La Casa Di Carta

Finalmente ho terminato la visione de La Casa Di Carta. La serie TV Netflix di produzione spagnola, divisa in due parti, che racconta la storia di un’epocale rapina alla zecca di stato di Madrid.

Il classico stile heist movie, ricalca tanti cliché del genere. I nomi di città per identificare i personaggi protagonisti, la resistenza contro il Sistema, il farci apparire i cattivi come buoni e i buoni come cattivi.

L’intreccio viene snocciolato da uno dei personaggi, Tokyo, raccontato dal suo punto di vista come voce narrante. Il colpo del secolo ha una piano perfetto e studiato nei minimi dettagli dal Professore, il cervello di tutta l’operazione che mette insieme un gruppo di disperati, ognuno con la propria storia personale e motivazioni che l’ha condotto sin lì.

La fiction ha come minimo comun denominatore il surrealismo. Dalla scelta del travestimento con l’utilizzo di una maschera di Dalì da parte dei rapinatori, fino ad alcune scene di dubbia credibilità circa l’incapacità della polizia nel poter affrontare lo “scacco matto” della banda.

Queste prime due parti (sono già state confermate le parti 3 e 4) sono eccessivamente prolisse, molti episodi sono superflui per la comprensione della trama, ma forse indispensabili per approfondire molto bene il profilo dei personaggi.

Senza contare i colpi di scena, stressati in maniera estrema, che caratterizzano in abbondanza ogni puntata. Il plot twist è sempre dietro l’angolo e forse anche questo aspetto alimenta l’aura di surrealismo di cui la serie è intrisa.

Non mancano le citazioni e rimandi alla filmografia di genere. Le scene di stallo a “Le Iene” di Tarantino, Il tuffarsi su una montagna di soldi come in Breaking Bad, la voglia di riscatto come in “V per Vendetta”, il significato potente della “maschera” come in Superman etc. La Casa di Carta è un continuo rimando e celebrare un grande miscuglio di rivincita e libertà fatto di antipatia verso il Sistema.

Infine, l’amore. Per come viene trattato l’argomento sembra il più delle volte di trovarsi in una puntata del Grande Fratello o Tempation Island per la facilità con cui alcuni dei personaggi cambiano partner.

Tuttavia è innegabile che il fil rouge dell’amore faccia da generatore di empatia nei confronti di tutti i rapinatori, il cui profilo viene sviluppato perfettamente nel corso della serie senza scadere in stereotipi o banalità, e sarà poi l’elemento scatenante delle tante difficoltà nel procedere della rapina.

Perché guardarlo?

La Casa di Carta ha il pregio di tenerti incollato allo schermo. Regia, fotografia e colonna sonora sono eccellenti. Nonostante il costante climax di avvenimenti sia più vicino al paradosso che alla realtà, non si può fare a meno di andare avanti e scoprire cosa ne sarà del destino di questi antieroi che resistono per la libertà, senza rubare realmente a nessuno.

Penso sia LA serie da seguire in questo 2018 ancora scarno di grandi colpi di scena. Dagli attori scelti, al doppiaggio eccellente in lingua italiana (benché comprensibilissima in Spagnolo, la voce reale dei personaggi non rende giustizia), La Casa di Carta è la dimostrazione di come si possano creare degli ottimi contenuti a livello locale senza dover essere necessariamente a Hollywood.

E in questo Netflix sta facendo un eccellente lavoro nel portare alla ribalta attori poco famosi, ma qualitativamente molto validi, così come accaduto anche per Suburra in Italia.

Sicuramente da guardare.

★★★☆

Loving Vincent

Il 7 febbraio esce in DVD e Blue-Ray Loving Vincent. Un film d’animazione sulla vita di Vincent Van Gogh, il famoso pittore olandese. (Anche se lo potete già acquistare in streaming su YouTube o Chili TV).

È stato trasmesso al cinema per una settimana soltanto nell’ottobre del 2017 e ho avuto la fortuna di vederlo.

Ho già messo in wish-list di Amazon l’edizione in 4K UHD perché merita di essere visto alla massima definizione possibile.

Perché?

È il primo film della storia ad utilizzare 66.960 inquadrature pitturate ad olio e trasposte per diventare un film vero e proprio, dove, come mostra il Making Of qui sotto, i pittori hanno dovuto imparare le sequenze e il discorso filmico per poterlo trasporre in pittura.

Il film, inoltre, arriva da molto lontano e “dal basso”. I primi fondi, infatti, sono stati raccolti tramite Kickstarter. I produttori, infine, per non metterci decenni, si sono avvalsi di 125 pittori ad olio sparsi per il globo per poter dar vita ai personaggi di 94 opere di Van Gogh.

Nonostante abbia visto anche Coco, avrei sicuramente premiato questo ai Golden Globe come miglior film d’animazione. Sarebbe stato più che meritato, non solo per lo sforzo, ma anche per la riuscita dello stesso, già dal primo secondo di visione capace di trasportarti dentro in un sogno a colori.

Da vedere assolutamente.

Black Mirror Stagione 3

Grazie alla rivoluzione tecnologica abbiamo il potere di accanirci e accusare, di formulare giudizi senza conseguenze, ma il potere che la tecnologia ci conferisce comporta anche una responsabilità individuale

A circa metà del sesto episodio di questa nuova stagione di Black Mirror, una delle protagoniste legge questa frase. Me la sono appuntata, un perfetto riassunto di cosa significhi questa serie.

Avere a che fare con Black Mirror equivale ad avere una prospettiva sul futuro. Un pessimistico futuro in cui difficilmente siamo in grado di controllare la tecnologia, apparentemente in mano a pochi e in grado di colpire diffusamente la massa.

Le tematiche trattate sono strettamente collegate tra loro in questi primi 6 episodi prodotti e rilasciati da Netflix sulla sua piattaforma. Similari a quanto già visto nelle due precedenti, si ha a che fare con la realtà virtuale, i social media, api (sì, gli insetti) e la volontà dei governi di controllarci e attacchi hacker etc.

Mi trovo però, nonostante consideri questa serie tra le mie preferite, particolarmente d’accordo con alcune tesi di questo articolo

But that depth is not actually all that deep. The things Black Mirror uncovers about the nature of people and technology are pessimistic visions of humankind, and they’re also remarkably absent of nuance. Guess what: Reality shows are dehumanizing. Social media makes people say and do horrible things. Documenting every single moment of our lives has downsides. It’s like stepping through the wardrobe into C.S. Lewis’s Narnia, but instead of a magical land full of fauns and evil queens and talking beavers, there’s just a note that reads, “This is an allegory about Jesus.”

Nella quasi totalità degli episodi costruiti in una realtà distopica, fatta eccezione per San Junipero in cui si evince una speranza di fondo e la voglia di vivere oltre la morte, anche questa terza stagione di Black Mirror dà per scontato un futuro in cui ciò che ora stiamo cercando di trasformare in un aiuto per migliorare le nostre vite, debba forza di cose diventare qualcosa di malato, paranoico, incontrollabile o gestito per monitorare le nostre vite tout court.

Ma sta proprio qui il punto di forza della serie. Sfruttare egregiamente le paure e le problematiche di questa iper digitalizzazione di ogni aspetto della quotidianità, mantenendole su un livello umano. Gelosia, cupidigia o il desiderio di vendetta non sono sentimenti nuovi, la tecnologia ci sta solo fornendo gli strumenti per esprimerle in nuove forme e modalità.

Sono tanti gli spunti di riflessione al termine di ogni episodio. Domande imprescindibili: accadrà davvero questo tra qualche anno? Saremo più controllati di quanto lo siamo già? Devo dismettere completamente ogni rapporto con la tecnologia?

Resta, anche sotto l’attenta cura di Netflix, una produzione pregevole dal concept narrativo di ogni singolo episodio, alla scelta degli attori (tantissimi provenienti da HBO), così come la cura quasi da corto mertraggio più che da serie episodica.

E, benché ogni episodio faccia storia a se stante, e quindi apparentemente immune dalla noia, Black Mirror porta con se il rischio di non trovare sufficienti nuovi argomenti da trattare. Di fatti, molti di questi sono rivisitazioni in chiave più grande, oppure semplicemente trattati da un’angolazione diversa.

Comunque da non perdere se siete appassionati di tecnologia e di come potrebbe essere in grado di influenzare le nostre vite da qui a pochi anni.

Ant-Man. Recensione a due

Probabilmente la cosa migliore da fare prima di andare a vedere un film Marvel su un nuovo super eroe mai apparso in pellicola è quella di cercare di scoprirne le origini cartacee.

L’avevo fatto in gran parte con gli X-Men e con i miei 300 e passa numeri da collezione, ma non altrettanto con gli Avengers — che personalmente reputo un gradino sotto — o con Spider-Man. Quando ho sentito parlare di Ant-Man, attraverso l’annuncio della produzione cinematografica, ho deciso di raccogliere un po’ di documentazione, perlomeno comprendere da dove provenisse un’idea tanto bislacca.

Il primo Ant-Man, l’originale Hank Pym, appare per la prima volta in fumetto nel 1962 in una storia intitolata The Man in the Ant Hill. È la storia di uno scienziato travolto dall’epifania della scoperta di un serio in grado di rimpicciolire le dimensioni di qualsiasi cosa, corpo umano compreso, ma soprattutto quella di riuscire a controllare qualsiasi specie di formica vivente.

