Spotify, un like per salvarle tutte

Finalmente dopo un periodo intenso di lavoro riesco a ritagliare del tempo per scrivere.

Per chi segue il blog da qualche anno conosce la mia smisurata passione per la musica e il mio tentativo, talvolta mal riuscito, di ascoltarne più possibile ovunque mi trovi. Di pari passo c’è anche quella per i servizi di streaming ( Rdio, Spotify, Apple Music etc.) dai quali dipendo totalmente.

Negli ultimi anni Apple Music è stato ed è il mio servizio di riferimento. Non sono certo se rimarrà il principale. Finalmente Spotify ha annunciato una nuova feature che si aspettava da oltre 6 anni. Ovvero la possibilità di salvare nella propria libreria tutti gli album e tutte le canzoni, senza nessuna limitazione.

Fino all’altro ieri c’era attivo il blocco di 10.000 canzoni salvabili tra le proprie preferite. Quando sostanzialmente si va a cliccare sul cuore accanto al brano, quest’ultime finiscono in una sezione speciale del vostro account chiamato Brani Preferiti. Ma una volta raggiunto il limite l’unica soluzione era quella di trasferire questi brani in una playlist differente e ricominciare il processo daccapo.

Una limitazione fortissima per chi come me ha all’attivo nella propria libreria, ad oggi, 4.013 album e 40.760 brani. Da oggi, tolta questa inutile preoccupazione risolta da un aggiornamento di architettura software, Spotify diventa il primo servizio streaming ad eliminare totalmente questo tipo di limitazione.

Nel corso degli anni Spotify ha fatto dei passi da gigante in fatto di design, velocità dell’app, e ascolto delle richieste della propria community. Preferisco decisamente la sua UI minimale ed essenziale rispetto a quella di Apple Music, tuttavia ad oggi pecca ancora di ancora un paio di feature a mio modo di vedere imprescindibili:

  • La possibilità di attivare lo shuffle in una cartella contenente più playlist
  • La possibilità di ritrovarsi su qualsiasi Device dal quale si fruisce l’applicazione i nostri file locali. Come fa Apple Music che permette di caricarli sul cloud una volta ed averli sempre a disposizione

Ho deciso di affiancare pertanto Spotify ad Apple Music come servizio streaming, alternandoli in base alle mie necessità, album disponibili etc.

In attesa del prossimo miglioramento.

https://open.spotify.com/user/%23contz?si=tjyaIfqVSKq755xGFnKRqQ

Sonos. Come non comunicare.

Lo scorso 21 gennaio il blog di Sonos pubblica un post piuttosto criptico. Alcuni prodotti, anche risalenti a 10 anni fa, non riceveranno più alcun supporto o aggiornamento a partire dal prossimo maggio 2020.

Da maggio questi prodotti legacy, cioè i primi Zone Player, Connect e Connect:Amp; include versioni vendute fino al 2015, il Play:5 di prima generazione (presentato nel 2009), CR200 (immesso sul mercato nel 2009) e Bridge (che risale invece al 2007), non riceveranno più gli aggiornamenti software né disporranno delle nuove funzionalità.

Io da utilizzatore dell’ecosistema Sonos dal 2011 mi sono domandato quale fosse la vera ragione per dichiarare apertamente l’assenza di supporto a questi prodotti. Ho provato a comprendere se fosse un problema derivante dalle piattaforme di musica in streaming, le quali richiedono particolari funzioni e/o aggiornamenti con l’andare del tempo.

O semplicemente fosse una scelta di campo di Sonos per spingere l’obsolescenza programmata e di conseguenza la sua campagna Trade Up. 30% di sconto sui nuovi ordini a patto di spedire quelli vetusti. Niente di nuovo sotto il sole, anche Go Pro fa spesso azioni di marketing similari.

Tuttavia, proprio per la scarsa chiarezza di posizionamento, per aver lasciato il lettore comprendere un menefreghismo meschino sottinteso: o acquisti i nuovi prodotti o cavoli tuoi con quelli vecchi, la Rete ha iniziato a riversare le proprie rimostranze sui social. Arrivando all’hashtag #SonosBoycott.

