Matrix Resurrections. Tutte le risposte.

Ripiombare nell’universo di Matrix dopo quasi vent’anni fa un certo effetto. Soprattutto se sembra che tutti questi anni non siano minimamente passati. The Matrix, il primo originale film del 1999, sembra più attuale che mai e ancora non subisce deterioramenti.

Un paio di sere fa, rigorosamente in Sala Energia, ho visto Matrix Resurrection, il quarto capitolo della serie. Sono uscito dopo 2 ore e 20 con tante domande sulla trama del film e sulle scelte fatte da Lana Wachowski per provare a non scadere nel banale e nel ridicolo come tante operazioni di questo tipo finiscono per essere. El Camino tanto per citarne uno. Penso sia un’operazione riuscita nel complesso, è un film con un senso di esistere che porta con sé ancora una volta un grosso carico di tematiche tutte da snocciolare e impossibili da definire con una visione sola della pellicola. Un’aggiornamento delle tematiche del film originale ai nostri tempi. Dal far diventare la terapia psicologia una moda pop, al controllo costante delle nostre vite, alla ricerca insistente di voler umanizzare le macchine, senza contare il perenne senso di illusione.

Il metaverso e tutte le sue implicazioni. Il problema sempre più opprimente di provare a discernere ciò che è reale dalla finzione. Raccogliere i frammenti di concreto sparsi per il nostro cervello e provare a metterli insieme con l’unico collante vero in modo perenne: l’amore.

Non ho capito molto bene come il nuovo Morpheus possa essere stato creato dal subconscio di Thomas Anderson e nella sua nuova forma di macchina abbia aiutato Bugs a riportare Neo nel mondo reale fuori da Matrix, ma per il resto tutta la trama mi è apparsa sostanzialmente chiara. Il nuovo agente Smith è la nemesi perfetta di Neo, esiste solo se anche lui esiste, così come Trinity può essere considerata il nuovo eletto insieme a Neo, visto che come detto nei precedenti film ad ogni nuova versione di Matrix c’è sempre un nuovo eletto a cui affidarsi.

Penso nessuno abbia sentito l’opprimente bisogno di ripiombare nell’universo di Matrix dopo così tanto tempo, eppure mi è sembrato di una naturalezza disarmante esserci dentro di nuovo, quasi come a dire che Resurrections non è un film necessario ma il film di cui i fan della saga avevano bisogno.

Un nuovo tentativo di risvegliare le coscienze su ciò che sta accadendo alla nostra contemporaneità. Mettere in bocca alla versione anziana del Merovingio parole nostalgiche della versione precedente di Matrix, fatta di eleganza e principi demonizzando persino il Metaverso di Facebook, è un tentativo non troppo velato di farci capire come in realtà il primo film della serie fosse stato premonitore di un distaccamento sempre più impellente delle nostre menti dalla realtà, mediata dai social network e dai mondi terzi creati per noi per alleviare le sofferenze di una vita che non ci basta più.

Non ho amato particolarmente la parte finale della seconda parte del film. Le scene in cui i bot cercano di eliminare Neo e Trinity mi hanno ricordato un mix tra The Walking Dead e un film di super eroi della Marvel. Davvero non necessario prolungarla tanto ai fini del racconto. Come detto uscito dalla sala mi restano ancora tante domande irrisolte, dal capire meglio il nuovo agente Smith al ruolo di Sati e perciò non vedo l’ora di rivederlo per prestare maggiore attenzione a questi dettagli utili a un umile fan della saga.

Sono certo che questa quarta uscita della serie non cambierà la nostra cultura come fece la prima – qui il Post fa un eccellente lavoro di ricostruzione – tuttavia ha delle argomentazioni solide dalla sua per accendere discussioni su quello che sta succedendo alla nostra contemporaneità, puntando forte l’accento sulla nostra sempre più precaria percezione della realtà e sullo sforzo che siamo chiamati a fare per restare ancorati alle nostre emozioni invece che cedere necessariamente il passo al rifugio perfetto di una tecnologia onnipresente.

★★★☆

Don’t Look Up. Un’occasione mancata.

