Zombie e zombetti

Leggendo il post di Massimo sono atterrato sull’articolo “ Noi e gli zombetti “.

Una distruzione senza se e senza ma della generazione z. Ma anche di quella subito precedente, incapace di impartire le dovute lezioni ai giovani d’oggi, un treno in corsa senza freni dritto verso lo schianto.

Gli zombetti sono la prima generazione della Storia di figli deprivati dell’amore genitoriale. Sono l’effetto della scomparsa di quell’istinto naturale che nel mondo animale, e fino a qualche tempo fa anche tra i mammiferi bipedi e raziocinanti, lega visceralmente le generazioni. Ma se i genitori non possono o non vogliono occuparsi di loro perché troppo occupati a postare i propri selfie su instagram o a cercare nuove avventure su tinder, ma anche perché stritolati da un mercato del lavoro sempre più crudele e spietato, chi si occupa degli zombetti? In un tempo non troppo lontano si auspicava (allora forse giustamente) l’uccisione del “padre”. Oggi che il padre (e la madre) si sono suicidati, chi fa le loro veci?

Non sto a sindacare e nemmeno a giudicare il contenuto di questo post, dai toni catastrofici e sin troppo sensazionalistici. Mi piacerebbe innanzitutto sapere cosa ne pensano le due generazioni, la prima additata di essere troppo lontana dall’attualità, quando in realtà ci vivono dentro e ce la insegnano quotidianamente, ma anche e soprattutto la seconda, quella più vicina alla mia età e sapere se tutti come scritto siano davanti a uno smartphone a scattarsi selfie tutto il giorno. Io penso invece siamo qui tutti a lottare per il nostro futuro, costruirlo e preservarlo, a colpi di fatture e pagamento di bollette e tasse con il miraggio di una pensione che si tinge di contorni sempre più offuscati.

Mi piacerebbe sapere in cosa differisce la dieta mediatica odierna rispetto a quella di 35 anni fa. Dove veniva trasmetto Ken il Guerriero all’ora di pranzo con teste che esplodevano ogni 3 minuti, con videogiochi come Street Fighter e poi via via molti altri che potrei citare come Doom, Duke Nukem etc. in cui la violenza era l’ingrediente principale.

Per il resto del tempo, gli zombetti crescono allevati dagli influencer di youtube, dal porno estremo e dai videogames iperrealistici di guerra. Tutto ciò ha delle conseguenze: l’esposizione eccessiva al bombardamento casuale e ininterrotto di immagini sin dai primi anni di vita altera la percezione della realtà, causando un’incapacità cronica nel mantenere la concentrazione per più di pochi secondi; la dipendenza dai cellulari e la precarietà sentimentale dell’ambiente familiare anestetizzano le emozioni, annientano la curiosità, uccidono lo stupore;

Sinceramente vedo genitori faticare e non poco nel tenere il punto con i propri figli, ma ce ne sono e sono tanti. Preferire un libro o un gioco da tavolo a piazzare uno schermo davanti a un ragazzo/a è una scelta. Consapevole e responsabile. Così come decidere di limitare l’utilizzo di qualsiasi console è una responsabilità genitoriale ed è possibile.

E generalizzare, senza conoscere, senza essere vicino alle storie personali di ciascuno di quei ragazzi che questa persona descrive è sparare demagogia e fumo negli occhi di chi legge.

Infine, la cosa più ridicola dal mio punto di vista è il paragrafo successivo. Prendersela con la tecnologia e scrivere un’invettiva dove? Online. Il paradosso totale.

Sono considerazioni poco apprezzate di questi tempi, ma bisogna pur riconoscere una volta per tutte che l’evoluzione non è sempre positiva. E quella provocata in tempi rapidissimi da uno sviluppo tecnologico scriteriato e tremendamente invasivo, animato dalla sola logica del profitto, è angosciante e disastrosa.

Forse approfondire l’argomento, anche a livello scientifico, non sarebbe male.

