Scooter a noleggio in aeroporto

Perché nella stragrande maggioranza degli aeroporti le società di noleggio auto non hanno anche degli scooter a disposizione?

Non ci sarebbe sufficiente business? Non ci si può portare le valigie? Non conviene a chi affitta?

Lo trovo assurdo. Ci capita spesso di fare qualche weekend lungo e venire qui in Sardegna, dove abbiamo casa. Ogni volta che prenotiamo l’auto, che dall’aeroporto di Olbia ci condurrà a destinazione, penso sempre che un motorino avrebbe risolto il nostro bisogno di mobilità a meno della metà del prezzo.

Avremmo comunque poche cose da portarci appresso e sarebbe molto più comodo per raggiungere le spiagge. Ma questa domanda me la pongo anche se ci capita di fare un weekend di esplorazione cittadina.

Cosa sono? Quei weekend dove ci diciamo, andiamo e scopriamo una città nuova. L’abbiamo fatto con Palermo e poi con Napoli. Nel primo caso ci siamo fatti portare in taxi e poi affittato uno scooter in città. Per la seconda abbiamo fatto tutto a piedi, ma in effetti avremmo voluto anche girare un po’ le alture cosa che abbiamo escluso a priori.

Non è una situazione solo italiana, lo stesso vissuto in tante altre città europee dove avremmo fatto a meno delle 4 ruote a favore delle 2. Probabilmente alle società noleggiatrici conviene ricaricare come pazzi un affitto di un bene ormai commodity. Spero l’avvento dell’elettrico trasformerà questo ricatto inevitabile.

Portogallo in 10 giorni

Sono stato in Portogallo due volte prima di questa estate, entrambe a Lisbona. La prima per festeggiare un capodanno, mentre la seconda per ragioni lavorative e di volontariato. Entrambe le volte mi sono ripromesso di voler girare il Portogallo da cima a fondo e finalmente, in parte, ci sono riuscito.

È un viaggio in pianificazione più o meno da 4 anni e il bello di avere qualcuno a fianco che condivide alcune tue passioni (il viaggio è sicuramente tra queste) e punti di vista, facilita la scelta della destinazione delle vacanze.

Mi sarebbe piaciuto tenere un diario come fatto per l’Islanda, ma ho abbandonato l’idea la prima sera, realizzandone subito il motivo. Nel periodo in cui siamo stati in Islanda c’erano 3 ore di luce al giorno e spesso finivamo con tornare in Hotel molto presto, questo mi lasciava il tempo di riordinare fotografie e idee e buttare giù un post a cadenza quotidiana. In Portogallo, invece, il clima è stato eccezionale e per goderci tutto abbiamo cercato di stare all’aperto il più a lungo possibile.
Il solo rimpianto è di non essermi appuntato quotidianamente idee e sensazioni di tutte le esperienze fatte, ma ci proverò lo stesso a ricordarle.

Perciò inevitabilmente sarà un post molto lungo.

Partiamo dal principio. Qui a fianco c’è l’itinerario che abbiamo disegnato prima di partire. Forse il più classico degli itinerari per chi decide di fare un tour del Portogallo, che spesso si percorre da Sud a Nord, ma che noi abbiamo deciso di intraprendere in direzione opposta. Al contrario di quanto si possa pensare guardando la mappa non è stato un tour di mare. In effetti lo abbiamo visto poco l’oceano e quando ci siamo entrati ci ha ghiacciato le ossa. La seconda premessa, doverosa, è che questo tour è frutto di consigli di amici e amiche, suggerimenti e ricerche notturne fatte su blog e siti internet e due guide che ci hanno regalato per i nostri compleanni. Il tutto raccolto in non più di un mese e mezzo di ricerche.

Questo per dire che in effetti abbiamo visitato soltanto le principali città e punti di interesse della costa e della parte ovest del Paese. Ci è spiaciuto tralasciare il nord e l’est, ma i giorni non sarebbero stati sufficienti per fare tutto e abbiamo preferito condensare su questa tratta, con l’idea di tornarci prima o poi e affrontare ciò che rimane.

L’essere così esposto all’oceano fa sì che gran parte del Portogallo in estate abbia, come dicevo, una temperatura magnifica in stile San Francisco. Abbiamo avuto per l’80% del viaggio picchi di 24 gradi di massima con 14 di minima e a pensare a Lucifero in Italia la cosa ci ha fatto godere non poco.

Turisti, Covid-19 e sicurezza

Il Portogallo è tra le nazioni dell’area mediterranea, escludendo i micro stati, con il tasso di popolazione più basso. Basti pensare che Porto ha qualcosa come 300.000 abitanti all’incirca. In cosa si è tradotto per noi? Pochissime persone in giro per le strade e la maggioranza di esse turisti. Fin dai primi giorni ho notato come questi fossero praticamente solo francesi. Inspiegabilmente in tutte le prime location visitate si sentiva parlare soltanto francese, in fila ai musei, ai ristoranti, nei negozi. Accresceva la mia curiosità sul perché così tanti avessero invaso il Portogallo. Online non ne ho trovato traccia, salvo una vecchia occupazione francese nei secoli passati. La spiegazione l’ho avuta giorni dopo direttamente da un amico residente a Cascais e dai proprietari italiani di un Airbnb che abbiamo noleggiato. Durante la crisi economica di un paio di decenni fa molti portoghesi si trasferirono in Francia in cerca di migliori condizioni economiche e di vita, molti di loro tornano in estate con familiari nuovi e acquisiti alla ri-scoperta del Portogallo. Il passaparola fa il resto.
Quindi per riprendere il filo, molti francesi ovunque. Sia nei turisti, ma soprattutto negli autoctoni abbiamo notato una forte adesione alle regole per il contenimento del virus. Molto più che in Italia per dire. Mascherine sempre ben allacciate e distanziamento ovunque contemplato.