So don’t give me the typical Twitter bullshit about how great a film is because you wanted it to be great. I wanted it to be great too. It’s far from great, in part because it’s so close to being great. McKay fucked up the tone, perhaps because he didn’t want to rehash the tone of The Big Short. This was a mistake, and Don’t Look Up suffers as a result

It’s fine. But it could have been fantastic.

M.G. Siegler.

Il film di McKay uscito alla vigilia di Natale è una allegoria satirica che fotografa in modo perfetto lo zeitgeist di questi pazzi anni in cui stiamo vivendo. Il potere intramontabile dei media e la democratizzazione che l’esplosione di Internet ha portato con sé ci racconta di un mondo dove è la finzione ad essere la protagonista e la realtà che diventa accettata e accettabile da tutti.

Se lo giudico come un’esposizione culturale e non come film, allora è un capolavoro in grado di raccontare i nostri tempi come nessun’altra opera è stata in grado di fare da The Matrix o da Quinto Potere. Ma se guardo al prodotto cinematografico mi spiace ma lo stile e linguaggio utilizzato mi hanno fatto più e più volte girare lo sguardo dall’altra parte e dire…meh.

Don’t Look Up vuole dipingere il nostro immobilismo nei confronti del cambiamento climatico come il risultato del negazionismo e dell’essere distratti da cose stupide come, ad esempio, un film in streaming su Netflix . Ma il cambiamento climatico non è una cometa diretta verso di noi in meno di un anno, una metafora scadente e difettosa di dove siamo in questo momento. Il cambiamento climatico è un disastro al rallentatore che è stato provocato da generazioni di esistenza industrializzata e per affrontarlo ci richiede di pensare a noi stessi collettivamente come specie e agire per conto di vite al di là dei nostri scopi, in termini di futuro e in termini di tutto il pianeta. La politica rappresentata non è di per sé inquietante ma, come suggerisce questo film, ciò che è preoccupante è che l’erosione della nostra capacità di reagire in tempo, di capire che qualcosa di terribile potrebbe accadere – proprio ora.

A credere alle parole del regista, Don’t Look Up doveva essere «una commedia da risate sguaiate, non da sorrisetti tirati». Evidentemente, alla fine la crisi di nervi ha avuto la meglio e le buone intenzioni sono andate perdute: oltre la condanna di tutto ciò che non va nella nostra epoca e nella nostra società – una condanna alla quale ormai nessuno più ha forza, voglia o ragione di opporsi, e quindi che importanza ha, che coraggio c’è, che soddisfazione si può provare a ribadire la sentenza ancora una volta – di Don’t Look Up restano soltanto i sorrisetti tirati, l’umorismo tagliato con l’accetta come i capelli dei suoi protagonisti.

Don’t Look Up non è un film, è una crisi di nervi

Questo film avrebbe potuto fare qualcosa di più convincente con quella modalità di vertigine inversa accennata nel titolo: quella paura e cecità voluta su ciò che incombe su di noi. Un’occasione persa per aver volutamente e forzatamente inserito battute e satira proprie di una puntata dei Simpson, con un Jonah Hill francamente insostenibile per me, senza contare la leggerezza nel trattare tradimenti e matrimonio, il rapporto con la religione come ultimo appiglio prima del disastro e tanto tanto altro lasciato troppo al caso. Ma se il film aiuta a fare qualcosa per il cambiamento climatico, almeno lo spero, le mie obiezioni critiche su come il film non sia un film fatto bene, smettono subito di essere importanti.

★★☆☆

Serie interrotte

Devo auto convincermi a lasciare un taccuino sul comodino accanto al letto. Passo mezzore intere prima di addormentarmi a pensare a incipit di post da fare invidia a Melville. Puntualmente svaniti al risveglio.

Ad esempio ne avrei avuto uno perfetto per quanto sto per scrivere, svanito nella fase REM, suonava più o meno così…

Ho spento la TV con una pesantezza incredibile. Non tanto per quanto appena finito di vedere e nemmeno per la cena, ma per un semplice basico ragionamento. È mai possibile dover arrivare a terminare una serie TV e scoprire, soltanto se cercato online, che la medesima non ha una conclusione perché cancellata?