Dopo un paio di giorni il CEO di Sonos sembrerebbe fare marcia indietro. Con un nuovo post di scuse pubbliche:

A maggio, quando i nuovi aggiornamenti software non saranno più disponibili per i prodotti legacy, questi continueranno a funzionare come sempre. Non vogliamo sostituirli, renderli obsoleti o eliminare le funzionalità attuali. Per molti dei nostri clienti il Sonos System è stato un investimento importante, quindi è nostra intenzione onorarlo il più a lungo possibile. Non doteremo i prodotti Sonos legacy di nuove funzionalità software, ma ci impegniamo a mantenerli aggiornati correggendo i bug e fornendo patch di sicurezza fin quando ne avremo la possibilità. Se riscontreremo problematiche relative all’esperienza su cui non saremo in grado di intervenire, cercheremo di offrire una soluzione alternativa e ti comunicheremo eventuali cambiamenti che potresti notare durante l’uso dei prodotti.

In secondo luogo, abbiamo dato ascolto alle segnalazioni dei clienti Sonos relative ai problemi di coesistenza tra i prodotti legacy e quelli moderni. Stiamo lavorando a una soluzione in grado di suddividere il sistema in modo che i prodotti moderni funzionino all’unisono e siano dotati delle ultime funzionalità, e i prodotti legacy si integrino alla perfezione tra loro rimanendo invariati. Nelle prossime settimane ti illustreremo tutti i dettagli, che al momento sono in via di definizione.

Ora, il problema non sta tanto nel fatto che Sonos possa decidere in totale tranquillità cosa fare con i suoi vecchi prodotti. Il problema sta nel comunicarlo nel modo corretto a chi, come il sottoscritto, ha speso e investito oltre 1.500 euro su un ecosistema proprietario, la cui esperienza di obsolescenza non era poi così programmata in fase di acquisto.

In secondo luogo l’intervento diretto del CEO con un rimando a una possibile soluzione nelle prossime settimane è sintomatico del fatto che chi c’è dietro a tutto questo polverone non avesse la benché minima idea dei possibili feedback da parte dei consumatori e non avesse un piano pronto per rispondere alla realtà.

Il risultato è il disamoramento da parte degli acquirenti nei confronti di brand che si è sempre comportato più che egregiamente e nel recente passato ha, anzi, dato prova di salvaguardare la propria tecnologia anche scontrandosi con i giganti se necessario.

Tuttavia adesso, la scarsa chiarezza, e la scarsa preparazione a rispondere a un danno creato con le loro stesse mani, sta causando un allontanamento naturale da un brand tutto sommato indipendente, svestendosi dai panni del Davide e decidendo di comportarsi proprio come quei Golia che troppo spesso ci hanno deluso.

Peccato. Ad oggi continuerò a utilizzare questo sistema, perfetto per le mie esigenze, ma mi dovrò necessariamente guardare attorno se e quando l’obsolescenza non programmata di Sonos mi colpirà da vicino.

La musica che non c’è più

Dove sono io ora? Dove sono andato? Dove è finita la mia musica?

Ho scoperto musica che mi piaceva negli ultimi vent’anni. Ma le canzoni che mi hanno emozionato come mi capitava un tempo, in cuffia con il volume al massimo nella mia camera di studente, si contano sulle dita di una mano. Quattro o cinque in tutto, in un periodo molto lungo. Non ve le elencherò. Nei due decenni precedenti erano state invece centinaia, anche se molte di queste — ne sono convinto — rimangono solide certezze solo perché collegate ai meccanismi del ricordo e del rimpianto.

Il post di ieri di Massimo racconta una realtà molto comune. O per lo meno è ciò che vivo anche io nei miei mid 30s.

Al di là dell’improvviso imbruttimento della musica, provo ad aggiungere la mia personale esperienza.

Le canzoni pop e mainstream si sono via via accorciate, per permettere una fruizione veloce mordi e fuggi, sempre di più escono singoli ed EP invece di album proprio per rispettare questa logica.

Questa è la prima diretta conseguenza dell’avvento delle piattaforme di streaming, le quali nel tempo sono riuscite a creare dei comportamenti al limite dell’isteria. L’accesso a una libreria pressoché infinita di brani fa scattare spesso la voglia di voler ascoltare il più possibile di un genere musicale, stando dietro alle nuove uscite del venerdì, così come le varie playlist suggerite.

L’abbondanza crea dipendenza da ascolto superficiale.

Molto raramente si ascolta un album fino a consumare la batteria dello smartphone e ci si emoziona ancora più di rado.

Per vendere bisogna uniformarsi alle logiche contemporanee del mercato, anche se serve passare attraverso una musica inascoltabile (che poi per alcuni non lo è affatto ovviamente), e sono sempre più rari quegli artisti che prediligono la fedeltà al proprio stile musicale sopra le logiche di mercato.

Dal mio personale punto di vista sono questi a rimanere gli ultimi baluardi di una produzione artistica seria.

