Dispacci islandesi giorno: 2

Andati a dormire verso le due abbiamo deciso di prendercela con calma. Dopo colazione gambe in spalla e siamo andati alla scoperta della città.

Come? Vagando senza meta.

Siamo arrivati alla chiesa di culto luterano Hallgrimskirkja. L’architettura imponente è visibile da molto lontano, avvicinandosi sembra di arrivare ad un tempio di Game of Thrones. E quella statua di bronzo all’ingresso, beh sicuramente aiuta ad entrare nel mood vichinghi.

A proposito, la statua di bronzo donata dagli Stati Uniti all’Islanda, raffigura Leifur Eiríksson, il vichingo che si presuma abbia scoperto l’America prima di Cristoforo Colombo, anche se non si capisce bene se sia Islandese o Norvegese.

Dentro è spoglissima, mai vista una chiesa così, ma voltate le spalle all’altare c’è un organo incredibile.

Abbiamo bighellonato per negozi in preda a una tempesta di neve incredibile. Dalla finestra del ristorante dove ci siamo seduti c’era questo edificio che abbiamo immortalato subito, scopriamo poi essere l’ambasciata danese.

I luoghi comuni? Ok la città è pulita, ma c’è ancora da stupirsi per l’assenza di murales e pasticci sui muri. Candida in tutti i sensi. Gli unici casi sono fatti apposta, decoro urbano. Come questo panificio.

E poi? Abbiamo vagato e vagato ancora. Speravamo di spostare la nostra auto dal parcheggio a pagamento, ma abbiamo scoperto essere tutti a pagamento, in qualsiasi zona della città. Per fortuna oggi la usiamo. E finito per fare la cosa più analogica di tutte, spedire una cartolina. Noemi dice di volerle riportare a nuova vita, le ho suggerito di fondare una startup.

Ci siamo imbattuti nel fantastico Icelandic Penis Museum. Il sito internet è ancora meglio: phallus.is

Verso sera abbiamo terminato il giro con la Cattedrale di Cristo Re, questa volta cattolica, ma aveva già chiuso i battenti.

Le foto iniziano ad essere troppe. Gli scatti migliori con la reflex li caricherò comunque al ritorno, post editing qui.

L’Islanda sa essere molto cara, si può mangiare con pochi euro, ma anche quando all’apparenza il posto sembra un normalissimo pub di provincia, ecco, bisogna prestare molta attenzione ai prezzi. Il Gastropub http://saetasvinid.is/ non è per cuori deboli. Una birra, un entrecôte con verdure divisa in due, una porzione di patatine fritte, due dolci: 86€…

No le posate non erano d’oro. Forse quelle del proprietario si.

Dispacci islandesi giorno: 1

La giornata è iniziata con il buio. L’Apple Watch fisso sulle 10:58 come orario in cui ci sarebbe stato il primo raggio di sole.

Prima di iniziare la nostra avventura nel Golden Circle abbiamo esplorato un paio di vie attorno all’hotel. Abbiamo visto sorgere il sole sulle facciate dell’Harpa Music Hall) di Reykjavík. Un edificio pieno di giochi di colore grazie ai riflessi di luce sulle facciate di vetro. Di fronte il monte Esja, sembrerebbe che questo monte protegga la capitale da tempeste di neve e mantenga sempre buone temperature durante tutto l’anno.

Il viaggio via pullman inizia con una lunghissima dissertazione della nostra guida sugli elfi, i giganti e dei fantomatici “hidden people”. Creature retaggio di una cultura antichissima fatta di storie tramandate dai primi settlers. Sebbene l’80% della popolazione non creda in creature soprannaturali, ne ha profondo rispetto e le considera parte delle proprie radici.

Primo stop Þingvellir (Thingvellir) National Park. Qui si trova il lago naturale più esteso d’Islanda. Nonché l’unico punto emerso in cui la placca tettonica nordamericana si incontra con quella euroasiatica.