Ieri sera è accaduto con Sweetbitter. La storia di una farfallona campagnola alla ricerca del sogno americano in un ristorante di New York. Una serie leggera e poco impegnativa con puntate da circa 30 minuti. Perfetta per il dopo cena. Ma potrei aggiungere alla lista molte altre serie lasciate lì, sospese, senza una reale ragione per la quale vengono proposte al pubblico. Messiah, Sense8, It’s Bruno, Daredevil e potrei andare avanti con molte altre.

Una sequela di milioni di dollari buttati nel cesso, che fanno incazzare tutti. Le major per averci ricavato poco, gli attori e in generale la produzione per non avergli concesso di terminare una storia, ma ancora di più gli spettatori che nel frattempo si sono tramutati in fan tepidanti di aspettative e lasciati a bocca asciutta.

Un piccolo suggerimento. Quanto costerebbe ai vari Amazon Prime Video, Netflix, Disney+, Apple TV+ etc. inserire un bollino, un alert, un messaggio prima di ogni prima puntata che la serie è stata cancellata e l’avventura che ci si appresta a vivere è troncata e quindi si prosegue a proprio rischio e pericolo?

Se i contenuti streaming ci hanno insegnato qualcosa è la libertà di fruizione. Non importa il supporto, conta il contenuto. Lasciateci la libertà di sprecare il nostro tempo oppure di dirottarlo su altro, ma almeno mettete un avviso.

Per fortuna di Sweetbitter esiste il libro.

Prova a prendermi

La disintermediazione della TV tradizionale nel trasmettere le nostre tanto amate serie fiction e non ha radici lontane. Più precisamente con l’arrivo di Lost nel 2004. Con esso la massiccia diffusione della pirateria, certo, ma fu il primo segnale molto di chiaro di come potessimo fare a meno della televisione come significato e ne avessimo bisogno sempre più come significante.

Qualsiasi schermo da quel momento in avanti sarebbe andato bene per trasmettere il nostro show preferito, non importava dove, non importava quando. Importava poter schiacciare Play da qualche parte e godersi lo spettacolo.

Oggi l’esperienza di fruizione è diventata “seamless”, senza soluzione di continuità passiamo dal tablet sul gabinetto, allo smartphone sulla metropolitana all’app sul 55’’ del salotto con un paio di clic siamo proiettati dentro in un infinito mondo di storie tagliate su misura.

Una lunghissima coda dentro la quale trovare un sottobosco di produzioni dove è sempre più raro pescare qualche piccola gemma, vedasi The Kominsky Method e Modern Love, e dove finalmente mi è chiaro il motivo per cui non esisterà mai uno Spotify per le Serie TV. Un contenitore dove trovare tutto, ma proprio tutto va contro le logiche di spremitura sino all’ultima goccia di un prodotto che è peggio del maiale.

Non si butta via niente, mai. Cobra Kai nasce su YouTube e adesso ce lo ritroviamo su Netflix, The Office esce dal catalogo Amazon ed entra in quello di Disney+, Power da Sky a STARZPLAY. Insomma avete capito la logica. Se non stai attento la serie che stavi seguendo fino a poco tempo fa magari ha pubblicato la nuova stagione altrove e si rischia di non ritrovarcisi più.

Grazie alle condivisioni degli account non posso lamentarmi più di tanto, ma a conti fatti abbiamo all’attivo un discreto numero di servizi streaming: Netflix, Now TV, Prime Video, STARZPLAY, Apple TV+, Disney+. Spesso per seguire una manciata di uscite o poco più, ma al giorno d’oggi o fai così, o sei in attesa nella speranza quel contenuto venga acquistato dalla piattaforma dove hai deciso di stabilirti.

Commodity, bollette come quelle di luce e gas, indispensabili per elevarsi almeno un pochino al di sopra del palinsesto spazzatura delle tv pubbliche e commerciali italiane.

Chi ben comincia…

E bon, pensavo che già così fosse sufficiente per partire e avere un prospetto dei 12 mesi a venire.