Nonostante le notizie contrastanti in arrivo dalla penisola iberica non ci abbiamo pensato due volte a mantenere tutte le nostre prenotazioni e affrontare il viaggio in piena sicurezza. Green Pass alla mano siamo stati in grado di muoverci senza nessun tipo di problema, sia negli aeroporti, sia nelle strutture alberghiere. Tutti muniti di app per scansionarci e tutti molto preparati ad affrontare la nuova realtà. Stessa cosa dicasi per i ristoranti, al momento obbligati a richiederlo soltanto nel fine settimana. A noi questo approccio ordinato e rispettoso ci è piaciuto parecchio e abbiamo subito auspicato di vederlo quanto prima anche in Italia. Qualcuno ci ha anche detto che gli strascichi di anni di dittatura si fanno ancora sentire nella cultura portoghese e probabilmente hanno ragione.

Elettrico

Una cosa che ci ha colpito fin da subito è stata la forte presenza della mobilità elettrica. Fatte le dovute proporzioni in termini di numeri di abitanti, girano davvero tante auto elettriche, soprattutto Nissan Leaf e Renault Zoe. Tra l’altro in Portogallo sono attive sia Uber che Free Now come servizio di prenotazione trasporto con conducente, ed entrambe le app hanno l’opzione di chiamata di un veicolo elettrico, servizio di cui abbiamo usufruito in un paio di occasioni. Un bel segnale, soprattutto dopo aver visto il prezzo della benzina identico al nostro, senza ombra di dubbio c’è in atto una bella trasformazione sulla mobilità Green che qui ancora si fatica a vedere.

Come già avviene in Italia, le città principali sono tappezzate di monopattini e di motorini elettrici. Molto comodi entrambi per spostarsi nelle zone pianeggianti, impossibile il loro utilizzo invece in salita sia per motivi meccanici, sia perché quelle parti di città vengono considerate come aree non agibili per parcheggiare il mezzo stesso. Leggasi alla voce non affrontare il ponte 25 de Abril a Lisbona con uno scooter elettrico a 50 all’ora rischiando la vita mentre tutti ti superano almeno al doppio della velocità e provando invano a parcheggiarlo sotto il Cristo-Rei con annessa extra fee di 100 euro per farlo rimuovere dai gestori dell’app.

I numeri del tour

  • 📸 969 scatti
  • 🚗 954 km percorsi
  • 🚶🏻‍♀️🚶🏼194 km camminati
  • 🌆 14 città visitate (Porto, Vila Nova de Gaia, Aveiro, Coimbra, Nazaré, Óbidos, Sintra, Cabo da Roca, Cascais, Lisbona, Carvoeiro, Portimão, Quarteira, Faro)
  • ✈️🚗🚃🚡🛴🛵🚣🏻 7 mezzi di locomozione utilizzati 
  • 🛌 7 letti diversi 

Focus sul primo punto.

Di foto alla fine ne ho salvate una cinquantina. Le ho caricate su Flickr. Non mi ritengo un bravo fotografo. Mi ritengo soltanto fortunato. Fortunato di potermi permettere un’attrezzatura in grado di nascondere la mia inesperienza.

Vorrei partire però proprio dalla fotografia per raccontarvi il nostro mini tour, perché attraverso di essa posso provare a condividervi le emozioni che ci ha trasmesso, senza volermi sostituire a nessuna guida turistica.

Porto, Aveiro e Coimbra

Porto si è dimostrata una piccola gemma di cui abbiamo apprezzato fin da subito la gentilezza, fin dal tassista che ci ha accompagnato dall’aeroporto all’hotel all’1 di notte. Ci ha sorpreso per il suo essere così raccolta e l’abbondanza di cose da vedere. Senza nulla togliere ovviamente alla straordinaria temperatura. Paradossalmente, forse perché così piccola, qui abbiamo notato più affluenza turistica tanto che due luoghi iconici come la Livraria Lello (la libreria considerata più bella al mondo) e lo Estádio do Dragão sono risultati essere impraticabili per via delle lunghe code all’ingresso.

Intenso e commovente il nascosto Museu do Holocausto do Porto dove si ripercorrono i tragici momenti degli ebrei in transito per il Portogallo, nazione neutrale durante la Seconda Guerra Mondiale e dalla quale in tanti cercavano di fuggire.