Il secondo a circa 40 min di distanza il sito Geysir, con tre geyser: Geysir, Litli Geysir e Strokkur. I primi due dormienti mentre il terzo bello arzillo. Ogni 5–7 minuti fa il suo bel zampillo. L’area è intrisa di zolfo, ma sprigiona energia da tutti i pori, è proprio il caso di dirlo. Magnifico!

Nel tragitto incontriamo alcuni villaggi. Molti di loro hanno fattorie con cavalli e mucche. Pare che in questa zona le razze di entrambi non si siano mai contaminate con altre provenienti dal continente, ma che siano sempre le stesse da generazioni, fin dai primi abitatori dell’isola.

Non solo. Gli islandesi coltivano praticamente di tutto. Compresi pomodori, caffè e banane. Grazie alle serre. Sembra che per qualche tempo qui ci sia stata la coltivazione di banane più estesa di tutta Europa. Così per dire.

L’ultimo stop sono le cascate Gullfoss. Viste al tramonto sono maestose, nonostante i -6 gradi. Sono ormai le 16:38 e il sole inizia a tramontare. Torniamo a Reykjavík dopo un tragitto di 1 ora e 40 min.

Ma la giornata non è ancora conclusa, ceniamo velocemente e di nuovo appuntamento alla fermata del bus (a proposito abbiamo avuto Wi-Fi ovunque, bus inclusi!), l’aurora boreale ci aspetta.

Grossa delusione purtroppo. Nonostante fossimo tornati a Þingvellir dove un cielo terso e pieno di stelle lasciava presagire per il meglio, purtroppo l’abbiamo vista solo per pochissimi secondi. Premetto di non essere un fotografo professionista, tutt’altro. Sono davvero un newbie quando si tratta di girare la ghiera su manuale , ma uno scatto l’ho portato a casa. Quanto basta per ritenetemi almeno un poco soddisfatto.

È passata la mezzanotte e sto terminando di scrivere il post sul pullman. Cercando di riprendermi dal freddo polare. Ho però visto una stella cadente. A gennaio.

Siamo esausti, ma felici. Il freddo ci ha assaliti ma non ha avuto la meglio. Domani altra giornata intensa!

Si parte

Stamattina si parte!

Per staccare dopo questo ultimo periodo intenso di lavoro abbiamo deciso di andare ancora più al freddo.

A differenza degli anni passati la destinazione è nord!

E Islanda sia. Dopo aver prenotato l’abbiamo scoperta un po’ grazie ai video di Gabriele Saluci su YouTube e alle sue pillole a Kilimangiaro.

Lo scenario dovrebbe essere più o meno come quello qui sotto, alla caccia dell’aurora boreale.

Oltre all’iPhone XS avrò con me la mia Canon 550D e il nuovo iPad Pro e questo costosissimo aggeggino per scaricare e lavorare le foto prima di pubblicarle su Contz.com.

Ci si sente all’arrivo.

Ofo

Come speravo, dopo la prova fatta con Mobike, ieri sono riuscito a trovare una bici ofo nei paraggi dell’ufficio.

Ofo è un servizio, anch’esso cinese, totalmente similare a Mobike di bike sharing in free floating. Le biciclette sono facilmente riconoscibili dal loro spiccato giallo canarino. Il funzionamento è pressoché identico al diretto competitor.

La sostanziale differenza con il precedente servizio, e che forse potrebbe premiarlo alla lunga è la dotazione di un cambio Shimano a tre rapporti, oramai spesso presente in tante bici da città, che consente di ovviare a quanto dicevo per Mobike Ovvero passare agevolmente da una pedalata più morbida ad una più dura e sostanziosa per quando il fondo stradale lo consente.

Le maglie del cestino risultano essere leggermente più strette, in modo da consentire un trasporto già più agevole di beni poco stabili.

Punto a sfavore forse la capillarità. “Solo” 4.000 in tutta Milano. Nonostante sia stato piuttosto fortunato a trovarne una disponibile appena uscito dall’ufficio, all’uscita dall’ambulatorio non lo sono stato altrettanto. Da corso Buenos Aires avrei dovuto camminare qualche centinaio di metro per trovarne un’altra, mentre Mobike mi offriva un paio di mezzi a pochi passi.