Ho parlato di primo Ant-Man perché quello che vedrete al cinema è in realtà il successore di Pym (interpretato da Michael Douglas), Scott Lang (interpretato da Paul Rudd).
Pym ci viene presentato come anzianto scienziato in pensione, in lento declino e al quale hanno appena sottratto l’azienda da lui stesso creata.
Quello che non viene detto però è che il Pym nei panni di Ant-Man nei decenni passati ne ha combinate più di Bertoldo e la Marvel dopo avergli fatto prendere parte alla fondazione degli Avengers, gli ha dedicato ruoli marginali nei fumetti, quasi quelli di un anti-eroe.
Polygon ha fatto un ottimo sunto del suo travagliato passato proprio qui, oppure nella versione italiana di BadComics.

Passiamo al film, le premesse fondamentale da fare sono due. La prima, per questa specialissima occasione ho visto la pellicola insieme a Francesca che mi aiutò qualche mese fa nel dettagliatissimo approfondimento su The Interview, la seconda è la location.
Siamo entrambi in vacanza in Sardegna e l’offerta strutturale e architettonica è quella del cinema all’aperto, con tutti i suoi limiti dal punto di vista qualitativo audio-visivo.

Ovviamente non abbiamo perso tempo e visto la compresenza ci siamo buttati nella recensione del film, ognuno col suo punto di vista.

ANDREA

Il film
Inaspettatamente ricco di scenette tipiche delle commediole americane. Una scelta in continuità con Avengers: Age of Ultron con Tony Stark nel ruolo del giullare di corte, qui lasciato al giovincello Scott Lang.
Nei primi 30 minuti non sembra nemmeno di essere in un lungometraggio della Marvel, piuttosto nei momenti salienti prima di un colpo milionario di Fast and Furious, con piani studiati con dovizia di particolari per poter trafugare la tuta di Ant-Man con tecniche degne di MacGyver.
L’inconsapevole protagonista è il ladruncolo Scott Lang, in cerca di riscatto dopo qualche anno trascorso in prigione. Raccolto sotto l’ala protettrice del magnate Hank Pym e la sua dubbiosa figlia Hope per essere trasformato in un super eroe.
Niente di più tradizionale, Davide contro il Golia bramoso di potere e come sempre in grado di minacciare il mondo fanno da sfondo a un film d’azione mediocre, con tanti, troppi momenti poco approfonditi dove si sarebbe potuto caratterizzare maggiormente il personaggio di Scott.
Tuttavia l’impepata di risate e il lieto fine lasciano uscire dalla sala tutti contenti e con applausi per un eroe poco conosciuto e balzato sotto i riflettori di punto e in bianco.
Non andate via dopo i titoli di coda, ci sono due sequenze importanti per l’apertura di un sequel e di un intreccio di storie con il filone Avengers.

Attori
Nutro simpatia per Paul Rudd con una stima radente allo zero, tuttavia credo sia stata una scelta azzeccata farlo uscire da ruoli tipicamente comici o melensi e metterlo alla prova con un vero film d’azione.
Grande spazio e consacrazione di due attori resi famosi da serie televisive come Bobby Cannavale, visto in Chef, ma soprattutto scoperto con l’egregia interpretazione di Gyp Rosetti in Boardwalk Empire e Corey Stoll, l’underdog con un destino funesto in House of Cards.
Michael Peña merita menzione a parte per l’interpretazione dell’idiota sempre presente al momento giusto.

Domande e considerazioni
Come ogni super eroe che si rispetti, anche Ant-Man ha una sua nemesi, non rappresentata da un nemico in carne ed ossa perenne come Joker per Batman o Skeletor per He-Man, ma piuttosto da una situazione costante come la kriptonite. Per Ant-Man è il pericolo di rimanere sprovvisto di quel siero in grado di riportarlo a dimensioni normali, se si restringe una volta in più del dovuto chi sta dentro la tuta è spacciato per sempre ritrovandosi in un paradosso spazio-temporale.
Il film mostra come la moglie di Hank Pym sia morta proprio per questo procedimento durante il quale si è ritrovata a restringersi all’infinito entrando in un mondo sub-atomico. Si parla di fisica quantica, luoghi ancora poco esplorati dalla scienza contemporanea e cercata di rappresentare come un luogo psichedelico dal regista nel momento in cui anche ad Ant-Man tocca la medesima sorte, salvo poi salvarsi per il rotto della cuffia.
La prima domanda è stata, ma una rappresentazione del genere è veritiera? Perché non esiste gravità in un eventuale mondo fatto di particelle più minuscole dell’atomo e vedevamo Ant-Man fluttuare come un novizio astronauta?
Mi sarebbe piaciuto vedere un’approfondimento maggiore sul profilo di Hank, perché ha creato questo tipo di particella, perché è voluto diventare Ant-Man. Spazio per un prequel? Vedremo tra qualche anno.

Francesca e il sottoscritto prima della visione!

Vi lascio nelle sapienti mani di Francesca!

FRANCESCA

Tesoro, mi si è ristretto il capolavoro

Considerazioni preliminari. Riguardo a questo film, molte sono le osservazioni ma uno solo è il quesito:

Tesoro, mi si è ristretto il capolavoro.

Considerazioni preliminari. Riguardo a questo film, molte sono le osservazioni ma uno solo è il quesito: cosa ne sarebbe stato di Ant-Man se solo Edgar Wright non avesse abbandonato precocemente il progetto?
Sì perché Ant-Man è la prima gestazione esplicitamente travagliata della Marvel Studios.

Qualche avvisaglia l’aveva già lanciata Mickey Rourke con Iron Man 2, rilasciando dichiarazioni molto poco lusinghiere contro la produzione, ma suscitando poco scalpore visto anche il carattere notoriamente bellicoso dell’attore. Pare che al colosso Disneyiano la creatività, ma soprattutto l’autorialità, non vadano proprio a genio.
Il tanto odiato Thor di Kenneth Branagh sembra essere l’unico ad aver seminato furbescamente dando frutti a lungo termine (ci ha portato il miglior villain di tutta la filmografia Marvel e ha introdotto il conflitto shakespereano, fonte inesauribile di idee per arricchire uno script, nella saga degli Avengers), tant’è che si vocifera che il regista inglese sia stato ricontattato per il prossimo Thor. Edgar Wright, giovane regista britannico che sarebbe miope non definire un genio, maestro nel giocare tra i generi azione, fantascienza, catastrofista e comico-demenziale, è a tutti gli effetti un Autore che scandisce a chiare lettere la firma sulle sue, poche, opere. E tuttavia, da grandissimo amante del fumetto e idolo indiscusso dei nerd nel pianeta, sembrava perfetto per confezionare un piccolo film senza troppe pretese di incassi ma destinato a diventare un istant cult per gli intenditori, per un piccolo eroe come Ant-Man.

Ma evidentemente il conflitto genitoriale, con gli studios ripetutamente pronti a mettere mano sulla sceneggiatura di Wright al fine di poter inserire il lavoro nella saga degli Avengers, si è spinto a tal punto da determinare la rottura della collaborazione iniziata nel 2006. Sebbene Wright l’abbia cancellato subito dopo, il delizioso ‘selfie’ twittato nel maggio 2014 che ritrae Buster Keaton (che all’epoca si dichiarava pentito di aver abbandonato la sua casa di produzione indipendente per passare alla MGM) accigliato mentre regge un Cornetto Algida (rimando alla trilogia del Cornetto di Wright) ha fatto il giro del mondo e spinto Joss Whedon (Avengers) e James Gunn (Guardians of the Galaxy) a esprimere la loro seppur pedissequa solidarietà.
L’orfano è quindi passato alla regia di Peyton Reed (Yes Man, ironia della sorte?) e la sceneggiatura di Wright e Cornish è stata rimaneggiata da Adam McKay con il contributo di Paul Rudd (che avevano già collaborato per Anchorman), rendendo davvero difficile distinguere a chi attribuire ciascun elemento di comicità nei dialoghi, se alla coppia inglese o a quella americana. Edgar Wright è quindi il primo ma non l’unico genitore sfigato: il casting di Paul Rudd, che sembra essere stato fortemente voluto proprio da Wright, segna la svolta nella carriera dell’attore statunitense, relegato a ruoli comici fin dalla memorabile interpretazione del reporter ‘sul pezzo’ Brian Fantana negli splendidi Anchorman (2004) e Anchorman 2 (2013), non senza passare attraverso lavori dei molto discussi giocolieri della satira di costume (ma non solo) Judd Apatow (Molto incinta, 40 anni vergine) e Rogen&Goldberg (Facciamola finita). Tutti nomi e titoli quelli elencati fino ad ora che possono solo far eccitare un’amante della commedia come me. Paul Rudd è un ultraquarantenne che rischiava di terminare la sua carriera come attore comico senza sfoggiare come si deve le sue doti drammatiche e di scrittura. Problema risolto dato che ha firmato, come altri elementi del cast, un contratto multifilm con la Marvel.

Terminato l’antefatto, passiamo a qualche considerazione di natura pratica:

  1. Abbiamo visto il film nel cinema all’aperto di Santa Teresa di Gallura. Inutile dire che audio e video lasciavano molto a desiderare, che non c’era un posto decente per tutti e abbiamo dovuto assistere anche a qualche scenata, e che ci hanno fatto entrare a film iniziato impedendoci di comprendere il prologo e siamo usciti prima del termine dei titoli di coda senza poter apprezzare il secondo cameo. D’altra parte il clima ciarliero delle famiglie ci ha permesso di apprezzare la felicità dipinta nei volti di una folla di marmocchi, e questo a noi nerd abituati a usare la violenza contro altri nerd per accaparrarsi il posto migliore in sala Energia o all’iMax indubbiamente scalda il cuore.
  2. Andrea (al quale potete riferirvi per l’inquadramento del lavoro nell’universo fumettistico) ha tentato di compromettere le mie capacità critiche invitandomi a cena prima del film e facendomi mangiare e bere benissimo e come un cinghialino. Ho ricevuto una telefonata prima del dolce e penso che questa pausa mi abbia salvato la vita.

