L’internet del mettersi in proprio

Passo settimane ad osservare lo scenario contemporaneo di Internet. Le sue infinite possibilità di monetizzazione e non riesco a smettere di domandarmi dove io abbia perso esattamente il treno.

Se nel periodo dei blog morenti e la grande corsa alla content creation su Instagram, se quella di Twitch, se quella delle newsletter o dei podcast o forse i bitcoin e gli NFT. Resto ad osservare mentre il mondo sembra stampare contante sfruttando il momento, il sistema, all’apparenza avendo compreso molto bene quel qualcosa che a me sembra sfuggito.

C’è che ultimamente anche per questioni lavorative incontro sempre più creator, badate bene non necessariamente influencer, ma persone estremamente preparate che mi sento di definire (non etichettare) un crocevia composto da un po’ di intrattenimento, programmazione di un palinsesto, videomaking, montaggio e quel quanto basta di carisma per renderli riconoscibili. Se solo penso a nemmeno 15 anni fa tutto questo sembra fantascienza. Ovvio i risvolti negativi ci sono, come in tutte le professioni e qui zio lo spiega benissimo.

Ecco c’è un però, un però grosso quanto una casa. Dove ho mancato? Dove non sono stato sufficientemente bravo nel provare a portare avanti Fluxes prima, AC e Fuorigio.co poi e ora Go With The Flow?

Alla fine sono arrivato a una conclusione. Netta e precisa. Serve un ingrediente fondamentale. Un minimo comune denominatore emerso in ogni persona con cui sono venuto a contatto, o di cui abbia letto online, ha e ha avuto tra le altre cose soprattutto costanza. Non posso sapere quanta forza di volontà, quanto culo, quanta determinazione. Anche superficialmente è comune il portare avanti il proprio lavoro per mesi, per anni, no-matter-what. Anche se ci vogliono 20 anni per arrivarci.

Tutte le persone che stanno affrontando questo tipo di percorso o hanno sottratto del tempo ad altro, vuoi perché già in possesso di un lavoro “regolare” e quindi via di nottate senza sonno e addio a fidanzati e fidanzate, oppure hanno intrapreso questa strada prima di diventare maggiorenni, crescendo con le piattaforme, facendole proprie e padroneggiandole meglio di chi le ha create. Resto a bocca aperta talvolta dalla qualità dei contenuti degni di una grande casa di produzione. C’è impegno, voglia, qualità, ma soprattutto tempo. Risorsa per me al momento scarsissima e che non mi consentirebbe di approcciare quella seconda strada in una maniera seria e per l’appunto costante. È così, non si scappa. Perché nel tempo libero al momento trovo più appagante godermi la vita.

Ecco forse mi è mancata la costanza di voler portare avanti una passione parallelamente al mio lavoro principale cercando di ricavarci una remunerazione alternativa. Per dirla meglio, cercando di farne un lavoro. Non me ne lamento, non me ne rammarico. Tutti i lavori che ho fatto in passato mi sono sempre piaciuti, figuriamoci quello attuale. Tuttavia eccomi qui ancora a domandarmi, dopo che nel giro di una settimana due diverse persone mi hanno domandato Ma perché non apri un canale Twitch anche tu? se prima o poi dirò addio a tutti e mi ritirerò a streammare da qualche oscuro luogo del pianeta diventando parte anche io dell’internet del mettersi in proprio.