Al momento di rilasciare la bici ho notato che non è avvenuta alcuna transazione, ho poi scoperto che ofo dovrebbe rimanere gratuito fino alla fine di ottobre. A differenza di Mobike che ha svelato il suo listino prezzi, 30 centesimi ogni mezz’ora per poi salire a 50, ofo ancora non ha dichiarato quanto costerà il servizio.

A livello di design e maneggevolezza a me ha impressionato molto Mobike, sembra più pratica da affrontare. Tuttavia ofo vince sicuramente la battaglia del comfort tra le due.

Mobike

Finalmente ho provato Mobike. Io ragazzo di campagna abituato alla bici in spazi aperti e tranquilli, che viene in città solo per esigenze lavorative.

Per necessità di salute per alcuni giorni dovrò percorrere alcune volte il tratto tra Viale Pasubio e Corso Buenos Aires, un tratto di un paio di km nel cuore di Milano.

Le opzioni disponibili per percorrere questo tratto di strada sarebbero disparate: metro, tram, bus, BikeMI, Mobike, ofo, taxi, car sharing di varia natura. Ma incuriosito dalla novità ho deciso di scaricare l’app Mobike e provare a fare questo tragitto in bici.

Praticità

Tra tutti i servizi elencati prima mobike risulta essere sicuramente quello più economico e più facilmente accessibile. Ho pagato 0.20 centesimi nel tragitto di andata per 2.2 km, mentre ne ho pagati 0.15 prendendo qualche scorciatoia al ritorno.
Più facilmente accessibile in quanto ho trovato una bici immediatamente sotto l’ufficio e tra l’individuarla e salire in sella saranno passati poco meno di 4 minuti. In totale 17 min.
Calcolando lo stesso tragitto con altri mezzi di trasporto, inclusi gli spostamenti per raggiungerli, avrei impiegato molto, molto più tempo.

La bici

A differenza di ofo, servizio alternativo appena arrivato a Milano, Mobike non ha possibilità di cambiare marcia durante l’andatura, quindi se c’è un tratto in salita, anche leggero, la fatica si farà sentire.
La pedalata sull’asfalto è molto leggera e molle. Servirebbe, personalmente per il mio tipo di pedalata, un rapporto più duro perché spesso sembra di pedalare a vuoto. La bici è ben ammortizzata solo nel sellino, ne sono invece sprovviste le forcelle. Inoltre, a rendere l’ approccio un po’ ruvido e legnoso con l’asfalto ci pensano le ruote tubeless, che immagino siano state scelte per un discorso di praticità, ma che mal si adattano a quei fondi piuttosto duri come un pavé milanese.

Altro punto sfavorevole l’altezza sella. Sono alto 1.78 e pur raggiungendo il limite massimo in altezza, mi sembrava di essere molto in basso e di avere una pedalata leggermente soffocata.

Al di là del funzionamento, come viene spiegato nel video, all’atto pratico sbloccarla è davvero semplicissimo. Si scansiona il QR code tramite l’app, il lucchetto emette un breve suono e la bici si sblocca.

A differenza di quelle del video, come nella mia foto ad inizio post, le Mobike di Milano sono provviste di cestino anteriore. Comodo sì, ma dalle maglie decisamente troppo grandi, quindi il rischio che vi cada qualcosa è davvero molto elevato.

A differenza di ofo, servizio alternativo appena arrivato a Milano, Mobike non ha possibilità di cambiare marcia durante l’andatura, quindi se c’è un tratto in salita, anche leggero, la fatica si farà sentire.
La pedalata sull’asfalto è molto leggera e molle. Servirebbe, personalmente per il mio tipo di pedalata, un rapporto più duro perché spesso sembra di pedalare a vuoto. La bici è ben ammortizzata solo nel sellino, ne sono invece sprovviste le forcelle. Inoltre, a rendere l’approccio un po’ ruvido e legnoso con l’asfalto ci pensano le ruote tubeless, che immagino siano state scelte per un discorso di praticità, ma che mal si adattano a quei fondi piuttosto duri come un pavé milanese.