Verso le 18 invece sono riuscito a far cadere e rompere lo specchietto double face Ikea. Non credo troppo nella mala sorte in questi casi, ma mi acceso la curiosità sui fantomatici 7 anni di sfiga. Ed ecco un bel post di Mitì ad accontentarmi.

In questi giorni di “pausa” dalla quotidianità abbiamo consumato tutte le piattaforme di streaming alle quali siamo abbonati. In particolare, stiamo usufruendo di 1 anno gratuito di Apple TV+ e con essa ci siamo bevuti in pochi giorni il film On The Rocks, sia The Morning Show che Trying. Una meglio dell’altra. Impossibile non fare un confronto con le produzioni Netflix. Apple sembra si stia impegnando molto dal punto di vista qualitativo, entrambe hanno sceneggiatura, fotografia e regia incredibili, ma soprattutto mi sembra la qualità dello streaming sia una spanna sopra tutte le altre piattaforme. Al momento ci sono ancora pochi contenuti ma sono curiosissimo di guardare Servant e See. E tra qualche giorno arriverà anche il nuovo film di Justin Timberlake, Palmer, che Lorenzo mi ha fatto scoprire.

Nel frattempo su Amazon Prime Video sbarca la piattaforma STARZPLAY con il seguito di Power e la nuova serie tratta dal romanzo di Stephen King, The Stand, ma soprattutto tutte le stagioni di Animal Kingdom così da poter terminare la visione completa della serie.

Immortals Fenyx Rising

Quasi dimenticavo, l’anno è iniziato sulla positiva onda lunga della riscoperta di Stadia. A cui ho voluto dare una nuova chance e capire se davvero ci fosse stato quel balzo in avanti leggo in ogni dove in rete, anche grazie a Cyberpunk 2077 e alla sua versione seconda solo a quella PC. Si è acceso in effetti qualche barlume di speranza. Ho giocato molto proprio a Cyberpunk 2077 ad Assassin’s Creed Valhalla, ma ancora di più a Immortals Fenyx Rising.

Consumi mediali estivi

📚 Sto progressivamente abbandonando l’utilizzo dell’iPad prima di chiudere gli occhi e addormentarmi. Il motivo principale è proprio perché non riesco a prendere sonno. Ormai soltanto leggendo qualche riga su Kindle riesco a cadere in catalessi senza dover ricorrere alla melatonina.

A tal proposito, vi consiglio Spigole di Tito Faraci di cui ho letto qualche decina di pagine, sembra molto divertente e stilisticamente graffiante. Non vedo l’ora di procedere con la lettura. Prima di partire per le ferie magari vi lascio qualche consiglio di lettura estivo.

📼E visto che siamo in vena di consigli su come passare il tempo libero vi consiglio anche la serie tv Workin’ Moms. Produzione canadese, leggera e con tanto humour, affronta i problemi quotidiani dei neo-genitori che cercano di affrontare la vita nel migliore dei modi.

🎥 A proposito, unendo i due argomenti, ieri sera, mentre cercavo di prendere sonno finendo le ultime pagine di Dieci splendidi oggetti morti di Massimo, accompagnato da una leggera brezza origliavo la conviviale cena all’aperto dei vicini della palazzina di fronte. Sembravano dentro un film di Paolo Genovese e pur non comprendendo appieno l’oggetto delle loro discussioni avevo la sensazione conversassero sui piccoli problemi della vita facendoli apparire come fisica nucleare applicata alla cibo appena consumato.

Non so dire bene se li ho invidiati, vedendomi tra qualche anno a fare la stessa cosa, oppure se ho cercato di ricacciare nella mia mente quella fotografia serale dicendo a me stesso che non desidero realmente una situazione simile a quella. Una cosa è certa, avrei voluto avere a disposizione una telecamera e riprendere tutto, forse avrei vinto qualche premio a Venezia o Cannes.

Friends will be Friends

10 stagioni di Friends. Sciroppate in meno di un mese.

Non avevo mai visto tutte le puntate di Friends. Almeno non con la giusta consecutio temporum.