Fluxes #16

+ Durante questa breve vacanza negli Stati Uniti ho fatto un bel detox digitale. Ho prediletto la lettura sopra ogni altra cosa e in una settimana ho terminato 3 libri. Su tutti, le 545 pagine di Billy Summers. Al di là di essere uno dei più bei romanzi di Stephen King da un po’ di anni a questa parte (veramente consigliata la lettura), ha triggerato la mia sopita voglia di scrivere. Oltre alla citazione all’Overlook hotel di Shining secondo me King furbescamente parla del suo amore per la scrittura, ma soprattutto per la lettura e lo stretto collegamento tra le due cose. Lo fa in tutto il libro e tra le ultime righe fa dire a uno dei suoi personaggi proprio questo:

[…] Tu sapevi che poteva succedere una cosa simile? Sapevi di poterti sedere davanti a uno schermo o a un quaderno, e cambiare il mondo? È una cosa che non può durare, perché il mondo torna sempre quello che è nella realtà, ma prima che succeda, la sensazione che provi è incredibile. Non ce’è niente che valga di più, perché puoi fare in modo che le cose vadano esattamente come vuoi tu […]

Voglio provarla anche io quella sensazione, perché è parzialmente ciò che provo quando scrivo qui. Vorrei scrivere qualcosa di più concreto, qualcosa che possa essere pubblicato. Aggiungici un secondo trigger, quello di Alessio e il suo corso di scrittura creativa, ed eccomi qui a voler progettare di fare lo stesso. Sono anni che ripeto a me stesso questa cosa, non so bene da dove scaturisca e nemmeno da dove iniziare, so solo che il mio unico proposito per il 2022 sarà questo.

+ Il paradosso di WordPress? Open Source non equivale a gratis. È bene ricordarlo. Oltre alla lettura dell’articolo mi è giunto lampante quando Automattic mi ha ricordato di versare 300€ nelle sue casse per mantenere vivo il mio blog con tutte le funzionalità correlate per poter rimanere così com’è. Paradossale come avessi vinto la gratuità perenne per Squarespace (ora lo utilizzo soltanto come vetrina iniziale) che all’opposto chiaramente si posiziona come software chiuso e su licenza.

+ Tornato dopo una settimana negli Stati Uniti ho pensato a come mi sono sentito e ho deciso di dare un nome a questa sensazione. L’ho chiamata: la presa di coscienza di Miami.
Avete presente lo spot della Molinari? Italiani caciaroni e macchiette? Beh, gli americani urlano come dei disperati in qualsiasi luogo e a qualsiasi ora che al confronto noi italiani sembriamo cinguettare. La seconda presa di coscienza arriva dal clima. E non parlo degli stupendi 26 gradi perenni di questa settimana. Parlo dell’ambiente e di tre cose che ho notato:

  • Non esiste la raccolta differenziata a Miami. Non so nel resto degli States. Ma lì no. Non me lo ricordavo dalle precedenti volte, ma questa volta mi ha fatto particolarmente effetto. Buttare tutto insieme nello stesso sacco, una coltellata al cuore.
  • L’aria condizionata accesa sempre. Ovunque. Penso a una temperatura impostata sui 16 gradi in tutti i supermercati e nelle case accanto alla nostra si sentivano i radiatori esterni andare 24h. Noi abbiamo vissuto da dio senza accenderla nemmeno un minuto in 8 giorni. Avranno tutti le scalmane?
  • Auto elettriche. D’accordo ho visto un buon numero di Tesla, ma non sufficiente. Mi sarei immaginato un’invasione di auto elettriche, per dire in Portogallo in proporzione ne abbiamo viste molte molte di più. Di contro, praticamente solo bolidi di altissima cilindrata.

Ps. Sì sono ripartiti i flussi. Qui ci sono tutte le altre puntate. Spero davvero di poter scrivere molto molto di più nel 2022.

Giocare di squadra

In questi ultimi giorni dell’anno trovo questo splendido post dell’ormai prossima ex direttrice di Donna Moderna, Annalisa Monfreda, e il suo racconto sul processo legato alle sue dimissioni. La chiusura però riguarda tutti noi. C’è chi è più fortunato e chi meno. Ma siccome sono passato attraverso qualcosa di molto simile, una volta che le porte del mondo si sono chiuse alle tue spalle e rimani solo con i tuoi pensieri dentro casa, meglio avere una squadra in grado di non farti mai sentire inadeguato.

Grazie Annalisa per avermi ricordato di quanto sia fortunato anche io.

