Un nuovo inizio

Perché altrimenti ci annoiamo troppo.

Ho aperto il mio primo blog nel 2007. A conti fatti sono 14 anni che riempio il web di cazzate. E per quante ne abbia dette, sono state sempre intervallate da lunghe sessioni di profonda indecisione circa la piattaforma da utilizzare, ma soprattutto il suo design.

Ho imparato i rudimenti HTML e CSS per poterlo visualizzare più o meno come l’avevo in testa, ma senza mai riuscirci al 100%. E questo mi lasciava sospeso, in un vuoto costante alla ricerca di una perfezione inesistente.
Sì, perché la perfezione non esiste. È l’espressione della soggettività per eccellenza e quando finalmente lo capisci, togli la carta velina dalla realtà e ti soffermi a gustare il significato più profondo delle cose, buttando alle ortiche il significante.

E quindi? Quindi ad un certo punto chi se ne frega della piattaforma, chi se ne frega del layout, del colore del menu o della larghezza del footer.
Mi sono chiesto cosa mi interessasse davvero. E la risposta è stata di una semplicità imbarazzante.

Aprire un editor, scrivere le mie cazzate, publish. Fine.

Come ogni inizio anno ho fatto il giro delle sette chiese, Squarespace, WordPress, Ghost, Svbtle, Write.as, e infine Medium. E qui mi sono fermato. Lo scorso ottobre è stato annunciato un rinnovamento della piattaforma, prettamente orientata al blogging e alla semplicità d’uso, con anche il prossimo ritorno della possibilità di utilizzare i domini personalizzati.

La piattaforma che utilizzavo in precedenza è Squarespace, che adoro badate bene, e continuerò ad utilizzarla come frontpage personale sul web con il dominio https://andrea.co. Tuttavia da qualche anno ha abbandonato la visione originaria di piattaforma dedicata ai blog, virando sull’ecommerce e aggiungendo inutile complessità sia all’editori che alla sua customizzazione. Con WordPress ci ho provato, davvero, ma ogni volta cedevo il passo all’occhio estetico, agli odiosi plug-in che chissà perché sono così necessari per mandare avanti la baracca. E allora via verso Ghost e le sue promesse di privacy e libertà lanciate a 200 km/h verso quel muro chiamato sviluppo con il quale è inevitabile scontrarmicisi.

E allora perché no. Perché non dare una chance a questo luogo dove bastano due clic per postare un contenuto e non devi pensare a nient’altro? Dove hai quel minimo di personalizzazione minimale (perdonatemi il gioco di parole) al quale posso caricare ogni giustificazione possibile per liberarmi dal giogo della perfezione grafica.

Ma serviva un’altra svolta. Non perdere sì i vecchi contenuti, ma cambiare il nome. Lo sentivo, non chiedetemi perché. Nella mia eterna indecisione improvvisamente un fulmine a ciel sereno.

Go With The Flow incarna il mio stile, il mio modo di pormi nei confronti della vita. Un pregio e un difetto allo stesso tempo, il mio scudo e la mia spada. E dopo aver importato a mano i 263 post a me più cari di questi 14 anni, ho registrato gwtf.it. La mia nuova casa. Al momento l’opzione domini personalizzati non è ancora attiva, quindi il sito funziona solo come un puntamento verso medium.com/gwtf, ma tanto mi basta.
Avevo optato anche per go.wtf, ma il proprietario mi ha chiesto quasi 20k $ e allora ho evitato.

La playlist del mio matrimonio

Finalmente trovo quei 5 minuti di tempo per scrivere questo post “in canna” da almeno 3 mesi. Nelle fase preparatorie al nostro matrimonio abbiamo quasi immediatamente escluso l’utilizzo di una band o di qualsiasi altra musica suonata dal vivo.

Perché?

I generi richiesti sarebbero stati troppi e nessuno penso ci avrebbe mai soddisfatto appieno. Abbiamo optato quindi per un DJ. O meglio, qualcuno che mettesse la musica scelta da noi.

Credo sia stata la cosa che nel corso dei mesi ci ha portato via più tempo in assoluto, una accurata selezione di brani per noi importanti o che semplicemente si sarebbero dovuti incastonare alla perfezione con il momento della giornata.

Ed ecco qui il risultato, consiglio vivamente di attivare l’ascolto Shuffle visto che si parte dall’opening cerimonia per arrivare al momento discoteca.

Ci teniamo molto, per cui ogni commento è ben accetto.

37

Il compleanno dei miei 37 anni me lo sarei immaginato differente, in una situazione diversa ma tant’è ce la siamo goduta lo stesso. Ho fatto un tour a Sale San Giovanni provando la Sony Alpha 7RIII con il nuovo obiettivo FE 20mm F1.8 G. Trovate tutto il reportage qui.

