Il primo giorno del resto della nostra vita

Mi ero ripromesso di non scrivere di questo momento. Quantomeno di non condividerne l’esperienza fine a se stessa. L’internet è già piena di foto, video, story e chi più ha formati ne metta di show off di inoculazioni. Non trovo necessario far parte della combriccola condivisione vaccino.

Piuttosto, il pensiero di cosa mi accadrà tra meno di un’ora mi ha confermato che sarà uno spartiacque inevitabile. Positivo o negativo solo il tempo saprà dircelo. Il miraggio di una nuova vecchia normalità versus ipotetici effetti collaterali sul nostro organismo di cui ad oggi non sappiamo ancora nulla.

E come il lancio di un nuovo prodotto sul mercato, come talvolta fa il marketing, anche in questa occasione ci nasconde dagli occhi la più grande delle verità, siamo sempre e comunque delle cavie da laboratorio. Speriamo il test venga superato a pieni voti!

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Un anno fa, oggi

Iniziavamo a parlare di una strana forma di influenza chiamata COVID-19.

Un anno dopo, per la prima volta dopo tanti mesi, ho ricominciato a sentire le sirene delle ambulanze dietro casa.

E nonostante la diffusione dei vaccini prodotti in tempi record e 365 giorni di sconvolgimenti di ogni aspetto della nostra vita, sembra ancora lontanissimo il giorno in cui potremo riprendere in mano le nostre vite senza paura.

Restiamo ancora in attesa.

Spostiamo le feste

Con una decisione non poco sofferta con mia moglie abbiamo deciso di non festeggiare con nessuno dei nostri parenti le prossime festività natalizie.

La loro salute arriva prima di tutto. Senza nessuna eccezione. Ma soprattutto non vogliamo sottovalutare la situazione e per una leggerezza che accadesse l’impensabile.

Abbiamo optato per videocall, o nel caso dei miei genitori di una passeggiata insieme, visto che siamo nello stesso comune, senza mai togliersi le mascherine e mantenendo le debite distanze. Rimandando la convivialità di un buon vino e leccornie a quando si potrà farlo in sicurezza.

Quindi, a questo punto, perché non rimandare in toto tutte le feste in monoblocco?

Ci sono certe date che corrispondono a commemorazioni solo per convenzione sociale. Natale si festeggia a Natale ma, senza il Natale, sarebbe un giorno come la vigilia o Santo Stefano. Stesso discorso per capodanno.

Hanno persino posticipato le Olimpiadi che, per evitare di spendere miliardi in bianchetto per la correzione del logo stampato ovunque, si chiameranno lo stesso Tokyo 2020, sempre che il DPCM ci permetta di portare a destinazione la torcia olimpica. Siamo adulti — non ancora vaccinati — e per una volta possiamo desistere dalla nostra smania di rispettare le tradizioni ad ogni costo.

Il dibattito sulla disposizione degli invitati a tavola frena le aziende del settore dei segnaposti e, ancora oggi, nessuno sembra in grado di prevedere chi festeggerà cosa e con quali parenti.

Per questo dovremmo spostare in blocco le feste natalizie a un momento meno soggetto a restrizioni e, da qui all’Epifania che non si porterà via nulla, tirare dritto con la scuola e il lavoro. Dobbiamo avere pazienza e attendere giorni migliori.

E poi che bello, ci pensate?

Fare l’albero a fine febbraio e battere le mani a ritmo della Radetzky Marsch — rigorosamente trasmessa da Vienna — a metà marzo? E perché non ad aprile, a ridosso della pasqua, per fare un intero mese di ponti per festeggiare la sconfitta del coronavirus nel modo che preferiamo?

Il problema è che siamo troppo rigidi, in queste cose.

[…] Per una volta, nella storia del genere umano, si può fare un cambiamento, no? Dove sono i paladini della resilienza quando servono?

Sempre più vicino

Prendo in prestito le parole di Alessandro. Spesso molto distante dalle mie personali opinioni sul mondo, ma in questo caso in poche righe ha riassunto ciò che ci diciamo con mia moglie ogni giorno praticamente da ormai qualche settimana. Indipendentemente da quale opinione si abbia su tutta questa faccenda, da cosa si pensi del virus stesso e della malattia, sta di fatto che è qui, dietro l’angolo.