E veniamo all’ultimo privilegio, quello che ho. Non avrei mai compiuto questo passo se stessi giocando la partita da sola. Non si tratta solo di essere in coppia, ma di avere una relazione che, per quanto imperfetta e migliorabile su un’infinità di aspetti, assomiglia tanto a una squadra. Ecco, far parte di una squadra è la condizione psicologica ideale per affrontare il rischio. Ci è già successo in passato. Ho convinto lui a lasciare una situazione lavorativa tossica, l’ho motivato a prendersi il tempo per studiare, a non affannarsi a cogliere la prima occasione ma ad avere la pazienza di aspettare quella giusta. Per lui è stata dura da accettare, ma ha funzionato. Adesso sta facendo lo stesso con me. Ogni mattina ripulisce il campo della mia mente dai residui di sensi di colpa e paure lasciati dalla notte. Sa che quella è la rampa di lancio da cui un giorno o l’altro dovrò decollare e lui si è preso in carico la sua manutenzione. Mi sprona a studiare, a progettare, sfida le mie idee come farebbe con quelle dei suoi clienti, perde la pazienza quando io perdo la fiducia. Il vero senso di giocare in squadra è che giochi anche quando sei in panchina. Giochi anche mentre ti riposi e ti ricostruisci i muscoli. E questo è il vero privilegio che oggi mi riconosco: poter vivere questa scelta come una opportunità di ridisegnare il lavoro, l’esistenza, i miei stessi sogni.

Libertà di vivere

È dal weekend appena passato che ho iniziato a interrogarmi sulla faccenda Green Pass e le decisioni prese dal governo italiano. Ho un’idea ben precisa e netta, la salvaguardia della salute viene prima di ogni altra cosa e se l’introduzione serve anche a non bloccare nuovamente l’economia del Paese, ben venga. Chi si sente minacciato, non sa cosa vuol dire libertà, ma ancor di più non ha mai saggiato una vera e propria dittatura.

Purtroppo questa finta nuova Resistenza non solo offende la memoria, ma mi ha fatto vergognare di essere italiano e di avere concittadini di tale rango. Ma, nel riordinare un po’ i pensieri, questi giorni fortunatamente ho riscontrato di non essere in una piccola bolla in cui la camera dell’eco fa il suo dovere. Di condividere posizioni sensate e utili a sconfiggere il virus, perché sai a un certo punto il dubbio ti viene pure di non aver capito un cazzo. Ne hanno scritto gioxx, Leonardo, Loweel e molti alti blogger. Mi sento di riportare però le parole dell’editoriale di stamani di Fulvio Giuliani, che riprendo qui sotto:

Chi strepita di attacco ai valori della Costituzione dovrebbe almeno porsi il problema di proporre una soluzione alternativa, ma per gli improvvisati paladini anti Green Pass basta urlare «Libertà, libertà!». È la stessa Italia – né di destra né di sinistra – persa pochi anni fa dietro a «Onestà,onestà!». Quel Paese che non propone ma accusa, e che non si fa scrupoli dimettere persino in campo simboli e terminologie mutuati dalle pagine più oscure della storia.

Si può dissentire, avanzare critiche e dubbi ma quando si arriva ad appuntare al petto un astella di David, quando si paragona un banale strumento amministrativo all’eugenetica nazista, significa aver perso il contatto con la realtà e con le proprie sinapsi.È intollerabile agitare certe parole d’ordine e per il solo gusto di urlare l’ennesimo No.

Anche chi presta i propri raffinati ragionamenti alla parte più becera della protesta farebbe bene a interrogarsi su dove possa portare un generico richiamo alla libertà dell’individuo, in dispregio di qualsiasi rispetto o tutela della libertà del prossimo. Così come sarebbe anche ora difinirla con l’abusata teoria del Grande Fratello dietro il Green Pass o le richieste di tracciamento.

