True Detective e l’importanza del dialogo

Questo non è un post su True Detective. Lascio alle migliaia di pubblicazioni online vicine alle serie TV il compito di descrivervi la serie, così come ha fatto Vice qui molto bene. Questo è un post sulle parole e su come chi sa concatenarle nel modo giusto abbia vinto già una grossa battaglia: quella per l’attenzione.

Probabilmente faticherete ad accorgervene, è una sensazione difficile da decifrare. Restare incollati allo schermo senza addormentarsi di fronte al televisore dopo una giornata mentalmente massacrante, è cosa non da poco di questi tempi.

L’abbondanza di produzione multimediale, tuttavia, ci garantisce una agevole via di fuga dall’evitare un calo della palpebra cronico. E, in questo ventaglio di opzioni tendenti all’infinito, il saper scegliere mette in gioco sostanzialmente tutte le nostre percezioni sensoriali, incluse quelle meno consce.

Il dialogo in una serie televisiva, ad esempio, è una di quelle caratteristiche in grado di immergerci nella visione, oppure farci storcere il naso per le troppe banalità udite. Questa, tra tutte le altre, è quella che ci consente di comprendere fin dalla prima puntata se quanto mostrato davanti ai nostri occhi merita la nostra attenzione per le puntate a venire.

Pochi ci riescono. Pochi sono in grado di catturare la mia di attenzione. E, pur non essendo un capolavoro da cambiare i paradigmi di genere, True Detective a mio modo di vedere è una serie dove il dialogo tocca delle vette qualitative così elevate da risultare stucchevole.

Ora, pur io avendo visto solo le prime 4 puntate e magari voi nessuna di queste, il monologo che segue non rovinerà assolutamente la trama di quanto potreste apprezzare nel completare la visione della prima serie. Tuttavia è un fondamentale esempio di quanto ho descritto poc’anzi.

Scusate le immagini forse un po’ crude, ma concentratevi sulle parole. Sulla metafora perfetta di chi si concentra sul significato della vita in punto di morte. Parole meritevoli di riflessione.

Il dialogo in senso lato è anche quello filmico e la bravura di chi lavora ad una produzione audiovisiva è anche quella di sapersi rivolgere al pubblico di riferimento evitando di estraniarlo dalla realtà in cui vive, introducendo riferimenti storici del tempo in cui si vive. Questa è anche una delle sottolineature di eccezionale bravura anche dei dialoghi ritrovabili in House of Cards attraverso le parole del suo protagonista Frank Underwood.

Questa scena, a quanto pare molto apprezzata, si svolge nel quarto episodio ed è un piano sequenza lungo 6 minuti. Un linguaggio stilistico poco comune in una serie televisiva, così anche nel cinema contemporaneo, tutta poco estraneo ad un contesto del genere. Si spiega difatti in modo egregio collocandola accanto ad alcune scene del videogioco GTA con inquadrature, pathos, emozioni molto simili a quelle vivibili in questi 6 minuti.

Tutto questo per dire cosa?

Cercate di prestare attenzione a tutte le sfumature di un racconto, sotto qualsiasi forma esso si presenti. Badare soltanto alla storia limita le percezioni di sensi altri rispetto alla mera trama. Il significato ama nascondersi sotto molti significanti, i quali, non per forza devono essere quelli più facilmente riconoscibili.

Lei — il film

Arrivo tardi, forse troppo, complice l’assenza di Internet a casa a parlare di Lei/Her il film di Spike Jonze uscito il 13 marzo qui in Italia. Devo ammettere di aver avuto tantissime aspettative fin da quando l’anno passato ho visto il primo trailer apparire in Rete.

Lei/Her è il racconto di un uomo solo, non solitario, ma un nerd molto simile a Leonard Hofstadter di “The Big Bang Theory”. Un mix di nerdismo e dolcezza con l’incapacità di ricucire i cocci del proprio cuore spezzato da un matrimonio fallito alle spalle.

