi se parliamo di politica è un conto, se parliamo di formazione culturale è un altro.

C’è chi questo mezzo lo sa sfruttare bene a fini politici, benchè non siano membri diretti del parlamento a farlo (qui si ci vorrebbe un cambio culturale forte), così come c’è chi lo sa usare bene per la diffusione del sapere. I mezzi ci sono, le persone anche, basta saper trovare il giusto luogo dove dar vita a questo tipo di discussioni perchè proprio come nella vita reale, come in Italia così negli Stati Uniti, esiste dall’estremismo fatto di idiozie a quello culturale di più alto livello basta saper scegliere dove metter bocca e ascoltare quello che gli altri hanno da dire.

Il retaggio della nostra cultura, la storia della nostra società è quello che siamo oggi, nel bene o nel male, siamo diversi da chi è migliaia di km da noi. Questo non vuol dire necessariamente che sia un modello da seguire o che noi stiamo sbagliando. Ma dove? Cosa sta portando gli esponenti più autorevoli della rete a discutere sul fatto che in Italia non sappiamo parlare che di tette e culi e calcio giocato, e non siamo in grado di scrivere il quarto libro della Divina Commedia?

Come scrivevo oggi su FriendFeed è doveroso fare le dovute proporzioni, è doveroso non lasciare niente al caso, è doveroso andare a cercare valore in ogni piattaforma di blogging, in ogni Social Network, in ogni forum e newsgroup, in ogni Wave di Google.

Gli illuminati che ce l’hanno duro ci sono anche qua. Hollywood lasciamola dov’è.

Io non ho grandi fratelli. Una TV da dimenticare

I miei genitori non mi domandano neanche più il perché non guardi la TV di sera, ma preferisca uscire, oppure passare la serata, dopo un giorno intero, ancora sul PC o leggendo un libro.

Penso oramai si siano accorti anche loro, che il GF ha rotto le balle a tanti, ancora troppo pochi aggiungo. La TV non riesce a riprendersi, è caduta in un baratro fatto di immani sciocchezze e contenitori con contenuti di bassa lega.

Il GF purtroppo è solo uno dei tanti, di una serie infinita di minchiate colossali senza senso, ed è deprimente trovare la pubblicità meglio del palinsesto. Italia 1 non è più la TV dei ragazzi, MTV trasmette solo sit-com, soap e reality, la RAI trasmette Giacobbo che crede che nel 2012 il mondo finirà…Non dico di tornare ai fini educativi post seconda guerra mondiale, ma le uniche cose passabili sono gocce in un oceano di non vi dico cosa.

E poi basta dire che si trasmette quello che la gente vuole, viene trasmesso quello che la gente guarda, che è diverso. Per questo Sky fa da padrone, almeno con i canali verticali i contenuti ci sono e sai dove andarteli a prendere.

Ascoltate la radio un mezzo ancora sano, veloce, capace di adattarsi alla società e al suo mutamento. Ma soprattutto come dice Frank Leggete i libri. Sono coinvolgenti come un videogame.

Il medium è il messaggio? Mai come di questi tempi…