Voglio fare una piccola menzione a Vila Nova de Gaia, la cittadina che guarda Porto sull’altra sponda del fiume Douro e grande quanto Porto stessa. È la sede delle principali aziende vinicole dell’omonimo vino e si presenta come una tipica cittadina italiana che si affaccia su uno dei laghi lombardi. Molto ordinata, con giardini e tanto spazio pedonale. Si raggiunge tramite una suggestiva teleferica da cui è possibile ammirare gran parte dello skyline di Porto e una volta arrivati ci si può tranquillamente ubriacare facendo il giro delle tante cantine.

Aveiro ci è stata presentata come la Venezia portoghese. Con tutto il rispetto per Aveiro forse ha solo il colore dell’acqua simile a quella di Venezia. Ok, ci sono 4 canali in croce e ci vanno delle barchette che ti permettono di vedere la città, ma a parte questo niente di speciale. Coimbra invece è stata una piacevole scoperta, arroccata e tra le prime capitali del Portogallo, ha mantenuto la sua forte tradizione universitaria e trasuda cultura da ogni edificio. Senza contare lo spettacolare giardino botanico dell’Università dove sono rimasto almeno 20 minuti a provare a fare uno scatto decente al canneto qui sopra.

Nazaré, Óbidos e Sintra

Nazaré è il paradiso dei surfisti. Qui si formano le onde più alte al mondo pronte per essere cavalcate. E siccome non è stagione immaginavo, sbagliando, di trovare pochi turisti. Invece sembrava di stare a Riccione. Forse il posto più affollato di questa estate in assoluto. Ok, spiaggioni e tanto vento, ma niente da invidiare a tante altre località marittime nostrane. Anche se basta andare nella parte alta della cittadina all’ora del tramonto per essere ripagati dello sforzo di essersi fermati lì. Mi raccomando, anche se è il 15 di agosto copritevi bene, anche con un piumino leggero se lo avete. Tira vento dall’oceano e la temperatura scende anche a 14 gradi a quell’ora.

Óbidos è stata una bellissima sorpresa. È un borgo medievale nel vero senso della parola, ti aspetti di trovarti a pochi metri da un torneo equestre o una sfida di tiro con l’arco. Senza contare che è anche la sede di un festival internazionale del cioccolato. Ecco perché mi è piaciuta così tanto.

Sintra è una salita unica, i suoi castelli, ville gotiche e parchi si stagliano su una montagna visibile a occhio nudo anche dal Cristo-Rei di Lisbona. Con l’obiettivo di muovere il meno possibile l’auto a noleggio una volta raggiunta la nostra meta, anche a Sintra abbiamo deciso di spostarci a piedi, dopo un paio di tragitti però abbiamo dovuto abbandonare l’idea e prendere un taxi e poi spostarci con la nostra auto. Ci sono anche dei bus che collegano le varie attrazioni, impensabile muoversi altrimenti. Da qui abbiamo raggiunto il punto più a ovest dell’Europa continentale.

Cabo da Roca, Lisbona e Algarve

La fine del mondo. O meglio così si pensava in antichità, oltre Cabo de Roca a un certo punto si sarebbe caduti di sotto. Come a Nazaré c’è un vento da non riuscire a stare in posizione eretta per più di qualche secondo, ti sposta e non accenna a fermarsi. Tuttavia seppur suggestivo con il suo faro e le scogliere nebbiose manco fossimo in Irlanda, il punto che più ci è piaciuto per ammirare la fine della giornata è stata Praia du Guincho e la sua spiaggia infinita.

Da qui a Lisbona una mezz’oretta d’auto. Non so se, come mi ha suggerito mia moglie, a 20 avessi effettivamente uno spirito diverso nell’osservare una città straniera e gli occhi ricolmi di stupore per il solo fatto di aver varcato i confini nazionali. Eppure io di Lisbona ricordo di essermi innamorato e di averne conservato un ricordo da ventenne per tutto questo tempo. E invece…Rimane sempre una città meravigliosa, ma che non mi ha emozionato quanto Porto e non mi ha fatto gridare al miracolo come invece fece per dire Vancouver. È una città Europea, di mare, con saliscendi e un iconico tram. Senza voler scadere troppo nel superficiale e ben conscio che Lisbona è molto altro, ci ha lasciato poco sulla pelle e in generale un senso di sopravvalutazione molto alto.

Lo stesso vale per l’Algarve. Il panorama è senz’altro mozzafiato, ma qui, più forse che altrove, ho visto la turistizzazione estrema. Sapete quando un luogo diventa talmente popolare da perdere qualsiasi tipo di interesse effettivo perché ci vanno in troppe persone e non si trova un buco libero manco a pagarlo? Ecco. Mi sono sentito così. E mi sono rattristato al pensiero…se solo in Italia sapessimo fare lo stesso per valorizzare ciò che abbiamo. Lì abbiamo fatto un pezzo delle Sette Valli Sospese, un percorso a piedi che costeggia le scogliere a picco sul mare e piccole spiagge considerato il più suggestivo d’Europa. Siamo scesi ad un certo punto e abbiamo affidato un Kayak per entrare nella grotta di Benagil, sembrava di stare sulla A4 il primo weekend di agosto con pochissimo spazio dove fermarsi e poter fare qualche scatto decente. Siamo tornati tempo zero indietro e abbiamo proseguito a piedi dove il caldo disincentivava molti turisti nel percorrerlo.