Un blocco troppo grande da poter gestire in un rapporto con una persona fisica. Allora il protagonista, Theodore, decide di avvicinarsi ad un nuovo prodotto tecnologico in una Los Angeles futuristica. Ue sistema operativo, un’intelligenza artificiale in grado di apprendere e interagire con lui come se fosse una persona vera avendo esperienza del mondo attraverso la telecamera del suo smartphone e un’auricolare dal design minimalista all’orecchio.

Purtroppo ho visto la versione italiana del film, mentre nella versione originale la voce di Samantha, il nome dell’AI scelto da Theodore, è interpretata dalla sensuale Scarlett Johansson.

Ci troviamo di fronte insomma una Los Angeles dove le macchine non hanno preso il sopravvento come in Terminator, ma si sono integrate per migliorare la vita dell’uomo non solo a livello funzionale e di commodity. Sono tasselli necessari per sopravvivere.

Lei fa riflettere tanto sulla condizione di solitudine degli uomini di questo secolo, focalizzandosi non tanto sulla pericolosità di cosa potrà essere la tecnologia tra qualche decennio, quanto la pericolosa deriva dello smettere di avere rapporti profondi con una persona in carne ed ossa.

Tuttavia la tecnologia potrebbe esserne essa stessa sia la risposta che la concausa, ciò non toglie il nostro bisogno primordiale di condivere con un altro essere umano questa pazzia chiamata amore.

Ho letto tanti spunti e opinioni diverse sul film, cercando di trovare più interpretazioni che recensioni che non si limitassero a ribadire la banalità: è un film che racconta il rapporto tra un uomo e un’intelligenza artificiale. Ero interessato a comprenderne i significati intrinsechi. Un paio in particolare mi hanno colpito. Entrambi si focalizzano su il pensiero di Samantha non tanto come sistema operativo diventato un partner con cui condividere una vita, ma piuttosto uno specchio che in modo speculare indirizza i bisogni di Theodore. Il primo su Medium:

Samantha is Theodore’s reflection, a true mirror. […] She becomes needy in ways that Theodore is loath to address because he has no idea what to do about them. They are, in fact, his own needs. The software gives a voice to Theodore’s unconscious. His inability to converse with it is his return to an earlier point of departure for the emotional island he created during the decline of his marriage.

Mi sono trovato subito d’accordo. La voce di Samantha dà forma e trova la rapida risposta alla deriva emozionale nella quale è finito il protagonista. Allo stesso modo il secondo articolo trovato sull’argomento:

The voice of Samantha, the operating system, performed by Scarlett Johansson, sound very, very much like a real person. On the other hand, her role has, in the beginning, an appropriate ring of ingratiation: Samantha has been designed to anticipate the needs (technical, psychological, and emotional) of her user. Samantha giggles at Theodore’s jokes while making herself useful by sorting his email.

Purtroppo non ricordo le parole precise del film italiano, ma all’inizio del film il protagonista dice queste parole:

Sometimes I think I have felt everything I’m ever gonna feel. And from here on out, I’m not gonna feel anything new. Just lesser versions of what I’ve already felt.

Qui mi sono un attimo paralizzato sulla poltrona del cinema. Una frase spesso ripetuta più volte nel mio cervello e adesso riproposta sul grande schermo. Una percezione aumentata di se stessi piuttosto che un malessere. Un’analisi molto precisa e accurata di Jonze rispetto alla disperata ricerca di qualcosa in grado di stupirci ancora. Ancora una volta la tecnologia nella sua doppia natura distruttrice e risolutrice.

Il regista fa un percorso molto ampio per permettere a Theodore di comprendere che non esiste macchina più complessa di quella umana e che i suoi bisogni, speranze e desideri sarebbero stati compresi soltanto da qualcuno in carne ed ossa.

Non ho apprezzato molto la chiusura affrettata e l’eliminazione dell’intelligenza artificiale Samantha in stile The Matrix con un ritorno a una città delle macchine. Ho invece molto apprezzato il girato della scena finale con i frame conclusivi di due corpi umani così vicini e così lontani, ma i soli a potersi dar pace vicendevolmente.

In Lei/Her ci sono anche tante altre cose molto belle e curate. A partire dal design futuristico, ma soprattutto minimalista in grado di trasmettere un ampio senso di pace e tranquillità, tratteggiando i contorni di una Los Angeles senza auto, ma piuttosto vivibile soltanto con mezzi pubblici e i propri piedi.