Altro punto sfavorevole l’altezza sella. Sono alto 1.78 e pur raggiungendo il limite massimo in altezza, mi sembrava di essere molto in basso e di avere una pedalata leggermente soffocata.

Conclusioni

Personalmente trovo l’arrivo dei servizi di bike sharing liberi, e che quindi non necessitano di un punto di raccolta ben definito, una specie di rivelazione. Un’idea talmente semplice, ma allo stesso tempo concettualmente rivoluzionaria rispetto a BikeMI di ATM, da cambiare totalmente l’approccio al vivere la città e su come muoversi all’interno di essa.

Si risparmiano soldi, tempo e si sta in salute.

Lodevole il fatto che il Comune abbia predisposto così tanti mezzi nei lotti messi a disposizione durante la fase di bando, a Milano infatti circolano già 8.000 Mobike, tuttavia mi auguro vivamente che si possa far tesoro della passione per il servizio da parte dei cittadini (ci sono già oltre 35.000 iscritti) e si potenzino le piste ciclabili una volta per tutte.

Errare in Sardegna

Seduto in casa mia mentre Spotify vola con la mia connessione Vodafone 30€ al mese, perché qui, nel nord della Sardegna, non si può avere una connessione internet a tempo, rifletto sullo scopo ultimo dei blog.

La verità è che forse uno scopo intrinseco non ce l’hanno, diventano ciò che l’autore del post ha deciso di far diventare il suo piccolo spazio vitale. E se c’è una cosa che ho imparato in questi 10 anni, in cui ho deciso di cimentarmi nello scrivere a frequenza alternata su questi lidi, è il mio personalissimo scopo: tener traccia di come percepisco il mondo.

Proprio come quell’astronauta che sta qui a sinistra. Osservare la realtà e raccontare come contamina la mia esistenza e viceversa. Non so bene se ci sono mai riuscito per davvero. Ciò che so per certo è che molti post hanno fatto incazzare gente, altri fatta sorridere e divertire.

Ciò che sto per scrivere penso rientrerà nella prima categoria. Ma debbo precisare che tutto quello che segue mi provoca un dolore enorme. Perché amo l’Italia. Amo i suoi valori e ciò che ci rende riconoscibili nel mondo. Ma solo due o tre, perché nel mondo siamo riconosciuti troppe volte per cose negative, cose che purtroppo riscontro quotidianamente è che in più di un’occasione mi hanno fatto, e spesso ancora, mi fanno pensare di emigrare altrove.

Ma finché le opportunità lavorative non si presenteranno in modo concreto, sarò della schiera di quelli stoici che restano qui, che cercano anche rischiando botte o la furia di qualche psicolabile lo scontro feroce con i maleducati, i menefreghisti e tutto quel genere di persone che contribuisce ad arricchire il significato negativo di quella lista di valori. Perché? Perché in troppo pochi hanno voglia di cambiare le cose, raccontare ciò che non va, per provare a cambiare.

Ma se c’è, possibilmente, un’altra lezione che ho imparato nello scrivere qui, è che lamentarsi soltanto non gratifica se non il proprio ego, perché lascia le cose come sono, o al massimo risolvono situazioni singolari in modo molto egoisitico.

L’Italia dovrebbe essere un Paese in grado di autosostentarsi e vivere di rendita soltanto grazie al turismo. Dovrebbe essere sempre e costantemente primatista in tutte le classifiche dei luoghi più gettonati, perché abbiamo tutto ciò che una persona in cerca di relax, cultura e divertimento possa aspettarsi da una vacanza.

Eppure. Eppure è un problema vecchio quanto l’Italia stessa. Ci sono casi virtuosi, come la citatissima Emilia-Romagna, e casi meno, dove i servizi e la cortesia sono lontani da qualsiasi standard che un’educazione sana dovrebbe imporre.