Insomma, se da un lato Spotify ci ha liberato dalle catene dell’inaccessibilità dell’ascolto, dall’altro ci ha relegato a un mondo di musica superficiale che passa dalle nostre orecchie con rapidità senza lasciare emozioni o ricordi. Quelle che ci riescono il più delle volte sono fuori da qualsiasi classifica Billboard e non ne sente parlare nessuno. Il vero lavoro da fare su quelle piattaforme da parte dell’utente è cercare quelle gemme nascoste e tenersele strette fino alla prossima playlist.

Uno streaming per domarli tutti

L’articolo di Rivista Studio, La guerra dello streaming, racconta di un’ovvietà abbastanza facile da prevedere. L’offerta delle piattaforme streaming si sta allargando a macchia d’olio: Netflix, Amazon Prime, Chili TV, NowTV o Sky Q, Infinity e molto presto AppleTV+ e Disney+.

La battaglia per l’attenzione televisiva è ufficialmente al suo apice.

Con tutta questa offerta gli spettatori non solo non sanno più dove concentrare il proprio tempo libero, ma altrettanto su quale cavallo puntare. Dovessi immaginare di abbonarmi a tutti quelli sopra descritti, beh mi ci vorrebbe uno stipendio a parte solo per scegliere cosa guardare in TV.

Qual è l’ovvietà? Il passaggio logico successivo è la pirateria.

Lo streaming è la nuova frontiera, la nuova grande caccia all’oro; e nessuno vuole rimanere indietro. C’è la serissima eventualità, però, che la venatura principale si consumi presto, e che in questa guerra/non-guerra a vincere sia, com’era già successo in passato, non il migliore, né il più furbo; ma, abbastanza prevedibilmente, la pirateria.

La prima puntata della stagione finale del Trono di Spade è stata vista da 18 milioni di spettatori paganti, ma anche da 55 milioni che ha deciso di scaricare illegalmente l’episodio.

Ça va sans dire.

L’offerta si è moltiplicata negli anni, la mia idea di avere un unico contenitore a un prezzo ragionevole penso sia un desiderio comune a molti. Chiunque sarebbe disposto a pagare per i contenuti che ama se fossero accessibili ad un prezzo ragionevole.

Chi confonde il modello di queste piattaforme con quello della musica non ha capito molto del mercato dello streaming di contenuti video. Tuttavia sarebbe la strada auspicabile per arrivare ad azzerare la pirateria (9.99€ al mese chi non li pagherebbe?) e avere un accesso unico a tutti i contenuti preferiti.

Dio salvi la musica in streaming

Qualcuno anni fa tirò fuori questo concetto della coda lunga.

Internet ha ampliato le limitate prospettive grazie a un coefficiente tendente all’infinito: la scelta.

Questa cosa l’ho riscontrata soprattutto nei servizi di musica in streaming. Credo di aver scoperto e ascoltato più musica negli ultimi 6 anni che in tutta la mia vita.

50 milioni di brani sono davvero un’infinità. Nella mia collezione personale al momento ne ho 36.000 circa, il counter mi dice che impiegherei 100 giorni ininterrotti per ascoltare tutte le canzoni salvate. Figuriamoci tutto il repertorio a cui si ha accesso a 9.99€ al mese.

Al di là dei puristi, del salviamo il vinile, i cd e le musicassette, la verità è che mai come ora possiamo estendere i nostri orizzonti musicali. E non perché un bot ci ha suggerito la prossima playlist di tendenza, ma perché in base ai nostri gusti musicali ci fa scoprire praticamente ogni giorno una nuova proposta.

Prima di questa rivoluzione quando? Nei forum? Nei negozi di musica? Passaparola?

C’è chi dice che la sovrabbondanza faccia male al mercato, non generi abbastanza revenue agli artisti, e canzoni capolavoro magari non verranno mai ascoltate.

Io penso proprio l’opposto e il modo in cui le canzoni scalano le classifiche oggi ne è la dimostrazione. Ormai gli artisti sopravvivono con i singoli e non con gli album, gente sconosciuta raggiunge le vette per poi sparire di nuovo nel nulla.

Viva Iddio per questo nuovo modo di ascoltare musica. Per chi la ama è davvero una manna.

Canzone e album 2018

A meno di improvvise sorprese e uscite inaspettate, con il consueto report musicale che arriverà nel mio post del 31 dicembre, ho determinato la mia canzone e il mio album dell’anno.

Quest’anno con mio grande rammarico ho dovuto dedicare meno tempo alla musica in paragone all’anno passato, ma mi sono comunque difeso bene.

