Portogallo in 10 giorni

Sono stato in Portogallo due volte prima di questa estate, entrambe a Lisbona. La prima per festeggiare un capodanno, mentre la seconda per ragioni lavorative e di volontariato. Entrambe le volte mi sono ripromesso di voler girare il Portogallo da cima a fondo e finalmente, in parte, ci sono riuscito.

È un viaggio in pianificazione più o meno da 4 anni e il bello di avere qualcuno a fianco che condivide alcune tue passioni (il viaggio è sicuramente tra queste) e punti di vista, facilita la scelta della destinazione delle vacanze.

Mi sarebbe piaciuto tenere un diario come fatto per l’Islanda, ma ho abbandonato l’idea la prima sera, realizzandone subito il motivo. Nel periodo in cui siamo stati in Islanda c’erano 3 ore di luce al giorno e spesso finivamo con tornare in Hotel molto presto, questo mi lasciava il tempo di riordinare fotografie e idee e buttare giù un post a cadenza quotidiana. In Portogallo, invece, il clima è stato eccezionale e per goderci tutto abbiamo cercato di stare all’aperto il più a lungo possibile.
Il solo rimpianto è di non essermi appuntato quotidianamente idee e sensazioni di tutte le esperienze fatte, ma ci proverò lo stesso a ricordarle.

Perciò inevitabilmente sarà un post molto lungo.

Partiamo dal principio. Qui a fianco c’è l’itinerario che abbiamo disegnato prima di partire. Forse il più classico degli itinerari per chi decide di fare un tour del Portogallo, che spesso si percorre da Sud a Nord, ma che noi abbiamo deciso di intraprendere in direzione opposta. Al contrario di quanto si possa pensare guardando la mappa non è stato un tour di mare. In effetti lo abbiamo visto poco l’oceano e quando ci siamo entrati ci ha ghiacciato le ossa. La seconda premessa, doverosa, è che questo tour è frutto di consigli di amici e amiche, suggerimenti e ricerche notturne fatte su blog e siti internet e due guide che ci hanno regalato per i nostri compleanni. Il tutto raccolto in non più di un mese e mezzo di ricerche.

Questo per dire che in effetti abbiamo visitato soltanto le principali città e punti di interesse della costa e della parte ovest del Paese. Ci è spiaciuto tralasciare il nord e l’est, ma i giorni non sarebbero stati sufficienti per fare tutto e abbiamo preferito condensare su questa tratta, con l’idea di tornarci prima o poi e affrontare ciò che rimane.

L’essere così esposto all’oceano fa sì che gran parte del Portogallo in estate abbia, come dicevo, una temperatura magnifica in stile San Francisco. Abbiamo avuto per l’80% del viaggio picchi di 24 gradi di massima con 14 di minima e a pensare a Lucifero in Italia la cosa ci ha fatto godere non poco.

Turisti, Covid-19 e sicurezza

Il Portogallo è tra le nazioni dell’area mediterranea, escludendo i micro stati, con il tasso di popolazione più basso. Basti pensare che Porto ha qualcosa come 300.000 abitanti all’incirca. In cosa si è tradotto per noi? Pochissime persone in giro per le strade e la maggioranza di esse turisti. Fin dai primi giorni ho notato come questi fossero praticamente solo francesi. Inspiegabilmente in tutte le prime location visitate si sentiva parlare soltanto francese, in fila ai musei, ai ristoranti, nei negozi. Accresceva la mia curiosità sul perché così tanti avessero invaso il Portogallo. Online non ne ho trovato traccia, salvo una vecchia occupazione francese nei secoli passati. La spiegazione l’ho avuta giorni dopo direttamente da un amico residente a Cascais e dai proprietari italiani di un Airbnb che abbiamo noleggiato. Durante la crisi economica di un paio di decenni fa molti portoghesi si trasferirono in Francia in cerca di migliori condizioni economiche e di vita, molti di loro tornano in estate con familiari nuovi e acquisiti alla ri-scoperta del Portogallo. Il passaparola fa il resto.
Quindi per riprendere il filo, molti francesi ovunque. Sia nei turisti, ma soprattutto negli autoctoni abbiamo notato una forte adesione alle regole per il contenimento del virus. Molto più che in Italia per dire. Mascherine sempre ben allacciate e distanziamento ovunque contemplato.