Ho deciso di non trascorrere le mie 3 settimane estive solo e solamente nel nord della Sardegna dopo 15 anni, ma ho speso 10 giorni nella zona di Oristano.
Premessa. Per me la Sardegna è tra i luoghi che preferisco di più nel globo terracqueo. Il clima, il mare e il cibo sono entrati nelle mie vene e non credo se ne andranno mai, è uno di quei posti magici perché solo qui riesco a rilassarmi e ricaricare le batterie prima di riaffrontare le follie della città.

Qui abbiamo dimora, qui i miei genitori vivono almeno 5 mesi l’anno. Una seconda casa, se così posso permettermi di dire.
Ma scontrarsi con la mentalità di qui è complicato. I sardi sono un popolo meraviglioso e delizioso, ma chiuso e testardo che se sai come fare ti aprono il cuore, se no diffidano un po’ dallo straniero. Quindi non farò un discorso di campanilismo, perché immagino che come qui anche altrove esistano persone maleducate, svogliate e con l’idea di respingere il turista con disprezzo.

In queste due settimane però ho constato come essere turista ed essere identificato come tale, ha degli svantaggi enormi:

  • Strane pratiche in alcuni supermercati, ovviamente non tutti, dove i prezzi della frutta/verdura vengono alzati deliberatamente perché il tuo accento non è quello giusto
  • Pagare quasi 2.000 € a testa per una struttura a 5 stelle sulla carta, quando una volta lì dargliene 4 era forse esagerato
  • Diventare invisibili per oltre 1 ora ai camerieri di un ristorante perché soltanto con l’intervento di una persona autoctona seduta al nostro fianco, e amica di un cameriere, ci ha permesso di ordinare
  • Ristoranti, tanti, che non rispondono mai al telefono -Perché non ho tempo di rispondere in questo periodo- e quando lo fanno dicono di essere sempre pieni
  • Attendere oltre 20 minuti al benzinaio perché la mia targa non è con la provincia giusta e quindi si continua a chiacchierare in dialetto con i camionisti
  • Respinti in una pizzeria di un villaggio marittimo minuscolo, con tanti posti a sedere in tavolate grandi intorno alle 14.00, “perché non c’è un tavolo per 2”

Siamo stati ben accolti soltanto negli agriturismi, probabilmente per l’ambiente familiare e l’unico posto dove siamo serviti in tempi decenti e trattati con educazione abbiamo pagato 50 euro a testa. Il che è tutto dire.

Il massimo è stato fotografare cartelli come quello di seguito. Fanno sorridere, ma in realtà sono lo specchio di una situazione reale. Lontana dal turista, incurante delle sue esigenze, dove respingerlo è quasi un dovere perché disturba, sporca o inquina.
Quando in realtà il turista probabilmente è solo lì per lasciare, e ben volentieri, il suo stipendio, comportarsi in modo educato e ricevere il minimo sindacabile di accoglienza. (E si, sono conscio dell’esistenza di turisti maleducati, sporchi, distruttori e ladri di sabbia).

Non so se è un quadretto a voi famigliare, riscontrato anche in altre regioni, o in altre parti della Sardegna. Ed è ovvio che non tutta la Sardegna è così, anzi. I casi virtuosi sono ovunque.

Una cosa è certa, panorami come quelli qui sotto ti mettono in pace con il mondo e ti fanno dimenticare tutto quanto in pochi secondi, la gente continuerà lo stesso a frequentare questi lidi perché si sta divinamente, ma la mia paura più grande è che le cose non cambieranno mai perché tanto vai via tu — arriva qualcun altro e la ruota riparte.

Basterebbe davvero poco per migliorare l’accoglienza, far diventare questi luoghi posti dove trasformare le esperienze in ricordi. Ma talvolta nemmeno il poco lo si ha voglia di fare.