Recensione vera e propria con qualche spoiler

A mio parere quando si parla di un film Marvel c’è sempre poco da dire.
Col rischio di attirarmi l’odio di tutti, questi film sono tutti uguali, anonimi, del tutto prevedibili e destinati all’oblio. Wright non poteva firmare una cosa del genere perché la sua filmografia, a differenza di quella della Marvel, non è improntata unicamente al profitto. D’altra parte si può dire che Rudd sia salito sul treno per esigenze di carriera e per l’opportunità, poi persa, di lavorare con Wright; mentre alla Lilly, che aveva dichiarato che non avrebbe più preso parte a un film dopo la Hobbit, evidentemente è stata fatta un’offerta che non poteva rifiutare. Ad ogni modo si può fare qualche considerazione sulla trama. Innanzitutto qui gli eroi, e gli Ant-Man sono due: Henry Pym (Michael Douglas) e Scott Lang (Paul Rudd), uniti da una classicissima relazione mentore-discepolo buona per tenere insieme la trama. Entrambi hanno una controparte, e compagna, femminile (Evangeline Lilly per Scott).

Ant-Man era già operativo ai tempi della guerra fredda e questo lo pone di fatto come l’Avenger più anziano dopo Cap. Lo psicodramma familiare, il lutto, l’emarginazione, vengono attribuiti tutti a Michael Douglas per lasciare a Rudd la parte più fica. Anzi addirittura si può dire che la vicenda di Scott Lang sia in sostanza un’interpretazione in chiave comica (o una velata presa per il culo) dello stereotipo del cine-eroe Marvel: il difficile rapporto padre-figlia, parliamoci chiaro, un furbo come lui poteva risolverlo anche da solo e l’unico lutto da cui di fatto viene colpito è quello della formica Antony, momento ridicolmente peripatetico; e anche la battaglia finale col supervillain della questione, guardata da un normale punto di vista è solo una quasi silenziosa e del tutto inoffensiva caduta a terra di piccoli giocattoli per bambini. È come se Ant-Man e Lego Movie stessero discutendo tra di loro di quanto è futile e ridicola questa moderna cinematografia da green screen.

Quindi, visto il tono molto cazzone del personaggio, l’unico modo in cui riesco a interpretare il riflesso melanconico nello sguardo di Scott Lang e il continuo rimando alla ‘seconda occasione’ è proprio in senso autobiografico di Paul Rudd, che ricordiamo ha messo mano alla sceneggiatura. Il villain calabrone interpretato da Corey Stoll, che somiglia in maniera impressionante a Telly Savalas (da non confondersi col calabrone verde di Rogen & Gondry, unico supereroe cinematografico veramente indipendente) pur nella sua noiosa prevedibilità, conserva qualche elemento di psicopatia e funziona bene: peccato per la sua precoce dipartita.
Michael Douglas fa bene il suo lavoro e si diverte, sembra sia inarrestabile dopo Behind the Candelabra e verrebbe proprio da dire che il troppo cunnilingus, che come sostiene lui gli avrebbe fatto venire il cancro alla laringe, invece gli abbia fatto bene. Non c’è molto altro da dire: tutto fila molto liscio fino alla fine.

Meritano una speciale menzione i dialoghi comici che fanno ridere (in particolare legati al personaggio di Michael Peña che rivedremo) e quelli che molto britannicamente non fanno ridere (come la conversazione iniziale sul furgone) e i cameo del Falcon di Anthony Mackie, altro grandissimo attore rimasto nell’ombra se non per piccoli capolavori come Lei mi odia. E proprio come i loro interpreti Falcon e Ant-Man escono timidamente dall’ombra per prendere il posto di Cap e Tony Stark negli Avengers con il ruolo di carabiniere eroico ma un po’ ciula e di bad boy. Sì perché Paul Rudd sarà il nostro bad boy, sicuramente geniale (anche se è stato nel mondo subatomico e ne è uscito senza saperci dire se sono particelle, membrane o stringhe, ma d’altronde è un ingegnere) e dalla battuta pronta. Speriamo stavolta scritta da lui e non da spinoza.it come quelli di Robert Downey Jr, che cominciavano già ad annoiare.

E poi devo liberarmi di un peso dato che la recensione verrà pubblicata in ritardo visto che mia madre ha finito i giga per giocare a Burraco online e adesso dopo 12 ore di bestemmie devo prendere il suo laptop che sembra più un ordigno bellico e farmi un km a piedi per usare il wi-fi dei ‘vicini’: Paul Rudd è figo, dannatamente figo, come uomo e come artista; a differenza della giornalista di Anchorman io il profumo del desiderio lo sento tutto, e quindi seguirò con entusiasmo qualunque suo progetto.

Nel complesso Ant-Man è un piccolo film dall’enorme budget diretto senza pretese, il cui (grande) elemento di interesse riguarda la sceneggiatura, che conserva qualche bizzarria atipica rispetto agli altri episodi della saga. Non si esclude che anche lo stesso rimaneggiamento dello script possa aver contribuito positivamente (sempre che si possa essere entusiasti di un rimaneggiamento) al risultato finale, ma è difficile a dirsi specie per me che non sono una fine esteta e l’ho visto in italiano. È stato per ora un flop come incassi, valutato malino da rotten tomatoes (ma d’altronde è l’opinione del pubblico, quindi degli americani) e benino secondo il metro di valutazione metacritic (ma della critica comunque non c’è da fidarsi), ma il seme ormai è stato gettato e Paul Rudd è negli Avengers. Se non gli tagliano lingua e mani (che non sono strettamente necessari per una formica) ne vedremo delle belle.

Avrebbe potuto essere un capolavoro da vedere e rivedere se fosse stato diretto da Edgar Wright, questo è poco ma sicuro. Ma d’altronde la formica Antony non è uguale a tutte le altre, difatti Ant-Man/Rudd non la chiama con un numero ma le vuole trovare un nome, lascia di sè un ricordo indelebile anche dopo la sua dipartita (contrassegnata da un’emotività davvero forzata)

“Ma sta sicuro che ne pagherai le conseguenze!”

Chi avrà scritto questa battuta che non ha nessun significato a livello di trama? I candidati sono quattro, e ognuno avrebbe avuto una buona ragione per scriverla. Sarà una teoria stramba ma mi viene in mente quando al liceo studiavo i prologhi dei poemi epici e mentre il poeta si prodigava nella doverosa leccata di culo al mecenate di turno tra le righe si leggeva: “dannato imbecille, questo è il prezzo che devo pagare per fare il poeta; ma sta sicuro che tra meno di dieci anni nessuno ricorderà nulla delle tue ridicole imprese mentre è chiaro fin da ora chi sarà immortale”. Se la mia teoria fila comunque gliel’hanno lasciato scrivere.

Hardhome

La serie TV “ Il Trono di Spade” ha una grande fortuna. Avere come super visore lo scrittore dei romanzi da cui trae ispirazione. Sebbene, come ha chiarito spesse volte attraverso il suo blog, lo show prenda pieghe differenti rispetto ai libri, arrivando comunque sempre allo stesso punto narrativo, non posso che essere d’accordo con questa analisi della scena finale dell’episodio 8 della 5a stagione:

But nothing beats the last 20 minutes of “Hardhome,” one of the finest sequence of TV I ever hope to see. I could go on for hours about how fantastically assembled the scene was — the rising tension of Jon’s negotiations with the Wildings, the partial resolution that gets viewer to assume the conflict is over, the impossibly slow build-up of the undead army’s arrival — it was amazing. But the episode’s real power — and what it has turned the White Walkers into — comes from the relentless series of instantly iconic, jaw-dropping moments that reveal the Walkers are an ever-more powerful, terrifying foe.

Sono qualche capitolo indietro nella lettura dei libri, tuttavia non riesco a non immaginare le scene simili a quelle viste in TV mentre le sto leggendo.

Un bene? Un male? Non lo so.

Lasciare a qualcun’altro l’interpretazione della mia immaginazione non credo sia del tutto una cosa spregevole, tanto più se questa supera ogni aspettativa.

Nei romanzi si parla poco della vera minaccia che incombe sui domini degli uomini, la serie TV ha deciso di sottolinearlo pesantemente, mentre ancora non è stato fatto negli scritti. Ma è ora più che mai viva e presente, e salvo strani stravolgimenti molto difficilmente constrastabile con gli attuali mezzi a disposizione.

Ex-Machina

Di cosa parla e impressioni

Un milionario. Una quantità spropositata di soldi. La voglia di giocare a fare Dio. Sono questi i primi tre ingredienti nelle veloci sequenze che ci catapultano nella trama principale di Ex-Machina. Il titolo è già un presagio della fine. Ex-Machina, un richiamo preciso al risolutore finale.

Caleb è un giovane programmatore alle sue dipendenze, sul suo schermo appare un bel giorno la scritta “Hai vinto” da qui parte il viaggio verso la fabbrica di cioccolato dei nerd, la tenuta del CEO di Bluebook, un motore di ricerca molto potente. Ma invece di Willy Wonka, il magnate Nathan (interpretato da Oscar Isaac, ve lo ricorderete in Drive) riserva una settimana premio al suo impiegato in un vero e proprio centro di ricerca.