Per altrettanti ragazzini intenti a girare con una cassa bluetooth, musica astrusa, e vociare molto elevato ne esistono altrettanti preoccupati per il loro futuro e quello del pianeta, chiusi in casa chini sui libri. E poi chi ci dice che non siano gli stessi e non due fazioni separate?

Generalizzare è sempre pericoloso, sentenzia e fotografa una realtà non effettiva e alimenta stimoli e percezioni negative sopite facendole diventare convinzioni sbagliate di cui ci tocca subirne tutti le conseguenze.

La grande (falsa) bellezza

La scorsa settimana parlavo con il personal trainer che mi sta seguendo per rinforzare al meglio il ginocchio operato. Non so molto di lui, ma mi sembra sia lì dentro da una vita, conosce tutti e con un occhiata capisce i personaggi e la fauna che popolano la palestra.

Mi raccontava di come solo 5/6 anni fa ad allenarsi ci fossero solo uomini, per lo più dopo il 20 anni. Mentre da qualche anno sono le ragazzine a prenderla d’assalto, con un’età sempre più bassa. Fin qui nulla di male per carità, anzi invidio il loro tempo libero per potersi allenare e curare il proprio corpo.

Ha aggiunto poi un suo commento personale. Giusto o sbagliato, raccontava di come molte siano lì perché debbano inseguire un modello, una forma ideale vista sui social network, in particolare instagram. Un traguardo da raggiungere per poter essere accettate dalla società.

Mi ha dato molto da riflrettere, e ho unito questa conversazione con un articolo letto su The Vision:

Instagram ci sta inculcando l’idea che la nostra esistenza sia una performance continua, in cui dobbiamo misurarci costantemente con le aspettative del nostro seguito. Persone comuni vivono come se fossero supermodelle e celebrità con infinite disponibilità di denaro, sempre pronte a mostrare abiti nuovi e interessi aggiornatissimi e, soprattutto, a farsi fotografare in qualsiasi situazione. E anche la loro faccia si sta conformando a questo modello.

Ebbene, senza nemmeno aver finito l’articolo ho deciso di smettere di seguire falsi idoli, o persone irraggiungibili, professioniste della falsità e concentrarmi soltanto su persone reali, aziende di cui condivido i valori, realtà artistiche, tecnologiche e sportive vicine ai miei gusti.

E in effetti, l’articolo chiude proprio così:

Un modo per uscire dal loop infernale della Instagram Face è costruire un feed “migliore”. Eliminare dai following chiunque ci faccia provare invidia o sentimenti negativi e cominciare a seguire più persone normali, che fanno cose normali e hanno un aspetto normale. Secondo The Atlantic, l’ Instagram look è in declino tra le giovanissime: nessuno ha più voglia di post studiati con settimane d’anticipo, di rigide palette cromatiche, di foto scattate solo ad alcune ore del giorno per beccare la luce giusta.

Oggi le influencer più giovani sono scanzonate, autoironiche, irriverenti. Forse quella delle foto brutte sarà solo l’ennesima moda di Instagram, ma perlomeno possiamo sperare che saranno molte meno le donne che si sentiranno obbligate a rispondere a un ideale estetico che non ha niente a che vedere con la normalità.

Sono i social network a dover cambiare o le persone?

Gli ultimi giorni sono stati particolarmente interessanti. Con quanto successo sulla pagina facebook INPS e con l’intervento del CEO di Twitter a una conference TED, ho voluto mettere insieme un po’ di argomenti.

Sono i social network a dover cambiare?

Montemagno pensa siano le piattaforme a doversi dotare di misure drastiche, essere ripensate dalle fondamenta per non consentire la divulgazione di qualsiasi opinione trattata alla stregua di un premio Nobel. Jack Dorsey dal canto suo ci ha messo la faccia, contrariamente a quanto fa Zuckerberg, senza promettere una soluzione, ma riflettendo sui problemi endemici della sua piattaforma e comprendendo quanto di possibile si possa fare per riportare Twitter ad un livello di vivibilità e civiltà accettabili.

Oppure dovrebbero essere le persone a dover cambiare il modo di approcciarsi al resto del mondo una volta dotati di tastiera?

