Red Zone

Il podcast di Francesca Baraghini

Seguo sin dagli albori il lavoro di Francesca, che ho avuto il piacere di incontrare anche in un tour alla redazione della Gazzetta dello Sport di tanti anni fa, e mi fa molto piacere “ritrovarla” nel suo nuovo podcast — Red Zone — dove mette in campo le sue competenze giornalistiche per unire i tasselli del puzzle di questo pazzo mondo.

Un nuovo supporto su comprendere meglio le complessità del presente.

La Molisana. Una storiaccia per chi non vuol andare oltre al titolo

Pasta e comunicazione. Due argomenti su cui sento di poter dire qualcosa.

Una storiaccia. Il giusto vezzeggiativo per l’ennesima bolla di sapone intrisa di ignoranza, odio represso e facilissima attività di acchiappa like. Ovvio, sulle prime chi non si sarebbe indignato e fermato al titolo. Come ormai l’80% delle persone fa.

Uniti i puntini si sarebbe facilmente saliti sul carro dei puntatori di indici verso l’apologia al fascismo. Ma sarebbe bastato spendere quei pochi minuti in più per aprire un mondo storico a fondamento di tutto. Attenzione, non giustificativo, ma esplicativo di quanto fatto da La Molisana così come da tante altre marche.

Uno dei pochi a fare uno sforzo più lungo di un tweet è stato Gambero Rosso. E per fortuna.

Ora cosa succederà? Tutti i pastifici italiani cambieranno nome alle “tripoline” o l’ennesima ventata di perbenismo populista piccolo borghese svanirà con la stessa rapidità con cui è montata accontentandosi dello sfregio fatto all’azienda della famiglia Ferro? Beninteso: La Molisana fattura 150milioni ed ha le spalle piuttosto larghe; e magari alla fine guadagnerà perfino da questa storiaccia. Ma non tutte le realtà sono robuste, e non tutte le persone lo sono.

Quello che ci premeva sottolineare, al di là di questa vicenda specifica, è cosa riesce a generare oggi un post sui social se mirato come un fucile verso una singola realtà (o una singola persona) e se costruito per toccare determinate corde. Chi sarà il prossimo obbiettivo? Chi dileggiamo domani senza controllare, senza informarci, senza saperne nulla, senza approfondire, senza verificare?

Brand e virus

Sono partito da questo tweet per riflettere un poco sulla comunicazione dei brand, in queste settimane di lockdown.

Da qualche giorno in TV vediamo spot pressoché identici. Il registro delle parole utilizzate, il tono e il messaggio sembrano essere uguali tra di loro. Sostituite il logo di quel supermercato a quel marchio di pasta o a quella compagnia telefonica e cosa otterrete?

Sono perfettamente intercambiabili e sovrapponibili.

Si gioca sul lottare, resistere, tenere duro, ringraziare. Mantenendo sotto traccia quello spruzzo di slancio comunicativo per convincere a scegliere questo o quel brand rispetto ai propri competitor.

Come se uno spot emotivo, in questo momento storico, fosse il driver principale per smuovere l’intenzione d’acquisto. Il fine ultimo è fatturare, ricordiamocelo sempre.

È già tanto se si riesce ad entrare nei supermercati o prenotarsi una spesa online. Non credo i consumatori stiano facendo troppo i difficili nella scelta dei prodotti da mettere in saccoccia. Quello che c’è c’è, si infila nel carrello e si cerca di tornare il prima possibile a casa.

È difficile, a meno di cappellate galattiche, che la percezione del brand sia modificata di molto nei cuori delle persone. È rimasta ferma a fine febbraio e così sarà finché non ci sarà un ritorno alla normalità. E benché siano lodevoli sforzi, le pubblicità strappalacrime non sposteranno di molto il fatturato.

Sono curiosissimo se e come i suddetti brand proseguiranno anche nel post-covid19. Se torneranno alla comunicazione precedente, o comprenderanno che da ora in poi il tono di voce, l’essere trasparenti e mossi dall’etica siano i primi registri da cui partire per raccontarsi, e non gli ultimi.