Anche a voi il cerchio si stringe? Anche a voi capita che lo stronzo virus sia sempre più vicino, conoscenti amici parenti vicini di casa colleghi? Che sentiate più che a primavera che si avvicina ogni giorno di più? O per caso e sfiga capita solo a me?

È così. Il cerchio si stringe. Non ho nessuna particolare sensazione in merito. I miei affetti sono al sicuro, abbiamo azzerato il contatto sociale se non con quei pochi colleghi di lavoro dai quali sappiamo ormai mantenere le dovute distanze, nella speranza di schivarlo come Neo ha fatto con le pallottole in Matrix.

Ogni giorno ci arrivano notizie di amici vicini lontani, parenti, conoscenti colpiti. Per fortuna quasi tutti asintomatici e in salute. La scorsa primavera nessuno della nostra cerchia più prossima. Anche se la virulenza sembra essere molto più lieve e senza particolari conseguenze rispetto a prima, fa un certo effetto lo stesso.

In questa notte di Halloween, il virus è il mostro più spaventoso.

Bisogna essere forti

Benché ultimamente mi sia passata la voglia di parlarne, non vuol dire che il problema sia sparito. Prendo in prestito le parole di Giulia su quanto sia assolutamente normale lo stare male in una situazione del genere.

Nel discorso di Giuseppe Conte di domenica c’era una cosa, una scelta lessicale che mi è arrivata dritta allo stomaco: la richiesta al paese di “Essere forte”. Sorvolando su quello che è stato e non è stato fatto per potersi permettere di fare questa richiesta a cuor leggero, mi pare che tanto per cambiare si torni a un concetto di “forza” che è profondamente distruttivo, in cui la malattia mentale, la sofferenza emotiva, la rabbia e il panico devono essere repressi perché la vulnerabilità non è concessa. Essere fragili è un peccato mortale, bisogna essere “forti”, se non sei forte meriti di soccombere. Un’idea muscolare, machista dello stare al mondo: e infatti la questione della salute mentale non entra mai nei discorsi del Presidente del Consiglio. I soldi sì, i sussidi sì, l’economia sì: la salute mentale, no. E la salute mentale, a questo punto, è un problema grosso quanto i mostri nella nebbia. È assurdo, quasi disumano chiederci di essere “forti” quando non conosciamo l’orizzonte temporale delle cose, non possiamo fare piani o progetti e dobbiamo rinunciare a quasi tutto quello che ci fa stare bene. E non è un problema di Conte: nelle domande dei giornalisti, la questione della salute mentale è quasi sempre assente. Stiamo vivendo una condizione di trauma collettivo che rischiamo di trascinarci per generazioni, se non viene riconosciuta e tenuta in considerazione.

Stare male è normale. Lo è sempre stato, ma ora più che mai, e dobbiamo abbandonare l’idea che lottare per stare bene sia obbligatorio. No, gente, stare bene a questo punto è facoltativo. Se non ce la facciamo, se stiamo male, se siamo apatici e tristi perché dopo otto mesi non sappiamo ancora come e se ne usciremo (e l’Italia non è l’unico posto dove le cose vanno ancora male), se siamo depressi e abbiamo bisogno di aiuto, ecco, è normale. Forse questo è il momento di parlare seriamente di salute mentale, oltre che di salute fisica. È il momento di affrontare la paura della nebbia, prima ancora che dei mostri. E non a livello individuale, ma a livello comunitario, con un discorso chiaro che accetti il malessere come parte normale dell’esperienza umana, soprattutto in questo momento straordinario, condiviso in tutto il mondo come neanche le guerre mondiali sono mai state. Stiamo male. Accettiamolo. Abbracciamo il dolore, la stanchezza, l’abulia. Parliamone. Diciamolo agli amici, se non all’analista. Condividiamolo, questo star male. Non ci rende meno, ci ricorda che siamo vivi.

Non parlarmi, se puoi, di Covid-19

Sia chiaro, abbassare la guardia mai. La prevenzione ovviamente, mai come oggi, è la miglior cura. Però ecco, dopo 5 mesi l’argomento Covid ha iniziato a stufare un pochettino …

There is no escaping COVID-19. Not even in casual conversation. I’m a little reluctant to admit this, given how bad the situation is, but I am tired of all of the COVID conversations. It’s enough having to deal with the pandemic in day-to-day life: working from home, with the kids around, and planning to work from home with the kids home when the school year starts; wondering if there will be a vaccine anytime soon; wondering when and if some sense of normalcy will return.