La mia risposta sta nel mezzo. Un po’ come si punivano gli hooligans in Gran Bretagna qualche decennio fa, le piattaforme dovrebbero cercare di debellare gli utenti in grado di generare solo insulti e odio. Il problema vero è che quest’ultime non funzionano come uno stadio. Morto un account, ne nasce un altro.

Partire dall’educazione? Facile a dirsi, ma nella pratica ho assistito a esternazioni allucinanti da persone culturalmente elevate, ma probabilmente l’impunità va a risvegliare gli istinti più gretti dell’uomo.

Nell’originaria e originale idea alle fondamenta dei social network, perlomeno quelli più frequentati al momento, ci sarebbe dovuta essere la pacifica circolazione delle idee, azzerare le distanze, facilitare la creazione di comunità. È ormai palese che una ben bassa percentuale di questi sfarzosi concetti è oggi riscontrabile in una qualsiasi conversazione su una di queste piattaforme. La costruzione dell’ego, l’importanza dei numeri rispetto ai contenuti, l’apparenza sopra l’essenza sono i veri protagonisti invece.

Dovremmo forse semplicemente accettare un concetto molto semplice. Le persone sono molto brave ad esser stronze e fare schifo quando gliene dai la possibilità. E più restano impuniti, più possono agire protette dall’anonimato, più il concetto di 1 vale 1 diventa diffuso, maggiori sono le possibilità di terminare nella deriva dell’insulto e dell’intolleranza.

Sospetto ci sarà un gran lavoro da fare in tutti i sensi. Sia dal punto di vista di accesso e interazione in questi luoghi così familiari eppure così estranei, così come da quello della comprensione intrinseca degli stessi. La rilevanza di cui li carichiamo è commisurata a una qualità di vita migliore o semplicemente a diventare animali sociali di tutto rispetto?

Mi sono dato una risposta molto tempo fa. Allontanandomi dalla partecipazione attiva perché l’80% delle volte si tratta di assenza di valore e di contenuti immeritevoli della mia attenzione. I miei profili resteranno attivi per ragioni di studio, approfondimento e lavoro. Ma sono conscio del fatto che ciò sta al di fuori di questo dominio internet, difficilmente sia in grado di dire chi io sia e altrettanto non è in grado di darmi una giusta percezione del mondo e di chi lo abita.

Lo spazio per l’approfondimento è, ad oggi, e fortunatamente, altrove.

Le stragi ai tempi di Facebook

Quando accadono meglio io ne stia lontano, almeno per qualche periodo.

A ogni strage assisto ad inconcepibile rincoglionimento di massa sottoforma di immagini e frasi pubblicate senza la benché minima cognizione di ciò che si sta pubblicando, con basi informative recuperate da wikipedia nella migliore delle ipotesi.

La solidarietà da social network è una forma pericolosa di perbenismo mista all’autoconforto di aver fatto l’azione più socialmente accettabile, sintomo di un approccio distorto ai problemi del prossimo condito dalla grossa incapacità di discernere l’essere dall’apparire.

Sarò un insensibile ignorante, bastian contrario e polemico, ma non riesco a partecipare ad un contesto dove le stragi vengono trasformate in tifo da stadio.

Voglio dire a cosa serve agghindare una foto profilo o una copertina di blu, bianco rosso e tatuarsi Liberté, Égalité, Fraternité sull’avambraccio? Cosa vogliate importi alle famiglie delle vittime se avete deciso di mostrare la vostra solidarietà su Facebook? Posto innanzi tutto che vi conoscano e che sia ben visibile a loro il vostro account.

Esatto, risposta esatta, una benamata mazza.

Tuttavia essere in pace con se stessi, sbandierando la propria appartenenza innalza i cuori e…a posto così, abbiamo fatto tutto per essere allineati con la massa e facciamo parte anche noi del carrozzone dei buoni.