Nonostante le notizie contrastanti in arrivo dalla penisola iberica non ci abbiamo pensato due volte a mantenere tutte le nostre prenotazioni e affrontare il viaggio in piena sicurezza. Green Pass alla mano siamo stati in grado di muoverci senza nessun tipo di problema, sia negli aeroporti, sia nelle strutture alberghiere. Tutti muniti di app per scansionarci e tutti molto preparati ad affrontare la nuova realtà. Stessa cosa dicasi per i ristoranti, al momento obbligati a richiederlo soltanto nel fine settimana. A noi questo approccio ordinato e rispettoso ci è piaciuto parecchio e abbiamo subito auspicato di vederlo quanto prima anche in Italia. Qualcuno ci ha anche detto che gli strascichi di anni di dittatura si fanno ancora sentire nella cultura portoghese e probabilmente hanno ragione.

Elettrico

Una cosa che ci ha colpito fin da subito è stata la forte presenza della mobilità elettrica. Fatte le dovute proporzioni in termini di numeri di abitanti, girano davvero tante auto elettriche, soprattutto Nissan Leaf e Renault Zoe. Tra l’altro in Portogallo sono attive sia Uber che Free Now come servizio di prenotazione trasporto con conducente, ed entrambe le app hanno l’opzione di chiamata di un veicolo elettrico, servizio di cui abbiamo usufruito in un paio di occasioni. Un bel segnale, soprattutto dopo aver visto il prezzo della benzina identico al nostro, senza ombra di dubbio c’è in atto una bella trasformazione sulla mobilità Green che qui ancora si fatica a vedere.

Come già avviene in Italia, le città principali sono tappezzate di monopattini e di motorini elettrici. Molto comodi entrambi per spostarsi nelle zone pianeggianti, impossibile il loro utilizzo invece in salita sia per motivi meccanici, sia perché quelle parti di città vengono considerate come aree non agibili per parcheggiare il mezzo stesso. Leggasi alla voce non affrontare il ponte 25 de Abril a Lisbona con uno scooter elettrico a 50 all’ora rischiando la vita mentre tutti ti superano almeno al doppio della velocità e provando invano a parcheggiarlo sotto il Cristo-Rei con annessa extra fee di 100 euro per farlo rimuovere dai gestori dell’app.

I numeri del tour

  • 📸 969 scatti
  • 🚗 954 km percorsi
  • 🚶🏻‍♀️🚶🏼194 km camminati
  • 🌆 14 città visitate (Porto, Vila Nova de Gaia, Aveiro, Coimbra, Nazaré, Óbidos, Sintra, Cabo da Roca, Cascais, Lisbona, Carvoeiro, Portimão, Quarteira, Faro)
  • ✈️🚗🚃🚡🛴🛵🚣🏻 7 mezzi di locomozione utilizzati 
  • 🛌 7 letti diversi 

Focus sul primo punto.

Di foto alla fine ne ho salvate una cinquantina. Le ho caricate su Flickr. Non mi ritengo un bravo fotografo. Mi ritengo soltanto fortunato. Fortunato di potermi permettere un’attrezzatura in grado di nascondere la mia inesperienza.

Vorrei partire però proprio dalla fotografia per raccontarvi il nostro mini tour, perché attraverso di essa posso provare a condividervi le emozioni che ci ha trasmesso, senza volermi sostituire a nessuna guida turistica.

Porto, Aveiro e Coimbra

Porto si è dimostrata una piccola gemma di cui abbiamo apprezzato fin da subito la gentilezza, fin dal tassista che ci ha accompagnato dall’aeroporto all’hotel all’1 di notte. Ci ha sorpreso per il suo essere così raccolta e l’abbondanza di cose da vedere. Senza nulla togliere ovviamente alla straordinaria temperatura. Paradossalmente, forse perché così piccola, qui abbiamo notato più affluenza turistica tanto che due luoghi iconici come la Livraria Lello (la libreria considerata più bella al mondo) e lo Estádio do Dragão sono risultati essere impraticabili per via delle lunghe code all’ingresso.