È riuscito nell’impresa. Ha creato l’intelligenza artificiale perfetta. Come? Sfruttando i dati del suo motore di ricerca per alimentarla, costruendone la fisionomia e le espressioni facciali utilizzando le fotocamere di tutti i cellulari presenti nel mondo, pur non avendone il permesso.

Si chiama Ava (che felice assonanza con Eva, il nome della prima donna creata da Dio), ha sembianze femminili, e se non fosse per il suo corpo percorso da cavi di fibra ottica a fatica la si scambierebbe per un’androide. Caleb è li per quel motivo, provare a constatare attraverso il test di Turing che in effetti è impossibile accorgersi della differenza.

Il concetto fila, sta in piedi, e non siamo tanto lontani nel tempo da un’altra storia a cui ho dato molto spazio un anno fa di questi tempi, Her. Come in Her, Ex-Machina affronta il tema tremendamente attuale di quanto l’uomo sarà in grado di tenere a bada le “macchine” di matrixiana memoria, e se sarà in grado di controllarle nel momento in cui le intelligenze artificiali avranno piena coscienza di loro stesse.

Se in Her le macchine decidono di ritirarsi dalla scena, in Ex-Machina abbiamo la sindrome alla base di Pinocchio. Nella favola di Collodi il burattino desidera più di ogni altra cosa al mondo di diventare un bambino vero. Allo stesso modo Ava è così avanzata da percepire di essere una macchina soggetta a miglioramenti, spegnimenti, modifiche e perdite di memoria. E farà di tutto per evitarlo.

Questo si esplicita quasi subito, nei primi dialoghi tra Ava e Caleb:

AVA
What will happen to me if I fail your test?

CALEB Ava –

AVA Will it be bad?

CALEB … I don’t know.

AVA Do you think I might be switched off? Because I don’t function as well as I am supposed to?

CALEB … Ava, I don’t know the answer to your question. It’s not up to me.

AVA
Why is it up to anyone? Do you have people who test you, and might switch you off?

La trama è fluida, prosegue spedita e le lacune individuabili in alcuni dettagli della stessa hanno il pregio invece di essere narrate senza soffermarsi troppo su di esse, rivelatasi poi una scelta stilistica molto acuta al termine del film.

Il tema è stato trattato in lungo e in largo nella storia del Cinema, tuttavia in Ex-Machina la semplicità con cui viene trattato aggiungendoci il restringimento del lasso temporale per cui ciò potrebbe effettivamente verificarsi lo presenta con la necessità di riflessioni maggiori su quanto potrà accadere da qui a qualche anno nell’ambito della robotica e intelligenza artificiale.

Il finale è inatteso e spietato, ma freddo e plausibile negli avvenimenti. Risolutori quanto basta per far corrispondere Ava a quello che realmente è.

Come è girato?

Il campo di ripresa è sempre pieno, di oggetti, di persone, di androidi. Questo fa pari con le sensazioni claustrofobiche del bunker in cui si svolge l’oltre 90% del girato. Spazi stretti, angusti ove non si può sfuggire né da se stessi, né dalla realtà artificiale creata per allontanarsi da quella reale.

È un pugno diritto in faccia, come a dirti “Dove stai andando? Tanto da qui non si scappa”. Chi ha diretto la fotografia poi ha fatto un sapiente uso di rimandi e similitudini. Davanti ad un quadro di Pollock, l’umano che gioca a diventare Dio sistemando il caos del mondo esprime tutta la solitudine di un arricchito in preda alle più becere manie di grandezza, senza uno scopo alcuno.

Concedetemi un ultimo parallelismo con Her. Come non notare anche in questo caso la splendida scena finale, dove viene scelto di chiudere con una serie di proiezioni di ombre di alcune persone intente a camminare.
Assumono un significato molto potente, i robot, le intelligenze artificiali o qualsiasi altra diavoleria ci inventeremo per farla assomigliare a noi, altra non è che la proiezione di noi stessi.

Non ho giudizi sulla colonna sonora, in quanto non si è fatta apprezzare, così come le ambientazioni eteree e prive di connotazioni in grado di risaltarle.

Gli effetti speciali sono così reali da sembrare quasi del tutto invisibili, morbidi e mai troppo accentuati. The Verge ha realizzato un breve documentario per raccontarli meglio:

Resta una pregevole esecuzione, sono certo questa estate tornerà a far parlare di sé.

Ps. se volete divertirvi creando una versione robotizzata di voi stessi c’è il sito: https://ava-sessions.com/

Di Birdman, Whiplash e dell’accatastare legna

Il weekend appena trascorso ho fatto una full immersion cinematografica guardando prima Whiplash e subito dopo Birdman.

Di solito scrivo di film quando davvero mi lasciano qualcosa, questa volta invece nessuno dei due è riuscito a sedimentare e sviluppare un ragionamento interessante sulle idee proposte o semplicemente su una differente idea di raccontare una storia.

È stato strano vederli in sequenza. Il primo incentrato sul kit batteria da musica Jazz, il secondo con una colonna sonora fondamentalmente composta da una sola batteria (suonata proprio da un musicista Jazz, Antonio Sanchez).

Tuttavia, nonostante siano entrambi ben girati, con una buona fotografia, si perdono nei dettagli. In Whiplash i dettagli vengono sottolineati da un’inquadratura mostrando come diventino parte fondamentale del racconto. Ma restano fini a se stessi, non ci dicono di più della storia, se non arricchendo l’attenzione ad essi riservata dal personaggio principale. Birdman soffre dello stesso difetto. Ci sono tanti spunti, tante tracce da cui trarre spunto, ma che sembrano esaurirsi ogni volta su un binario morto e che invece avrebbero potuto portare la storia da tutt’altra parte facendola diventare soprattutto più interessante.

Birdman non mi è piaciuto. È stato un buon esercizio di stile del piano sequenza (non del tutto veritiero) e con una solerte interpretazione di attori con molta esperienza, molto consci del messaggio da far passare attraverso le battute del film. Sono piuttosto d’accordo con quanto scritto da Loffio sul suo blog, proprio su quell’effetto legna accatastata ma mai arsa. Tanta carne, forse cotta e consumata con troppa fretta e con dei bocconi troppo grossi.

Ma Birdman non è solo un film sulla voglia di essere qualcuno, è anche una denuncia del “Genocidio culturale”, per usare le parole del film, messo in atto da Hollywood. È un film contro i critici che fanno questo lavoro solo perché non sanno creare, ma anche contro chi si improvvisa artista, è un film sul teatro e le sue follie, è un film sulla fama, ossessiva e assillante, che cresce quando smetti di essere un personaggio e diventi il meme di un social network.

Per certi versi Birdman parla di chiunque abbia un blog, un podcast, una pagina Facebook, un account Twitter, uno spazio su un giornale, in teatro, in radio o in televisione. Parla di quella fastidiosa voglia di non voler mai scendere dalla cresta dell’onda, di sperare che ci sia sempre qualcuno a rendere la nostra vita un successo col suo acclamare.

Il problema è che proprio volendo essere tutte queste cose, finisce poi per non sviscerare nessuno dei vari temi come meriterebbe. Il regista sembra limitarsi ad accatastare ottime idee come fossero legna per il falò, senza mai incendiarle. L’unico vero monologo riguarda il bisogno di voler essere famosi, per il resto i personaggi e gli argomenti rimangono in sospeso, e ogni qualvolta in cui si potrebbe dire qualcosa di più arriva un bel movimento di macchina o una scena d’impatto che svia l’attenzione.

Non è semplice trasformare in racconto filmico momenti significativi dall’alto impatto narrativo. Così come non sempre sono necessarie 2 ore di film per poterle mettere in scena. La grandezza dei migliori registi probabilmente sta proprio lì, ma quando sembra di avere la sensazione di fare il morto su uno specchio d’acqua molto grande, invece di immergersi per ammirare la barriera corallina, allora lo storyteller si dovrebbe prendere tutto il tempo necessario, sfidando magari le regole imposte dal mercato cinematografico.

Breaking Bad. Questione di chimica

Il post che segue parla della serie televisiva Breaking Bad. Contiene spoiler e riflessioni sulla serie stessa, quindi ti conviene leggerlo solo dopo averla vista. Sono considerazioni personali e punti di vista dopo aver visto una delle migliori produzioni degli ultimi decenni.

Diciamo pure che mi serviranno soprattutto da memoria. Ogni volta in cui vorrò ricordarmi di come mi sono sentito vicino così tanto ad un prodotto multimediale, umanamente parlando, tornerò a rileggere queste righe e magari a rimettere in circolo uno dei Blu-Ray con le puntate di questa serie TV.

Sentii parlare di Breaking Bad per la prima volta nel 2010. Confesso di aver iniziato a guardare anche le prime 3 puntate, ma non so bene per quale motivo decisi di smettere altrettanto presto. Probabilmente con poca pazienza, commisi l’errore di non dare fiducia a quella che poi si è rivelata una delle mie produzioni televisive preferite.

La serie è terminata ormai da oltre 1 anno e quasi tutti i miei amici appassionati seriali non facevano altro che ripetermi la medesima frase: non sai cosa ti stai perdendo. Così dopo l’estate appena trascorsa recuperai tutta la serie e iniziai molto lentamente a snocciolarla per bene. Arrivando a ridosso delle vacanze natalizie all’inizio della quarta stagione. Ho fatto una maratona, tutta d’un fiato di quasi 25 puntate. Una droga. E scusate il gioco di parole.

La bellezza di questa serie sta nel fatto di non sapere mai ciò che sta per accadere, o meglio ce lo si può immaginare, ma non è mai come ce lo siamo pre-figurati nella nostra testa. Ciò che possiamo però tenere presente è uno schema ben preciso, ci sarà sempre una trasformazione a seguito di un’azione. Una metamorfosi continua ed inesorabile. Una costante presente per tutte le stagioni che faranno sembrare sconosciuti i personaggi così come li abbiamo incontrati nelle primissime puntate.

