Non ricordo come mi ci sono imbattuto la prima volta, molto probabilmente cercando qualche tech news, oppure nelle operazioni di rassegna quotidiana. The New Blog Times è una nuova realtà nata nuova realtà nata il 1 settembre del 2008 e ora alla sua “seconda versione”, che non solo ricorda il ben noto quotidiano, ma si pone come fonte di informazione disinvolta ma al contempo compita, formale e corretta, esattamente… come fosse il New York Times “in persona”.Cosa ci trovate? Prettamente informazione tecnologica, che spazia dall’attualità agli approfondimenti legati al business. Mi ha piacevolmente sorpreso per la leggerezza delle notizie, mai scontate e sempre riviste per essere adattate al blog. Da tener d’occhio.Incuriosito, ho voluto saperne di più facendo qualche domanda a Marco Valerio Principato, il suo fondatore. Buona lettura.

1. Ciao Marco, raccontaci un po’ del tuo background formativo. Quali sono le tue passate esperienze?

Interessato a qualunque cosa orbitasse intorno a fisica, scienze, elettronica e telecomunicazioni fin dalle età più tenere, dopo il servizio militare da sottotenente è scoppiata la passione per l’informatica, vista poi all’università solo molto da lontano (all’epoca a Roma non c’era ancora, per cui mi sono dovuto “accontentare” di matematica, ma non ero affatto soddisfatto). Grazie a mio padre ho potuto frequentare fior di corsi in quella che all’epoca era ancora una “big”, la divisione formazione di Sperry-Univac, oggi defunta. Da allora sono andato avanti da solo e non mi sono mai fermato, né con gli studi né con la pratica: basti pensare che il (finalmente) mio primo computer negli anni 80 è stato uno Sharp MZ-700 con microprocessore Z80 e oggi, a quasi 50 anni, di strada fatta dai bit posso dire di averne vista un bel pò.Passando dalle aziende private a un lungo periodo di dipendenza pubblica in ambienti specialistici, a svariate consulenze, a milioni di righe di codice sorgente scritto in vari ambienti, ad attività personali di varia foggia, tutte collocate nel settore. Su Internet ci sono dall’inizio degli anni 90 e, con un mio sito, dal 1999 (basta guardare la data di registrazione del dominio mvpnetwork.net, quando in Italia i privati non potevano ancora registrare un dominio nel TLD .it, io l’avevo già fatto all’estero, online, pagando online, con l’allora Network Solutions).

2. Da dove nasce l’idea di redigere un blog sullo stile del New York Times?

Come ho spiegato nel sito stesso, nasce dalla mia personale ammirazione per quel quotidiano, che ho letto spesso in passato in edizione cartacea, ancora oggi di quando in quando lo acquisto e comunque lo seguo quasi sempre in Rete nelle aree tecnologiche (sì, se diventasse a pagamento mi abbonerei), ritenendo il suo sito uno dei più eleganti, funzionali, efficaci e fruibili siti mai progettati per esporre in Rete un quotidiano. L’idea del “trasporto” nella blogosfera (il lavoro sistemistico è tutto mio) come entità a sé nasce intanto dalla sua unicità: non esiste alcun sito del genere in Italia, ce ne sono alcuni “sulla scia”, ma tolta la Home Page che “gli assomiglia”, all’interno sono tutt’altro, per non parlare dei contenuti.Ed è anche un voler portare in primo piano quello che il New York Times stesso ha fatto ben prima di me, pubblicando a latere della sua stessa testata dei blog sul proprio stesso stile. Il New Blog Times, invece, porta quella freschezza, immediatezza e velocità tipiche del blog non a latere di un quotidiano, ma direttamente sulla Home Page e tutto ciò che c’è sotto. L’aspetto analogo a “papà New York Times” è una sorta di sfida, un messaggio ai quotidiani italiani, che si sono spicciati a “fare come papà”, affiancando blog alle proprie testate: mai scimmiottare gli americani. I nostri fratelli a stelle e strisce ci ammirano per la nostra versatilità mentale: purtroppo la tendenza, invece, è quella di formare le nuove leve restringendo il panorama, anziché allargandolo (vedi OdG). L’eccesso di specializzazione non porta da nessuna parte, lo stiamo già pagando tutti, e non da oggi. Finiremo per perdere la loro ammirazione.Infine, il New Blog Times lancia un ulteriore messaggio: è facilissimo immaginarlo non specializzato sul settore ICT. Così com’è, potrebbe ospitare qualsiasi tipo di informazioni, il che dimostra che in alcuni casi, per esporre efficacemente notizie di buona qualità grafica non serve affatto un CMS da milioni di Euro. Se poi anche i contenuti sono validi… ora qualcuno che ha venduto CMS a qualche quotidiano vorrebbe spararmi, lo so.