Il Portogallo è così come ce lo siamo sempre immaginati. Semplice e accogliente, con uno stile di vita poco impegnativo e estremamente facile da girare (soprattutto a piedi). Ci ha trasmesso il giusto mix tra storia, cultura e natura e finalmente capiamo perché tanti europei abbiano deciso di andare lì a godersi la pensione al di là delle agevolazioni fiscali. Qui prendono il turismo estremamente sul serio, c’è un offerta turistica culturale parificata in tutta la nazione, una volta che sai come muoverti in una città sai farlo dappertutto perché impari a riconoscere il linguaggio associato a una meta turistica. Il costo della vita è piuttosto basso. Per un ombrellone in prima fila in Algarve 15 euro al giorno. Il cibo molto economico altrettanto. Un caffè costa ancora 70 centesimi. Per cene abbondanti con pesce e vino incluso non abbiamo mai speso più di 50 euro complessivi, beh, fa riflettere sui ricarichi che abbiamo da queste parti. A proposito, il vero piatto nazionale che unisce tutte le latitudini portoghesi e non manca davvero mai è l’aglio. Su una ventina di pasti c’è stato sempre e il suo odore forte si sparge per le vie di ogni paese in cui siamo stati sia all’ora di pranzo che di cena nelle zone dei ristoranti.

Abbiamo visitato praticamente meno di 1/3 del Paese, un’ottima scusa per poter tornare e visitare ciò che ci manca. Ci ha fatto capire quanto ancora abbiamo da scoprire nel resto del mondo nella speranza di poter ritornare a viaggiare ovunque e in tempi brevi. Abbiamo ancora un viaggio di nozze in sospeso…

Dimenticavo, come di consueto, noi zero souvenir.

Sintesi di una vacanza

Appena iniziata, ma che racchiude già in questa immagine tutta la sua sintesi. Noi due che cerchiamo di insegnare al nostro cane che l’acqua non è da temere, ma è rinfrescante e ci si può anche giocare dentro, ma per lei rimane kriptonite.

Mi sono stupito anche oggi di come l’acqua in Liguria sia nettamente migliorata, sarà che sono oltre 10 anni che non venivo più in riviera eppure non mi manca il mare sardo, qui a Pietra Ligure l’acqua è cristallina, al netto di qualche pelo galleggiante.

Sì perché qui ci sono ben due spiagge per cani, altro elemento di cui stupirsi.

Avete visto? Alla fine non mi lamento soltanto, ho già iniziato il secondo libro in due giorni e piano piano mi sto acclimatando al quel rumore di sottofondo che si confonde con il silenzio, giusto per citare il libro di Massimo Mantellini.

E ora, sotto con la caccia del miglior forno della zona, focaccia mia aspettami! P.s. Se ne avete in mente qualcuna da consigliare, i commenti sotto sono sempre a disposizione…

Dai Sardegna ingrana la quarta

Due anni fa più o meno di questi tempi scrissi un post sulla mia esperienza nella zona di Oristano. Il tono che utilizzai forse non fu dei più felici.

Non tanto carico di frustrazione di un turista deluso quanto sinceramente attaccato al futuro di una terra che pur non essendo “mia”, nel senso originario del termine, ho adottato come seconda casa.

Passo le estati in Sardegna da ormai 20 anni. Alcune volte con più fortuna di altre mi sono trattenuto per mesi, altre come più di recente solo qualche settimana.

Come scrivevo in quel post però i miei genitori passano nella nostra “seconda casa” tra i 5 e i 6 mesi l’anno, facendoli diventare quasi degli immigrati a tutti gli effetti. Hanno intessuto conoscenze e amicizie importanti con le persone del luogo, perché come scrivevo sempre due anni or sono i sardi sono, un popolo eccezionale.

E tanto quanto chi la abita per nascita o per scelta, la terra sarda ha dalla sua una fortuna che in poche altre regioni di Italia si possono permettere. Un clima speciale, panorami da togliere il fiato, un mare smeraldo e un territorio che è lì pronto da valorizzare.

Ricordo bene i tanti commenti ricevuti. Molti negativi e aggressivi perché io milanese mi sono permesso di giudicare attraverso una mia umile esperienza, confondendo la mia opinione con il voler fare per forza di tutta l’erba un fascio. Così non era e non è ovviamente.

Ho letto con molto interesse il post di Gianluigi, lui sì sardo e con un occhio estremamente attento alle politiche turistiche della sua terra. E secondo me centra davvero il punto di quanto si potrebbe fare e di quanto tempo sia stato buttato via in questi anni.

Io non pretenderò mai le strutture ricettive e di divertimento che troverei scegliendo una meta diversa dell’Italia, sarebbe sbagliato e poco attento al territorio che mi circonda.