Clearly, the pandemic touches every part of our lives. But now, even casual conversation centers around the virus. It’s become common courtesy to ask someone how they are faring. I’m clearly conflicted over this. I get enough from the newspapers I read each day, and from the updates from our state and local municipalities, from the school system, from the recreation system. I hate to admit it, but COVID is the last thing I want to talk about in casual conversation

Anche io inizio a soffrirne. TG, Radio, al bar, al lavoro, su whatsapp, con gli amici. Oramai è il solo argomento di cui si parla o quantomeno lo si cita ancor prima di dire come stai.

E lo so, dell’assoluto controsenso di scrivere di Covid-19 mentre dico di non volerne più parlare, ne sono conscio. Eppure da qualche parte avrei dovuto scriverlo. Perché sai, iniziare a parlare con qualche business partner, non è poi così carino tagliare corto dicendo passiamo al nocciolo della questione.

Ad ogni modo. Anche basta.

seiseiventiventi

Ieri mi sarei dovuto sposare. Fa già ridere scriverlo, figurarsi viverlo quanto possa essere tragicomico.

Non che, paragonato al resto dei danni nel mondo, il mio piccolo problema post covid-19 sia poi di gran conto, ma tant’è ieri ci siamo guardati con Noemi e ci siamo rimasti un po’ così, amareggiati e non come avremmo voluto.

E allora ci siamo fatti forza e ci siamo scolati qualche bicchiere di vino e siamo finiti per guardare Humanity di Ricky Gervais. Sempre pungente e con spunti di riflessione molto precisi. Di lui invidio la capacità di fregarsene altamente di tutto e tutti, conscio del fatto che tutto viene preso sul personale, perché la vita è prenderla sul personale, ma proprio per questo fa della comicità il carburante per affrontare qualsiasi situazione.

Non so come facciate voi a sopravvivere ai social media, ma in questo periodo mi trovo perfettamente d’accordo con il suo pensiero: le opinioni personali ormai equivalgono ai fatti.

E questa cosa, diventata ormai incontrovertibile sui social, ci sta portando a una deriva di ignoranza colossale, dove il solo fatto di potersi esprimere equivale ad avere in pugno la verità comprovata dalla scienza.

Ve lo consiglio.

Da oggi inizia un nuovo countdown, nella speranza di poter festeggiare con i nostri amici più cari.

Si riparte, -95.

Finalmente immuni (?)

A metà aprile scrivevo dell’app immuni. Esponevo i miei legittimi dubbi sulla questione, non sul funzionamento dell’app di per sé, quanto sulla sua utilità ed efficacia.

Sul primo aspetto non posso esprimermi, non avendola ancora scaricata (le motivazioni poco più sotto), ma voglio linkare sia l’articolo che il video a firma di Luca. Credo siano i contenuti più esaustivi sull’argomento e sarebbe bene che il governo imparasse da qui come comunicare una questione all’apparenza complicata, come un’app e la relativa gestione privacy, utilizzando dei termini comprensibili alla maggioranza della popolazione italiana.

Il lavoro della community tecnologica italiana, o meglio di chi quotidianamente la racconta attraverso siti, blog, video, podcast e molto altro dovrebbe essere questo. Informare, prima di ogni altra cosa, e forse in un momento come questo le critiche dovrebbero essere costruttive e non distruttive, quando si tratta di tutti gli italiani.

Passiamo alla seconda faccenda. Utilità ed efficacia.

Come già ribadito l’app avrà una vera efficacia se scaricata da circa il 60% della popolazione. La quale dovrà avere non solo dispositivi più o meno recenti (ad esempio funzionerà da iPhone 6s in avanti), ma anche con sistemi operativi aggiornati (dopo iOS 13.5). La colpa non è di immuni ma dei due principali produttori di software per smartphone e ci si deve adattare per forza di cose. Ma è indiscutibile che questa potrebbe essere una prima barriera al download.

La seconda, e qui non me ne voglia nessuno, sto provando a cercare online ma non riesco a trovare nulla sull’argomento (ad oggi ho trovato questo post, ma con immuni non ha molto a che fare), è come vengono trattati eventuali falsi positivi, se mai ce ne saranno o meno in prima battuta.