Intenso e commovente il nascosto Museu do Holocausto do Porto dove si ripercorrono i tragici momenti degli ebrei in transito per il Portogallo, nazione neutrale durante la Seconda Guerra Mondiale e dalla quale in tanti cercavano di fuggire.

Voglio fare una piccola menzione a Vila Nova de Gaia, la cittadina che guarda Porto sull’altra sponda del fiume Douro e grande quanto Porto stessa. È la sede delle principali aziende vinicole dell’omonimo vino e si presenta come una tipica cittadina italiana che si affaccia su uno dei laghi lombardi. Molto ordinata, con giardini e tanto spazio pedonale. Si raggiunge tramite una suggestiva teleferica da cui è possibile ammirare gran parte dello skyline di Porto e una volta arrivati ci si può tranquillamente ubriacare facendo il giro delle tante cantine.

Aveiro ci è stata presentata come la Venezia portoghese. Con tutto il rispetto per Aveiro forse ha solo il colore dell’acqua simile a quella di Venezia. Ok, ci sono 4 canali in croce e ci vanno delle barchette che ti permettono di vedere la città, ma a parte questo niente di speciale. Coimbra invece è stata una piacevole scoperta, arroccata e tra le prime capitali del Portogallo, ha mantenuto la sua forte tradizione universitaria e trasuda cultura da ogni edificio. Senza contare lo spettacolare giardino botanico dell’Università dove sono rimasto almeno 20 minuti a provare a fare uno scatto decente al canneto qui sopra.

Nazaré, Óbidos e Sintra

Nazaré è il paradiso dei surfisti. Qui si formano le onde più alte al mondo pronte per essere cavalcate. E siccome non è stagione immaginavo, sbagliando, di trovare pochi turisti. Invece sembrava di stare a Riccione. Forse il posto più affollato di questa estate in assoluto. Ok, spiaggioni e tanto vento, ma niente da invidiare a tante altre località marittime nostrane. Anche se basta andare nella parte alta della cittadina all’ora del tramonto per essere ripagati dello sforzo di essersi fermati lì. Mi raccomando, anche se è il 15 di agosto copritevi bene, anche con un piumino leggero se lo avete. Tira vento dall’oceano e la temperatura scende anche a 14 gradi a quell’ora.

Óbidos è stata una bellissima sorpresa. È un borgo medievale nel vero senso della parola, ti aspetti di trovarti a pochi metri da un torneo equestre o una sfida di tiro con l’arco. Senza contare che è anche la sede di un festival internazionale del cioccolato. Ecco perché mi è piaciuta così tanto.

Sintra è una salita unica, i suoi castelli, ville gotiche e parchi si stagliano su una montagna visibile a occhio nudo anche dal Cristo-Rei di Lisbona. Con l’obiettivo di muovere il meno possibile l’auto a noleggio una volta raggiunta la nostra meta, anche a Sintra abbiamo deciso di spostarci a piedi, dopo un paio di tragitti però abbiamo dovuto abbandonare l’idea e prendere un taxi e poi spostarci con la nostra auto. Ci sono anche dei bus che collegano le varie attrazioni, impensabile muoversi altrimenti. Da qui abbiamo raggiunto il punto più a ovest dell’Europa continentale.

Cabo da Roca, Lisbona e Algarve

La fine del mondo. O meglio così si pensava in antichità, oltre Cabo de Roca a un certo punto si sarebbe caduti di sotto. Come a Nazaré c’è un vento da non riuscire a stare in posizione eretta per più di qualche secondo, ti sposta e non accenna a fermarsi. Tuttavia seppur suggestivo con il suo faro e le scogliere nebbiose manco fossimo in Irlanda, il punto che più ci è piaciuto per ammirare la fine della giornata è stata Praia du Guincho e la sua spiaggia infinita.