Ho eliminato il mio abbonamento a Spotify Premium. Ho deciso di avere soltanto Apple Music, molto più vicino ai miei gusti e preferenze di utilizzo. E avendo un Mac anche al lavoro il tutto risulta più comodo e integrato.

Tra le varie proposte arrivate nella sezione “Per te” sono comparsi gli Hotel Mira (p.s. il loro sito è basato su Squarespace 🙌🏻). Gli Hotel Mira sono una band canadese, e nasce dalle ceneri dei JPNSGRLS i cui album già mi piacevano molto, per cui l’affinità è stata più che naturale nell’ascoltare l’inedito e omonimo EP di debutto.

All’interno è contenuta secondo me una canzone meravigliosa, Stockholm. È la canzone di chiusura dell’album e il testo fa inevitabilmente riferimento alla Sindrome di Stoccolma. Un po’ la sindrome dell’anno, già incontrata durante la visione de La Casa di Carta.

Il pezzo chiude così:

And you say
They’re better off without me

Oh Jesus Christ I’m Trembling
I’m helpless again

And they say 
That planet Earth Is lonely

But less so when you
Hold me

Meraviglioso.

Passiamo all’album. Ambia lotta, in lizza ne avrei avuto almeno 3 tra cui scegliere. A mani basse però ho lasciato lo scettro all’album dei The Vaccines: Combat Sports.

Tutte le canzoni sono bellissime, non banali, ma soprattutto nonostante sia un genere piuttosto comune nell’alternative rock, riescono sempre a mantenere i loro accenti super riconoscibili.

Buon ascolto.

https://music.apple.com/it/album/combat-sports/1310805430

Chester

C’è che sembrava andare tutto bene. Ma no. Cosa ne sappiamo noi, pubblico, così distanti dai nostri idoli e ispiratori, pensando di conoscerli come i nostri migliori amici, mentre di loro non sappiamo proprio niente se non qualcosa della loro arte?

Che sarà pure un piccolo grande pezzo del loro essere, ma non abbastanza grande da rappresentarlo tutto.

Ai Linkin Park ho voluto bene. Sono stati un pezzo importante della colonna sonora della mia vita. Hanno contribuito (insieme ai Limp Bizkit) a dare vita e sviluppare un sotto genere, il nu-metal, poco considerato e bistrattato da molti, ma che ha inevitabilmente segnato la storia dell’hard rock agli inizi del millennio. Forse l’ultima grande wave di un rock potente con qualcosa da dire.

Parlo al passato. Ultimamente quel sound greve e grezzo ha lasciato spazio a sonorità elettroniche, più dolci, più di massa. Il culmine con l’album rilasciato proprio recentemente e per il quale il cantante Chester Bennington è stato accusato in modo piuttosto pesante di aver abbandonato il pubblico delle origini.

Io tra quelli.

Purtroppo o per fortuna ti leghi ad un cantante o una band perché rappresenta bene o male ciò che si ama ascoltare, le sonorità e i testi. Quando non è più così ci si sente traditi.

Come lui si è sentito tradito dalla vita.

Sono andato lo stesso a sentire il loro ultimo concerto in Italia. Il 17 Giugno a Monza. Erano in coda alla lista delle band ad esibirsi quel giorno. E un po’ con quello spirito di tradimento ho deciso che no, non valeva la pena restare fino all’ultima canzone, c’era troppa gente e sicuramente avrebbero suonato tutte quelle dell’ultimo album.

Me ne sono andato filmando un frame di Castle of Glass, prima di voltarmi e andarmene via. Un mese dopo, forse e molto probabilmente, i linkin park non saranno mai più gli stessi.

Paradossalmente, Chester ha deciso di togliersi la vita il giorno del compleanno di Chris Cornell. Un’altra perdita recente troppo allucinante. A cui aveva dedicato queste parole:

Rdio. La Musica si evolve

Circa un anno fa ho sottoscritto un abbonamento a pagamento con Grooveshark. Come scrissi già in quel post, penso che oramai la giusta direzione per l’ascolto di musica sia quello dei servizi streaming online. In parole povere, dietro il pagamento di una tariffa flat mensile/annuale, si ha accesso illimitato a qualsiasi brano musicale avendo una disposizione una connesione alla Rete.

E’ un buon compromesso per chi non è più disposto ad accettare gli elevati costi dei supporti fisici, ma che dall’altro lato ha la consapevolezza che non avrà mai il possesso dei file che stanno ascoltando, godendo però di un accesso illimitato potenzialmente a tutta la musica del mondo (via browser, applicazioni desktop, applicazioni mobili).