Chi ama urlare alla morte della privacy farebbe bene a riflettere sulle centinaia di volte in cui ha prestato il proprio consenso su moduli cartacei e online per accedere a servizi o fare acquisti. A tutto vantaggio di quegli stessi colossi digitali contro cui sarà pronto a scendere in piazza per un altro, ipocrita No. Se spaventa il tracciamento per contrastare la pandemia, dovremmo alzare almeno un po’ la voce per difendere la nostra vita, regalata con indifferenza a un algoritmo.

Da La Ragione del 27/07/2021

L’ignoranza uccide più della spada. Ovviamente è un proverbio e molto figurato, ma è una sconfitta dell’umanità assistere a certi atteggiamenti scaturiti dalla scarsa e mala informazione e la cecità prodotta da un incitamento da social media di massa. Questa è la vera deriva pericolosa, altro che dittatura.

Non c’è più Spazio

Sarà dovuto forse all’uscita di Mass Effect Legendary Edition proprio quest’anno, ma appena ho sentito il nome New Shepard (il razzo con cui Jeff Bezos ieri ha raggiunto lo Spazio suborbitale) il mio picco d’attenzione è salito alle stelle.

Già, le stelle. Mai come queste settimane sembra esserci una rincorsa per ritornare a vederle da molto vicino. Quantomeno da parte dei tre tra i più ricchi uomini di questo pianeta, ormai prossimo alla rovina. Ma a discapito di cosa?

Ho letto diversi articoli nei giorni passati. Molti giornalisti si domandavano, a ragion veduta, se i soldi spesi per questi tour bus spaziali non potessero essere invece spesi per provare a salvare il salvabile qui sulla Terra. E devo dire me lo sono domandato anche io. È più che lecito, i soldi di privati cittadini possono essere spesi da quest’ultimi nel modo che più li aggrada. Ma la coda delle catastrofi naturali si sta allungando di mese in mese, un sintomo che non ha colori politici, né devono esserci troppi dubbi sulle cause.

Il turismo spaziale, pur con la volontà di portare degli uomini fuori dalla nostra orbita, ha dei costi di ricaduta sul clima terrestre e potenzialmente molto dannosi. Così come un non poco velato scopo di colonizzare altri pianeti o corpi celesti iniziando al fine di spostare l’inquinamento della produzione umana lassù, perché proprio non ci si vuole nemmeno provare a fare lo sforzo di cambiare le cose quaggiù. Siamo già al punto di voler piantare antenne LTE sul suolo lunare, perché sai mai che i video vengano male in diretta durante i prossimi allunaggi.

No, non è un rant contro la sano stimolo di scoperta e la volontà di continuare a porsi delle domande sull’Universo. Questi due elementi ci hanno regalato una moltitudine di benefici nella vita di tutti i giorni che nemmeno sappiamo. È una personale e preoccupata riflessione sull’assistere con il naso puntato all’insù ai progressi fatti negli ultimi 20 anni, mentre qui sotto stiamo facendo ancora troppo poco e non voglio arrendermi al credere che l’unica soluzione possibile sia quella di dovercene andare da qui.

Un nuovo inizio

Perché altrimenti ci annoiamo troppo.

Ho aperto il mio primo blog nel 2007. A conti fatti sono 14 anni che riempio il web di cazzate. E per quante ne abbia dette, sono state sempre intervallate da lunghe sessioni di profonda indecisione circa la piattaforma da utilizzare, ma soprattutto il suo design.

Ho imparato i rudimenti HTML e CSS per poterlo visualizzare più o meno come l’avevo in testa, ma senza mai riuscirci al 100%. E questo mi lasciava sospeso, in un vuoto costante alla ricerca di una perfezione inesistente.
Sì, perché la perfezione non esiste. È l’espressione della soggettività per eccellenza e quando finalmente lo capisci, togli la carta velina dalla realtà e ti soffermi a gustare il significato più profondo delle cose, buttando alle ortiche il significante.