Significa però pretendere un’esperienza che non sia esasperante nel dover fare esperienza e tesoro dell’isola, significa aspettare un’unicità qualitativa estrema che sono disposto a pagare il giusto prezzo, significa esaltare il turista e tenerlo sul palmo di una mano perché in quel momento ospite (ovvio, parlo di turisti con la T maiuscola, non quelli che nascondono i mozziconi nella sabbia o che la sabbia se la portano proprio a casa).

Perché sono sempre più convinto che la Sardegna debba fare del turismo di qualità e non del carnaio senza spazio in spiaggia il suo biglietto da visita. Ovviamente, accessibile, ma chiaro nei contenuti e in ciò che si troverà una volta messo piede nell’isola.

Spero in tutto questo e molto di più, da umile turista aficionado che ogni anno lascia un pezzo di se su quell’isola meravigliosa ricca di tesori nascosti e persone che lottano ogni giorno per preservarli.

È ora di ingranare la quarta.

Non dobbiamo dare ciò che si vuole ma dobbiamo offrire ciò che di meglio abbiamo nella migliore maniera possibile.

Creare offerta non significa mettersi il vestito da pagliacci e far ridere i turisti, costruire servizi per come sono abituati a fruirne in altri luoghi, significa trovare i turisti che apprezzano ciò che rappresentiamo come unicità, che arrivano per scoprire e non per trovare ciò che gli abbiamo artificialmente costruito per renderli felici.

E quindi significa anche creare una offerta turistica organizzata e strutturata completa (comprese le seconde case) per scegliere quali e quanti turisti far arrivare in Sardegna (e anche quando).

Significa immaginare di essere innovativi nel proporre un modello Sardegna da imitare, nei trasporti, nella qualità della vita, nell’alimentazione, nella sostenibilità ambientale, nella integrazione sociale tra ospiti e comunità, nella comunicazione, nella bellezza, nella valorizzazione della identità

Dispacci islandesi: passo e chiudo

Oggi sveglia senza orari. Ci aspettava un massaggio rilassante alle 12 da Day Spa.

E così è stato. Talmente rilassati da doverci riempire lo stomaco al Grill più fico in città!

Chuck Norris Grill.

Il menu è ridotto all’osso, l’odore dentro il locale è di quelli che ti rimangono per mesi appiccicati ai vestiti, ma il cibo è favoloso e credo non servano ulteriori commenti.

Ci siamo sgranchiti le gambe e ci siamo spostati verso il lungo mare, siamo arrivati al Sun Voyager proprio mentre almeno tre bus pieni di orde di turisti si stavano fermando. Appena in tempo per qualche scatto. L’opera elogia ed esalta la voglia di esplorare nuovi territori.

Abbiamo chiuso la giornata con una tappa obbligata da Bæjarins Beztu, letteralmente “Il miglior hot-dog della città”. Aperto dal 1937 e sparso in varie zone della città, il baracchino propone soltanto hot-dog ma con:

A hot dog condiments include ketchup, sweet mustard, fried onion, raw onion and remolaði, a mayonnaise-based sauce with sweet relish. Hot dogs are often ordered with “the works,” i.e., all condiments, or in Icelandic “eina með öllu

Il posto è sì turistico, ma molto popolare anche tra gli islandesi, e infatti alle 18.30, orario in cui sembra essere l’ora di cena quassù, la coda era piuttosto consistente. Ma alla fine eccolo qui. Ricordando quelli assaggiati a New York mi è sembrato assai più delizioso e consistente. Da provare se passate da queste parti. E se lo dicono anche gli americani…c’è da crederci.

Quando il post sarà pubblicato noi saremo in aereo, ma a conclusione di questa settimana abbiamo tirato le somme di una inaspettata esperienza:

  • Non si è mai abbastanza pronti per il freddo di qua. Un freddo diverso da qualsiasi altro mai provato prima. Un freddo puro, da spezzarti il cervello, da farti rallentare il cuore. Uno scenario da Game Of Thrones, stile Hardhome. Per combatterlo tonnellate di maglie termiche, cappello, scarponi imbottiti con calze di lana, pile e assolutamente una giacca impermeabile
  • Reykjavík, ma così come tutte le altre mete visitate, ha un non so che di malinconico. Sarà per le 6 ore scarse di luce, o per un silenzio a metà tra il rilassante e il carico di tensione che pervade la città, l’Islanda è pacata. Adagiata sul bianco, sul ghiaccio, sul freddo pungente. Un silenzio assordante
  • In realtà la capitale è molto viva. Ci sono cantieri ovunque, si sta espandendo e anche di sera non ci è mai sembrata un mortorio. È forse il ritmo della vita ad essere molto più calmo. I negozi chiudono tra le 17 e le 18, la stragrande maggioranza dei ristoranti entro le 23 e gli uffici tra le 16 e le 17. I negozi sono chiusi la domenica, mentre i supermercati sono aperti 24/7
  • Tutti sono gentili e cordiali. Tutti, ma proprio tutti, parlano inglese molto bene e si fanno capire perfettamente
  • Non siamo riusciti a capire come mai ovunque mettessimo piede ci fossero ancora addobbi di Natale. Sarà forse per sopperire alla mancanza di sole, ma dappertutto, anche nel luogo più remoto visitato abbiamo trovato lucine, stelle di natale e luminarie di svariata forma e natura
  • Negli altri post ho dimenticato di menzionare che quell’80% di energia geotermica è in mano straniera e non islandese. Una mossa voluta per attrarre investimenti dall’estero
  • La ristorazione proposta è generalmente vicina allo stile statunitense e della Gran Bretagna. Ok, si trovano molte cose tipiche, pesce e agnello soprattutto, ma è molto più facile trovare hamburger e patatine fritte che piatti tipici. È mediamente molto caro mangiare, di solito non ce la si cava con meno di 20 euro a testa. E se si vuole mangiare decentemente si arriva anche ai 40 molto facilmente. Anche in questo caso non sappiamo se dovuto a PIL pro capite adeguato. Stando a Wikipedia 12.000$ più dell’Italia
  • C’è connessione ovunque. Il Wi-Fi aperto in ogni locale in cui siamo stati, persino sui bus delle escursioni. Per il resto 4G anche nei posti più sperduti