Ed è per questo non mi vedrete mai schierarmi come un ultras con in colori di questa o quella nazione sotto attacco in quel momento. Ho preferito optare per un’azione più sensata, rintracciare amici in grado di essere raggiunti, sincerarmi delle loro condizioni offrendo il mio possibile aiuto. L’unica cosa avesse senso fare in mio potere in quel momento.

Proprio quando pensavo Facebook avesse assunto un ruolo di una qualsiasi utilità in un avvenimento del genere, permettendo di segnalare lo stato di salute di qualsiasi persona si trovasse nei paraggi, non meno di 24 ore dopo assisto ad un nuovo sfruttamento da curva di una tragedia di queste proporzioni.

Quando accadono meglio io ne stia lontano, almeno per qualche periodo.

A ogni strage assisto ad inconcepibile rincoglionimento di massa sottoforma di immagini e frasi pubblicate senza la benché minima cognizione di ciò che si sta pubblicando, con basi informative recuperate da wikipedia nella migliore delle ipotesi.

La solidarietà da social network è una forma pericolosa di perbenismo mista all’autoconforto di aver fatto l’azione più socialmente accettabile, sintomo di un approccio distorto ai problemi del prossimo condito dalla grossa incapacità di discernere l’essere dall’apparire.

Sarò un insensibile ignorante, bastian contrario e polemico, ma non riesco a partecipare ad un contesto dove le stragi vengono trasformate in tifo da stadio.

Voglio dire a cosa serve agghindare una foto profilo o una copertina di blu, bianco rosso e tatuarsi Liberté, Égalité, Fraternité sull’avambraccio? Cosa vogliate importi alle famiglie delle vittime se avete deciso di mostrare la vostra solidarietà su Facebook? Posto innanzi tutto che vi conoscano e che sia ben visibile a loro il vostro account.

Esatto, risposta esatta, una benamata mazza.

Tuttavia essere in pace con se stessi, sbandierando la propria appartenenza innalza i cuori e…a posto così, abbiamo fatto tutto per essere allineati con la massa e facciamo parte anche noi del carrozzone dei buoni.

Ed è per questo non mi vedrete mai schierarmi come un ultras con in colori di questa o quella nazione sotto attacco in quel momento. Ho preferito optare per un’azione più sensata, rintracciare amici in grado di essere raggiunti, sincerarmi delle loro condizioni offrendo il mio possibile aiuto. L’unica cosa avesse senso fare in mio potere in quel momento.

Deal, coupon & co.

Chi non ha mai utilizzato uno di quei siti che propongono coupon/buoni sconto per acquistare prodotti o servizi online a prezzi vantaggiosi?

Non c’è bisogno di nascondersi so che lo avete fatto anche voi. Pare che l’Italia vada abbastanza forte in questo settore, complice il fatto che, nonostante siamo ancora un popolo molto reticente all’acquisto via Internet, non sappiamo resistere all’impulsività di acquistare online qualcosa a prezzo scontato.

Magari beffeggiando il nostro migliore amico, tapino, che pochi giorni fa aveva acquistato la medesima cosa a prezzo raddoppiato.

Una scenetta paradisiaca, con sconti sostanziosi, a volte anche oltre il 50% per ristoranti, prodotti elettronici, cure sanitarie e le fantomatiche cavitazioni che nessuno ha ancora capito cosa siano.

Questa sera mi sono imbattuto nella lettura di questo post, devo dire molto critico, su Business Insider. Tutto rivolto a quelle società la cui natura e scopo si sono moltiplicati a vista d’occhio anche nel Bel Paese. Tanto che qualcuno piuttosto ferrato e appassionato dell’argomento ha pensato bene di creare un aggregatore (vi consiglio di usarlo, molto utile).

Dunque, dicevo del post su Business Insider.

Mi ha fatto venire in mente che la sola, la fregatura, qualche volta è dietro l’angolo. E non parlo soltanto di chi ha acquistato il coupon che probabilmente dovrà attendere tempi non indifferenti per poter prenotare una cena, o attendere che il prodotto elettronico ordinato sia effettivamente in stock. Mi riferisco soprattutto al mondo del business, ai piccoli commercianti e coloro i quali, pensando di fare un investimento di marketing si sono ritrovati a perderci piuttosto che guadagnarci.