A mio, personalissimo, parere la serie si sarebbe dovuta concludere con l’ultima puntata della 4a stagione. Stupenda. Walt vince la sua lotta contro un criminale più potente di lui, ha l’occasione di fermare la macchina e finalmente godersi in pace il frutto di tutte le atrocità di cui si è ritrovato protagonista. Invece è incapace di fermarsi. Perché farlo quando ora si ha la possibilità di dettare legge?

Ho trovato questo post particolarmente interessante in cui vengono associate alcune delle 48 leggi del potere a Breaking Bad. Tra le quali ce n’è proprio una che Walt ha deciso di non seguire, quella di fermarsi in tempo:

Law 47: Do Not Go Past the Mark You Aimed For: In Victory, Learn When to Stop — From the beginning, Walt wanted to just make enough money to provide for his family when he would die from cancer. Finding out he had more time to live was the point where his greediness kicked in. Saul proposed he leave and get a fresh start. Skyler proposed he leave the business, while showing him his enormous stack of earnings. Walt finally decided to leave the business, but he dug himself too big of a hole. He just couldn’t bring himself to stop. As Walt said himself, “I’m in the empire business”. Enough was never truly enough.

Walter Hartwell White

Walt è l’antieroe per eccellenza, è un uomo di mezza età sfigato ed è con facilità imbarazzante il modo in cui si entra in empatia con lui. Nonostante abbia più o meno tutto, la vita lo schernisce continuamente facendosi sentire con tutto il peso della sua normalità. Già dalla prima puntata si percepisce il suo profondo bisogno di sentirsi vivo. Bisogno ribadito nell’ultima puntata in cui confesserà a Skyler quando si sentisse vivo nell’impersonare Heisenberg.

I did it for me. I liked it. I was good at it. And I was really… I was alive.

La magia però di questa serie sta nel riuscire a mantenere vicino a noi la natura di questo personaggio. Nonostante la montagna di soldi a disposizione e una scusante molto forte nel guadagnarli, Walter non si trasforma mai nel Montana di Scarface, non vive una vita lussuosa, ma anzi è in costante fuga da se stesso e dai guai che il crimine porta con se. Questa dimensione umana fa si che non ci si allontani mai troppo da lui, quasi come se riuscissimo a giustificare tutte le azioni compiute.

La sua maschera, il suo diventare super eroe facendosi chiamare Heisenberg si rivela in realtà una distinzione destinata a sparire nel corso delle puntate. Piuttosto sembra essere il vecchio Walter la maschera di un uomo senza scrupoli e molto attento ai dettagli di come conduce la sua vita criminale. E nonostante le bugie, i tradimenti, gli omicidi e l’egoismo non riusciamo ad odiarlo perché ci si immedesima in qualcuno a cui hanno diagnosticato pochi mesi di vita. Ma soprattutto si comprende molto bene come la miccia a dare il via al tutto sia proprio la diagnosi del suo cancro ai polmoni. Di colpo smette di avere paura e di preoccuparsi, come se finalmente avesse uno scopo da portare a termine prima della sua morte prematura.

Non ultimo Walt è il protagonista di una tragedia reale, non è un film e nemmeno un telefilm dove può sempre farla franca. La conseguenza delle sue scelte lo porteranno alla morte e a perdere la sola cosa per la quale non ha mai smesso di lottare: la sua famiglia.

“La familia es todo” la famiglia è tutto dicono i due gemelli messicani a metà della terza stagione. Un argomento attorno al quale, non è difficile accorgersene, Breaking Bad poggia con fermezza le sue basi. La famiglia è il motivo primo, la giustificazione perfetta di Walt a qualsiasi azione criminale compiuta nel corso dei due anni in cui ha iniziato a sconvolgere il corso delle vite di tutti coloro abbiano avuto a che fare con lui. I cui componenti non dovevano essere toccati da nessuno, di cui anche Jesse in qualche modo entra a far parte.

Di questa trasformazione ne parla ampiamente e molto bene Fabrizio Rinaldi nella sua tesi di laurea pubblicata su Medium.

Heisenberg

Caos morale di cui è il fautore. Heisenberg non è un nome a caso scelto dagli autori della serie per definire l’alter ego di Walt. Heisenberg è un fisico tedesco noto per il suo principio di’indeterminazione di due forze fisiche. Se avete visto la serie, è facile associare questa teoria con ciò che Walt e Heisenberg (il personaggio di BB) rappresentano. Sotto il video di TED e qui un articolo di come comprendere al meglio questa associazione.

Jesse Bruce Pinkman

Walter voleva bene a Jesse, gliene ha voluto fino alla fine, finché non è stato ad ascoltarlo come ha sempre fatto per il corso di 4 stagioni. Walt si è comportato come il padre che non si è mai riuscito ad accontentare, con Jesse nel ruolo del figlio sempre pronto a fare di meglio per poter entrare nelle sue grazie. Un rapporto molto più caldo e complesso con il passare delle puntate, fino ad arrivare al punto in cui Walt comprende l’animo buono del partner e a non riuscire più a fare meno di lui. Ma quella sensazione di manipolazione mai doma, sempre assopita nell’animo di Jesse, esplode proprio sul finale forse rovinando ancora in maniera peggiore tutto quello che i due hanno costruito insieme, vendendosi alla DEA.

Ci vogliono, come detto, 4 stagioni per arrivare alla sua di trasformazione. Con il culmine della sua nuova personalità acquisita quando si permette di fare la voce grossa giù in Messico nel laboratorio del Cartello. Tuttavia ha sempre dimostrato un debole particolare per le persone che lo hanno amato, soprattutto per i più piccoli, toccato da quel senso di protezione da fratello maggiore non ha perdonato a Walt il fatto di averlo convinto che fosse stato Gus ad avvelenare il figlio della sua fidanzata Andrea. Questo rimarrà per sempre il suo punto debole e anche a pensare di vederlo come sostituto di Walt si capisce come non ne avrebbe la freddezza.

Perché Jesse non ha uno scopo come Walt, è vittima degli eventi e della sua svogliatezza nei confronti della vita. Accetta di essere complice in queste (dis)avventure perché altrimenti non avrebbe di meglio da fare se non strafarsi tutto il giorno. Mentre essere occupato a cucinare metanfetamina significa guadagnare molti soldi.

Gli ultimi istanti della 5a serie ci mostrano come il cambiamento è completato. Jesse ha svestito i panni del tossico pigro e grazie al periodo di prigionia ha compreso come la vita valga la pena di essere vissuta (vedi la costruzione della scatola di legno) arrivando al grido liberatorio di felicità nella sua ultima inquadratura.

Skyler White

Anna Gunn, l’attrice interprete di Skyler, ha scritto questo articolo sul NY Times su come non riuscisse a comprendere il motivo di tanto odio nei confronti del ruolo da lei interpretato. Un fastidio condiviso anche dal sottoscritto. Nella sua dissertazione centra pienamente il punto, Skyler è il vero antagonista di Walt diventando per necessità moralmente uguale a lui. Tuttavia non prende mai una posizione chiara, è una montagna russa di emozioni e atteggiamenti. Dapprima facendo quasi finta di preoccuparsi del marito adottando lo stesso modo di comportarsi di Marie, la sorella. Per poi alternare le fasi di disprezzo totale nei confronti del marito una volta scoperta la sua attività con quelle di protezione e amore nel momento i cui riflette sulla protezione della famiglia e la montagna di soldi a cui può attingere. Questo suo tentennare l’accompagnerà sino alla fine, dove l’amore latente per Walt le impedirà sempre di dire la verità alla polizia.

Un comportamento rimarcato molto bene da suo figlio Walter Jr. in uno dei dialoghi della terzultima puntata: Sei cattiva quanto lui (mio padre Walt) se sapevi tutto dall’inizio e non hai fatto nulla.

Altri personaggi

Hank è uno dei pochi ad aver subito un’involuzione invece. Il suo fare da spaccone americano con distintivo si affievolisce sempre più alla scoperta del cancro da parte del cognato, ma anzi arriva ad essere un confidente fidato per aiutare Walt a sistemare i suoi problemi coniugali con Skyler. Addirittura sopporta di ospitare i nipoti per lungo tempo proprio per dimostrarsi altruista nei confronti dei cognati.

Marie invece è la sola ad aver mantenuto la stessa caratura all’interno della narrazione nel corso di tutte e 5 le stagioni. Il suo ciarlare, intervenire con superficialità e qualche volta fuori luogo ha fatto da sottofondo alle vicende ben più cruente in fase di accadimento a pochi chilometri da lei. Quasi fosse anch’essa una spettatrice dello spettacolo tanto quanto i fruitori della serie.

Colori e musica

Questa serie fa un utilizzo maniacale e pregevole dei colori, così come della musica. Fino ad arrivare, come ho scritto più avanti, ad un mix perfetto tra i due. Nel corso degli anni i fan si sono divertiti a fare una raccolta dei primi e su Internet trovate qualche sito interessante al riguardo. I due in grado di farvi comprendere come i colori in questa serie riflettano quel senso di trasformazione citato prima sono The Wardrobe of Walter White

E il set di colorazione dei vestiti di tutti i personaggi principali della serie Colorizing Walter White’s Decay

Gran parte della colonna sonora di Breaking Bad (che potete ascoltare qui sopra) riflette gli stati d’animo così gli stili di vita dei personaggi e spesso e volentieri viene utilizzato il testo delle canzoni per sottolineare un momento topico dell’azione. La combinazione tra musica e colori poi esplode in tutta la sua magnificenza due volte. L’importanza della scena finale di Breaking Bad, infatti, è costruita anche grazie ad una robusta scelta di una calzante canzone (Baby Blue) difficilmente equiparabile ad altri momenti filmici della storia contemporanea. La catarsi si attua con la prima strofa:

Guess I got what I deserved

Ho avuto quello che mi sono meritato. Per poi proseguire con:

Special love I’ve for you, my baby blue

Un amore speciale per quella piccola blu, la metanfetamina da quel colore così particolare.

