La musica e il suo mercato stanno cambiando

Non so da quanto tempo stai leggendo questo blog, ma se mi segui da qualche anno magari ti sarai accorto del mio interesse per la musica e le piattaforme di streaming.

Di musica ne ascolto molta, forse troppa, e anche se questo non fa di me un esperto ho sempre cercato di comprenderne i mutamenti attraverso la voce di chi dall’interno la crea o ne cura lo sviluppo e la diffusione. Infine l’ho toccata anche marginalmente nel mio precedente ruolo in Italia curando la comunicazione per questi due eventi.

Probabilmente non è un settore in cui avrò mai interesse lavorare. Resta però tremendamente affascinante la tangente tra tecnologia e musica ed è anche argomento della newsletter di Andrea Girolami dello scorso 8 aprile.

Come scrive molto bene Andrea le piattaforme di streaming musicale sono ormai un treno in corsa difficile da fermare ed è bene anche ricordarne l’importanza:

Sono state proprio le vituperate piattaforme streaming (Spotify e soci) a salvare il mercato discografico dalla voragine in cui era caduto dopo l’arrivo di Napster e del file sharing nei primi 2000. Nonostante questo gli artisti continuano a pensarne tutto il male possibile.

Comprendo fin troppo bene la dinamica dei compensi che risiede dietro un singolo ascolto di un brano e di cui si sta parlando sempre di più ultimamente. C’è chi paga di più, c’è chi paga meno, ci sono le discografiche, ci sono i diritti e alla fine all’artista sembra di non guadagnare sufficienza dalla musica che produce. E quindi via a tutta una serie di collaterali necessari per la sopravvivenza: tour interminabili, merchandising, esposizione sui social.

Queste piattaforme ci hanno abituato ad accedere sostanzialmente a qualsiasi brano mai prodotto per una ridicola cifra se paragonata alla spesa destinata all’acquisto di album fisici di qualche anno fa. E da questa abitudine sembra impossibile tornare indietro. Chi ci vede lungo ha capito come aggirarla, come asservirla ai propri scopi e trarne il massimo vantaggio:

Più gli artisti si dimostrano capaci di appropriarsi del rapporto con la propria audience, creando community intorno i propri contenuti, e più riescono a catturare il valore rimasto nella musica, sottraendolo agli intermediari con cui hanno a che fare, dalle case discografiche fino alle piattaforme.

Non so dire se questo sistema resterà sostenibile per tanto a lungo, o se così facendo stiamo mettendo in pericolo la creatività di giovani artisti che decideranno semplicemente di abbandonare questo tipo di carriera artistica perché comprendono di non riuscire a camparci. E non ho nemmeno in mente una valida alternativa.

Non credo sia possibile affrontare la stessa strada che ad esempio i creator hanno scelto nel diventare indipendenti e farsi pagare un abbonamento per quanto condiviso online. Questo significherebbe sostanzialmente tornare al modello precedente, ovvero pagare a ogni singolo artista ogni singolo lavoro prodotto. Solo che:

Il mondo in cui gli artisti potevano decidere come e quando distribuire i propri contenuti non esiste più e oggi è il pubblico che detta il ritmo della musica.

Lo stesso pubblico che è ben felice di poter ascoltare tutto quello che vuole ad un prezzo modico, e, purtroppo per Blake e per il suo nuovo rivoluzionario portale, le cose non sono destinate a cambiare a breve.

Ma soprattutto c’è di mezzo Internet. Che ha reso il concetto del tutto gratis e subito onnipresente e dal quale le persone difficilmente si staccheranno, ma anzi, troveranno sempre nuovi modi per poter accedere a contenuti senza tirar fuori un singolo euro.

Il cortocircuito sembra essere in evitabile in qualsiasi direzione si guardi. E come per il resto dei contenuti si tratterà solo di vincere la battaglia per l’attenzione, resta da capire quali saranno gli strumenti e a quale prezzo.

Perché non tornerò ad acquistare musica fisica o digitale?

La musica significa tanto. È pilastro fondamentale della mia esistenza e della mia quotidianità. È quasi sicuramente la mia droga se vogliamo fare questo tipo di similitudine, perché mi crea dipendenza e difficilmente riesco a rinunciarci.

Non ho vissuto l’epoca del vinile, ma nel crescere ho assistito a tante rivoluzioni tecnologiche (vincenti o meno) legate alla musica e le ho vissute tutte con gusto. La musicassetta, il CD, il Mini-Disc, l’mp3 e infine lo streaming.

“L’era” che preferisco? Quella attuale.