Eh, si perché questo tipo di servizi internet trattiene una larga percentuale della transazione finale effettuata da chi acquista, e il ritorno per la società fornitrice del bene o del servizio non è certo quantificabile tra le voci di guadagno.

Quello che mi dà più da pensare è il piccolo ristoratore che, ad esempio, decide di dare via 400 pasti completi, per due persone, a 29€ invece che 89€. Quanto gli rimane in tasca, ma soprattutto, si sarà fatto una clientela abituale? Non credo.

I clienti abituali di quel ristorante e decidono volontariamente di pagare 89€ a pasto, difficilmente conoscono questo tipo di siti, e probabilmente storcono il naso nel vedere che qualcuno sta pagando 60 euro in meno, ma mangiando le medesime pietanze. Senza dimenticare il fatto che chi sta mangiando per 29€ in un ristorante che di solito ne vuole 89 difficilmente ci ritornerà una seconda volta, perché sa, in cuor suo, di essere stato il più furbo di tutti.

Di punti positivi ce ne sono, ne sono certo, altrimenti non ci sarebbero così tanti clienti, così come le molteplici offerte tra le quali scegliere. penso al passaparola e al ristorante consigliato ad amici e parenti. Probabilmente molti altri che al momento mi sfuggono.

Quello che mi domando, da avido utilizzatore, è quanto ancora questo modello di business possa andare avanti ed essere sostenibile, visto che lo scenario futuro riportato dall’articolo non sia tra i più confortanti. La questione è controversa, mi appassiona, tuttavia non essendo un esperto di modelli economici e di business non mi saprei pronunciare in tal senso, nel frattempo che ne pensate?

You are the King, Content is Queen

Oggi pomeriggio ho chiuso le sessioni singole della Open Conference durante il Social Business Forum 2011. Purtroppo ho dovuto abbreviare i tempi della discussione perché si è andati lunghi durante la giornata, ma spero di esser riuscito a far passare ciò che avevo per la testa.

E’ difficile mettere insieme le emozioni che provocano la passione per questa materia con i risultati tangibili. Ci vuole uno sforzo solo, quello di leggere tutto con l’occhio di una persona, non servono abilità speciali, se non quella innata socialità che è in ognuno di noi, come sosteneva Rousseau già qualche centinaio di anni fa.

Ringrazio Stefano per l’inaspettato invito e rinnovo il piacere di aver passato la giornata con Piero (che ha spiegato egregiamente parte del mio concetto nel suo post), Noemi, Mauro, Gianluca (che alla fine non sono riuscito a citare :-)) e con Wolly durante il pranzo.

Per chi non fosse riuscito a partecipare qui di seguito alcuni concetti chiave e subito dopo le slide della presentazione.

  • Considero personalmente che non valga più l’assioma “Content is King” o meglio che non sia mai valso. Siamo noi, aziende/consumatori ad essere “King”. Questo perché siamo noi ad avere il controllo sulle nostre azioni online. “ Content is Queen” preferisco dire, perché così come vale per una Regina, il Re cerca di curarla e corteggiarla nel miglior modo possibile. L a Regina come un buon vino deve saper attrarre e instaurare interesse nelle persone
  • Il Contenuto nient’altro è che la moneta di scambio di azienda e persone, queste ultime il vero valore della comunicazione nei Social Media
  • Bisogna pertanto lavorare bene e duramente sui contenuti, ma è fondamentale poi concentrarsi sulle Relazioni
  • Il valore di un Like o di un Follow è pari a zero se non si attiva quel processo di Relationship tale per cui azienda/utente sono costantemente in contatto reciproco
  • Le aziende devono capire oramai che se vogliono sfruttare questi strumenti e diventare così sempre più consumer-centric non possono più ignorare il vero valore che esiste su Internet: le persone
  • Ignorare tutto ciò porta inevitabilmente a delle situazioni poco piacevoli
  • Il vero Valore online non consiste nel numero di Fan, follower o di Like, ma dall’interazione che l’azienda è in grado di instaurare e mantenere con le Persone. Quelle che amano il brand e i prodotti di quest’ultima
  • Per tutti i fan dei numeri: Non tutto quello che vale è misurabile, così come non tutto quello che è misurabile vale