Da qui a Lisbona una mezz’oretta d’auto. Non so se, come mi ha suggerito mia moglie, a 20 avessi effettivamente uno spirito diverso nell’osservare una città straniera e gli occhi ricolmi di stupore per il solo fatto di aver varcato i confini nazionali. Eppure io di Lisbona ricordo di essermi innamorato e di averne conservato un ricordo da ventenne per tutto questo tempo. E invece…Rimane sempre una città meravigliosa, ma che non mi ha emozionato quanto Porto e non mi ha fatto gridare al miracolo come invece fece per dire Vancouver. È una città Europea, di mare, con saliscendi e un iconico tram. Senza voler scadere troppo nel superficiale e ben conscio che Lisbona è molto altro, ci ha lasciato poco sulla pelle e in generale un senso di sopravvalutazione molto alto.

Lo stesso vale per l’Algarve. Il panorama è senz’altro mozzafiato, ma qui, più forse che altrove, ho visto la turistizzazione estrema. Sapete quando un luogo diventa talmente popolare da perdere qualsiasi tipo di interesse effettivo perché ci vanno in troppe persone e non si trova un buco libero manco a pagarlo? Ecco. Mi sono sentito così. E mi sono rattristato al pensiero…se solo in Italia sapessimo fare lo stesso per valorizzare ciò che abbiamo. Lì abbiamo fatto un pezzo delle Sette Valli Sospese, un percorso a piedi che costeggia le scogliere a picco sul mare e piccole spiagge considerato il più suggestivo d’Europa. Siamo scesi ad un certo punto e abbiamo affidato un Kayak per entrare nella grotta di Benagil, sembrava di stare sulla A4 il primo weekend di agosto con pochissimo spazio dove fermarsi e poter fare qualche scatto decente. Siamo tornati tempo zero indietro e abbiamo proseguito a piedi dove il caldo disincentivava molti turisti nel percorrerlo.

Il Portogallo è così come ce lo siamo sempre immaginati. Semplice e accogliente, con uno stile di vita poco impegnativo e estremamente facile da girare (soprattutto a piedi). Ci ha trasmesso il giusto mix tra storia, cultura e natura e finalmente capiamo perché tanti europei abbiano deciso di andare lì a godersi la pensione al di là delle agevolazioni fiscali. Qui prendono il turismo estremamente sul serio, c’è un offerta turistica culturale parificata in tutta la nazione, una volta che sai come muoverti in una città sai farlo dappertutto perché impari a riconoscere il linguaggio associato a una meta turistica. Il costo della vita è piuttosto basso. Per un ombrellone in prima fila in Algarve 15 euro al giorno. Il cibo molto economico altrettanto. Un caffè costa ancora 70 centesimi. Per cene abbondanti con pesce e vino incluso non abbiamo mai speso più di 50 euro complessivi, beh, fa riflettere sui ricarichi che abbiamo da queste parti. A proposito, il vero piatto nazionale che unisce tutte le latitudini portoghesi e non manca davvero mai è l’aglio. Su una ventina di pasti c’è stato sempre e il suo odore forte si sparge per le vie di ogni paese in cui siamo stati sia all’ora di pranzo che di cena nelle zone dei ristoranti.

Abbiamo visitato praticamente meno di 1/3 del Paese, un’ottima scusa per poter tornare e visitare ciò che ci manca. Ci ha fatto capire quanto ancora abbiamo da scoprire nel resto del mondo nella speranza di poter ritornare a viaggiare ovunque e in tempi brevi. Abbiamo ancora un viaggio di nozze in sospeso…

Dimenticavo, come di consueto, noi zero souvenir.

Libertà di vivere

È dal weekend appena passato che ho iniziato a interrogarmi sulla faccenda Green Pass e le decisioni prese dal governo italiano. Ho un’idea ben precisa e netta, la salvaguardia della salute viene prima di ogni altra cosa e se l’introduzione serve anche a non bloccare nuovamente l’economia del Paese, ben venga. Chi si sente minacciato, non sa cosa vuol dire libertà, ma ancor di più non ha mai saggiato una vera e propria dittatura.