Amore dichiarato anche qualche puntata prima, quando Walt insieme a Todd iniziano una breve routine di cucina. E qui la canzone scelta è stata Crystal Blue Persuasion. Non posso che ribadire la genialità di questi due abbinamenti.

Come si può, infine, non lodare l’aver messo una canzone dialettale italiana tra la colonna sonora della serie?

Felina

Ci sarebbero tantissime cose da dire e aggiungere — tipo che Gus è uno dei due ragazzi in carcere insieme a Eddie Murphy in “Una poltrona per due”, di come esista per davvero un Walter White in Alabama cuoco di meth, di come il titolo dell’ultima puntata sia Felina che è l’anagramma di Finale e la combinazione di alcuni elementi chimici, o delle easter eggs (la mia preferita resta quella del pupazzo) — ma il web è pieno zeppo di tutto ciò e non vi resta che andarne a caccia.

Breaking Bad mi mancherà, mi sarebbe piaciuto sapere come mai un giovane e brillante Walter White prossimo al Nobel si sia ritrovato a fare l’insegnante e nella più totale mediocrità a 50 anni. Mi sarebbe piaciuto sapere che fine avrà fatto Jesse dopo quello sguardo d’intesa con Walt prima di fuggire verso la libertà. Per fortuna alcuni personaggi torneranno nel prequel Better Call Saul, ma tant’è la verità è che a Breaking Bad non restava nient’altro da aggiungere se non terminare come è terminato.

The Interview: tutti i numeri del box office, perché ha deluso gli americani e la recensione

Con Francesca abbiamo iniziato a discutere su Facebook del film e di tutti gli argomenti che gli girano attorno.

Francesca De Nard è una mia cara amica, è un medico specializzando, e credo sia la persona più appassionata di cinema di genere e di cinema horror che io conosca.

La migliore cosa che potessi fare, visto che non ho ancora visto il film in questione, è stata quella di concederle tutto lo spazio necessario per scriverne. Le ho chiesto così se volesse essere ospite sul blog.

Per iniziare bene il 2015, troverete le sue riflessioni su The Interview di seguito. Grazie Francesca!

L’anno 2014 verrà ricordato come l’anno dei leak. Ma leak de che? Le tette di Jennifer Lawrence, i nomignoli razzistelli appioppati a Obama, le canzoni di Lana del Rey pubblicate con anni di anticipo.. insomma siamo tutti costernati. Un po’ perché siamo a fine anno, un po’ per le ripercussioni diplomatiche, sicuramente ricorderemo The Interview come il caso più stressante in assoluto.

Riassumendo: Sony produce un lungometraggio, scritto e diretto da Rogen e Goldberg. Questa la sinossi: un giovane anchorman in carriera (Franco) che mette in scena la peggior forma di giornalismo-spazzatura (un po’ alla Barbara d’Urso per intenderci) e il suo produttore (Rogen) vengono invitati nella residenza del leader nordcoreano Kim Jong-Un (Park) per registrare un’intervista. La CIA ne approfitta per invitarli ad assassinarlo.

Ad un mese dal lancio del film (previsto per il 25 dicembre negli States) Sony subisce un attacco dal gruppo di hacker che si fa conoscere come Guardians of Peace; i leak riguardano diverse produzioni ma viene fatto da subito un riferimento specifico a The Interview. Il tempo passa e a una settimana circa dal lancio, Sony, senza consultare alcun governo e senza che le venga imposto, decide di cancellare il film. Motivazione ufficiale: ordine pubblico (riporto le testuali parole degli hacker: ‘ricordate l’11 settembre’). A seguire, anche la CIA rilascia un comunicato ufficiale in cui ammette possibili legami tra gli hacker e il governo di Pyongyang. Il giorno successivo Obama dichiara ‘sbagliata’ la scelta della Sony e usa toni molto più cauti, senza accusare esplicitamente la Corea del Nord, che nega ogni coinvolgimento anche se definisce ‘giusta’ l’azione degli hacker.

A questo punto il mondo dei social si scatena; è già il momento di notare che la retorica sottostante a questo tipo di indignazione è fortemente pro-americana. Franco e Rogen sono due eroi; gli Stati Uniti sono portatori di libertà; gli Stati Uniti non si fanno piegare dalle minacce dei terroristi asiatici (a questo punto val la pena di ricordare che Sony è una società giapponese, e che gli autori del film sono canadesi). La Stampa internazionale parla (correttamente) di oltraggio alla libertà di espressione e presto quello di The Interview diventa un caso senza precedenti. I toni però sono sempre quelli della guerra fredda mediatica. Anonymous dichiara: Sony, vi avevamo avvertiti, hackerare i vostri database è un gioco da ragazzi. Tra gli esperti di informatica molti scettici ritengono quasi impossibile il coinvolgimento del governo nordcoreano nell’attacco, ritenendo più probabile che la causa dei leak risieda in un disordine interno all’azienda, probabilmente una vendetta personale. Paulo Coelho (che tutti conoscerete grazie a wikiquotes) si propone di acquistare i diritti del film ad un prezzo irrisorio (100.000 dollari) per poi pubblicarlo su Netflix a disposizione, gratuita, del pubblico di tutto il mondo.

Sony, già fortemente danneggiata dall’attacco degli hacker (Business Insider stima perdite di 100 milioni di dollari tra indagini, migliorie tecnologiche e licenziamenti) non è in condizione di poter accettare l’offerta di questo figlio dei fiori e decide di tentare il tutto per tutto sfruttando, tra le altre cose, l’enorme notorietà che la pellicola nel frattempo ha raggiunto. La vigilia di Natale arriva la notizia dell’imminente uscita del film in un numero limitato di sale indipendenti (331, a fronte delle 3.000 previste originariamente) e della sua pubblicazione on demand su diverse piattaforme online, novità assoluta per una grande produzione cinematografica. Il film nelle sale non guadagna una cippa (2,8 milioni), ma online è subito record mondiale: 15 milioni di dollari nel solo week-end di Natale. Ecco quindi il clamoroso retro-front della Stampa (e sui social): terrorismo, dicevano, e invece è tutto marketing! Oltretutto per un film di merda! E noi che abbiamo sprecato tutto questo inchiostro pensando fosse un film impegnato. Insomma, un’epidemia di nannimorettite (un’infezione senza dubbio gastrointestinale) sotto Natale, non riesco a immaginare niente di più terrificante. Piovono anche i ‘ve l’avevo detto’ da parte dei finora astenutisi dal commentare, scagliandosi contro l’umanità come delle piaghe bibliche.

Alcune rapide considerazioni su ciò che riporta la Stampa italiana. Per quanto riguarda gli articoli pubblicati dai principali quotidiani, penso sia il caso di fare alcune premesse che cercherò di schematizzare.

  1. Nessun giornalista sembra conoscere i lavori precedenti della coppia Franco/Rogen
  2. Il film non è ancora stato distribuito in lingua italiana; il più delle volte è esplicitato (e anche quando non lo è è ragionevole supporlo) che la persona che scrive non ha visto il film, ma riporta un riassunto di un’accurata (e orientata) selezione di recensioni scritte in lingua inglese

Quindi, visto e considerato che chi scrive non sa di cosa sta parlando, tra questi chi ha l’ambizione di riportare un giudizio sul film (Repubblica, Il Fatto Quotidiano, e diversi rotocalchi di moda che evito di elencare) lo stronca, definendolo puerile, volgare, semplicistico, nemmeno troppo divertente (parafrasando, ironia della sorte, una delle mail dei produttori pubblicata a seguito del leak). La motivazione principale della bocciatura è comunque il fatto che i contenuti non sarebbero all’altezza della bufera mediatica che si è scatenata attorno alla pellicola. Alcuni si spingono a definirlo ‘deludente’ per gli spettatori americani, rifacendosi ai dati di un sondaggio che se ho capito bene si è svolto in questo modo: hanno chiesto agli spettatori se secondo loro il film suscitava sentimenti di patriottismo o meno. Io forse non sono un giornalista, ma in tutte queste considerazioni non scorgo la minima valutazione tecnica o artistica di un prodotto che andrebbe preso come tale. E se penso a un cinema che debba suscitare patriottismo, mi viene in mente Goebbels.

Concludo con l’ultima della grandi critiche mosse dalla Stampa (e dai social) al film: è stata tutta un’operazione di marketing, questo sarà il film più scaricato di tutti i tempi. Furbi vero? Ma a chi pensano di darla a bere? Non certo a noi, noi siamo dei dritti! Quindi tutti quelli che si sono scatenati sui social hanno fatto una pubblicità inconsapevole! Che tristezza.