3. Si pone come l’alternativa italiana de The Huffington Post?

Quello di Arianna Huffington è un altro punto di riferimento, lo leggo spesso ma non siamo sullo stesso piano, soprattutto come argomenti. Non condivido nulla neppure con i blog più “blasonati”, quelli da Blogfest, insomma: basta dare un’occhiata agli sponsor di Blogfest per farmi già sentire molto, molto lontano. Chi vi partecipa, a mio avviso, si macchia di iperbloggismo, una sorta di priapismo blogosferico. Ok, volevo scherzare con le parole, ma non troppo…

4. Qual è l’obiettivo del blog? Ricavi e sostentamento da dove provengono?

Il New Blog Times vuole raccontare il settore ICT scientifico e tecnologico, senza maschere e senza limiti. Cerca di farlo bene, senza etichette e senza fronzoli. Le fonti? L’amico che “spiffera”, le conoscenze personali, la Rete stessa. E si scrive, come avrai notato, con linguaggio e stile prettamente giornalistici. Altro messaggio ai quotidiani. Quanto al sostentamento, come tutti, quel pò di pubblicità dei circuiti tradizionali. Che non basta quasi mai a pagare l’hosting, ci rimetto sempre io di tasca mia. Ovvio che spero in qualche “ingaggio” diretto, ma per averli so benissimo che chi lo valuta guarda anche il PR, e siamo ancora “troppo giovani” per averlo più alto. Il 4 l’abbiamo ottenuto subito, appena nati, il che è un ottimo segno, come lo è la Sitelink che da qualche tempo Google ci ha regalato. Se saliremo di almeno “una tacca”, come spero, può darsi che dalla pubblicità ci scappino un paio di pizze al mese per ogni blogger, me compreso, ma c’è da faticare. Altro che i blog “impresa”

5. Quale futuro per NBT? Diventerà mai una testata giornalistica dove, in un futuro, far nascere e crescere future penne del giornalismo italiano?

Per alcuni aspetti lo sta già facendo: se leggi i pezzi di Silvia Barone, sui quali ho messo mano davvero pochissimo, sono proprio l’esecuzione della “caccia”. Silvia si è laureata in Scienze della Comunicazione poco prima della nascita del NBT (1 settembre 2008), a mio avviso è molto brava e scrivere la motiva moltissimo, aiutandola a convivere con alcuni suoi problemi personali che non espongo per rispetto della privacy, ma che non auguro a nessuno. Purtroppo ora è in un periodo in cui non può collaborare, ma direi che abbia le carte in regola per essere una validissima penna. Lo stesso vale per Antonio Colella, studente laureando in Giurisprudenza: ottima penna, a mio avviso, forse fin troppo produttiva, tant’è che a volte debbo mettergli un pò di guinzaglio altrimenti volano via pagine su pagine.Dario Bonacina, il “vice”, non richiede presentazioni: in Rete è ben conosciuto, abbiamo “militato” entrambi per Punto Informatico, lui più di me. L’abbiamo lasciato quando è passato nelle mani di Edizioni Master, perché senza Paolo De Andreis come direttore — persona squisita da cui ho imparato molto, come ho imparato molto dalla giovanissima ma abilissima Gaia Bottà — PI non è più PI e questo lo sanno tutti. Io ho reagito “creando” il NBT e Dario, quando può, si “diverte” anche lui sul NBT.In passato anche altri amici, dall’estero e non, hanno collaborato: da Sara Polizzi a Giulia Boschi, da Fred Ferreri a Floriana Maraini, purtroppo tutti assorbiti da nuovi impegni pressanti pro-carriera, dai quali ovviamente non posso sottrarli. Ma è anche grazie a loro che il NBT è “partito”. Ogni tanto qualcuno di loro si “riaffaccia”, ma, ovvio, non possono garantire nulla.Diventare testata giornalistica? Al momento lo escluderei: equivarrebbe a farsi mettere la museruola. Ne potremo riparlare se l’intero sistema normativo riguardante la stampa verrà totalmente riscritto in versione davvero 2.0 e quando l’OdG diventerà un vero Ordine, che aiuti ad andare a caccia di buone penne, ne vada a caccia esso stesso e proceda a formazione 2.0 vera e moderna, piuttosto che “corporativizzare” il mondo del giornalismo. Ma ho tanto l’impressione che, se mai accadrà, lo farà quando difficilmente io potrò ancora essere in vita.