Purtroppo questa finta nuova Resistenza non solo offende la memoria, ma mi ha fatto vergognare di essere italiano e di avere concittadini di tale rango. Ma, nel riordinare un po’ i pensieri, questi giorni fortunatamente ho riscontrato di non essere in una piccola bolla in cui la camera dell’eco fa il suo dovere. Di condividere posizioni sensate e utili a sconfiggere il virus, perché sai a un certo punto il dubbio ti viene pure di non aver capito un cazzo. Ne hanno scritto gioxx, Leonardo, Loweel e molti alti blogger. Mi sento di riportare però le parole dell’editoriale di stamani di Fulvio Giuliani, che riprendo qui sotto:

Chi strepita di attacco ai valori della Costituzione dovrebbe almeno porsi il problema di proporre una soluzione alternativa, ma per gli improvvisati paladini anti Green Pass basta urlare «Libertà, libertà!». È la stessa Italia – né di destra né di sinistra – persa pochi anni fa dietro a «Onestà,onestà!». Quel Paese che non propone ma accusa, e che non si fa scrupoli dimettere persino in campo simboli e terminologie mutuati dalle pagine più oscure della storia.

Si può dissentire, avanzare critiche e dubbi ma quando si arriva ad appuntare al petto un astella di David, quando si paragona un banale strumento amministrativo all’eugenetica nazista, significa aver perso il contatto con la realtà e con le proprie sinapsi.È intollerabile agitare certe parole d’ordine e per il solo gusto di urlare l’ennesimo No.

Anche chi presta i propri raffinati ragionamenti alla parte più becera della protesta farebbe bene a interrogarsi su dove possa portare un generico richiamo alla libertà dell’individuo, in dispregio di qualsiasi rispetto o tutela della libertà del prossimo. Così come sarebbe anche ora difinirla con l’abusata teoria del Grande Fratello dietro il Green Pass o le richieste di tracciamento.

Chi ama urlare alla morte della privacy farebbe bene a riflettere sulle centinaia di volte in cui ha prestato il proprio consenso su moduli cartacei e online per accedere a servizi o fare acquisti. A tutto vantaggio di quegli stessi colossi digitali contro cui sarà pronto a scendere in piazza per un altro, ipocrita No. Se spaventa il tracciamento per contrastare la pandemia, dovremmo alzare almeno un po’ la voce per difendere la nostra vita, regalata con indifferenza a un algoritmo.

Da La Ragione del 27/07/2021

L’ignoranza uccide più della spada. Ovviamente è un proverbio e molto figurato, ma è una sconfitta dell’umanità assistere a certi atteggiamenti scaturiti dalla scarsa e mala informazione e la cecità prodotta da un incitamento da social media di massa. Questa è la vera deriva pericolosa, altro che dittatura.

Il primo giorno del resto della nostra vita

Mi ero ripromesso di non scrivere di questo momento. Quantomeno di non condividerne l’esperienza fine a se stessa. L’internet è già piena di foto, video, story e chi più ha formati ne metta di show off di inoculazioni. Non trovo necessario far parte della combriccola condivisione vaccino.

Piuttosto, il pensiero di cosa mi accadrà tra meno di un’ora mi ha confermato che sarà uno spartiacque inevitabile. Positivo o negativo solo il tempo saprà dircelo. Il miraggio di una nuova vecchia normalità versus ipotetici effetti collaterali sul nostro organismo di cui ad oggi non sappiamo ancora nulla.

E come il lancio di un nuovo prodotto sul mercato, come talvolta fa il marketing, anche in questa occasione ci nasconde dagli occhi la più grande delle verità, siamo sempre e comunque delle cavie da laboratorio. Speriamo il test venga superato a pieni voti!

💉

Un anno fa, oggi

Iniziavamo a parlare di una strana forma di influenza chiamata COVID-19.

Un anno dopo, per la prima volta dopo tanti mesi, ho ricominciato a sentire le sirene delle ambulanze dietro casa.

E nonostante la diffusione dei vaccini prodotti in tempi record e 365 giorni di sconvolgimenti di ogni aspetto della nostra vita, sembra ancora lontanissimo il giorno in cui potremo riprendere in mano le nostre vite senza paura.

Restiamo ancora in attesa.

Spostiamo le feste

Con una decisione non poco sofferta con mia moglie abbiamo deciso di non festeggiare con nessuno dei nostri parenti le prossime festività natalizie.