Nonostante tutto è stato un compleanno fantastico. 🥰

Sospesi

Del domani non v’è certezza.

Mai come in questo periodo risulta tremendamente vero. Oggi, dopo un messaggio da parte della location su una data improvvisamente liberatasi, abbiamo colto la palla al balzo e deciso di rimandare il nostro matrimonio a settembre.

5 mesi invece di 1 e mezzo. Non so se reputarlo sufficiente o ci ritroveremo ai primi di agosto ancora in piena crisi esistenziale, rinchiusi in casa e con le mascherine appese al porta abiti accanto all’uscio.

Chiediamo a gran voce tutti chiarezza. E non è più una speranza, ma la voglia di smettere di sopravvivere sostituendola con quella di vivere, pressoché normalmente, come dice Luca Sofri nel suo post. Aggiungendo, sul finale, delle richieste basilari alle quali oggi tutti vorremmo risposta:

Noi nel mezzo, chiediamo che chi è responsabile della vita delle nostre comunità e della progettazione di percorsi e soluzioni (se si capisse chi è, certo) dica se esiste un modo per attenuare le chiusure e gli isolamenti e quale sia, e come, e quando, e ne valuti fattibilità, rischi e benefici; e comunichi e conduca delle scelte, ovviamente adattabili. È quello che si aspettano le persone di buona volontà. Da un pezzo, a dirla tutta.

Temo però il peggio. Ad oggi nessuno lo sa per davvero come fare, nemmeno chi è al governo, nemmeno chi è stato chiamato a proferire opinione in qualità di esperto, nemmeno quel famoso comitato di scienziati. Ad oggi è tutto un tentativo nella speranza che funzioni.

Sono sparite d’un tratto le certezze, le programmazioni, la fisicità della socialità e, come dice Davide, per chi fa un lavoro simile al nostro, anche l’importanza di vivere in una grande metropoli.

Sul nostro calendario è rimasta solo una data, quella del 3 maggio. La famosa fase 2 non sarà il nuovo miracolo italiano. Sarà quello che ci farà gioire o lamentare e incazzare ancora. Dipende dai punti di vista, da quale estremo ci sentiamo di appartenere.

Sta di fatto che quel “pressoché normale” ha ancora tanta strada davanti prima di prenderci a schiaffi in faccia.

Immuni e tracciati

Notizia di ieri sera. Il Governo ha scelto l’app nazionale per il tracciamento dei contagi tramite smartphone: Immuni.
 Stando a quanto spiega Il Post l’app dovrebbe funzionare più o meno così:

Semplificando molto, tramite l’app ogni smartphone emette periodicamente un codice identificativo univoco (ID) e anonimo che può essere captato dagli altri smartphone che utilizzano la stessa app nelle vicinanze, entro qualche metro. Se uno dei proprietari dell’app segnala di essere risultato positivo al coronavirus, il sistema consente di avvisare le persone con cui era stato in prossimità nei giorni precedenti.

Dunque, sia il download che il suo funzionamento è su base volontaria. Nel senso, devo essere io utente potenzialmente malato a dover segnalare di esserlo e così avviare la catena di segnalazioni.

Inoltre, per essere davvero efficace, c’è bisogno di una base installata e di utilizzatori piuttosto importante. Un coinvolgimento del 60% degli Italiani. Ora, nessuno ancora ha visto l’app, e ci sarà un primo periodo di test naturalmente prima di essere disponibile al grande pubblico.

Funzionerà? Non saprei dire. 60% di download è davvero tanto, ma soprattutto andranno chiarite fin da subito le dinamiche legate alla privacy e al tracciamento degli spostamenti, così come se ci sarà un form con dei dati da inserire e chi sarà il detentore di quei dati. Senza contare cosa se ne potrà fare.

Infine, non ultimo problema, come potranno essere trattati i falsi positivi? Perché ci saranno imbecilli annoiati a cui sarà concesso di dichiarare il falso. E ultima domanda, come si può credere possa funzionare se il 99% della popolazione non sa, ad oggi, di essere positiva o meno?

Immagina tutto questo, senza internet

Il post di Jeff Jarvis è pressoché banale, è sotto il naso di tutti noi, eppure serviva un post del genere per ricordarcelo. Internet ci sta salvando letteralmente le giornate.

Imagine, just try to imagine what it would be like to weather this very real-world crisis without the internet. Then imagine all the ways it can help even more. And stop, please stop claiming the net is broken and makes the world worse. It doesn’t. In this moment, be grateful for it.

E certo che ce lo siamo immaginati tutti, senza internet sarebbe stato peggio, molto peggio. E non perché non saremmo sopravvissuti, figuriamoci, i nostri vecchi hanno sfangato due guerre mondiali senza internet, ma perché ci saremmo terribilmente annoiati e il non uscire di casa per almeno tre settimane, si sa, annulla la socialità. È matematico.