Qui la mappa interattiva delle location utilizzate.

La fotografia e la scelta di colori pastello, il rosso su tutti, rende l’atmosfera del film sempre molto simmetrica ed equilibrata. Predominante la sobrietà e la voglia di semplificare.

A questo proposito vi consiglio la lettura su The Verge dello studio grafico dietro il sistema operativo e come sono state scelte le location del film, ovviamente su LA Times.

E ultima, ma non ultima la colonna sonora curata interamente dagli Arcade Fire. Qui da ascoltare nella sua interezza.

Da Lei/Her è stato tratto anche un piccolo progetto collaterale all’interno della raccolta “The Creators Project” un’iniziativa di Storytelling tra Intel (non nuova a cose del genere) e Vice Magazine.

Un breve girato nel quale è stato chiesto ad attori e creativi di dare la loro definizione di Amore nei tempi nei quali stiamo vivendo. Il risultato è il seguente e merita di essere visto.

Un ultimo tassello a rimarcare il messaggio più cristallino di tutti di questo film. Condividere un sentimento, sia esso con altri umani o con una macchina (qui uno spunto filosofico del Times), è una cosa potente e il più delle volte incontrollabile.

Ed è bellissimo.

Com’era quel detto sui lupi?

Perdono il pelo, ma non il vizio. Perché la droga in grado di dare più assuefazione di tutte sono i soldi e smettere di averne, farne e produrne è un’equazione impossibile per il lupo di Wall Street.

Probabilmente questa è la migliore interpretazione di Leonardo di Caprio di sempre. Pur essendomi forse perduto soltanto The Beach trai suoi film, posso dire che l’intensità e la perfetta immersione nel personaggio fanno di The Wolf of Wall Street uno dei suoi masterpiece.

La mano del regista c’è e si fa sentire. Probabilmente aiutato anche dalla biografia di Jordan Belfort stesso, la trasposizione cinematografica si adatta a tanti dei protagonisti precedenti di Martin Scorsese. Nessun riscatto, nessuna rivalsa. La vita vera e non il grande sogno del Cinema contemporaneo. Un protagonista che agisce per fare ciò che ama, non per seguire una morale o una rivalsa sociale.

Lo sguardo fisso in camera come Toro Scatenato, Di Caprio dipinge la circolarità del film, e in questo caso anche della vita del personaggio che interpreta, ritornando al punto di partenza. La gente comune a cui insegnare quelle stesse tecniche di vendita che lo hanno condotto in prigione.

Ma si sa, alla vita non manca certo il sarcasmo. Dopo che un farabutto vendeva spazzatura alla gente comune, dopo esser stato beccato con le mani nella marmellata con un fatturato di oltre il miliardo di dollari a fine anni ’90, dopo essersi fatto qualche anno di carcere per aver collaborato con la giustizia, sarei proprio curioso di sapere dopo il libro e il film (di cui spero abbia preteso parte dei ricavi) se è tornato a navigare nell’oro il nostro Jordan.

Tornando al film, non aspettatevi un novello Gordon Gekko, di finanza ne troverete ben poca. Droga a profusione, baccanali e un tripudio di continue esagerazioni condite da scene di sesso fintissime. I soldi sono il motore di tutto, l’apri porta di qualsiasi cosa, il pavimento in grado di far raggiungere qualsiasi meta. E il sogno americano del self made man si infrange contro la normalità delle cose. Come un viaggio in metropolitana anche se si è agenti dell’FBI.

Per i più attenti. Qualche chicca dagli effetti speciali:

Non lascia dentro niente, non c’è una morale in questo film, ma ve ne consiglio la visione. Anche solo per assistere a delle ottime interpretazioni. Citazione speciale per Jonah Hill. Il coetaneo protagonista di SuperBad (tra l’altro sembra aver guadagnato un becco di un quattrino) diventato ormai veramente un attore completo.

Un grazie personale a Scorsese per non aver messo in scena i tipici stereotipi degli italiani nel mondo:

Super 8

Un po’ Goonies, un po’ E.T., un po’ Lost.