L’Islanda è un luogo meraviglioso che consiglio caldamente di visitare una volta nella vita. Dove da una parte il tempo sembra essersi fermato a migliaia di anni fa e dall’altra la natura ha ceduto il passo all’innovazione. Un luogo dove tradizione e modernità si fondono per diventare melting pot tra gli Stati Uniti e l’Europa.

Un luogo con una profonda voglia di emergere e apparire indipendente agli occhi del mondo, ma che ne ha disperato bisogno per alimentarsi e continuare la sue esponenziale crescita.

Mi porto a casa una profonda invidia per lo stile di vita, il funzionamento dell’apparato pubblico, un po’ meno per il clima e il cibo, ma del resto da noi non è l’esatto opposto?

Dispacci islandesi giorno: 5

Oggi ultima escursione. Avvistamento balene!

Siamo entusiasti, è nuvoloso e non sembra troppo freddo. E poi la barca si chiama Andrea. I presagi sono tutti dalla nostra.

E invece…

Dopo pochi minuti, in attesa di partire, fuori dal finestrino inizia a fioccare. Nevica. Il mare però resta calmo e non ci facciamo troppo caso.

Ci immaginiamo balene felici e spensierate scorrazzanti nel mare di Groenlandia che con tripli salti mortali vengano a salutarci solo per il semplice fatto di trovarci lì con loro.

Il tour gira attorno al fiordo a largo di Reykjavík. Ma il vento arriva da nord, ed è il vento del circolo polare artico. Temperatura -1°, feels like -10°.

Abbiamo sì aspettato e aspettato, a prua nel piano esterno superiore della piccola nave. Penso di non aver sentito così freddo in vita mia. Nonostante le bardature sentivo solo il busto e la testa. Il resto del corpo penso si sia dissolto nel vento e in quei maledetti fiocchi diventati proiettili dentro gli occhi. In pratica senza degli occhiali o una fotocamera a protezione, restare ad osservare a occhio nudo risultava pressoché impossibile. E come si può vedere i nostri occhi gridavano pietà.

La nostra guida, novello nostromo dall’accesissimo accento francese, ci ha esortato a non demordere, e in effetti verso la fine del tour eccola. La humpback whale.

La nostra megattera però, forse perché molto affamata, non si è mostrata più di tanto. Ha fatto qualche sbuffo, ci ha mostrato dorso e coda un paio di volte e si è dileguata a caccia di krill. Questa volta gli scatti non sono venuti benissimo. Il freddo mi ha spaccato il fisico, ma qualcosa è uscito comunque.

Rientrati alle 16.00 non ci vedevamo più dal freddo e dalla fame. Anche perché per paura di vomitare abbiamo deciso di non mangiare praticamente nulla. Il pullman ci molla in centro città. L’avevamo già adocchiato l’altro ieri, oggi intirizziti e con la pancia vuota non abbiamo avuto bisogno di molti altri stimoli per fare gli imbruttiti fino in fondo ed entrare da Rossopomodoro Reykjavík.

Siamo la vergogna dei turisti, ma poco ci importa, ci siamo rifatti poco dopo con un bel dolce e una tazza di Swiss Mocha al Kaffi Brennslan.

Abbiamo concluso la giornata con la visita al Punk Museum di Reykjavík. Sottoterra, ricavato dai primi bagni pubblici della città del 1930. Un posto minuscolo e assurdo, ma molto divertente in cui scopri che Björk prima di diventare la noia mortale che tutto il mondo ha imparato a conoscere ha esordito in un gruppo punk.

Domani ultimo giorno. Lo dedichiamo al relax con spa e massaggio prima di girare la città un’ultima volta, assaggiare uno dei grezzissimi hot dog islandesi, visitare The Sun Voyager e infine preparare le valigie. Nei prossimi giorni tirerò le somme di questa splendida terra dove una bottiglia d’acqua costa come l’Evian della Ferragni e tutti si fermano per farti passare sulle strisce pedonali.

Dispacci islandesi giorno: 4

Sveglia alle 6.00. Il pullman ci attende alle 7.00. Il pullman è una ghiacciaia e segna 0 gradi, una volta seduti dentro vediamo il nostro fiato mentre respiriamo.

Buongiorno!