La loro salute arriva prima di tutto. Senza nessuna eccezione. Ma soprattutto non vogliamo sottovalutare la situazione e per una leggerezza che accadesse l’impensabile.

Abbiamo optato per videocall, o nel caso dei miei genitori di una passeggiata insieme, visto che siamo nello stesso comune, senza mai togliersi le mascherine e mantenendo le debite distanze. Rimandando la convivialità di un buon vino e leccornie a quando si potrà farlo in sicurezza.

Quindi, a questo punto, perché non rimandare in toto tutte le feste in monoblocco?

Ci sono certe date che corrispondono a commemorazioni solo per convenzione sociale. Natale si festeggia a Natale ma, senza il Natale, sarebbe un giorno come la vigilia o Santo Stefano. Stesso discorso per capodanno.

Hanno persino posticipato le Olimpiadi che, per evitare di spendere miliardi in bianchetto per la correzione del logo stampato ovunque, si chiameranno lo stesso Tokyo 2020, sempre che il DPCM ci permetta di portare a destinazione la torcia olimpica. Siamo adulti — non ancora vaccinati — e per una volta possiamo desistere dalla nostra smania di rispettare le tradizioni ad ogni costo.

Il dibattito sulla disposizione degli invitati a tavola frena le aziende del settore dei segnaposti e, ancora oggi, nessuno sembra in grado di prevedere chi festeggerà cosa e con quali parenti.

Per questo dovremmo spostare in blocco le feste natalizie a un momento meno soggetto a restrizioni e, da qui all’Epifania che non si porterà via nulla, tirare dritto con la scuola e il lavoro. Dobbiamo avere pazienza e attendere giorni migliori.

E poi che bello, ci pensate?

Fare l’albero a fine febbraio e battere le mani a ritmo della Radetzky Marsch — rigorosamente trasmessa da Vienna — a metà marzo? E perché non ad aprile, a ridosso della pasqua, per fare un intero mese di ponti per festeggiare la sconfitta del coronavirus nel modo che preferiamo?

Il problema è che siamo troppo rigidi, in queste cose.

[…] Per una volta, nella storia del genere umano, si può fare un cambiamento, no? Dove sono i paladini della resilienza quando servono?

Sempre più vicino

Prendo in prestito le parole di Alessandro. Spesso molto distante dalle mie personali opinioni sul mondo, ma in questo caso in poche righe ha riassunto ciò che ci diciamo con mia moglie ogni giorno praticamente da ormai qualche settimana. Indipendentemente da quale opinione si abbia su tutta questa faccenda, da cosa si pensi del virus stesso e della malattia, sta di fatto che è qui, dietro l’angolo.

Anche a voi il cerchio si stringe? Anche a voi capita che lo stronzo virus sia sempre più vicino, conoscenti amici parenti vicini di casa colleghi? Che sentiate più che a primavera che si avvicina ogni giorno di più? O per caso e sfiga capita solo a me?

È così. Il cerchio si stringe. Non ho nessuna particolare sensazione in merito. I miei affetti sono al sicuro, abbiamo azzerato il contatto sociale se non con quei pochi colleghi di lavoro dai quali sappiamo ormai mantenere le dovute distanze, nella speranza di schivarlo come Neo ha fatto con le pallottole in Matrix.

Ogni giorno ci arrivano notizie di amici vicini lontani, parenti, conoscenti colpiti. Per fortuna quasi tutti asintomatici e in salute. La scorsa primavera nessuno della nostra cerchia più prossima. Anche se la virulenza sembra essere molto più lieve e senza particolari conseguenze rispetto a prima, fa un certo effetto lo stesso.

In questa notte di Halloween, il virus è il mostro più spaventoso.

Bisogna essere forti

Benché ultimamente mi sia passata la voglia di parlarne, non vuol dire che il problema sia sparito. Prendo in prestito le parole di Giulia su quanto sia assolutamente normale lo stare male in una situazione del genere.