E quindi? Quindi ad un certo punto chi se ne frega della piattaforma, chi se ne frega del layout, del colore del menu o della larghezza del footer.
Mi sono chiesto cosa mi interessasse davvero. E la risposta è stata di una semplicità imbarazzante.

Aprire un editor, scrivere le mie cazzate, publish. Fine.

Come ogni inizio anno ho fatto il giro delle sette chiese, Squarespace, WordPress, Ghost, Svbtle, Write.as, e infine Medium. E qui mi sono fermato. Lo scorso ottobre è stato annunciato un rinnovamento della piattaforma, prettamente orientata al blogging e alla semplicità d’uso, con anche il prossimo ritorno della possibilità di utilizzare i domini personalizzati.

La piattaforma che utilizzavo in precedenza è Squarespace, che adoro badate bene, e continuerò ad utilizzarla come frontpage personale sul web con il dominio https://andrea.co. Tuttavia da qualche anno ha abbandonato la visione originaria di piattaforma dedicata ai blog, virando sull’ecommerce e aggiungendo inutile complessità sia all’editori che alla sua customizzazione. Con WordPress ci ho provato, davvero, ma ogni volta cedevo il passo all’occhio estetico, agli odiosi plug-in che chissà perché sono così necessari per mandare avanti la baracca. E allora via verso Ghost e le sue promesse di privacy e libertà lanciate a 200 km/h verso quel muro chiamato sviluppo con il quale è inevitabile scontrarmicisi.

E allora perché no. Perché non dare una chance a questo luogo dove bastano due clic per postare un contenuto e non devi pensare a nient’altro? Dove hai quel minimo di personalizzazione minimale (perdonatemi il gioco di parole) al quale posso caricare ogni giustificazione possibile per liberarmi dal giogo della perfezione grafica.

Ma serviva un’altra svolta. Non perdere sì i vecchi contenuti, ma cambiare il nome. Lo sentivo, non chiedetemi perché. Nella mia eterna indecisione improvvisamente un fulmine a ciel sereno.

Go With The Flow incarna il mio stile, il mio modo di pormi nei confronti della vita. Un pregio e un difetto allo stesso tempo, il mio scudo e la mia spada. E dopo aver importato a mano i 263 post a me più cari di questi 14 anni, ho registrato gwtf.it. La mia nuova casa. Al momento l’opzione domini personalizzati non è ancora attiva, quindi il sito funziona solo come un puntamento verso medium.com/gwtf, ma tanto mi basta.
Avevo optato anche per go.wtf, ma il proprietario mi ha chiesto quasi 20k $ e allora ho evitato.

La playlist del mio matrimonio

Finalmente trovo quei 5 minuti di tempo per scrivere questo post “in canna” da almeno 3 mesi. Nelle fase preparatorie al nostro matrimonio abbiamo quasi immediatamente escluso l’utilizzo di una band o di qualsiasi altra musica suonata dal vivo.

Perché?

I generi richiesti sarebbero stati troppi e nessuno penso ci avrebbe mai soddisfatto appieno. Abbiamo optato quindi per un DJ. O meglio, qualcuno che mettesse la musica scelta da noi.

Credo sia stata la cosa che nel corso dei mesi ci ha portato via più tempo in assoluto, una accurata selezione di brani per noi importanti o che semplicemente si sarebbero dovuti incastonare alla perfezione con il momento della giornata.

Ed ecco qui il risultato, consiglio vivamente di attivare l’ascolto Shuffle visto che si parte dall’opening cerimonia per arrivare al momento discoteca.

Ci teniamo molto, per cui ogni commento è ben accetto.

37

Il compleanno dei miei 37 anni me lo sarei immaginato differente, in una situazione diversa ma tant’è ce la siamo goduta lo stesso. Ho fatto un tour a Sale San Giovanni provando la Sony Alpha 7RIII con il nuovo obiettivo FE 20mm F1.8 G. Trovate tutto il reportage qui.

Nonostante tutto è stato un compleanno fantastico. 🥰

Sospesi

Del domani non v’è certezza.