Tra Social Media ed Engagement: perché non è importante solo ascoltare

Quanto è difficile parlare di Digital Media in Italia

Non me ne vogliano gli organizzatori del Gruppo 24 Ore. Lungi da me criticare l’organizzazione dell’evento di oggi: Forum Digital Media. Sono tornato a casa, però, con un pensiero fisso in testa.

Quanto è difficile parlare di Digital Media in Italia, oggi.

Sicuramente il palinsesto di ospiti e le tracce degli argomenti hanno stimolato la mia iscrizione, ben convinto di trovare qualcosa di interessante da portarmi via come bagaglio una volta terminati i lavori. Anche perchè la descrizione sul sito suonava come focalizzata sull’attualità dei Social Network:

L’ evento interattivo e multimediale che connette la comunità dei partecipanti in sala con la comunità digitale.

Il forum, organizzato in collaborazione con IlSole24Ore.com, approfondirà le tematiche più attuali legate all’universo digitale. Dai principali Social Network (Facebook, Twitter e LinkedIn) sarà possibile intervenire prima e durante le sessioni dell’evento.

Peccato. Come accadde l’anno scorso al Forum della Comunicazione Digitale, anche oggi ho visto molto fumo e poco arrosto.

Domitilla mi chiedeva un breve sunto su quanto ascoltato. Qualche appunto sparso tra critiche e poche buone cose:

  • Impensabile che in un evento di Digital Media non ci sia una connessione Wi-Fi libera, tanto più nella sede del principale quotidiano economico italiano
  • Ad un evento che promette di parlare di Social Network, ci sono relatori che non hanno un account Twitter e chi ce l’ha non lo aggiorna da molto
  • Era necessario un monologo sul Cloud Computing e su come sarà la tecnologia su cui si dovrà puntare nei prossimi anni? (da quanti altrettanti lo si sta già dicendo, tra l’altro?)
  • La stragrande maggioranza degli interventi, invece di restare in-topic parlando di novità, di esempi pratici e quanto faranno in quest’area di comunicazione digitale, si sono focalizzati su quanti Fan hanno le loro pagine di Facebook, su quanti potenziali “clienti” sono in grado di raggiungere, facendomi capire quanta poca comprensione c’è ancora della connessione tra un “Like”, la risposta degli utenti di quella pagina e la conseguente creazione del valore.
  • Pepe Möder illuminante come sempre. Peccato il suo intervento sia durato davvero pochissimo
  • Completa assenza di interazione con l’audience in platea. C’è stato solo qualche intermezzo del buon Luca Conti durante la mattinata che ha fatto vedere 4 schermate di Twitter
  • Interessante la tavola rotonda su Entertainment e cross medialità. I principali attori della televisione italiana hanno svelato alla platea le magie dei Social Network per aggregare persone che amano discutere del programma preferito mentre lo stanno guardando. Cose già sentite, ma perlomeno dette con cognizione di causa. Piacevolissimo l’intervento di Francesca Folda di Sky.it
  • Nel pomeriggio c’è stato il momento Carosello con un bel po’ di pubblicità gratuita da parte di RIM (Blackberry) e Asus che ci hanno deliziato con le prossime novità in uscita, nemmeno fossimo in una puntata di Net Cafè con approfondimento di Gigi. Vedi a far parlare gli sponsor del proprio evento…
  • La parte che ha salvato l’incontro è stata l’ultima tavola rotonda su Pubblicità e Branding in Internet. L’annuncio di 12 milioni di utenti attivi su Facebook in Italia ogni giorno ha svegliato un po’ tutti e finalmente abbiamo sentito un dibattito acceso sul ruolo della pubblicità su Internet

Vuoi che sia stata la prima edizione, vuoi che siano state messe sul tavolo argomentazioni lontane da quello che accade per davvero nei Social Media, sebbene molto vicine dal punto di vista del paradigma (Pubblicità, cross-medialità, marketing), la percezione è stata di ascoltare il solito lamento di chi ha capito le potenzialità del mezzo ma non sa come approcciarlo ancora bene.