Eppure. Eppure internet e i social media la socialità aiutano a non interromperla, a sdramatizzare momenti di solitudine, di dramma, ci aiutano in pratica a non impazzire. A lavorare, imparare, creare e interagire benché fisicamente distanti:

In the coming weeks — months?– of social distancing, we will feel isolated, anxious, bored, stir-crazy; we will need to reach out to the people we cannot touch. The net — yes, Facebook and Twitter — will enable us to socialize, to connect with friends and family, to find and offer help, to stay connected with each other, to stay sane. How invaluable is that! Imagine having only the telephone. Imagine a crisis without the relief of humor, without silly social memes.*

Per non parlare dei rifornimenti. L’ecommerce sostituisce il supermercato, il negozio di libri o qualsiasi altra diavoleria abbiate bisogno in questi giorni.

Internet insomma sta facendo il suo mestiere, ciò per cui è stato creato:

The internet is doing just what it should do: connect people with information, people with people, information with information. It enables us to speak, listen, assemble, and act from anywhere. It is just what we need today.

E questo impone una riflessione, finalmente, forse per la prima volta internet viene utilizzato solo per uno scopo preciso: sopravvivere. E ricordandoci di ciò, sempre forse e con il beneficio del dubbio, potrà diventare un posto migliore. Dove essere semplicemente umani.

Fluxes. Puntata 10.

🎧 Dopo Veleno Pablo Trincia si sposta su Audible e pubblica Buio. Un’altra serie audio da lui scritta e registrata. Peccato aver terminato da poco la prova gratuita, ma ho voluto dare nuova chance ai podcast e agli audiolibri per riempire il mio commuting mattutino. Ho “mangiato” le prime 4 puntate in un paio di giorni, le nuove arriveranno a febbraio. La capacità di Trincia nel raccontare storie apparentemente comuni e renderle appetibili al pubblico attraverso la voce dei protagonisti stessi è una lente d’ingrandimento sulla cronaca con un approccio a metà tra il giornalismo e il rotocalco. Ma a me prende, e forse lo storytelling, di cui tanto ci riempiamo la bocca, ci piace proprio per questo. Il voyeurismo di aprire la finestra sulla vita di qualcuno, cercando di comprenderne le emozioni invece dei soli fatti.

📲 Dopo oltre un anno stamattina il mio telefono ha deciso di spiccare il volo verso l’asfalto. La “santa” pellicola protettiva dello schermo ha svolto il suo compito al meglio. All’Apple Store hanno tirato fuori una nuova diavoleria, invece di coprire solo fino ai bordi dove i pixel sono visibili, la nuova pellicola copre tutto lo schermo (e finalmente direi) con comodi 15 euro aggiuntivi in più, per un totale di 49 euro per un pezzo di plastica. Il marketing degli accessori palliativi ha salvato Apple, altroché.

😏 Se mai vi capiterà di sposarvi, fatevi scrivere nero su bianco qualsiasi dettaglio un fornitore millanta di vendervi, o di essere in grado di fare. Dopo che avete firmato tutto il resto non conta. Per chi si è già sposato, invece, sa bene di cosa parlo. Certo potevate dirmelo prima.

🍕Nonostante l’insaziabile voglia di pizza di quest’oggi a pranzo tutte le pizzerie del circondario, 4 su 4, hanno deciso non fosse il caso di risponderci al telefono. Congiura oppure il destino che ci dice di smetterla con i carboidrati? O semplicemente c’è uno sciopero dei pizzaioli e non lo sapevamo?

La grande (falsa) bellezza

La scorsa settimana parlavo con il personal trainer che mi sta seguendo per rinforzare al meglio il ginocchio operato. Non so molto di lui, ma mi sembra sia lì dentro da una vita, conosce tutti e con un occhiata capisce i personaggi e la fauna che popolano la palestra.

Mi raccontava di come solo 5/6 anni fa ad allenarsi ci fossero solo uomini, per lo più dopo il 20 anni. Mentre da qualche anno sono le ragazzine a prenderla d’assalto, con un’età sempre più bassa. Fin qui nulla di male per carità, anzi invidio il loro tempo libero per potersi allenare e curare il proprio corpo.

Ha aggiunto poi un suo commento personale. Giusto o sbagliato, raccontava di come molte siano lì perché debbano inseguire un modello, una forma ideale vista sui social network, in particolare instagram. Un traguardo da raggiungere per poter essere accettate dalla società.

Mi ha dato molto da riflrettere, e ho unito questa conversazione con un articolo letto su The Vision:

Instagram ci sta inculcando l’idea che la nostra esistenza sia una performance continua, in cui dobbiamo misurarci costantemente con le aspettative del nostro seguito. Persone comuni vivono come se fossero supermodelle e celebrità con infinite disponibilità di denaro, sempre pronte a mostrare abiti nuovi e interessi aggiornatissimi e, soprattutto, a farsi fotografare in qualsiasi situazione. E anche la loro faccia si sta conformando a questo modello.