Ho pensato a lungo prima di scrivere questo post, del resto su questa serie è già stata scritta e detta qualsiasi cosa e di certo il mio personale parere non ha nessun peso specifico. Ma ci ho dovuto riflettere un po’ prima di capire cosa fosse.

Delle sensazioni mescolate, un passato che ho avuto la fortuna di vivere insieme a una realtà diversissima dalla nostra. Una finestra su un mondo lontano in cui le relazioni forse avevano un sapore più intenso perché non complicate dalla tecnologia.

Nostalgia

Tanta nostalgia degli anni ’90 cantava J Ax quando ancora era una persona seria. Sì forse il primo sentimento è la nostalgia. Di un tempo in cui ero in pre-adolescenza e guardando quello show potevo vedere cosa mi sarebbe potuto accadere, da lì a poco, nella mia vita almeno a livello di drammi personali. Un tempo in cui non c’erano telefonini, e si riusciva a malapena a mandare un’email in mezz’ora di connessione.
Un tempo in cui la sola preoccupazione era uscire a giocare a pallone prima e avere il motorino per far colpo sulle ragazze poi. Un momento di transizione. In cui la parte più difficile di tutte probabilmente era il riuscire ad esprimere i propri sentimenti, in tutti i sensi.

Un tempo in cui si riusciva a stare in una stanza con altri amici senza aver nulla da fare per mezz’ora, e andava bene così. La relazione interpersonale aveva l’assoluta centralità.

Distanza

Il micro-cosmo di Friends è stato e sempre sarà distante dal nostro per tante ragioni. La prima, la più ovvia, è quella geografica. La seconda è quella culturale. O meglio, di emancipazione.

Difficilmente, se non per ragioni di studio, in Italia un ragazzo o ragazza si sarebbe trasferito in un appartamento a vivere con altri coinquilini appena terminati i propri studi universitari. E sebbene potesse essere un sogno, un’aspirazione, per tanti, in realtà così non sarebbe mai stato. Al massimo in affitto con il proprio/la propria compagna, ma null’altro. È una distanza dettata da un retaggio sud europeo, in cui l’italiano è mediamente campione, lasciare la casa dei genitori il più tardi possibile.

È una distanza d’emancipazione lavorativa. In pochi anni tutti e sei i ragazzi fanno mediamente carriera, ricoprono ruoli importanti non ancora 35enni. Fate un po’ il pari con il nostro paese dal 1994 in avanti. Oggi, forse, è ancora peggio che 25 anni fa.

In Friends, infine, i problemi esistenziali sembrano sempre all’acqua di rosa, facilmente risolvibili con una battuta di spirito e affrontati con estrema leggerezza. E sebbene questo sia in aperto contrasto con le sfide che la vita vera ci pone davanti, quest’approccio può diventare la chiave di volta.

Il più delle volte la risposta dovrebbe essere “è così, e poco posso farci”. E va bene lo stesso.

La migliore di sempre?

Non so dire perché Friends venga reputata la serie più bella di tutti i tempi, forse per la sua semplicità, per quel puzzle creato da sei tasselli talmente diversi da combaciare perfettamente e in grado di raccontare le tante sfaccettature della generazione X.

O probabilmente perché è riuscita a raccontare gli stessi problemi che ai tempi accomunavano quindicenni fino ai trentenni e a tutti è riuscita a dare una qualche forma di risposta o di strada da seguire per vivere la vita con un po’ più di leggerezza e autoironia.

Ho provato a cercare articoli sulla stampa americana di qualche anno fa, per provare a comprendere meglio cosa sia stato questo fenomeno per loro. Non ne ho trovati moltissimi a dire il vero, ma questo li raccoglie un po’ tutti e può dare un’idea di cosa è stato questo fenomeno all’inizio della sua avventura.

Non so con quale spirito rivedrò gli episodi di Friends se mai mi dovesse capitare l’occasione. Immagino però il rifiuto in quanto già visti, ma soprattutto il rifiuto di dover ripiombare ad un’epoca che non tornerà più e alla quale, forse, non dovremo più ispirarci.

★★★★

Joker

È difficile scrivere di Joker.