O almeno che siano in grado di rendere migliore la vita delle persone in questi momenti di ansia e paura.

Quanto è difficile comunicare

In realtà non tanto, il difficile è farsi capire. E quindi della comunicazione c’è bisogno di azzeccarne i tempi, i modi e i contenuti.

Elementi in cui le istituzioni italiane non sono certo prime in classifica.

Con il decreto Cura-Italia alcune categorie di lavoratori possono beneficiare di 600€ messi loro a disposizione attraverso una domanda apposita da dover compilare sul sito dell’INPS a partire da stamane.

Con scarsa chiarezza sulle modalità di erogazione e sulle modalità di accesso a questo credito, si è diffusa la notizia che questi soldi fossero ottenibili con una logica first come first serve. Cioè se fossi stato tra i primi a presentare la domanda sul sito, avresti avuto accesso ai soldi.

Cosa assolutamente falsa.

Ma il problema si ingigantisce non di poco quando il sito dell’INPS inizia a mostrare a chi si fosse loggato i profili di altre persone. Profili che avevano fatto accesso in precedenza e tenuti in cache sul server, generando così un data leak impressionante. Matteo Flora lo spiega molto meglio di me.

Ora, non sono esperto in materia, ma arrivare ad imputare tutto questo disastro ad un attacco hacker sarebbe ancora più grave, perché significherebbe che un sito tanto importante non si basa su criteri di sicurezza impenetrabili, come invece dovrebbe essere.

Sempre oggi si è generata un’ulteriore confusione. Dapprima il governo dice che ora anziani e un genitore con un minore possono uscire a fare due passi. Le regioni subito dopo smentiscono.

Smetto qui di fare la radio cronaca della giornata. Avrete tutti letto quanto sopra da me descritto ormai da ore, ma ho voluto riproporre qui questi avvenimenti per sottolineare ancora una volta la totale mancanza di coordinamento e gestione della comunicazione da quando questa pandemia ci ha iniziato a toccare da vicino.

Dai mille moduli per l’autocertificazione, ogni sera una conferenza stampa del Primo Ministro, chi avrebbe dovuto chiudere e chi continuare a lavorare, chi sarebbe potuto uscire e a che distanza, fino ad oggi, ancora più grave, come gestire la distribuzione di quel poco di reddito in più per sostentarsi in queste difficili settimane.

Generando cosa? Di nuovo panico, confusione, e comportamenti insensati che provocheranno una deriva certa. Il continuare a posticipare il termine di questa forzata quarantena, perché più incomprensione si crea, peggio le regole vengono rispettate.

Perché? È una questione culturale probabilmente. È una faccenda molto complessa, e arriva da parecchio lontano. Quando ci vengono imposte delle regole, c’è sempre il furbetto di turno. Quello che fa finta di niente e ti passa davanti mentre sei in coda, che è lo stesso che butta la cicca della sigaretta dal finestrino o che se ne frega della raccolta differenziata. Potrei andare avanti per ore.

Mi auguro ci sia chiarezza comunicativa però su una faccenda ancora scoperta, una faccenda che riguarderà tutti e non si sa ancora se di botto oppure a scaglioni. E non ci sono parole migliori di quelle di Paolo Giordano sul Corriere della Sera di oggi.

Ci è dovuto.

Non vedo come possano essere anche solo congetturate delle riaperture senza prima una risposta a ognuno di questi quesiti. Se le risposte esistono già, o se almeno esistono delle ipotesi concrete di lavoro, che ci vengano illustrate. La conferenza stampa delle 18, la nostra nuova lugubre occasione di raccoglimento, si presterebbe bene a mostrarci a che punto sono i cantieri. Una linea di fuga in avanti avrebbe, tra l’altro, un effetto incoraggiante diverso dall’ostensione glaciale dei numeri. Quando il picco sarà oltrepassato, perderanno in molti la motivazione per restare isolati e servirà una tabella di marcia da completare, anzi serve già. Il nostro futuro prossimo non può essere una scatola nera, né possiamo permetterci di aprire quella scatola e scoprire di averci messo dentro degli oggetti alla rinfusa. Perciò qualcuno smetta di fissare il picco, adesso, e ci parli con precisione di cosa ci aspetta quando attraverseremo finalmente la soglia di casa.