Ebbene, senza nemmeno aver finito l’articolo ho deciso di smettere di seguire falsi idoli, o persone irraggiungibili, professioniste della falsità e concentrarmi soltanto su persone reali, aziende di cui condivido i valori, realtà artistiche, tecnologiche e sportive vicine ai miei gusti.

E in effetti, l’articolo chiude proprio così:

Un modo per uscire dal loop infernale della Instagram Face è costruire un feed “migliore”. Eliminare dai following chiunque ci faccia provare invidia o sentimenti negativi e cominciare a seguire più persone normali, che fanno cose normali e hanno un aspetto normale. Secondo The Atlantic, l’ Instagram look è in declino tra le giovanissime: nessuno ha più voglia di post studiati con settimane d’anticipo, di rigide palette cromatiche, di foto scattate solo ad alcune ore del giorno per beccare la luce giusta.

Oggi le influencer più giovani sono scanzonate, autoironiche, irriverenti. Forse quella delle foto brutte sarà solo l’ennesima moda di Instagram, ma perlomeno possiamo sperare che saranno molte meno le donne che si sentiranno obbligate a rispondere a un ideale estetico che non ha niente a che vedere con la normalità.

Dentista e codice

Ieri sera sono andato dal dentista. Ho scoperto di chiudere troppo forte i denti durante la notte. Dovrò mettere un bite, perciò mi ha preso le impronte e presto arriverà un nuovo compagno di gomma per sfogarci dentro tutta la mia forza mascellare.

Così come ogni altra volta in cui mi sono seduto su quella poltrona, mi sono sempre domandato se anche a tutti voi facessero così schifo quelle cartine argentate che utilizza per comprendere se la chiusura mandibolare sia corretta e dove il dente superiore poggi rispetto a quello inferiore.

È di un gusto metallico improponibile. E ogni volta mi chiedo come non siano ancora riusciti ad inventare un’alternativa al gusto menta, chessò al cocco e rhum. Qualcosa di esotico. Quasi sicuramente dovrai sentire male, almeno qualche forma di sollievo sarebbe gradita.

Tant’è, mentre lui faceva le sue cose nella mia bocca, guardavo fisso il controsoffitto fatto a cassettoni, quelli rimovibili, dove all’interno di solito nei film ci nascondono i soldi, ma poi quando arriva il momento di ritrovarli chissà perché qualcuno se li è portati via. E li ho iniziato a scambiare le righe verticali di quei pannelli con il codice sorgente di Matrix, immaginandomi in realtà fosse quello del mio blog e la difficoltà a cui dovrei andare incontro per trasferirlo altrove.

I miei test continuano, ma ho come il presentimento di non muovermi da qui tanto presto.

Ventiventi

Gli anni mi sembrano scivolare tra le dita come acqua e sapone. Questi 12 mesi sono stati un lampo durati una frazione di secondo durante la quale è successo di tutto. Tanti ricordi da custodire che ho paura di perdermene qualcuno.

364 giorni fa ho iniziato un esperimento, non tanto una sfida, ma più capire se fossi riuscito a postare almeno una cosa al giorno. A condividere non tanto per il gusto di farlo, quanto perché avessi effettivamente qualcosa da dire. Ce l’ho fatta, e devo ammettere essere stato difficile. Non tanto perché non ci fosse nulla da dire, ma perché spesso non sono stato in grado di ritagliarmi il tempo necessario per farlo.

Tant’è non è passato un giorno senza riuscire a pubblicare. Il che mi fa estremamente piacere, ma dall’altra parte mi pone di fronte alla necessaria decisione di rinunciare a farlo nel 2020. Il perché è molto semplice, quest’anno formerò ufficialmente una famiglia sposandomi con l’amore della mia vita e come spesso si sente dire organizzare un matrimonio non è cosa da poco. È estremamente divertente, ma se non dedichi il tempo dovuto, come ogni cosa, non può finire bene.

Perciò farò il possibile, ma non prometto nulla.

Odio i buoni propositi e non credo di aver mai fatto una lista in vita mia, nel 2020 però voglio ripromettermi di leggere più libri e finire tutti i videogiochi che ho in ballo. E siccome il tempo è limitato, per l’appunto, rinuncerò a qualche post in favore di altro.

Qui trovate le precedenti edizioni 2018, 2017, 2016, 2015, 2014, 2013

Come consuetudine, un bigino dei post più significanti del 2019 e il riassuntino degli anni precedenti.

Quest’anno ho volutamente riposato poco. Ho tante ferie arretrate, ma che potrò utilizzare nel 2020 per un paio di mete decisamente meritevoli.

Qualche indizio?… No non posso. Lo scoprirete tra qualche mese.