Destinazioni odierne: Seljalandsfoss, Skógafoss e Jökurlsárlón.

La desinenza foss sta a indicare: cascate. E infatti le prime due lo sono. Entrambe, oltre all’acqua ovviamente, hanno in comune il freddo polare nei loro paraggi. Per fare qualche scatto decente la mano destra ha perduto sensibilità per quasi 20 minuti. Fa così freddo che gli spruzzi delle cascate mi si ghiacciano sulla giacca trasformandomi in una specie di ghiacciolo.

Il percorso è stato piuttosto lungo. Non tanto per il pullman, quanto per la sola strada che le collega e riassumibile facilmente in una parola sola: ghiaccio.

Proseguiamo sulla superstrada 1. Fiancheggiamo una serie di vulcani tra cui il famoso Eyjafjöll!

Ma qui non sembrano badarci troppo. 4 ruote motrici e gomme chiodate non fermano nessuno.

Anche la guida di oggi ha dispensato saggezza. Servirebbe un bel fact-checking di quanto detto, ma per oggi facciamo vincere lo spirito analogico della conoscenza tramandata:

  • L’acqua in bottiglia, sí quella fotografata ieri, è identica a quella che sgorga da qualsiasi lavandino islandese. Quindi anche quella dell’hotel sarebbe la stessa, prima di cloro o purificazioni
  • Fino a 50 anni fa l’Islanda non faceva uso dell’energia geotermica. In 50 anni l’80% dell’isola ha solo energia geotermica. Soprattutto è priva di qualsiasi energia a combustibile fossile
  • L’Islanda detiene il record mondiale di tasso di mortalità infantile più basso. 2 su 1000 o qualcosa del genere

Per pranzo ci fermiamo in un piccolo villaggio a sud: Vik. Siamo vicini al punto più a sud dell’isola. Solheimasandur è il nome della spiaggia dove la sabbia è nera come il carbone. Ci sono -4 gradi, ma Dark Sky mi suggerisce il percepito essere -8. E non sbaglia. Si gela.

Ma c’è il sole. Il cielo è terso e il panorama è un susseguirsi di bianco misto a montagne, rocce e ghiacciai.

L’ultima tappa del tragitto è Jökurlsárlón. Il sito è diviso in due da un ponte. A sinistra la laguna ghiacciata a sinistra la Diamond Beach. I pezzi di ghiaccio frantumati sulla spiaggia nera colpiti dallo sfarfallio dei raggi solari li fa sembrare davvero dei diamanti. La laguna invece sembra uno spaccato di uno scenario artico. Alti muri di ghiaccio fluttuano sull’acqua. Sembrano palazzi di cristallo pronti a frantumarsi da un momento all’altro.

È quasi il tramonto. E il cielo limpido ci regala alcuni scatti fortunati.

Ci aspettano oltre 5 ore di viaggio per rientrare alla base. Tuttavia verso le 19.45 la nostra guida scorge qualcosa all’orizzonte, chiede all’autista di fermarsi e a noi di attenderlo un paio di minuti.

Sì! È l’aurora boreale. Apparsa così, dal nulla. Scendiamo di corsa e mentre perdo di nuovo parzialmente l’uso della mano destra penso che in fondo la Natura fa un po’ quello che le pare e se ne esce con questi spettacoli senza aspettare le 22.30.

Dispacci islandesi giorno: 3

Oggi abbiamo dedicato la mattinata a finire di esplorare la città. Alle prime luci dell’alba (10:54…) abbiamo fatto un giro per il parco Hljómskálagarður. Ai bordi delle rive ghiacciate, oltre alle orde di cigni e anatre, ci sono anche la National Gallery e un sacco di statue stranissime.

Due ci hanno incuriosito particolarmente, la prima è il “Monument to the Unknown Bureaucrat”. Un ricordo a tutti coloro lavorano dietro le quinte per far funzionare il Paese.

La seconda si chiama Fótboltamaðurinn simboleggiando l’area un tempo dedicata allo sport.

E per dimostrarci quanto siano attenti anche ai piccoli dettagli, gli islandesi piazzano QR code un po’ ovunque. Anche sulle panchine del parco per divulgare la loro letteratura.

Nel pomeriggio invece abbiamo mosso la nostra cinquina e ci siamo diretti verso la spa geotermale Blue Lagoon . L’acqua è sempre a una temperatura che varia tra i 37 e i 39 gradi, ed è prodotto di scarto della vicina centrale Svartsengi.

L’acqua surriscaldata viene scaricata da un vicino flusso di lava e utilizzata per far funzionare le turbine che generano elettricità. Dopo aver attraversato le turbine, il vapore e l’acqua calda passano attraverso uno scambiatore di calore per fornire calore al sistema di riscaldamento dell’acqua municipale. Quindi l’acqua viene immessa nella laguna per scopi ricreativi e medicinali.

C’erano i malati che si sono portati i cellulari dentro la laguna per farsi selfie a nastro. Noi abbiamo preferito il relax totale. Perciò vi sparate questa immagine di repertorio. Perciò vi beccate queste due prese su Unsplash e quindi non coperte da diritti. Almeno rendono l’idea.