Zombie e zombetti

Leggendo il post di Massimo sono atterrato sull’articolo “ Noi e gli zombetti “.

Una distruzione senza se e senza ma della generazione z. Ma anche di quella subito precedente, incapace di impartire le dovute lezioni ai giovani d’oggi, un treno in corsa senza freni dritto verso lo schianto.

Gli zombetti sono la prima generazione della Storia di figli deprivati dell’amore genitoriale. Sono l’effetto della scomparsa di quell’istinto naturale che nel mondo animale, e fino a qualche tempo fa anche tra i mammiferi bipedi e raziocinanti, lega visceralmente le generazioni. Ma se i genitori non possono o non vogliono occuparsi di loro perché troppo occupati a postare i propri selfie su instagram o a cercare nuove avventure su tinder, ma anche perché stritolati da un mercato del lavoro sempre più crudele e spietato, chi si occupa degli zombetti? In un tempo non troppo lontano si auspicava (allora forse giustamente) l’uccisione del “padre”. Oggi che il padre (e la madre) si sono suicidati, chi fa le loro veci?

Non sto a sindacare e nemmeno a giudicare il contenuto di questo post, dai toni catastrofici e sin troppo sensazionalistici. Mi piacerebbe innanzitutto sapere cosa ne pensano le due generazioni, la prima additata di essere troppo lontana dall’attualità, quando in realtà ci vivono dentro e ce la insegnano quotidianamente, ma anche e soprattutto la seconda, quella più vicina alla mia età e sapere se tutti come scritto siano davanti a uno smartphone a scattarsi selfie tutto il giorno. Io penso invece siamo qui tutti a lottare per il nostro futuro, costruirlo e preservarlo, a colpi di fatture e pagamento di bollette e tasse con il miraggio di una pensione che si tinge di contorni sempre più offuscati.

Mi piacerebbe sapere in cosa differisce la dieta mediatica odierna rispetto a quella di 35 anni fa. Dove veniva trasmetto Ken il Guerriero all’ora di pranzo con teste che esplodevano ogni 3 minuti, con videogiochi come Street Fighter e poi via via molti altri che potrei citare come Doom, Duke Nukem etc. in cui la violenza era l’ingrediente principale.

Per il resto del tempo, gli zombetti crescono allevati dagli influencer di youtube, dal porno estremo e dai videogames iperrealistici di guerra. Tutto ciò ha delle conseguenze: l’esposizione eccessiva al bombardamento casuale e ininterrotto di immagini sin dai primi anni di vita altera la percezione della realtà, causando un’incapacità cronica nel mantenere la concentrazione per più di pochi secondi; la dipendenza dai cellulari e la precarietà sentimentale dell’ambiente familiare anestetizzano le emozioni, annientano la curiosità, uccidono lo stupore;

Sinceramente vedo genitori faticare e non poco nel tenere il punto con i propri figli, ma ce ne sono e sono tanti. Preferire un libro o un gioco da tavolo a piazzare uno schermo davanti a un ragazzo/a è una scelta. Consapevole e responsabile. Così come decidere di limitare l’utilizzo di qualsiasi console è una responsabilità genitoriale ed è possibile.

E generalizzare, senza conoscere, senza essere vicino alle storie personali di ciascuno di quei ragazzi che questa persona descrive è sparare demagogia e fumo negli occhi di chi legge.

Infine, la cosa più ridicola dal mio punto di vista è il paragrafo successivo. Prendersela con la tecnologia e scrivere un’invettiva dove? Online. Il paradosso totale.

