Arrivo tardi, forse troppo, complice l’assenza di Internet a casa a parlare di Lei/Her il film di Spike Jonze uscito il 13 marzo qui in Italia. Devo ammettere di aver avuto tantissime aspettative fin da quando l’anno passato ho visto il primo trailer apparire in Rete.Lei/Her è il racconto di un uomo solo, non solitario, ma un nerd molto simile a Leonard Hofstadter di “The Big Bang Theory”. Un mix di nerdismo e dolcezza con l’incapacità di ricucire i cocci del proprio cuore spezzato da un matrimonio fallito alle spalle.Un blocco troppo grande da poter gestire in un rapporto con una persona fisica. Allora il protagonista, Theodore, decide di avvicinarsi ad un nuovo prodotto tecnologico in una Los Angeles futuristica. Ue sistema operativo, un’intelligenza artificiale in grado di apprendere e interagire con lui come se fosse una persona vera avendo esperienza del mondo attraverso la telecamera del suo smartphone e un’auricolare dal design minimalista all’orecchio.Purtroppo ho visto la versione italiana del film, mentre nella versione originale la voce di Samantha, il nome dell’AI scelto da Theodore, è interpretata dalla sensuale Scarlett Johansson.[embed]https://youtu.be/pHSPor3VZ9E\[/embed\]Ci troviamo di fronte insomma una Los Angeles dove le macchine non hanno preso il sopravvento come in Terminator, ma si sono integrate per migliorare la vita dell’uomo non solo a livello funzionale e di commodity. Sono tasselli necessari per sopravvivere.Lei fa riflettere tanto sulla condizione di solitudine degli uomini di questo secolo, focalizzandosi non tanto sulla pericolosità di cosa potrà essere la tecnologia tra qualche decennio, quanto la pericolosa deriva dello smettere di avere rapporti profondi con una persona in carne ed ossa.Tuttavia la tecnologia potrebbe esserne essa stessa sia la risposta che la concausa, ciò non toglie il nostro bisogno primordiale di condivere con un altro essere umano questa pazzia chiamata amore.Ho letto tanti spunti e opinioni diverse sul film, cercando di trovare più interpretazioni che recensioni che non si limitassero a ribadire la banalità: è un film che racconta il rapporto tra un uomo e un’intelligenza artificiale. Ero interessato a comprenderne i significati intrinsechi. Un paio in particolare mi hanno colpito. Entrambi si focalizzano su il pensiero di Samantha non tanto come sistema operativo diventato un partner con cui condividere una vita, ma piuttosto uno specchio che in modo speculare indirizza i bisogni di Theodore. Il primo su Medium:

Samantha is Theodore’s reflection, a true mirror. […] She becomes needy in ways that Theodore is loath to address because he has no idea what to do about them. They are, in fact, his own needs. The software gives a voice to Theodore’s unconscious. His inability to converse with it is his return to an earlier point of departure for the emotional island he created during the decline of his marriage.

Mi sono trovato subito d’accordo. La voce di Samantha dà forma e trova la rapida risposta alla deriva emozionale nella quale è finito il protagonista. Allo stesso modo il secondo articolo trovato sull’argomento:

The voice of Samantha, the operating system, performed by Scarlett Johansson, sound very, very much like a real person. On the other hand, her role has, in the beginning, an appropriate ring of ingratiation: Samantha has been designed to anticipate the needs (technical, psychological, and emotional) of her user. Samantha giggles at Theodore’s jokes while making herself useful by sorting his email.

Purtroppo non ricordo le parole precise del film italiano, ma all’inizio del film il protagonista dice queste parole:

Sometimes I think I have felt everything I’m ever gonna feel. And from here on out, I’m not gonna feel anything new. Just lesser versions of what I’ve already felt.

Qui mi sono un attimo paralizzato sulla poltrona del cinema. Una frase spesso ripetuta più volte nel mio cervello e adesso riproposta sul grande schermo. Una percezione aumentata di se stessi piuttosto che un malessere. Un’analisi molto precisa e accurata di Jonze rispetto alla disperata ricerca di qualcosa in grado di stupirci ancora. Ancora una volta la tecnologia nella sua doppia natura distruttrice e risolutrice.Il regista fa un percorso molto ampio per permettere a Theodore di comprendere che non esiste macchina più complessa di quella umana e che i suoi bisogni, speranze e desideri sarebbero stati compresi soltanto da qualcuno in carne ed ossa.Non ho apprezzato molto la chiusura affrettata e l’eliminazione dell’intelligenza artificiale Samantha in stile The Matrix con un ritorno a una città delle macchine. Ho invece molto apprezzato il girato della scena finale con i frame conclusivi di due corpi umani così vicini e così lontani, ma i soli a potersi dar pace vicendevolmente.

In Lei/Her ci sono anche tante altre cose molto belle e curate. A partire dal design futuristico, ma soprattutto minimalista in grado di trasmettere un ampio senso di pace e tranquillità, tratteggiando i contorni di una Los Angeles senza auto, ma piuttosto vivibile soltanto con mezzi pubblici e i propri piedi.Qui la mappa interattiva delle location utilizzate.La fotografia e la scelta di colori pastello, il rosso su tutti, rende l’atmosfera del film sempre molto simmetrica ed equilibrata. Predominante la sobrietà e la voglia di semplificare.A questo proposito vi consiglio la lettura su The Verge dello studio grafico dietro il sistema operativo e come sono state scelte le location del film, ovviamente su LA Times.E ultima, ma non ultima la colonna sonora curata interamente dagli Arcade Fire. Qui da ascoltare nella sua interezza.Da Lei/Her è stato tratto anche un piccolo progetto collaterale all’interno della raccolta “The Creators Project” un’iniziativa di Storytelling tra Intel (non nuova a cose del genere) e Vice Magazine.Un breve girato nel quale è stato chiesto ad attori e creativi di dare la loro definizione di Amore nei tempi nei quali stiamo vivendo. Il risultato è il seguente e merita di essere visto.Un ultimo tassello a rimarcare il messaggio più cristallino di tutti di questo film. Condividere un sentimento, sia esso con altri umani o con una macchina (qui uno spunto filosofico del Times), è una cosa potente e il più delle volte incontrollabile. Ed è bellissimo.