Sunshine State of Mind

Scrivo queste righe pochi minuti prima di chiudere la valigia, consegnare la macchina all’aeroporto e ritornare in Italia.
Miami è la settima città degli Stati Uniti visitata dopo Los Angeles, San Francisco, New York, Las Vegas, Atlanta e Seattle. Ho prenotato a febbraio, decidendo di costruire la vacanza senza nulla di organizzato.
Quindi se cercate la vacanza con cocktail in mano, da passare sdraiato in piscina a dormire con gli occhiali da sole perenni e uno scocchiare di dita per chiamare “Garçon..”, questo post allora non vi riguarda.
Non vuole essere esaustivo, è solo la raccolta di quanto sono riuscito a vedere e vivere in 5 giorni.

Dove stare e come muoversi
Se potete permetterveli a South Beach credo ci siano alcuni tra i più costosi hotel degli Stati Uniti. E se comunque l’esser serviti e riveriti in vacanza è una priorità, meglio puntare ad un servizio simile. 
Altrimenti AirBnB è la risposta. Questa la casa prenotata, è costata meno di un hotel a 4 stelle, ha un parcheggio per l’auto gratuito, è in un punto strategico per raggiungere qualsiasi luogo della città in non più di 30/35 minuti.
Il servizio pubblico funziona magnificamente, ma credo la macchina sia piuttosto indispensabile. I noleggi costano molto poco, specie se presi direttamente in aeroporto, ho speso 200 dollari e qualcosa prenotando con largo anticipo. Ma se vi accontentate di una utilitaria (va più che bene) con un centinaio di dollari la portate via per 5 giorni.
L’alternativa meno costosa è Uber, consigliato anche dai proprietari di casa, soprattutto maggiormente sicura rispetto ai pullman e ai tassisti.
Se optate per la macchina vi consiglio di scaricare Here Drive Maps. È disponibile per tutti i sistemi operativi e scaricando le mappe prima di partire sarà un perfetto navigatore anche in assenza di 3G. Idem se siete a piedi, le mappe di Here vi orienteranno senza bisogno di connessione.

Cosa vedere…Cosa vedere?
Beh, per quello esistono milioni di siti e guide turistiche. Affondate da lì a piene mani, ma dedicateci almeno una giornata intera se volete fare tutto da voi. Occhio alle fregature. Sono tante e ben nascoste. 
Vi posso però dire cosa mi ha colpito:

  • South Pointe. All’estremo sud di South Beach. È l’imboccatura del porto ed è anche uno degli scorci migliori. Proprio di fronte c’è Fisher Island. Una delle poche isole naturali del circondario, la sola raggiungibile tramite traghetto. La sola dove per avere una proprietà devi avere almeno 3/5 milioni di dollari in banca.
  • Aventura Mall. Al momento penso il più enorme centro commerciale mai visto in vita mia
  • Wynwood. Il quartiere hipster. Sembra di stare nel posto più degradato degli Stati Uniti, svolti l’angolo e sei in una galleria d’arte a cielo aperto. Tutte le foto nella galleria qui sotto sono di questo quartiere.
  • Il faro e Key Biscayne. Key Biscayne è un mondo a parte. Sembra di essere in un villaggio dove il tempo e fermo e la gente non sa bene cosa stia accadendo al di fuori di esso. In macchina si va pianissimo, tutti salutano tutti. Estremamente pulito, ci sono solo giovani mamme in giro a pascolare i pargoli mentre fanno jogging spingendo il passeggino. Alla fine dell’isola si arriva al parco dove all’estremità c’è un faro e due targhe commemorative messe in croce

La città è veramente enorme, questi sono solo alcuni dei quartieri, ma ce ne sono molti altri meritevoli di visita e approfondimenti. Anche fuori da Miami, come Everglades e la visita a qualche coccodrillo. Magari la prossima volta.