Mai come in questo periodo risulta tremendamente vero. Oggi, dopo un messaggio da parte della location su una data improvvisamente liberatasi, abbiamo colto la palla al balzo e deciso di rimandare il nostro matrimonio a settembre.

5 mesi invece di 1 e mezzo. Non so se reputarlo sufficiente o ci ritroveremo ai primi di agosto ancora in piena crisi esistenziale, rinchiusi in casa e con le mascherine appese al porta abiti accanto all’uscio.

Chiediamo a gran voce tutti chiarezza. E non è più una speranza, ma la voglia di smettere di sopravvivere sostituendola con quella di vivere, pressoché normalmente, come dice Luca Sofri nel suo post. Aggiungendo, sul finale, delle richieste basilari alle quali oggi tutti vorremmo risposta:

Noi nel mezzo, chiediamo che chi è responsabile della vita delle nostre comunità e della progettazione di percorsi e soluzioni (se si capisse chi è, certo) dica se esiste un modo per attenuare le chiusure e gli isolamenti e quale sia, e come, e quando, e ne valuti fattibilità, rischi e benefici; e comunichi e conduca delle scelte, ovviamente adattabili. È quello che si aspettano le persone di buona volontà. Da un pezzo, a dirla tutta.

Temo però il peggio. Ad oggi nessuno lo sa per davvero come fare, nemmeno chi è al governo, nemmeno chi è stato chiamato a proferire opinione in qualità di esperto, nemmeno quel famoso comitato di scienziati. Ad oggi è tutto un tentativo nella speranza che funzioni.

Sono sparite d’un tratto le certezze, le programmazioni, la fisicità della socialità e, come dice Davide, per chi fa un lavoro simile al nostro, anche l’importanza di vivere in una grande metropoli.

Sul nostro calendario è rimasta solo una data, quella del 3 maggio. La famosa fase 2 non sarà il nuovo miracolo italiano. Sarà quello che ci farà gioire o lamentare e incazzare ancora. Dipende dai punti di vista, da quale estremo ci sentiamo di appartenere.

Sta di fatto che quel “pressoché normale” ha ancora tanta strada davanti prima di prenderci a schiaffi in faccia.

Immuni e tracciati

Notizia di ieri sera. Il Governo ha scelto l’app nazionale per il tracciamento dei contagi tramite smartphone: Immuni.
 Stando a quanto spiega Il Post l’app dovrebbe funzionare più o meno così:

Semplificando molto, tramite l’app ogni smartphone emette periodicamente un codice identificativo univoco (ID) e anonimo che può essere captato dagli altri smartphone che utilizzano la stessa app nelle vicinanze, entro qualche metro. Se uno dei proprietari dell’app segnala di essere risultato positivo al coronavirus, il sistema consente di avvisare le persone con cui era stato in prossimità nei giorni precedenti.

Dunque, sia il download che il suo funzionamento è su base volontaria. Nel senso, devo essere io utente potenzialmente malato a dover segnalare di esserlo e così avviare la catena di segnalazioni.

Inoltre, per essere davvero efficace, c’è bisogno di una base installata e di utilizzatori piuttosto importante. Un coinvolgimento del 60% degli Italiani. Ora, nessuno ancora ha visto l’app, e ci sarà un primo periodo di test naturalmente prima di essere disponibile al grande pubblico.

Funzionerà? Non saprei dire. 60% di download è davvero tanto, ma soprattutto andranno chiarite fin da subito le dinamiche legate alla privacy e al tracciamento degli spostamenti, così come se ci sarà un form con dei dati da inserire e chi sarà il detentore di quei dati. Senza contare cosa se ne potrà fare.

Infine, non ultimo problema, come potranno essere trattati i falsi positivi? Perché ci saranno imbecilli annoiati a cui sarà concesso di dichiarare il falso. E ultima domanda, come si può credere possa funzionare se il 99% della popolazione non sa, ad oggi, di essere positiva o meno?