Vista la scadenza ormai prossima del mio account premium su Grooveshark, ho deciso di puntare gli occhi altrove. Purtroppo non esistono altri servizi simili disponibili in Italia. Di fatti Pandora, Rhapsody, Spotify, MOG e compagnia cantante non sono fruibili in Italia per questioni legate agli accordi con le case discografiche, così come dettagli legati alla protezione del copyright. Qualcuno ha trovato il modo di utilizzarli impostando semplicemente un indirizzo IP anonimo in modo che il browser utilizzato non comprenda il Paese dal quale proveniamo.

Da questa piccola lista manca Rdio. Del tutto simile agli altri, ma che a differenza di quest’ultimi non legge l’IP del browser bensì la nazionalità di provenienza del proprio account. Benché sia ufficialmente disponibile solo negli Stati Uniti e in Canada, come è facile pensare, il limite imposto è aggirabile con una piccola bugia. Ne vale la pena.

L’accesso non è gratuito, ma prevede due modalità di pagamento. La prima solo con un accesso Web a 5 dollarial mese, la seconda a 10 dollari al mese, ma prevede anche l’accesso via applicazione mobile (Android, Blackberry, iOS o Windows Phone 7) e la completa sincronizzazione nel caso si voglia ascoltare la musica sul telefonino anche quando non c’è campo. Ho sottoscritto il secondo abbonamento, avendo anche un account iTunes americano dal quale scaricare l’App.

Sto testando Rdio da due giorni. Il catalogo da cui scegliere è vastissimo, oltre 7 milioni di brani. A differenza di Grooveshark qui gli utenti non possono caricare le proprie canzoni, ma sono “costretti” a scegliere tra quelle proposte conseguenti dagli accordi presi con le principali major ( una lista qui). Fino ad ora ho trovato tutto quello che mi interessava, tranne AC/DC, The Beatles e Led Zeppelin, ma molto probabilmente per questioni legate alle rispettive etichette, spero in arrivo molto presto.

Ci sono due applicazioni desktop disponibili. Una nativa per Mac, e una per Windows che richiede Adobe Air. Entrambe hanno la fantastica opzione di poter sincronizzare la propria libreria di iTunes con l’account di Rdio. No, non verrà caricato nessun file Mp3, ma verranno sincronizzati i nomi dei brani e degli artisti in modo da poter ricostruire la medesima libreria che abbiamo sui nostri computer anche online. Sempre accessibile ovunque.

Benché come detto prima non vi sia la possibilità di caricare canzoni indisponibili sul catalogo, Rdio è davvero molto attiva sui propri canali Social (Account Twitter ufficiale, account Twitter per il supporto, Blog) e chiede sempre attraverso un apposito form quali nuovi artisti si vorrà vedere aggiunti in futuro.

Uno degli aspetti più interessanti delle piattaforme streaming di musica è il poter scoprire novità legate ai nostri gusti e preferenze musicali. Rdio dà differenti opzioni sotto questo punto di vista agli utenti. Una volta composta la nostra libreria siamo condotti alla scoperta di nuovi artisti attraverso la sezione “ Reccomendations

Confesso di aver scoperto in poche ore almeno una decina di artisti sconosciuti, sotto questo aspetto Rdio si rivela ancora una volta molto più attiva rispetto a Grooveshark. Un’ultima osservazione va fatta su una caratteristica chiave. La socialità di Rdio.

Oltre a dare la possibilità, come fanno i competitor, di condividere quello che si sta ascoltando con uno status su Facebook o Twitter, Rdio permette ai propri utenti di interagire tra di loro, seguendo quelli più attivi o gli influencers, aprendo così un’infinità di rivoli alla caccia di qualcosa mai ascoltato prima. Inoltre, possono collaborare tra di loro creando delle Playlist accessibili a tutti, come la classifica settimanale di Billboard o le migliori canzoni Rock di tutti i tempi.

Testerò Rdio per qualche mese ancora, mi interessa capire se è un’azienda che si interessa davvero alle richieste degli utenti e ha voglia di cambiare seriamente il modo di fruire musica sia che avvenga tra le mura domestiche sia on-the-go. Fino ad ora pare ci stia riuscendo, perché replica l’esperienza a cui ci ha abituato iTunes nel corso degli anni, sia perché potrebbe essere un ottimo risvolto per quanto riguarda la lotta alla pirateria.

Senza dimenticare un aspetto cruciale. Skype è uno degli investitori di Rdio, creato infatti da uno dei fondatori della piattaforma di messaggistica. Beh il resto è storia.