Lingue e turisti
Sai l’Inglese? Bene. Sai lo Spagnolo? Allora sei in una botte di ferro. Qui è forse più parlato dell’idioma anglosassone, ed è bellissimo sentire i diversi accenti. Soprattutto quando mischiano nella stessa frase le due lingue. Altro che spanglish.
Non so se fosse il segno dei tempi, ma i turisti con maggior affluenza sono i brasiliani e i russi. Staccano di gran lunga tedeschi e francesi. Non ho incrociato molti italiani, spariti tutti finito il ponte del 2 giugno.

Meteo
Se dicono che pioverà a Miami, a Miami Beach non accadrà. O perlomeno non più a lungo di 15 minuti. Ecco magari se il tempo sembra guastarsi, buttate l’asciugamano vicino a uno dei baracchini sparsi per la spiaggia. Giusto per salvare i telefoni e oggetti di valore.

Musica
Nelle radio di Miami passano della musica terrificante. Ma brutta brutta. Hit di un anno fa almeno, sempre le stesse, oppure un costante mix di calypso e ritmi latini. Beh, c’era d’aspettarselo dopo tutto qui le influenze cubane e caraibiche sono fortissime.
Se volete viverla dal vivo sono stato al club LIV e nel locale caratteristico cubano Hoy Como Ayer.

Mangiare
Se amate il pesce, penso sia il posto giusto. Ma peccato, io non lo sopporto, quindi non potrò segnalarvi nulla di simile. Però qualche altro spunto posso lasciarvelo:

  • Colazione. Se sapete resistere a Starbucks o qualsiasi altra ipercalorica colazione americana abbiate in mente, allora recatevi da Delicious o Il Buon Pane Italiano. Sono gentili, hanno aperto da poco, nel primo c’è un caffè decente, nel secondo pane e cornetti come siamo abituati
  • Pranzo-Cena Se sei abbastanza fortunato, approfitta dei food truck sparsi per le strade. Altrimenti: Doma Bistro, BurgerFI, Joey’s, 900, Amami. Dipende cosa vuoi mangiare e in che parte della città ti trovi. Per tutto il resto c’è TripAdvisor.

Nonostante le immancabili artificialità ed esagerazioni tipiche americane — metà delle isole o pezzi di terra galleggianti di Miami sono artificiali, oppure ci sono ville in cui ogni palma importata dall’est Africa arriva a costare 10.000 $ l’una — Miami resta una città atipica. È una delle metropoli al mondo ad avere uno skyline così sviluppato e allo stesso tempo una spiaggia di così elevata qualità. Ed è probabilmente proprio perché ci sono così tante razze mischiate insieme e pochi puri e crudi americani a rendere Miami diversissima dalle altre grandi città degli Stati Uniti. C’è poca fretta, poca urgenza di arrivare, poco caos a parte un costante sottofondo musicale ad ogni block.
Sicuramente un buon compromesso tra relax e divertimenti.
In macchina ad esempio sembrano più o meno tutti rispettare i limiti di velocità, sarà per paura delle multe, ma raramente ho visto gente andare così piano in una strada a 8 corsie in mezzo a palazzi e attraversamenti pedonali.
Ci vivrei sicuramente per un paio di motivi. Fa sempre caldo in qualsiasi mese dell’anno. Potrei fare un bagno prima e dopo il lavoro. 
Senza nulla togliere all’assuefazione da Oreo.

Ps. Per la serie il segno dei tempi: Ho portato la reflex, ma ho scattato ben poche foto. Tutte con lo smartphone. È brutto da dire, ma è la verità.

La mia New York

Un rumore inarrestabile, un brusio a bassa frequenza pronto a sobbalzare verso l’alto ad ogni accelerata di un SUV o a un clacson suonato da qualche tassista della penisola indiana.

New York è possibilità. E’ il simbolo più vicino a noi di quella speranza di cui tutti avremmo bisogno. Ce la si può fare, basta volerlo e basta vederlo, in ogni angolo della città. Lei è di tutti e non sarà mai di nessuno, è la torre di babele dei giorni nostri, il posto dove senti parlare italiano più di Firenze, e se non sei americano non importa a nessuno, tanto un modo per farti capire lo trovi.