Sono considerazioni poco apprezzate di questi tempi, ma bisogna pur riconoscere una volta per tutte che l’evoluzione non è sempre positiva. E quella provocata in tempi rapidissimi da uno sviluppo tecnologico scriteriato e tremendamente invasivo, animato dalla sola logica del profitto, è angosciante e disastrosa.

Forse approfondire l’argomento, anche a livello scientifico, non sarebbe male.

Per altrettanti ragazzini intenti a girare con una cassa bluetooth, musica astrusa, e vociare molto elevato ne esistono altrettanti preoccupati per il loro futuro e quello del pianeta, chiusi in casa chini sui libri. E poi chi ci dice che non siano gli stessi e non due fazioni separate?

Generalizzare è sempre pericoloso, sentenzia e fotografa una realtà non effettiva e alimenta stimoli e percezioni negative sopite facendole diventare convinzioni sbagliate di cui ci tocca subirne tutti le conseguenze.

La grande (falsa) bellezza

La scorsa settimana parlavo con il personal trainer che mi sta seguendo per rinforzare al meglio il ginocchio operato. Non so molto di lui, ma mi sembra sia lì dentro da una vita, conosce tutti e con un occhiata capisce i personaggi e la fauna che popolano la palestra.

Mi raccontava di come solo 5/6 anni fa ad allenarsi ci fossero solo uomini, per lo più dopo il 20 anni. Mentre da qualche anno sono le ragazzine a prenderla d’assalto, con un’età sempre più bassa. Fin qui nulla di male per carità, anzi invidio il loro tempo libero per potersi allenare e curare il proprio corpo.

Ha aggiunto poi un suo commento personale. Giusto o sbagliato, raccontava di come molte siano lì perché debbano inseguire un modello, una forma ideale vista sui social network, in particolare instagram. Un traguardo da raggiungere per poter essere accettate dalla società.

Mi ha dato molto da riflrettere, e ho unito questa conversazione con un articolo letto su The Vision:

Instagram ci sta inculcando l’idea che la nostra esistenza sia una performance continua, in cui dobbiamo misurarci costantemente con le aspettative del nostro seguito. Persone comuni vivono come se fossero supermodelle e celebrità con infinite disponibilità di denaro, sempre pronte a mostrare abiti nuovi e interessi aggiornatissimi e, soprattutto, a farsi fotografare in qualsiasi situazione. E anche la loro faccia si sta conformando a questo modello.

Ebbene, senza nemmeno aver finito l’articolo ho deciso di smettere di seguire falsi idoli, o persone irraggiungibili, professioniste della falsità e concentrarmi soltanto su persone reali, aziende di cui condivido i valori, realtà artistiche, tecnologiche e sportive vicine ai miei gusti.

E in effetti, l’articolo chiude proprio così:

Un modo per uscire dal loop infernale della Instagram Face è costruire un feed “migliore”. Eliminare dai following chiunque ci faccia provare invidia o sentimenti negativi e cominciare a seguire più persone normali, che fanno cose normali e hanno un aspetto normale. Secondo The Atlantic, l’ Instagram look è in declino tra le giovanissime: nessuno ha più voglia di post studiati con settimane d’anticipo, di rigide palette cromatiche, di foto scattate solo ad alcune ore del giorno per beccare la luce giusta.

Oggi le influencer più giovani sono scanzonate, autoironiche, irriverenti. Forse quella delle foto brutte sarà solo l’ennesima moda di Instagram, ma perlomeno possiamo sperare che saranno molte meno le donne che si sentiranno obbligate a rispondere a un ideale estetico che non ha niente a che vedere con la normalità.

L’influencer e l’università delle patatine

Disclaimer: Sì ho studiato Scienze e Tecnologie della Comunicazione. No non ho una quota in eCampus, né conosco la loro realtà.

Questa settimana tra i miei contatti social è girata questa foto scattata non so da chi, tagliata e di pessima qualità. Probabilmente di una brochure o libricino di presentazione dei corsi universitari di quest’anno.

