Uno streaming per domarli tutti

L’articolo di Rivista Studio, La guerra dello streaming, racconta di un’ovvietà abbastanza facile da prevedere. L’offerta delle piattaforme streaming si sta allargando a macchia d’olio: Netflix, Amazon Prime, Chili TV, NowTV o Sky Q, Infinity e molto presto AppleTV+ e Disney+.

La battaglia per l’attenzione televisiva è ufficialmente al suo apice.

Con tutta questa offerta gli spettatori non solo non sanno più dove concentrare il proprio tempo libero, ma altrettanto su quale cavallo puntare. Dovessi immaginare di abbonarmi a tutti quelli sopra descritti, beh mi ci vorrebbe uno stipendio a parte solo per scegliere cosa guardare in TV.

Qual è l’ovvietà? Il passaggio logico successivo è la pirateria.

Lo streaming è la nuova frontiera, la nuova grande caccia all’oro; e nessuno vuole rimanere indietro. C’è la serissima eventualità, però, che la venatura principale si consumi presto, e che in questa guerra/non-guerra a vincere sia, com’era già successo in passato, non il migliore, né il più furbo; ma, abbastanza prevedibilmente, la pirateria.

La prima puntata della stagione finale del Trono di Spade è stata vista da 18 milioni di spettatori paganti, ma anche da 55 milioni che ha deciso di scaricare illegalmente l’episodio.

Ça va sans dire.

L’offerta si è moltiplicata negli anni, la mia idea di avere un unico contenitore a un prezzo ragionevole penso sia un desiderio comune a molti. Chiunque sarebbe disposto a pagare per i contenuti che ama se fossero accessibili ad un prezzo ragionevole.

Chi confonde il modello di queste piattaforme con quello della musica non ha capito molto del mercato dello streaming di contenuti video. Tuttavia sarebbe la strada auspicabile per arrivare ad azzerare la pirateria (9.99€ al mese chi non li pagherebbe?) e avere un accesso unico a tutti i contenuti preferiti.

E tu, sei disposto a pagare per i contenuti che ami?

Publishing, as we know it, is broken. More specifically, publishing on the internet is broken. And more specifically still, publishing written content on the internet is broken. In an age of seemingly unlimited free content, this may be hard to perceive. But make no mistake, we’re heading down the path of a situation that’s untenable.

And you can see it right now if you look hard enough. Link-bait has given way to click-bait which has given way to slideshows which have given way to fake news. While tactics change and evolve over time, they’re all powered by the same thing: a business model predicated around the almighty pageview.

Un perfetto riassunto dell’editoria online di questi tempi. M.G. Siegler nel post a commento all’annuncio di tagli di posti di lavoro a Medium.

La piattaforma di pubblicazione creata da Ev Williams, tra i fondatori di Twitter, è diventata via via nel corso degli anni un polo d’attrazione per contenuti d’alto valore. Nonostante non sia uno strumento che mi piaccia usare particolarmente come piattaforma di blogging, l’apprezzo per il network di risorse e la scarsità di baggianate.

Il 2016 è stato un anno di crescita importante per Medium con 60 milioni di utenti unici al mese e 7.5 miliardi di post pubblicati.

Il problema? Il modello di business. Poche le revenue provenienti dagli ads. Il perché è spiegato nelle parole iniziali che ho quotato qui sopra. Siamo stati abituati a non pagare per la fruizione di contenuti online e così ci aspettiamo che sia ogni volta che accediamo ad un sito.

Problema opposto, la sostenibilità di suddetti contenuti è alimentata per la gran parte da pubblicità che infastidiscono e per lo più danneggiano l’esperienza di navigazione. Medium ha deciso fin dall’inizio di puntare sull’esperienza utente, evitando di riempire il sito di banner flashanti.

Scelta coraggiosa, ma apprezzata da tutti i fruitori.

Tuttavia, un modello di business basato sulle sole sponsorizzazioni dei contenuti sembra non aver pagato sul breve termine i costi, conseguenza i 50 tagli al personale annunciati.

Il problema è annoso ed è da qualche anno che se ne discute, monetizzare meglio i contenuti senza intaccare l’esperienza utente è possibile? Coinvolgere grandi aziende nella sponsorizzazione degli stessi può equivalere sempre ad un’esasperata ricerca del clic e del tempo speso su un determinato sito nonostante il contenuto pubblicato in esso solo per ricavare più introiti dalle pubblicità display?

Ad avere la risposta saremmo già in tanti ad aver fatto cassa, nemmeno Ev pare avercela:

So, we are shifting our resources and attention to defining a new model for writers and creators to be rewarded, based on the value they’re creating for people. And toward building a transformational product for curious humans who want to get smarter about the world every day.

It is too soon to say exactly what this will look like. This strategy is more focused but also less proven. It will require time to get it right, as well as some different skills…

E se non ce l’ha lui figuriamoci io. Un’idea possibile potrebbe forse essere quella di prendere esempio dal mondo delle applicazioni mobili. È sotto l’occhio di tutti quanto una versione free piena di banner sia inconcepibile ragione per cui spesso ci troviamo a pagare una versione full o un abbonamento mensile/annuale.

Pagare per contenuti di qualità in grado di essere fruiti in maniera semplice, graficamente accattivante spingerebbe i più a pagare per averne sempre di più? Non vi ricorda molto i modelli Spotify & Netflix?

Ma l’accesso alle notizie via browser sembra non seguire questo tipo di naturale evoluzione , almeno per il momento. Solo questione di cattive abitudini?

E voi sareste disposti a pagare per i vostri contenuti preferiti?