Nel discorso di Giuseppe Conte di domenica c’era una cosa, una scelta lessicale che mi è arrivata dritta allo stomaco: la richiesta al paese di “Essere forte”. Sorvolando su quello che è stato e non è stato fatto per potersi permettere di fare questa richiesta a cuor leggero, mi pare che tanto per cambiare si torni a un concetto di “forza” che è profondamente distruttivo, in cui la malattia mentale, la sofferenza emotiva, la rabbia e il panico devono essere repressi perché la vulnerabilità non è concessa. Essere fragili è un peccato mortale, bisogna essere “forti”, se non sei forte meriti di soccombere. Un’idea muscolare, machista dello stare al mondo: e infatti la questione della salute mentale non entra mai nei discorsi del Presidente del Consiglio. I soldi sì, i sussidi sì, l’economia sì: la salute mentale, no. E la salute mentale, a questo punto, è un problema grosso quanto i mostri nella nebbia. È assurdo, quasi disumano chiederci di essere “forti” quando non conosciamo l’orizzonte temporale delle cose, non possiamo fare piani o progetti e dobbiamo rinunciare a quasi tutto quello che ci fa stare bene. E non è un problema di Conte: nelle domande dei giornalisti, la questione della salute mentale è quasi sempre assente. Stiamo vivendo una condizione di trauma collettivo che rischiamo di trascinarci per generazioni, se non viene riconosciuta e tenuta in considerazione.

Stare male è normale. Lo è sempre stato, ma ora più che mai, e dobbiamo abbandonare l’idea che lottare per stare bene sia obbligatorio. No, gente, stare bene a questo punto è facoltativo. Se non ce la facciamo, se stiamo male, se siamo apatici e tristi perché dopo otto mesi non sappiamo ancora come e se ne usciremo (e l’Italia non è l’unico posto dove le cose vanno ancora male), se siamo depressi e abbiamo bisogno di aiuto, ecco, è normale. Forse questo è il momento di parlare seriamente di salute mentale, oltre che di salute fisica. È il momento di affrontare la paura della nebbia, prima ancora che dei mostri. E non a livello individuale, ma a livello comunitario, con un discorso chiaro che accetti il malessere come parte normale dell’esperienza umana, soprattutto in questo momento straordinario, condiviso in tutto il mondo come neanche le guerre mondiali sono mai state. Stiamo male. Accettiamolo. Abbracciamo il dolore, la stanchezza, l’abulia. Parliamone. Diciamolo agli amici, se non all’analista. Condividiamolo, questo star male. Non ci rende meno, ci ricorda che siamo vivi.

Non parlarmi, se puoi, di Covid-19

Sia chiaro, abbassare la guardia mai. La prevenzione ovviamente, mai come oggi, è la miglior cura. Però ecco, dopo 5 mesi l’argomento Covid ha iniziato a stufare un pochettino …

There is no escaping COVID-19. Not even in casual conversation. I’m a little reluctant to admit this, given how bad the situation is, but I am tired of all of the COVID conversations. It’s enough having to deal with the pandemic in day-to-day life: working from home, with the kids around, and planning to work from home with the kids home when the school year starts; wondering if there will be a vaccine anytime soon; wondering when and if some sense of normalcy will return.

Clearly, the pandemic touches every part of our lives. But now, even casual conversation centers around the virus. It’s become common courtesy to ask someone how they are faring. I’m clearly conflicted over this. I get enough from the newspapers I read each day, and from the updates from our state and local municipalities, from the school system, from the recreation system. I hate to admit it, but COVID is the last thing I want to talk about in casual conversation

Anche io inizio a soffrirne. TG, Radio, al bar, al lavoro, su whatsapp, con gli amici. Oramai è il solo argomento di cui si parla o quantomeno lo si cita ancor prima di dire come stai.

E lo so, dell’assoluto controsenso di scrivere di Covid-19 mentre dico di non volerne più parlare, ne sono conscio. Eppure da qualche parte avrei dovuto scriverlo. Perché sai, iniziare a parlare con qualche business partner, non è poi così carino tagliare corto dicendo passiamo al nocciolo della questione.

Ad ogni modo. Anche basta.

seiseiventiventi

Ieri mi sarei dovuto sposare. Fa già ridere scriverlo, figurarsi viverlo quanto possa essere tragicomico.