Altra domanda, io lavoro in un luogo che ospita decine di migliaia di clienti durante la settimana. Ospiti di ristoranti, bar, negozi. Per svariate ragioni ne incrocio buona parte, vuoi perché vado a nutrirmi a mia volta, vuoi perché ho necessità di visitarne alcuni per questioni lavorative, ma magari io sono in locale, mentre il potenziale positivo è in quello affianco senza mai fisicamente incrociarci.
Mi domando se potenzialmente potessi ricevere mediamente una percentuale di segnalazione più alta di chi, per fare un esempio, è ancora ancorato alla scrivania di casa perché in home working.

Se c’è un argomentazione valida sulla questione, per favore illuminatemi. Per il momento attendo ancora prima di scaricarla, vorrei capirne di più e approfondire ulteriormente la questione. Sarà forse che applico un altro disincentivo personale al download, ovvero avere il bluetooth perennemente disattivato e non so bene per quale ragione non mi va di attivarlo per tutto il giorno.

Ok, sarebbe per una ragione più che valida e sarei disposto a farlo se fossi certo e sicuro della sua utilità ed efficacia. Vi farò sapere.

Si stava meglio prima

Questa nuova normalità non ci sembra più tanto nuova. È come la vecchia ma con una mascherina in più a dividerci.

Anzi è peggio, molto peggio.

Più distanti, più cattivi, più disumani di prima. Perché oramai se c’è in ballo la propria sicurezza, figuriamoci, apriti cielo.

E quindi col piffero che #andràtuttobene. Siamo allo sbando, di regole ce ne sono poche e molto confuse e ogni categoria cerca di difendere il proprio orticello inventandosi le più disparate soluzioni pur di sopravvivere.

E come non capirli?

Stiamo facendo tutti così.

E poi l’app che avrebbe dovuto permetterci di azzerare il contagio? Che fine ha fatto?

Questa mattina ascoltavo Radio 24, si citava un’inchiesta del NY Times su un paesino del nord della Germania. Lì hanno riaperto le scuole, considerate le spine dorsali di tutto il Paese. E lì, la prima cosa a cui hanno pensato è un test covid-19 all’ingresso.

Se sei positivo torni a casa e ci stai 14 giorni. Per il resto dentro la scuola tutto normale.

Chissà se da noi invece di pensare soltanto ai soldi delle TV per far movimentare il circo del calcio si arrivi a pensare anche a qualcosa del genere?

Intanto, ci teniamo questa fase 2. Una brutta copia di quella lasciata a fine febbraio e che speravamo di non ritrovare.

La “fase 2” è una schifezza ibrida, né di qua né di là: è la normalità di prima, ma il suo peggio. E non è più nemmeno eccezionale e temporanea, estrema: c’è traffico per strada, è tornata la politica stupida e polemica, i fessi si riscoprono fessi sui social network, e tutto intorno però è tristemente peggiorato.

Nelle prossime puntate

Settimana prossima quasi sicuramente utilizzerò l’auto per la seconda volta dal 10 marzo. Con buona probabilità andrò in ufficio per procedere con il trasloco nei nuovi locali. Una roba di un paio d’ore, ma sarà bello poterci andare, rivedere qualche collega e assaggiare una nuova normalità.

Negli ultimi giorni il lavoro si è intensificato, ci stiamo preparando ad un’eventuale, plausibile, apertura il 18 maggio. Sarà sfidante, immagino, ma allo stesso tempo temprante. Un’esperienza dalla quale imparare sicuramente qualcosa.

Nel frattempo è scoppiato il caldo, ci siamo rinchiusi in casa a marzo con i cappotti, ne usciremo in costume da bagno praticamente. Oggi o domani ci tocca pertanto il cambio armadi.

Continuo con le mie passeggiate in campagna, proviamo a cucinare ricette sempre nuove e diverse e ormai sono veleggio verso i 6 kg persi. Spero di riuscire a mantenermi senza recuperarli di botto una volta ripresa la routine quotidiana.

Mi sono dedicato alla lettura, ho terminato Il Colibrì e adesso, dopo aver visto la serie TV Hunters, mi sto dedicando a Caccia alle SS.

Il tempo mi sembra essersi fermato. In alcuni casi persino tornato indietro, gli Oasis che pubblicano un singolo, chi consiglia di lasciare il college e dedicarsi alla propria startup, ma più di tutti la sensazione mi è arrivata fortissima passando tutti i giorni davanti l’asilo poco distante casa.