Ora, io non mi considero di certo un audiofilo (se non sai cosa significa va bene uguale, sappi che la passione per la musica può spingerti a spendere migliaia e migliaia di euro in attrezzature), ma mi piace ascoltare le canzoni al meglio della qualità che la tecnologia del momento e le mie finanze mi consentono.
Nel gli anni, soprattutto nel periodo in cui ho sfruttato il Lossless di Apple Music, mi sono dotato di diverse soluzioni fino ad approdare ad un DAC/AMP Sony e a queste cuffie. Prodotti all’apparenza costosi, ma credetemi c’è molto di più oneroso sul mercato.

C’è una piccola, ma costante crescita di chi ha voglia di ritornare ad controllo e a una qualità di ascolto antecedente a quella dello streaming che, soprattutto per gli audiofili, è una strada percorribile solo in pochissime direzioni (Qobuz o Tidal). Ho visto qualche YouTuber restaurare vecchi iPod, ma soprattutto tanti post come quelli di CJ Chilvers.

Persone che hanno deciso di tornare completamente al vinile o CD ed eliminare completamente i servizi di streaming o utilizzandoli soltanto per scoprire nuova musica. Io non condivido appieno, nello specifico, le sue tesi relative a un supporto fisico e cerco qui di spiegare perché:

  1. Cosa significa “serious listening” quando si tratta di musica? Un ascolto attento in cui si leggono le parole del testo? Si chiudono gli occhi e si medita? Io ascolto musica in qualsiasi frangente, al computer, camminando, mentre guido e per me è sempre un ascolto “serious”.
  2. La musica su CD è differente. Posso essere d’accordo. La qualità su CD risulta precisa quando si tratta di determinare il master specifico di quell’edizione dell’album che ci si sta apprestando ad ascoltare. Ma, perché non posso fare lo stesso con un file FLAC acquistato online?
  3. L’elenco delle tracce di un album è una forma d’arte. D’accordo anche qui. Non mi sono mai sognato di ascoltare un album con un ordine randomico e qui mi spiace ma i servizi di streaming difficilmente sbagliano e si può facilmente agire sulle impostazioni per avere un ascolto “gapless”.
  4. I CD suonano meglio. Sì, ma con quali dotazioni tecniche? E il tuo orecchio a parità di output è in grado di distinguere un CD da una traccia riprodotta da Qobuz in FLAC 24-Bit?
  5. Non voglio essere spiato mentre ascolto musica. Altro falso mito, su Spotify ad esempio si può impostare la modalità “Sessione privata” e a meno di avere un tier gratuito io non sono mai stato interrotto da niente nel momento dell’ascolto.
  6. È il media fisico col costo più basso. Se volessi comprare dei CD nuovi oggi, ad esempio quelli che ho ascoltato di più in vita mia, dovrei spendere circa 16€. Solo che se tengo conto di quanti album ho ascoltato “soltanto” in questi primi 3 mesi dell’anno... Dovrei moltiplicare il numero per 100. E già per solo questo motivo percorrere la strada del fisico è letteralmente impossibile a meno di non bruciare tutto lo stipendio solo in acquisto di album.
  7. L’arte del fisico e nessun supporto specifico per gli album. Qui non posso che dargli ragione. Gli amanti dei libretti che accompagnano i CD e nello specifico delle grafiche utilizzate per presentare la custodia con lo streaming si sentono sicuramente spaesati. Tuttavia esistono app che cercano di valorizzare proprio l’album come forma d’arte. Longplay e Album sono le prime due che mi vengono in mente.
  8. I CD sono il supporto fisico più duraturo. Sicuro? Sulla carta lo sono, ma esisteranno device per riprodurli che saranno ancora in vendita tra 20 anni? Provo a pensare ai lettori di cassette musicali o a quanti lettori CD io abbia ancora disponibili a casa...2...dentro le console da gaming. Altro falso mito secondo me.

Nel suo post CJ ha tanti altri punti che si mischiano con i precedenti. Sebbene il panorama dello streaming musicale sia una giungla fatta di diritti mancanti, qualità di riproduzione differente e costi tendenti a salire, il risvolto per il consumatore finale è sicuramente più roseo rispetto agli anni ’90.

Al prezzo di 2 CD al mese posso avere accesso ad almeno 2 servizi di streaming di musica differenti. Assumendo che uno sia Spotify che a fronte di una qualità audio pessima rispetto allo standard attuale, presenta un efficiente algoritmo per scoprire novità. Mentre il secondo può essere una scelta in direzione della qualità: Qobuz, Tidal ed Apple Music. Dotandosi della giusta attrezzatura e senza dover per forza di cosa trasformarsi in audiofili è possibile anche oggi godere della stessa qualità dei master di un CD senza dover spendere un capitale ogni mese.