È un film talmente mastodontico da risultare fin troppo elementare. Anche perché si rischia di cascare nelle miriadi di interpretazioni a cui presta il fianco.

La lente di ingrandimento da utilizzare dovrebbe essere scevra da qualsiasi filtro, sia esso politico, sociale, psicologico. Tuttavia è quasi impossibile non applicarne uno.

Sì perché nonostante il film sia ambientato negli anni ’70, ci sono dei richiami troppo forti alle condizioni in cui viviamo oggigiorno. Dove la politica e le amministrazioni pubbliche se ne fregano dei più deboli, dove gli emarginati lo sono sempre di più e chi ha i soldi vince sopra tutti gli altri.

L’interpretazione fenomenale di Joaquin Phoenix, provato nel fisico così come nell’animo da questo personaggio deteriorante, è la rappresentazione di un classico underdog incazzato con la vita, preso a schiaffi dalla vita, e che dalla vita alla fine avrà tutto facendo la sola cosa che gli riesce bene, essere se stessi e rivelando la sua vera natura. Un parallelo fin troppo facile con i protagonisti di Taxi Driver e Un giorno di ordinaria follia.

Ma tant’è è necessario scomodarli perché non siamo di fronte al classico comic-movie di stampo DC, questo potrebbe essere benissimo un film che con Batman, al di là dei riferimenti espliciti, ha poco a che spartire.

Ho letto online molte opinioni diverse su Joker. Dal capolavoro al film troppo facile da lodare. Io mi schiero nella prima fazione. E al di là della difficile rappresentazione delle vicende di una persona con patologie mentali, l’eccezionale riuscita avviene se ci si sofferma un attimo sull’interpretazione del caos che quel tipo di persone vive.

E in questo Phoenix riesce divinamente. Con qualche citazione di troppo alla fotografia di Her, l’attore è incredibile nel ricreare e gestire una patologia cucita sull’archetipo del Joker, ridere quando da ridere non c’è proprio nulla.

Qui non c’è il male fine a sé stesso come nel Joker di Ledger, qui il male è il mezzo per arrivare ad un riscatto e riconoscibilità sociale altrimenti sopita. Un’esplosione inevitabile dopo aver provato in tutti i modi ad emergere con le dovute maniere, ma con scarsi risultati.

È una denuncia sulla superficialità del mondo, dell’uomo verso il prossimo suo. E quando la misura è colma il caos prende il sopravvento.

Il caos è equo, come diceva il suo predecessore nella trilogia di Nolan. E qui grida forte e chiaro, il mezzo necessario per ristabilire l’equità perduta. Le azioni violente e inaccettabili di Joker sembrano volerci dire che c’è un’altra via prima di arrivare a tutto questo. Prima che il caos prenda il sopravvento.

La speranza è vedere almeno un Batman ambientato in questo cosmo, di caos e di regole sociali sovvertite, dove il popolo fa il tifo per il villain, mentre l’eroe deve farsi strada, e tanta, nei cuori della gente delusi e presi in giro da un sistema impossibile da sostenere.

★★★★

El Camino. Il film inutile di Breaking Bad

L’aspettativa per un fan della serie Breaking Bad era tanta. Da anni ci si chiedeva che fine avesse fatto Jesse, se uscito dall’incubo di quella notte fosse sopravvissuto, ce l’avesse fatta oppure no. Insomma, fantasticare ci aiutava a tenere viva la memoria dei personaggi di una serie al limite della perfezione.

L’annuncio di un film a risposta di queste domande altro non ha fatto che alzare l’hype a livelli stratosferici, provando a colmare la sete di conoscenza.

Ecco, ora io non so voi, ma esco dalla visione di ieri sera non deluso, ma attonito, in cui mi sono costantemente domandato dall’inizio alla fine del film quando arrivasse il colpo di scena tanto atteso.

Ma niente. Il film non aggiunge nulla di più a quanto già sapevamo, non soddisfa nessuna bocca asciutta dai troppi anni di assenza di Heisenberg e soci che nemmeno Better Call Saul è riuscita a soddisfare. Non riesce nell’operazione di dirci insomma cosa succede dopo, perché il film si conclude esattamente come Felina: Jesse seduto in macchina che guida verso la vita.