Se mi chiedessero cosa sia Super 8 dopo averlo visto, risponderei così. È un film per nostalgici, non un film da andare a vedere al cinema, ma un film da guardare.

Il primo elemento comune con gli altri film di fantascienza di Spielberg (che di Super 8 ne è solo il produttore) è l’accadimento dello straordinario in un mondo con regole ordinarie, stravolto d’improvvisto da qualcosa altro.

Come in E.T., questo altro è una presenza aliena, ostile per gli uomini, ma vicina ai bambini. I soli in grado di comprendere. E come in E.T. sono gli unici in grado di far trovare la strada di casa agli “invasori”. Come in Goonies c’è un gruppo di amici che non sa come passare la propria estate, i profili dei personaggi sono speculari, e la dualità bene/male la stessa.

Ho visto la mano di J.J Abrams, (qui regista, ma sceneggiatore di Lost) esclusivamente nell’interpretazione dell’alieno. Schivo, poca presenza scenica, svelato solo all’ultimo. Mi ha ricordato subito il fumo nero di Lost.

E’ un film per chi non si riesce a staccare dagli inizi degli anni ’80, citazioni e riferimenti in continuazione, un film per chi si ricorda ancora quando la tecnologia era riservata a pochi e in mano di chi sapeva sognare diventava fantascienza.

E’ solo questo che salva l’opera dal non essere banale, di film di questo taglio se ne sono fatti molti e ancora se ne faranno, lasciando la critica dibattere sul motivo per il quale vengono prodotti.

Me lo sono chiesto ieri sera appena uscito dal cinema. La sola risposta che mi sono dato è che c’è ancora un tipo di Cinema in grado di raccontare i sogni di chi lo crea.

Inception

Non avevo pianificato di andare a vedere Inception, nemmeno mi ero informato sul suo contenuto. Mi incuriosivano le parole sentite durante il trailer radiofonico ed ascoltato distrattamente. Sogni.

Ieri subito dopo il film ho Twittato così: Torno da Inception. La trottola è in effetti l’oggetto chiave che mancava in The Matrix.

Se lo avete visto non provate a raccontarlo, se non ancora, non provate a farvelo raccontare. L’unica è vederlo. Per capirlo e per farsi un’idea propria. In rete ce ne sono diverse.

Tutte valide e plausibili. Sta di fatto che non è possibile non associare i due film, sia per il narrato, sia per le scene filmate. L’addormentarsi per affrontare una realtà altra, mondi che non si piegano alle leggi della fisica, ma della fantasia, la sensazione di non sapere mai cosa è vero e cosa non lo è.

Ma mentre la trilogia ha dietro di se una filosofia annunciata e quasi esplicita, Inception sembra dare per scontato gli avvenimenti che si susseguono.

Le ispirazioni che Nolan può aver trovato sono del tutto soggettive. Ad esempio nel quarto livello io ci ho visto Shadow Moses di Metal Gear Solid, mentre quando Cobb pronuncia:

They say we only use a fraction of our brain’s true potential.

Ho pensato subito a una dovuta citazione a Ken il Guerriero.

Non è un capolavoro, di certo è un film che mette davanti una scelta. O è una cagata colossale, o stiamo vivendo tutti in un sogno collettivo?

Per chi lo ha visto, ho notato un’incongruenza. Perchè nel terzo e nel quarto livello i corpi dei protagonisti non rispettano i movimenti che avvengono nei livelli precedenti come avviene nel primo e nel secondo? Una disattenzione pacchiana o c’è un motivo?

Alla fine, Avatar

Sala completamente vuota. Il vantaggio di vedere un blockbuster a due mesi dalla sua uscita. Parli in giro e se dici che non hai ancora visto Avatar la gente ti guarda male, ti trafigge con gli occhi, manco avessi confessato di non conoscere la tabellina del 2. Da ieri faccio parte anche io della cerchia, perciò se mi vedi con quello sguardo, sai il perché.

Partiamo dal contorno. Il 3D non mi dice niente. Quasi tre ore con occhiali fatti in plastica rigida mi hanno solcato il naso, si ok, ti sembra di entrare nel film, ma almeno il naso me lo vorrei riportare a casa tutto intero.