Ecco, peccato che non sia così semplice. E’ vero, Sony ha fatto da sé, ed è vero, in soli 4 giorni The Interview è stato il film più scaricato della storia. Ma si tratta anche di una modalità di distribuzione finora riservata ai film indipendenti, e non è stimabile in maniera certa quanti saranno gli incassi alla fine (anche se le previsioni sono ottime: secondo Mojo box office 90 milioni di dollari). Quando una persona paga per un film in streaming, magari lo si guarda in 10. Se paga per il download (modalità che ha prevalso nettamente in questo caso), possiamo potenzialmente moltiplicare all’infinito le visualizzazioni. E non ho parlato della pirateria. Mi limiterò solo a dire che il film è già disponibile sottotitolato ed in ottima qualità. Quindi, dato che tutti gli infervorati dalla sacra fiamma del patriottismo verosimilmente hanno già comprato il film, io ipotizzo che una volta affievolita l’ondata emotiva le vendite crolleranno (iTunes o non iTunes). 18 milioni di dollari in un week-end sono comunque meno dei 20 incassati da Notte al museo 3, un’altra commedia demenziale negli stessi giorni. 20 milioni che riuscì a incassare in un week end anche Facciamola finita, il precedente film della premiata ditta, che non fu nemmeno lanciato sotto Natale (e raggiunse i 100 milioni di incasso totale, superando anche la migliore delle previsioni del suo fratellino minore). 20 milioni di incasso erano l’obiettivo di Sony, e non è stato raggiunto. E The Interview deve arrivare a 75 milioni solo per starci dentro coi costi (44 di produzione e il resto in promozione). Se sommiamo i 100 milioni di debito della Sony siamo ben lontani dall’obbiettivo e comunque, con tutta questa pubblicità negativa, sarà ancora più difficile. Se è stata una mossa di marketing da parte di Sony, con tutto il rispetto finora ha fatto schifo.

Sembra piuttosto una strategia di salvataggio dell’ultimo secondo, un piano B, o forse anche un tentativo di sperimentare una nuova strategia di marketing, che anche secondo gli esperti di finanza si è dimostrato fallimentare, sia in senso assoluto che relativamente al fatto che per altri film non si potrebbero ricreare in futuro le condizioni di amplificazione mediatica che si sono verificate per The Interview. Sicuramente, in definitiva, Sony non ha agito da paladino della libertà di espressione (l’occasione ce l’ha avuta con l’offerta di Coelho), e si è dimostrata coerente con la propria linea guidata dal profitto. Il piano A è stato sabotato dalla paura di ulteriori leak; le minacce terroristiche probabilmente non ci sono mai state, oppure sono sempre state considerate di scarsa rilevanza; probabilmente non lo sapremo mai. Ma non è che qualcuno adesso ha interesse a fare pubblicità negativa e la Stampa improvvisamente asseconda questo qualcuno? Qui i sillogismi si incastrano uno dentro l’altro come delle matrioske, mamma mia che mal di testa. Ma meno male che noi siamo nati furbi e ci arriviamo subito alle conclusioni giuste.

Qui ad averci davvero guadagnato (in notorietà), senza aver bisogno di fare calcoli, sono gli autori del film, fino a ieri semisconosciuti al di fuori degli Stati Uniti. Quindi avremmo fatto ‘inconsapevolmente’ della pubblicità a degli artisti, che magari ci piacciono. Senza peraltro comportare nessun guadagno superiore a loro carico (erano stati già pagati), se non la fama, e quindi la possibilità di produrre in futuro altri film. Triste, vero? Ed è anche ridicolo che siano i giornalisti stessi, i principali fautori della diffusione iniziale della notizia, ad accusare l’ondata di indignazione dei social.

Ma ora veniamo ai santi protettori del cinema moderno, gli unici su cui in generale fare affidamento: le riviste cinematografiche online. Ecco, qui mi sono impegnata tantissimo, ma non ho trovato nulla. Evidentemente si attende l’uscita nelle sale italiane, prevista per il 22 gennaio 2015. Nessuno si prende la responsabilità di dire che lo ha già visto. Gli unici sono gli eroi di Badtaste.it, che peraltro conoscono bene i lavori della coppia Rogen/Franco, che hanno visto il film e udite udite ne parlano bene. Il film sarebbe ‘di certo la commedia più seria e adulta per Rogen e di converso quella in cui Franco dà il suo meglio’. Sono anche gli unici che mettono a confronto i numeri per quello che sono, evitando ogni complottismo. Ma quindi ho capito bene? Tutti ne parlano pessimamente ma l’unico che l’ha visto ha scritto una buona recensione?

Ma adesso veniamo alla parte attiva: la mia recensione (con qualche spoiler necessario).

Premetto che ho visto il film. Sicuramente con questi presupposti alla base (vedi sopra) non si può che restare almeno un pochino delusi, ma penso sia fisiologico. Nel complesso l’ho trovata un’ottima commedia, perfettamente allineata alle ottime commedie precedentemente proposte dalla premiata ditta, e mi riferisco a Facciamola finita e Strafumati in particolare. Si tratta di una commedia demenziale, pertanto non ritengo che sia troppo volgare rispetto ai canoni di genere. Soprattutto considerando in che modo tali standard di genere vengono ulteriormente trivializzati nelle produzioni italiane (sovvenzionate dallo Stato e vergognosamente pubblicizzate dagli stessi giornalisti che scrivono di cui sopra), trovo piuttosto sconvolgente che qualcuno in Italia abbia potuto scrivere che questa commedia è volgare. Il film è nel complesso meno divertente rispetto ai precedenti, ma è scritto e interpretato meglio e la produzione è di livello superiore. Il coraggio iniziale (cioè quello di fare un film di satira) gli autori ce l’hanno avuto, ma poi hanno volato molto basso, decidendo di non mostrare affatto la politica nordcoreana ma concentrandosi solo sull’assoluta ridicolizzazione del personaggio di Kim Jong-Un. Una scelta deludente per chi si aspettava un docufilm (per queste persone evidentemente il concetto di commedia demenziale non è chiaro, ed è altresì evidente che non hanno visto né il trailer né nessuno dei filmati promozionali disponibili già da un mese sul tubo), ma assolutamente comprensibile visti il tenore leggero e il registro compagnone dell’intero lungometraggio.

Come ulteriore elemento di delusione, anche la retorica bene/male tanto promossa sui social qui non funziona affatto: ci troviamo all’interno di un triangolo isoscele ai vertici del quale troviamo Kim Jong-Un, un giovane dittatore imbecille afflitto dal complesso di Edipo; Starlark, un giovane anchorman imbecille afflitto dal complesso di Edipo; e Rapaport, un producer che sognava di fare del giornalismo vero e invece, deriso dai suoi ex compagni di corso, finisce a occuparsi di TV spazzatura e a lavorare con e per imbecilli. E’ proprio qui secondo me che si è creata la frattura con la Stampa. Si è tanto parlato di Stati Uniti ma alla fine nessuno aveva considerato che questo film è stato scritto da due canadesi, uno dei quali interpreta anche l’unico personaggio del film che abbia del sale in zucca. Non dobbiamo stupirci se il pubblico americano ha considerato il film ‘poco patriottico’: la satira prende di mira in egual misura sia gli americani che Kim Jong-Un (ma è molto più onesta e realistica nel prendere di mira gli Stati Uniti, riducendo il personaggio del dittatore ai minimi termini caricaturali), e a questo proposito bisogna sottolineare quanto l’interpretazione di James Franco sia straordinaria. Franco sembra scemo meglio di chiunque altro (suggerisco di vedere l’intervista promozionale a Orlando Bloom, disponibile sul tubo: Franco riesce a portare avanti da solo un monologo di 5 minuti, verosimilmente improvvisato, di fronte a un Orlando che trattiene a stento le risate, su un argomento ridicolo, e quando l’attore britannico cerca di parlare delle sue iniziative umanitarie, la risposta, sublime, del suo interlocutore è ‘I’m sorry Orlando.. I think we’ve run out of time..’), al punto tale che da rendersi quasi antipatico, soprattutto quando elimina il dittatore nordcoreno. E questo agli americani non è piaciuto affatto. Finché si scherza sulla sessualità di un rapper va tutto bene (anche come volgarità), ma qui l’ironia comincia a diventare più sottile, oh ma non è che questo qui ci sta prendendo per il culo? Il personaggio di Park è funzionale alla contrapposizione a quello di Franco, non c’è una caricatura personalizzata di Kim Jong-Un. I due personaggi sono speculari; entrambi rappresentano l’Uomo moderno, ignorante, insicuro, terrorizzato dalla necessità di soffocare la propria omosessualità latente; ma questi sono gli aspetti poco interessanti della sceneggiatura.

Il protagonista vero e proprio qui è Seth Rogen che, come giustamente gli fa notare un fan nella scena in aeroporto all’inizio di Facciamola finita (‘Amico, quello è Seth Rogen! Hey Seth, quand’è che la finisci di interpretare sempre lo stesso personaggio?’), interpreta se stesso. Ma questa volta meglio. Seth non è più lo sbandato che sotto sotto è un bravo ragazzo; è uno sbandato bravo ma con delle aspirazioni artistiche. E questo funziona a tutti i possibili livelli di lettura, rispondendo alla matrioska mediatica con un efficace gioco di specchi. Rapaport è il producer che cerca di esercitare buon giornalismo con l’arma impropria della TV spazzatura, così come fa Rogen come sceneggiatore-regista utilizzando il genere comico-demenziale. Tutti gli elementi poi verificatisi nella realtà erano già stati scritti da Rogen e Goldberg in fase di scenaggiatura: la diffidenza della Stampa ufficiale, le elevate aspettative del governo, la delusione delle aspettative con il raggiungimento di un traguardo diverso ma ugualmente efficace. Il film parla di due artisti che trattano un argomento serio con un registro scurrile, vengono criticati dalla stampa e dagli ‘haters’ per questo ma alla fine raggiungono il risultato sperato. Ricorda qualcosa? Niente di più facile, se sono proprio il sistema produttivo e quello dei media che vuoi prendere di mira. E i fatti dimostrano che è possibile sollevare un polverone mediatico anche con un film comico-demenziale che fa battute stupide, così come nel film è possibile demolire un dittatore canticchiando una canzone di Katy Perry. Sicuramente gli autori non potevano prevedere che l’effetto si sarebbe amplificato sino a tal punto, e per questo devono sicuramente ringraziare i loro fan. Io non credo che tutto si possa tradurre in una vittoria/pubblicità della Sony, che merita peraltro il boicottaggio per quello che ha fatto già in partenza, senza doverne analizzare il comportamento successivo; penso che si possa parlare di una vittoria totale degli autori, che sono stati pagati per un lavoro, hanno potuto vedere distribuito il proprio film nonostante le minacce degli hacker (o di chi per loro), sono stati anche difesi (per un po’) dagli stessi soggetti che volevano ridicolizzare, hanno potuto platealmente ridicolizzarli in mondo visione. Per poi essere criticati quando ormai era troppo tardi. Qui andiamo ben oltre i 15 minuti di celebrità teorizzati da Warhol.