Tutti a gridare allo scandalo. Non solo Scienze della Comunicazione è un corso universitario ormai umiliante e quasi ci si deve vergognare a dire di frequentarlo, ma qualcuno si è anche permesso di associare questa laurea delle patatine al voler formare dei professionisti dell’ influenza.

Come sempre faccio, prima di formarmi un’opinione definitiva, provo a documentarmi, comprendere e avere il maggior numero di elementi a disposizione per poter giudicare. Ho letto così il post del blog di eCampus e ho pensato che non ci fosse niente di male nella loro proposta formativa.

In primis perché per lavoro ho avuto e ho a che fare con influencer, e reputo che formare delle figure professionali in grado di fornire un prodotto di qualità per i clienti per i quali lavoreranno sia una buona cosa. Sarà ovviamente difficile sul breve termine farsi riconoscere questo titolo di studio in fase di approccio a potenziali clienti con i quali lavorare, ma se dovessi farlo io oggi lo sfrutterei soprattutto per le tecniche di approccio agli strumenti tecnologici utili a porre le giuste basi per accrescere la popolarità.

È ovvio poi che non possa essere una scelta di carriera scolastica adatta a tutti, e che penso dovrebbero scegliere chi ha già un certo seguito sui social network. Questo perché non sono degli studi ad aiutare a diventare popolari, ma la personalità.

L’influencer, micro, macro, medi o di qualsiasi tipo, sono un’evoluzione dei vecchi testimonial. Sono persone capaci che hanno sfruttato i mezzi a loro disposizione. Mezzi in costante mutazione e cambiamento grazie all’omnipresenza di internet.

Credo, infine, che spesso e volentieri chi li critica vorrebbe in realtà trovarsi al loro posto, e per questo ne parla in termini terribili e con sufficienza, questa potrebbe essere una buona occasione per studiare e provare a farlo.

I messaggi hanno sostituito le telefonate. E a me sta bene così.

With so many digital avenues now available for reaching someone, the problem with phone calls is not that they’re inconvenient. It’s that they’re gauche. Especially for young people who tend to use their phones constantly, text messaging has become a roiling conversation that never really begins or ends.

There’s often just as strong an expectation of an immediate answer to a text as there has traditionally been to a phone call-a phenomenon probably familiar to you if your significant other has ever fussed at you for tweeting or posting to Instagram Stories while you’ve left him or her on read . A phone call might still carry a more explicit demand for attention, but it’s actually far easier to explain being unable to answer a call than a text.

Lo spunto arriva da un articolo di The Atlantic. Seppure la tesi sostenga che una telefonata oggi giorno sia molto meglio di un messaggino, in quanto quest’ultimi hanno creato un’aspettativa di risposta e una tensione non indifferente tra i soggetti in gioco, io resto a favore del testo scritto.

Personalmente ho sempre ritenuto la telefonata una scocciatura, una perdita di tempo fatta di formalismi ai quali non mi sono mai troppo abituato, mentre sono perfettamente a mio agio con email, chat e quant’altro.

Inoltre negli anni ho sviluppato i giusti “anticorpi” per affrontare serenamente le aspettative di risposta. I tempi li detto io, ovvio salvo emergenze, di quanto poter e dover rispondere.

Si chiama comunicazione asincrona e forse troppo spesso ce ne dimentichiamo.

Discutere. Sì, ma per quale motivo?

In tanti anni di presenza su molteplici social network, raramente mi è capitato di partecipare a discussioni accese e ritrovarmi invischiato nel sadico meccanismo di controllo spasmodico del mio turno per esprimere la mia opinione.

In questi giorni sono rimasto coinvolto in questa rarità. E le conclusioni a cui sono arrivato sono diverse e talvolta contrastanti.

Mi sono domandato se avesse senso, fosse importante, portasse a qualcosa di costruttivo scrivere su Facebook mie opinioni personali, talvolta ruvide, per aggiungere il mio punto di vista a una discussione che comunque sarebbe lo stesso terminata in un binario morto.