Non che, paragonato al resto dei danni nel mondo, il mio piccolo problema post covid-19 sia poi di gran conto, ma tant’è ieri ci siamo guardati con Noemi e ci siamo rimasti un po’ così, amareggiati e non come avremmo voluto.

E allora ci siamo fatti forza e ci siamo scolati qualche bicchiere di vino e siamo finiti per guardare Humanity di Ricky Gervais. Sempre pungente e con spunti di riflessione molto precisi. Di lui invidio la capacità di fregarsene altamente di tutto e tutti, conscio del fatto che tutto viene preso sul personale, perché la vita è prenderla sul personale, ma proprio per questo fa della comicità il carburante per affrontare qualsiasi situazione.

Non so come facciate voi a sopravvivere ai social media, ma in questo periodo mi trovo perfettamente d’accordo con il suo pensiero: le opinioni personali ormai equivalgono ai fatti.

E questa cosa, diventata ormai incontrovertibile sui social, ci sta portando a una deriva di ignoranza colossale, dove il solo fatto di potersi esprimere equivale ad avere in pugno la verità comprovata dalla scienza.

Ve lo consiglio.

Da oggi inizia un nuovo countdown, nella speranza di poter festeggiare con i nostri amici più cari.

Si riparte, -95.

Finalmente immuni (?)

A metà aprile scrivevo dell’app immuni. Esponevo i miei legittimi dubbi sulla questione, non sul funzionamento dell’app di per sé, quanto sulla sua utilità ed efficacia.

Sul primo aspetto non posso esprimermi, non avendola ancora scaricata (le motivazioni poco più sotto), ma voglio linkare sia l’articolo che il video a firma di Luca. Credo siano i contenuti più esaustivi sull’argomento e sarebbe bene che il governo imparasse da qui come comunicare una questione all’apparenza complicata, come un’app e la relativa gestione privacy, utilizzando dei termini comprensibili alla maggioranza della popolazione italiana.

Il lavoro della community tecnologica italiana, o meglio di chi quotidianamente la racconta attraverso siti, blog, video, podcast e molto altro dovrebbe essere questo. Informare, prima di ogni altra cosa, e forse in un momento come questo le critiche dovrebbero essere costruttive e non distruttive, quando si tratta di tutti gli italiani.

Passiamo alla seconda faccenda. Utilità ed efficacia.

Come già ribadito l’app avrà una vera efficacia se scaricata da circa il 60% della popolazione. La quale dovrà avere non solo dispositivi più o meno recenti (ad esempio funzionerà da iPhone 6s in avanti), ma anche con sistemi operativi aggiornati (dopo iOS 13.5). La colpa non è di immuni ma dei due principali produttori di software per smartphone e ci si deve adattare per forza di cose. Ma è indiscutibile che questa potrebbe essere una prima barriera al download.

La seconda, e qui non me ne voglia nessuno, sto provando a cercare online ma non riesco a trovare nulla sull’argomento (ad oggi ho trovato questo post, ma con immuni non ha molto a che fare), è come vengono trattati eventuali falsi positivi, se mai ce ne saranno o meno in prima battuta.

Altra domanda, io lavoro in un luogo che ospita decine di migliaia di clienti durante la settimana. Ospiti di ristoranti, bar, negozi. Per svariate ragioni ne incrocio buona parte, vuoi perché vado a nutrirmi a mia volta, vuoi perché ho necessità di visitarne alcuni per questioni lavorative, ma magari io sono in locale, mentre il potenziale positivo è in quello affianco senza mai fisicamente incrociarci.
Mi domando se potenzialmente potessi ricevere mediamente una percentuale di segnalazione più alta di chi, per fare un esempio, è ancora ancorato alla scrivania di casa perché in home working.

Se c’è un argomentazione valida sulla questione, per favore illuminatemi. Per il momento attendo ancora prima di scaricarla, vorrei capirne di più e approfondire ulteriormente la questione. Sarà forse che applico un altro disincentivo personale al download, ovvero avere il bluetooth perennemente disattivato e non so bene per quale ragione non mi va di attivarlo per tutto il giorno.

Ok, sarebbe per una ragione più che valida e sarei disposto a farlo se fossi certo e sicuro della sua utilità ed efficacia. Vi farò sapere.