Da parte mia, sono contenta di aver diffuso materiale relativo al film (che peraltro avrei visto comunque) e di aver promosso petizioni, col solo scopo di salvaguardare la libertà di espressione di autori che già conosco e apprezzo in merito a un film che mi ha dato esattamente quello che mi aspettavo, accusando Sony per quello che ha fatto fin da subito. Se anche le minacce dei terroristi fossero state vere, a cancellare il film è stata (per finta) Sony, non i terroristi né il governo di Pyongyang. La censura va sempre attaccata, qualunque sia il motivo che la porta in essere. E se mai produrrò qualcosa di mio, spero di ricevere lo stesso trattamento che il pubblico dei social, nel bene e nel male, ha riservato a Franco e Rogen, senza dover arrivare alle tette come la Lawrence.

Per riassumere, questo film offre esattamente quello che promette, ovvero una satira leggera e una comicità demenziale, e la offre con una qualità complessiva che non sempre viene raggiunta di questi tempi nella commedia americana e che certamente in Italia non ci possiamo nemmeno sognare. I contenuti politici sono molto limitati, ma evidentemente preclari anche al pubblico cui sono diretti, in maniera diametralmente opposta rispetto al genere documentaristico, esoterico per definizione, ma che accontenta tanto i critici (e anche me, perlamordiddio). Niente di nuovo, ma il risultato finale è piuttosto buono, pur non essendo la miglior commedia della Storia. Il film mi è piaciuto (e per quanto quest’osservazione sia statisticamente irrilevante eravamo in 5 ed è piaciuto a tutti); continuerò a considerare i film di Rogen e Golberg una scommessa sicura di divertimento, e Franco un ottimo attore comico. E visto che tutto era stato già previsto, ritengo che non sia nemmeno il caso di spremersi le meningi per concludere con una frase d’effetto, poiché è già stata scritta in un dialogo del film (vado a memoria):

Skylark — They hate us cause they’re jeallous. They hate us cause they ain’t us!

Rapaport — What you mean? They hate us cause their ANUS?

Skylark: They HATE us cause they AIN’T us. Haters gonna hate; ain’ters gonna ain’t.

Prima Interstellar a destra

Ieri sera sono andato a vedere Insterstellar in 70mm al Cinema Arcadia di Melzo. Credo sia la prima volta in vita mia in cui apprezzo la qualità dei 70mm, anche non ne avevo mai visto uno con questa qualità. Una qualità grezza, slavata, con molta poca luminosità, ma dai colori veri e reali.

Mi piace l’altissima definizione e come sapete detesto il 3D, ma probabilmente una pellicola in grado di dare la sensazione di assistere ad un film di qualche decennio fa è forse equiparabile all’ascolto di un vinile oggi.

Ora, non ho metri di paragone per giudicare come si possa apprezzare in 4K il medesimo film, quello che posso dire è che tutte le imperfezioni, visibili ad occhio nudo, della pellicola contribuiscono a rendere quest’opera ancora più attaccata al mondo reale, almeno per questo aspetto.

Ho notato poi come ci siano almeno 7 tagli molto bruschi durante il film. Tagli, immagino, voluti in fase di montaggio, molto crudi e apparentemente fastidiosi nel cambio di sequenza filmica, tuttavia comprensibili se lo si approccia tenendo a mente il fatto che il film è stato girato e pensato per essere visto in 70mm. Kudos quindi ad Arcadia per essere una tra le sole 5 sale in Europa a trasmetterlo così come Nolan l’ha concepito. Se avete quindi la fortuna di visionarlo in questa risoluzione, non spaventatevi se le immagini ad un certo punto salteranno, è una cosa voluta, fa parte della narrazione.

Spostandomi sull’opera filmica, mi ero immaginato di andare a recuperare qualche chicca e qualche spiegazione aggiuntiva (cosa che poi ho fatto comunque, ma guidandovi nell’interpretazione del film) come fatto con Her qualche mese fa. Tuttavia mi sono detto che questa volta sarebbe stato troppo complicato e sarei finito con dare delle interpretazioni sbagliate.

Ciò che posso fare, evitando di attivare la modalità spoiler, è quella di dare dei consigli prima della visione dello stesso e magari condividere una discussione sui medesimi una volta tornati dal cinema o da qualsiasi supporto voi scegliate per guardarlo.

Il primo. Non scadete nell’errore di uscire dalla sala cercando di interpretare Interstellar come un trattato scientifico, un documentario uscito da National Geographic o Discovery Channel. Nella maggior parte dei casi non ci riuscirete a meno di essere degli astrofisici e anche in quel caso avreste molte domande per la testa. Nonostante ciò, se le domande iniziano a diventare pressanti e faticate a prender sonno qui ci sono un paio di articoli a supporto: il Post cerca di fare il sunto dell’uomo comune, Wired racconta invece di come proprio un astrofisico, Kip Thorne, abbia supportato il regista Christopher Nolan (scrivendo anche un libro) nella realizzazione del film.

Secondo. Se invece di scienza ne capite, come Paolo Attivissimo, magari ne rimarrete delusi proprio come lui come l’astronomo di Slate o le 21 inensatezze di Vulture, perché magari la vostra anima nerd cercherà sempre e comunque il pelo nell’uovo cercando di spiegare ogni singolo fenomeno della pellicola, alla ricerca di un significato anche dove non c’è. Voglio però aggiungere una cosa e sfrutto un estratto di articolo di ScreenChrush:

But a movie is not its marketing; regardless of what ‘Interstellar’’s marketing said, the film itself makes no such assertions about its scientific accuracy. It doesn’t open with a disclaimer informing viewers that it’s based on true science; in fact, it doesn’t open with any sort of disclaimer at all. Nolan never tells us exactly where or when ‘Interstellar’ is set. It seems like the movie takes place on our Earth in the relatively near future, but that’s just a guess. Maybe ‘Interstellar’ is set a million years after our current civilization ended. Or maybe it’s set in an alternate dimension, where the rules of physics as Phil Plait knows them don’t strictly apply.

Or maybe ‘Interstellar’ really is set on our Earth 50 years in the future, and it doesn’t matter anyway because ‘Interstellar’ is a work of fiction. It’s particularly strange to see people holding ‘Interstellar’ up to a high standard of scientific accuracy because the movie is pretty clearly a work of stylized, speculative sci-fi right from the start.

Come a dire, un film è un film, non è una dissertazione scientifica da pubblicare su Science. Quindi è probabilmente un bel racconto di fantascienza, dove inevitabilmente elementi fantastici sono stati aggiunti per arricchire e abbellire l’esperienza di visione. Posso comprendere la delusione, del resto vengono affrontati temi a cui l’uomo cerca di dare risposta da sempre.

Illustrazione di Chris B. Murray

Terzo. Mi sono sforzato di comprendere meglio quale fosse il fine ultimo del film e dare una mia personalissima interpretazione. Cosa per la quale, sono convinto, Nolan lasciarci con uno spunto di riflessione. Qui si mi tocca segnalare SPOILER:

  • La gravità non è la sola forza in grado di superare le leggi fisiche di tempo e spazio. L’amore è la seconda di queste.
  • Il messaggio chiaro del film è l’inevitabilità della fine della nostra specie se non facciamo qualcosa per preservare questo luogo chiamato Terra che ci sta solo ospitando. Le referenze sono tante, ma all’inizio del film maggiormente evidenti quando si parla di aver smesso di guardare in alto per concentrarsi sul basso. Sulla Terra appunto.
  • Non concordo sull’evoluzione dell’uomo tanto da riuscire a piegare al proprio volere il tempo, tanto da riuscire a dargli una dimensione fisica. Se fosse molte migliaia di anni dovranno passare, oppure diventare delle macchine noi stessi.

Quarto e mi taccio. Ad un certo punto del film vedrete apparire Matt Damon. Ecco io al primo frame non ho fatto a meno di pensare al suo ruolo in The Departed. La spia, il traditore, il doppio giochista. Evidentemente è un’etichetta alla quale fa fatica a rinunciare. Scoprirete il perché.

Vale la pena? Sicuramente si, se ne parlerà per molto tempo e sicuramente ha segnato la storia della cinematografia così come chi cerca di dare interpretazioni o sta studiando il nostro futuro come specie. Vale sicuramente il suggerimento di apprezzarlo come opera artistica, se poi amate cercare secondi risvolti, scoprirete essere il bello della macchina dei sogni.