Mi sono domandato invece perché non farlo. Perché rimanere impassibili, auto-eliminarsi da un discorso, che come detto sarebbe comunque finito su un binario morto, e lasciare spazio a una sola corrente di pensiero giustificandosi privando di importanza il fatto che lo scambio di opinioni avvenisse online e per di più su un social network.

Mi sono domandato se il vortice di spreco di energie, il coinvolgimento emotivo, il rilascio di adrenalina valessero la pena. Se fossero soltanto dannosi per la mia sanità mentale oppure nascondessero qualcosa di diverso.

Per mia natura non sono capace di lasciar perdere. Da non confondere con l’attaccare briga o fare il leone da tastiera come oramai piace tanto dire. Mi sono sempre reputato rispettoso dell’opinione altrui, anzi prego che tutti abbiano la possibilità di esprimerla.

E così mi sono risposto. Lasciar perdere anche una insignificante discussione online talvolta è la mossa migliore. Per prima cosa perché il più delle volte non ho la titolarità né le competenze per aggiungere qualcosa al discorso. Ma quando si passa sul piano del giudizio e delle opinioni personali credo sia importante esserci, farsi sentire, con modi e tempi aderenti all’educazione e rispettosi della legge.

Lo star zitti equivale a far passare una sola linea di pensiero, ad uniformarsi, al dover per forza aderire a una corrente che il più delle volte vuol far credere di essere onnisciente, sopra le parti, nel giusto perché utilizza il buonismo come leva giustificativa.

Sì, è solo una diamine di discussione nell’etere. Ma quando è messa a repentaglio la libertà di esprimersi e rappresentare un contraddittorio, allora è giusto farsi sentire sempre e comunque.

Fare marketing rimanendo brave persone

Del libro di Giuseppe Morici mi porto a casa sia delle nuove idee su come trattare il mio lavoro quotidiano, sia accorgermi che perseguo la stessa volontà di narrare un brand attraverso i giusti tool a disposizione. O almeno mi sembra di farlo.

Ho salvato questi due passaggi in chiusura del libro, si stagliano sopra tutti gli altri concetti per come si dovrebbe intendere questo mestiere, sia da chi lo fa quotidianamente, sia da chi dall’esterno spesso si sente il dovere di giudicare quando fatto.

Il marketing — se fatto bene, con onestà, con trasparenza e soprattutto con rispetto — è un’attività generativa di senso e di significati, a tratti persino meritoria forse, che aiuta le persone a vivere in un mondo più piacevole, perché fa loro conoscete le soluzioni utili per risolvere i loro problemi. Offre alle persone narrazioni, storie di marca, dalle quali le persone potranno, se vorranno, usufruire, godendone i valori e le emozioni, oppure semplicemente come fonte di intrattenimento.

Il marketing che ci piace — certamente — vende. Ma non vende tutto. Non a chiunque. E certamente non a tutti i costi. Il marketing che ci piace crea, ispira, ricorda, incanta, racconta, coinvolge, stimola, migliora. E soprattutto, nel più profondo rispetto del presente e del passato, si prende cura del futuro.

Mi permetto nel mio piccolo di voler aggiungere una sola postilla all’ottimo saggio, ricco di spunti ed esempi interessanti e snocciolati nella loro struttura.

Per chi fa marketing, il proprio lavoro è estremamente agevolato se a monte esiste un prodotto eccellente. Mi spiego meglio. Apple ha una reputazione di alto livello anche grazie alla qualità del proprio prodotto, idem tanti brand che le persone amano e fruiscono quotidianamente. Non dico sia semplice raccontarli, ma si hanno molti più stimoli nel narrarli e trovare spunti creativi per presentarli al pubblico.

Se la qualità della merce o del servizio offerto è scadente, povero nelle sue proprietà intrinseche, il mestiere di chi si occupa di marketing diventa estremamente difficile e potrebbe sfociare nella deriva che nel libro viene descritto come marketing cattivo.