Qui sembrano davvero organizzati su ogni cosa. E ogni cosa ha il suo sito di riferimento.
Tipo?
Per essere sempre aggiornati sullo stato delle strade c’è un fantastico sito: http://www.road.is/.
Così abbiamo fatto anche noi per decidere di andare di nuovo a caccia dell’aurora boreale, nella speranza di essere più fortunati, visto che le previsioni davano cielo terso fino a notte inoltrata.

Ed effettivamente così è stato, il cielo era sì terso, ma si è alzato un vento fortissimo, per strada sembrava ci fossero dei tappeti di vapore formati da sola neve spazzata dal vento. Ad un certo punto pensavamo di tornare indietro. Del resto stiamo girando con una 500, mica con una Jeep.

Mancava su per giù un quarto d’ora alla destinazione Þingvellir, quando ci troviamo un paio di piazzole davanti a noi, decidiamo di fermarsi alla seconda.

22.35–23.15. Ho scattato queste foto in quest’arco di tempo. Fattori contro:

  • -7 gradi. Nonostante i 3 stradi, mani e piedi non li sentivo più
  • Non avevo con me nessun treppiede, primaria condizione per scattare foto del genere
  • Nonostante nel mezzo del nulla, l’inquinamento luminoso proveniva nell’ordine: a) da una luna intensissima, b) automobili di passaggio c) le persone al mio fianco ancora più inesperte di me
  • Il mio essere fotografo principiante e non avere con me un obiettivo serio

Ma tant’è il tentativo è andato meglio del primo giorno. Mi sono buttato pancia in giù sulla neve, sfruttato alcuni accatastamenti di neve per poggiare la fotocamera. 13 secondi di chiusura otturatore, 1600 ISO, f5.3 (non riuscivo ad abbassarlo con tutto quel buio).

Che spettacolo. Purtroppo a occhio nudo si è visto la metà, mentre eravamo convinti sarebbe stato il contrario.

Prezzi a confronto

In Islanda l’acqua sembra essere davvero carissima.

A sinistra 1 lt. d’acqua acquistata in un supermercato normalissimo, a destra i biscotti Digestive. Stessa quantità che in Italia.

L’acqua 499 corone islandesi, al cambio 3,60€. Mentre i Digestive 399 corone, al cambio 2,88€.

Sul sito Esselunga una cassa di acqua da 6×1,5 lt. costa 1,71€, mentre i Digestive sempre 400gr. 2,64€.

Meglio annegare nella birra. 🍺

Dispacci islandesi giorno: 2

Andati a dormire verso le due abbiamo deciso di prendercela con calma. Dopo colazione gambe in spalla e siamo andati alla scoperta della città.

Come? Vagando senza meta.

Siamo arrivati alla chiesa di culto luterano Hallgrimskirkja. L’architettura imponente è visibile da molto lontano, avvicinandosi sembra di arrivare ad un tempio di Game of Thrones. E quella statua di bronzo all’ingresso, beh sicuramente aiuta ad entrare nel mood vichinghi.

A proposito, la statua di bronzo donata dagli Stati Uniti all’Islanda, raffigura Leifur Eiríksson, il vichingo che si presuma abbia scoperto l’America prima di Cristoforo Colombo, anche se non si capisce bene se sia Islandese o Norvegese.

Dentro è spoglissima, mai vista una chiesa così, ma voltate le spalle all’altare c’è un organo incredibile.

Abbiamo bighellonato per negozi in preda a una tempesta di neve incredibile. Dalla finestra del ristorante dove ci siamo seduti c’era questo edificio che abbiamo immortalato subito, scopriamo poi essere l’ambasciata danese.

I luoghi comuni? Ok la città è pulita, ma c’è ancora da stupirsi per l’assenza di murales e pasticci sui muri. Candida in tutti i sensi. Gli unici casi sono fatti apposta, decoro urbano. Come questo panificio.

E poi? Abbiamo vagato e vagato ancora. Speravamo di spostare la nostra auto dal parcheggio a pagamento, ma abbiamo scoperto essere tutti a pagamento, in qualsiasi zona della città. Per fortuna oggi la usiamo. E finito per fare la cosa più analogica di tutte, spedire una cartolina. Noemi dice di volerle riportare a nuova vita, le ho suggerito di fondare una startup.

Ci siamo imbattuti nel fantastico Icelandic Penis Museum. Il sito internet è ancora meglio: phallus.is

Verso sera abbiamo terminato il giro con la Cattedrale di Cristo Re, questa volta cattolica, ma aveva già chiuso i battenti.

Le foto iniziano ad essere troppe. Gli scatti migliori con la reflex li caricherò comunque al ritorno, post editing qui.

L’Islanda sa essere molto cara, si può mangiare con pochi euro, ma anche quando all’apparenza il posto sembra un normalissimo pub di provincia, ecco, bisogna prestare molta attenzione ai prezzi. Il Gastropub http://saetasvinid.is/ non è per cuori deboli. Una birra, un entrecôte con verdure divisa in due, una porzione di patatine fritte, due dolci: 86€…

No le posate non erano d’oro. Forse quelle del proprietario si.