Vantaggi della tecnologia? Ne ho apprezzati pochi, realismo puro in pochissime scene dove sembra di essere una delle comparse, ma sinceramente sono convinto che si possa godere il film allo stesso modo con cui abbiamo li abbiamo sempre guardati. Avatar ha dato il là al fenomeno, ora sembra che se il film non esca anche in 3D sia solo una pellicola d’essai con incassi nulli. Concordo con la recensione di Andrea, e aggiungo che mi sembra una buona trovata per gonfiare le tasche di case di produzione e sale cinematografiche che guadagnano due volte sullo stesso film.

Piccola digressione polemica sul 3D a parte, torniamo ad Avatar. Ho letto poco e mi sono informato ancora meno sul progetto di Cameron, sono voluto arrivare alla visione del film senza nessun “bagaglio di altri” e lasciare che la visione mi rapisse.

Le letture che sono riuscito a dare sono queste:

  • L’Uomo che gioca a fare Dio
  • Messaggio puramente ecologista sulla distruzione del nostro pianeta da parte dell’uomo
  • Analogie con Matrix sullo sfruttamento delle materie prime terrestri e la connessa colonizzazione aggressiva per ottenerle
  • Stati Uniti, Paese invasore e imperialista che distrugge popolazioni innocenti per ottenere risorse (geografiche, materiali) strategiche

Mi piace pensare a Pandora però come ad un viaggio introspettivo, anzi, meglio, come un viaggio nella proiezione migliore di sé. E’ nel significato stesso del titolo del film. Avatar significa tante cose: “Manifestazione, incarnazione, discesa”. Forse lo sforzo di Cameron è stato proprio questo, trasmettere un messaggio con un forte sapore filosofico.

La trama non è il punto forte, purtroppo non ha nulla di originale, ma anzi prende in prestito tante citazioni da altrettanti grandi classici della cinematografia hollywoodiana (buoni e cattivi, vita selvaggia contro vita reale, Pocahontas, etc.) .

Probabilmente ha ragione Mariarosa Mancuso de Il Foglio quando dice:

“Avatar” non cambierà la storia del cinema. Solo la classifica degli incassi.

Ma mi permetto di dire che il punto di forza non risiede nell’intreccio in se stesso, piuttosto sta nell’ecosistema costruito, un mondo affine al nostro, ma ripensato da zero, con regole, flora, fauna, lingue e specie diverse. Un attento studio e applicazione di antropologia, linguistica e biologia.

Ancora una volta, ripensare a noi stessi e al nostro mondo in chiave migliore, più verde, lo stesso dei dollari sonanti.

Io non ho grandi fratelli. Una TV da dimenticare

I miei genitori non mi domandano neanche più il perché non guardi la TV di sera, ma preferisca uscire, oppure passare la serata, dopo un giorno intero, ancora sul PC o leggendo un libro.

Penso oramai si siano accorti anche loro, che il GF ha rotto le balle a tanti, ancora troppo pochi aggiungo. La TV non riesce a riprendersi, è caduta in un baratro fatto di immani sciocchezze e contenitori con contenuti di bassa lega.

Il GF purtroppo è solo uno dei tanti, di una serie infinita di minchiate colossali senza senso, ed è deprimente trovare la pubblicità meglio del palinsesto. Italia 1 non è più la TV dei ragazzi, MTV trasmette solo sit-com, soap e reality, la RAI trasmette Giacobbo che crede che nel 2012 il mondo finirà…Non dico di tornare ai fini educativi post seconda guerra mondiale, ma le uniche cose passabili sono gocce in un oceano di non vi dico cosa.

E poi basta dire che si trasmette quello che la gente vuole, viene trasmesso quello che la gente guarda, che è diverso. Per questo Sky fa da padrone, almeno con i canali verticali i contenuti ci sono e sai dove andarteli a prendere.

Ascoltate la radio un mezzo ancora sano, veloce, capace di adattarsi alla società e al suo mutamento. Ma soprattutto come dice Frank Leggete i libri. Sono coinvolgenti come un videogame.

Il medium è il messaggio? Mai come di questi tempi…