Ora, quando uno va in un posto così, scatta fotografie anche dei tombini, ma quando ho caricato la reflex prima di partire ho pensato piuttosto a voler raccontare una storia, seppur breve.

Questo è quanto ho caricato su Flickr. Dentro ci sono gli odori e i suoni di qualcosa di instancabilmente esagerato, in continua ricerca di qualcosa di più grande, la vetta più alta che possa toccare il cielo o la galleria più profonda per passarci attraverso.

Ah si, dimenticavo…

Una delle cose più buffe è stato vedere il conducente della metropolitana a circa metà dei vagoni e fermarsi in un preciso punto. Non sapendo come mai, ho trovato questo divertente video che li prende anche un po’ in giro.

Fateci caso se ci andate.

Qualsiasi persona conosciate che ci è stato almeno una volta si affretterà a consigliarvi un posto dove mangiare, specialissimo e sconosciuto. Fidatevi dell’istinto e delle vostre papille gustative. Io posso solo suggerire un posto conosciuto, con tanta gente, ma poca attesa e personale cordiale. In breve, il miglior hamburger mai mangiato in vita mia: Bill’s Bar & Burger.

Non è necessario condividere lo spirito statunitense per volerla visitare, vi basta solo esser pronti per incontrare il resto del mondo, l’esagerazione mai volgare, il diverso e voi stessi.

Buon viaggio.

Da Vancouver a Seattle

Le nuvole separano in modo netto terra e cielo facendo sembrare quegli spazi già così immensi ancora più grandi. E’ stata stancante, sì, ma molto meno del previsto. Probabilmente perché la strada è tutta dritta, il panorama a contorno conforta la vista e di sicuro la parte più stressante è stata solo al confine dove penso che l’unica domanda che gli restasse da farmi fosse come ero vestito il primo giorno di elementari.

Già, il confine, pochi metri che dividono due nazioni. 6$ e 1 ora per attraversarli. Sono d’accordo sulle restrizioni e le precauzioni sulla sicurezza, ma le motivazioni che mi portano a farmi un giro a Seattle saranno ben fatti miei, tanto mio caro officer, ti potrei raccontare qualsiasi cosa e te la devi far bastare come motivazione.

Poco più di tre ore tutto considerato. Toccata e fuga, forse un po’ eccessivo da farsi in giornata, ma ne è valsa la pena. Le periferie qui bastano solo di un’occhiata per accorgersi che si riesce a far tutto con un ritmo di vita improntato sulla lentezza, la tranquillità. Impensabile finché non lo si vede con i prorpi occhi.

L’esserci andato non è valso tanto per dire ci sono stato, anche perché 600km non sono mica pochi, quanto per dire ci sono arrivato. Un altro piccolo sasso di bagaglio. Ed è un po’ come viaggiare dentro se stessi e aver capito tante cose.

Tutti giù per terra

L’espressione “scherzo della natura” calza a pennello. Tu, mi spiace, ma ci entri con tutti i fumi.

Egregio Signor Vulcano dal nome tanto complicato, non sono il primo a scriverti in questi giorni. Mi immagino tu stia ricevendo più letterine di Babbo Natale e più insulti di Vittorio Sgarbi, però, non so, non credi sia ora di darci un taglio?

Cioè, ogni tanto a me viene in mente di prendermi qualche giorno di ferie tra aprile e maggio per spezzare un po’ e non tirare da agosto ad agosto.

Tutto è pronto, sabato è la partenza. Il Canada mi aspetta, ma solo se tu ti calmi un attimo.

Ok so che sei incazzato perchè non inquini come gli aerei e tirar fuori quello che si ha dentro è la soluzione migliore. Però anche tu evita di fare fumo, butta un po’ di lava a mare come tutti i vulcani di sta Terra.

Vabeh, se proprio non puoi far niente per farmi partire, almeno fatti dare un nome diverso che così la gente non riesce neanche a mandarti a cagare.

Eyjafjallajökull