Da un Forum sui Digital Media vorrei poter ascoltare chi nei Social Media ci vive, ci passa tutta la giornata, ci mette la faccia, si inventa qualcosa di sensazionale, ha coraggio di sperimentare qualcosa di mai visto prima.

Ma questa è l’Italia ed è forse troppo presto per vedere tutto ciò, ma questa è l’Italia che crede ancora che sia il contenuto ad essere “King”. Mentre quest’Italia di comunicatori spero inizi a rendersi conto che il vero Re siamo noi, chi i contenuti li crea e li fruisce.

Speriamo nell’edizione del prossimo anno.

Dis-Like

E’ dura ritrovare una fotocopia della vita reale sulla Rete. Se ne trovano spunti, stralci fatti di immagini, video, racconti.

Gran parte di questo compito è oggi assolto da Facebook, che è in grado mettere insieme tutto questo e renderlo condivisibile alla massa. Ma per quanto ci si possa sforzare non è che una mera imitazione.

Nel mondo reale non tutto ci piace, non tutto è “Likable”. Nel mondo reale le mode, seppur di grande impatto, non vengono seguite mai con leggerezza. Ed è in parte un limite dei Social Network, Facebook su tutti, quello di rendere sempre tutto effimero, leggero, facilone.

Quanti sono i contenuti veri e seri che avvengono su Facebook? Quanti quelli non-sense e superficiali? 20% vs. 80%?

Facebook è bloccato in un limbo dove tutto è bello, dove tutto deve essere condiviso, ma allo stesso modo deve essere piaciutoper forza e comunque. Evitate questo passaggio e gran parte delle interazioni non avverranno (senza Like non si accede a tante applicazioni) e i numeri non arrivano (Non c’è niente di più sbagliato per un’azienda basarsi soltanto sul numero di Like ricevuti nella propria pagina).

Disturba l’assenza di un contrappeso forte, ma giusto, come un bottone Dislike. Tutti diventiamo cattivi, tutti ci arrabbiamo e a tutti dovrà pur non piacere qualcosa. Il salto in avanti che ne deriverebbe penso porterebbe Facebook ad essere uno strumento maturo e, se non a dare a un Social Network le sembianze di realtà, quanto meno a darle le sue parvenze denotative. Bene e male, bello e brutto, buono e cattivo.

Ecco perché alla lunga Facebook stanca e annoia, un rotolante concatenamento di link condivisi e di bottoni-con-il-pollice-alzato il più delle volte premuti senza cognizione di causa. E la risposta e le alternative non possono essere il sicuro rifugio della chat, dei giochi, dei check-in o della messaggistica.

C’è bisogno di una scossa forte, e penso Facebook lo sappia. Se sarà un bottone o qualcosa di diverso poco importa, quello che è certo è che se non ci si pensa, ci ritroveremo tra qualche mese a fare e rifare sempre le stesse cose.

Insanity: doing the same thing over and over again and expecting different results (Albert Einstein)

4sqconf!

Oggi è stata una bella giornata. Il primo grazie va all’aria condizionata, strano ma vero nemmeno una goccia di sudore ha solcato le mie vesti.

Partiti in tutta tranquillità con l’ottima compagnia di David, Italo, Chiara e la piccola Giulia. Raggiunta Bologna direi in tempo record vista la giornata e la stagione, giusto in tempo per mettere le gambe sotto il tavolo della Migliore Trattoria Italiana 2010: l’Osteria Bottega.

La foto qui a fianco è delle favolose tagliatelle al culatello che ci ha deliziato i palati, per non parlare della cotoletta con culatello e parmigiano.

Arriviamo con qualche minuto di comprensibile ritardo. Bellissima la location di Frassinagodiciotto, e ancora più calda l’accoglienza di Tommaso, Francesca e Roberto. Ci accomodiamo con tanto di fornitura di gadget e fascia d’ordinanza da sindaci.