Un piattume simile a tanti altri film di Netflix, dove lo scopo è sembrato più fare un’operazione commerciale di branding piuttosto che coprire un vuoto narrativo lasciato da quel grido di liberazione dell’ultima puntata di Breaking Bad.

Un discorso filmico del tutto assente, dove restano a bocca asciutta i tanti che chiedevano un grande ritorno, un’operazione nostalgia dove nemmeno il cameo di Brian Cranston è riuscito a sferzare l’aria del sequel di successo.

★☆☆☆

L’ultima volta del Trono

Come non essere d’accordo con l’opinionista de Il Corriere?

E poi parliamo di Jon Snow: che fine gli hanno fatto fare a questo povero re legittimo senza corona? Scopre in quattro e quattr’otto di essere l’erede al trono perché nelle sue vene scorre il sangue Targaryen: una rivelazione che ha emozionato profondamente lo spettatore, venuto a conoscenza del segreto molto prima del diretto interessato. Nel giro di poche puntate Jon viene trasformato in un personaggio totalmente inutile: non salva il suo Nord dagli Estranei perché ci pensa Arya mentre lui stava per essere fatto arrosto dal drago dei non morti, non frena la furia di Daenerys e non salva i civili di Approdo del re. E nel finale? Non me la bevo la storia che uccide la sua amata per salvare il mondo dall’ennesimo tiranno. O meglio, lo fa con uno scontatissimo pugnale nel cuore (ah i bei tempi dei baci al veleno di Dorne), ma solo perché Tyrion (ancora lui) tocca la sua anima e il suo senso di colpa nell’unica scena riuscita dell’ultimo episodio. Senza quel discorsetto del condannato a morte, visto come buttava nell’ultima stagione, l’ex bastardo di casa Stark probabilmente non avrebbe neppure fatto il giusto atto finale.

Così, la mia storia di sangue e veleni termina negli ultimi minuti del finale di stagione con una carrellata hollywoodiana che accompagna commossa i nostri personaggi mentre si preparano alla loro vita futura senza più una trama. Tutto molto bello, ma Game of Thrones non è cinema, non è “Star Wars”, non è “Il Signore degli anelli”. Non è il filtro blu che colora tutta l’ultima stagione per rendere più moderna la fotografia. È tutta un’altra cosa, è molta più cruda, sporca, tanto che a rivedere gli episodi delle prime stagioni sembrano quasi telefilm di fine anni ’90. A Westeros non c’è spazio per il sentimentale e il commovente. Qui c’è, c’era, spazio per uomini che vivono, sbagliano e si redimono (forse) solo dopo la morte. E invece vedo la mia Arya, la ragazza soldato dai mille volti, che si prepara il fagotto e parte alla conquista delle terre sconosciute come qualsiasi esploratore. Non doveva finire così. Non il mio trono di spade.

La vera sensazione che da grande fan della serie ho avuto è che la rovina di Game Of Thrones sia stata il proseguire le serie TV senza avere le spalle coperte dai libri di Martin.

L’adattamento TV di una serie con un così ampio pozzo di informazioni ben si denotava nelle prime stagioni, mentre, soprattutto quest’ultima ottava, tutto è sembrato veloce, abbozzato, una cavalcata veloce verso un finale agrodolce.

Eravamo tutti preparati a non avere un lieto fine, ci era stato detto, ma così sembra una presa in giro. Le regole di un reame millenario cambiate in pochi minuti. Dal dimenticarsi totalmente chi fosse il Re legittimo per diritto di sangue, al passare ad una sorta di democrazia per chi dovrà essere il vero reggente.

Ovvio, gli spettatori del Trono di Spade auspicavano tutti un finale da film, da oscar, sennò perché far resuscitare un personaggio come Jon Snow? A che scopo? Unire i popoli per poi essere liquidato da tutti i suoi familiari in poche battute?

Tant’è, questa è la volontà del padre di questa epica storia, che come dice Tyrion sono la cosa più potente di tutte.

Spero nei libri e magari in un finale diverso.