Troviamo un Luca Conti intento ad aprire le danze con la sua presentazione e con abbronzatura agostana invidiata da tutti i presenti.

Un pomeriggio pieno di interventi molto interessanti. Chi ha utilizzato GoWalla per analizzare alcune lacune di foursquare, chi ha proposto nuove idee di business, chi lo ha reputato già vetusto e inutile, chi ci ha visto un futuro radioso. E’ stato bello, perché si è discusso di un fenomeno appena nato, in rapida ascesa e che apparentemente non serve a nulla. Un po’ come Facebook agli albori, ma proprio come lui con tanto potenziale di sviluppo.

Tre chicche.

La prima, con gran rullo di tamburi, è passato a trovarci un bolognese DOC, Paolo Cevoli. Ci ha stupito tutti con le sue profonde conoscenze informatiche ed è stato un piacevole intermezzo nel caldo pomeriggio emiliano.

La seconda, lo sblocco del primo swarm badge italiano (Si ottiene se 50 persone fanno check-in nella stessa venue)

Ed infine, poco prima di andar via, la videocall con nientepopodimenoche mr.copertina Dennis Crowley che dagli States ha raccontato un po’ del suo giocattolo e del futuro che attende foursquare.

Complimenti di nuovo agli organizzatori per location, speaker e catering. Un pomeriggio diverso parlando di argomenti stimolanti, senza aver avuto mai la sensazione di aver buttato via un sabato. Da ripetere assolutamente tra qualche mese per capire se le previsioni saranno azzeccate.

L’onda di un Buzz

Che prezzo ha l’informazione oggi? Che prezzo ha trattenere un utente sul proprio sito? Fornire dei servizi a lui utili a costo della libertà di scelta?

A rifletterci è così.

Google presenta Buzz. Partiamo dalla confusione tecnologica come dice Luca, Buzz arriva dopo Wave. Forse un flop o forse no Wave non è entrata mai nel mainstream dei socialnetwork e ancora in pochissimi la utilizzano. O meglio, ne hanno compreso appieno l’utilizzo.

La sensazione è quella che questo nuovo servizio altro non sia che un’edizione light e decisamente più consumer di quanto già visto su Wave.

Ritorno alle catene dell’informazione di inizio post. Trovo azzeccata la descrizione di Louis Gray quando dice:

So how can Google determine relevancy with Buzz and start making sense of the social? Starting with GMail gives the company a major headstart, as they already know which contacts you trade e-mail with most often. They know how often you read e-mail from specific people, who you chat with most frequently by using the integrated GTalk feature, and they will often have data from you that provides your location, helping to tap that metric as well. You can see the steps Google is taking to start categorizing the social experience, with your personal profiles, your social circles, social search and now Buzz. It might be assumed they are playing catch up, but the company is, as it has in its history, with the additions of images, video, books and many other focuses for search and information, is extending its reach to become even more human, and to better understand just who you know, what you like and what you share.

Capire meglio chi siamo. Tutto in un unico posto. La discussione, per una volta lucida, di Scoble è verissima. Perché usare un servizio dove le informazioni che condivido con i miei amici possono finire sulla scrivania di qualche professionista marketing che può pianificare la prossima strategia di comunicazione con le foto delle mie vacanze?

Oppure perché dovrei essere obbligato a usare per forza GMail per poter utilizzare il servizio?

Dal punto di vista tecnico, benché all’esplicita domanda di un giornalista Google abbia risposto che non si interessa dei competitor ma si basa soltanto sui feedback degli utent, Buzz è pressoché simile a FriendFeed.

La sola differenza è che se non usi GMail, di Buzz, te ne fai ben poco. E questo sarebbe avere un Web aperto e interoperabile?

A me dispiace solo che FriendFeed inevitabilmente si spopolerà, perché GMail ha 300 e passa milioni di account attivi, quello che fino ad oggi era il Social Network che maggiormente tendeva alla perfezione.