Superunknown

Il 1994 sembra essere un anno benedetto dal Signore della musica rock. Quest'anno compiono 30 anni tanti grandissimi album. Alcuni:

  • Definitely Maybe degli Oasis
  • Vitalogy dei Pearl Jam
  • Dookie dei Green Day
  • L'MTV Unplugged in New York dei Nirvana

Pian piano me li sto riascoltando tutti, con molta calma e prestando attenzione sia ai testi, sia al momento storico in cui sono stati scritti. Tra tutti voglio citare Superunknown dei Soundgarden che, tra tutti, forse è quello che conosco meno. Una quintessenza di anni '90 che a distanza di 3 decadi rappresenta ancora alla perfezione ciò che un disco hard rock dovrebbe essere.

Ricco di incertezze e di malessere, proprio come gli anni '90 hanno saputo essere, l'album dimostra una portata artistica molto più ampia di quelle che molte band riescono a raggiungere in un'intera carriera.
Il disco sembra non essere invecchiato di 1 giorno e la voce di Cornell è ancora oggi l'emblema del rock.

Capolavoro.

Le canzoni saranno sempre lì (?)

Ieri pomeriggio siamo capitati in una rivendita di vinili usati. Sapete, una di quelle situazioni in cui ci sono tante bancarelle diverse in cui le persone vanno a cercare quella chicca da collezione, a iniziarne una, oppure semplicemente a fare i nostalgici di un ritorno a un passato che non c’è più. In realtà ci siamo andati perché uno zio di mia moglie fa mercatini e rivende quel tipo di mercanzia.

Ci raccontava delle varie tipologie di avventori. Tra i tanti casi, più o meno umani, sembrano esserci tanti giovani attratti dal supporto. Tanti in cerca di album perduti, in cerca di un suono diverso…? Non lo so, non ho mai ascoltato il vinile, ma leggevo qui e anche altrove che la sua qualità seppur caldamente artigianale tanto da risvegliare mode, non è migliore rispetto a una cassa di buona qualità attaccata a un servizio streaming.

Mi ha fatto riflettere sulle possibili altre motivazioni. Ancora di più sul momento “fruizione musica”. Ne esiste ancora uno? Esiste un preciso momento in cui dite a voi stessi…oooh fanculo tutti, ora mi metto sul divano e mi sparo un disco dall’inizio alla fine senza rotture di scatole tirando fuori un vinile?

Se è così, vi invidio. Riflettendoci non ne ho mai avuto uno. La musica mi è arrivata sempre in momenti “altri”. In auto, dallo stereo mentre studiavo, dalle casse del computer mentre digitavo i miei primi caratteri, dalle casse Sonos connesse in filodiffusione in casa o non ultimo dalle cuffie collegate allo smartphone.

Ritornando alla prima domanda, cosa cerca chi compra ancora un supporto fisico? È strettamente legato a un momento speciale nella loro vita in cui c’è solo musica e nient’altro. Se si tratta di esperienza d’ascolto più che un effettivo ascolto qualitativo (inteso proprio di bitrate percepito dall’orecchio)?

Chi sa mi risponda 😆. Poi, come ogni volta in cui penso di scrivere qualcosa gli atomi del mondo si connettono e trovo strascichi del mio pensiero altrove. Sull’argomento questo weekend il post di plus1gmt trattava di striscio l’argomento in un passaggio:

Oggi ciascuno di noi ha a disposizione la propria radio personale che, come fanno i liceali con le versioni di latino che rintracciano nelle occasioni in cui ancora qualcuno chiede loro di mettere in pratica le regole di traduzione, evoca secondo un palinsesto il più in linea con i propri gusti. Il rischio è, come saprete, che manchi l’intermediario esperto in grado di ampliare le conoscenze dell’ascoltatore che, abbandonato a sé, finirebbe per non aggiornarsi più. Un rischio che abbiamo accettato di correre, sacrificando il richiamo dell’ignoto alla comodità. Il punto è che nell’abbondanza delle scorte – le piattaforme di streaming contengono qualsiasi rumore emesso dalla totalità degli esseri umani dalla loro comparsa sulla terra – non ci siamo ancora abituati al fatto che le canzoni sono sempre lì. Per questo ci sono ancora individui a metà strada di questo processo di cambiamento, persone che acquistano musica su supporti fisici (ma la stessa cosa vale per i libri o i film o per l’arte o per le cartine geografiche o anche solo le fotografie) per possedere le canzoni. L’equivoco è che la ricchezza consista ancora nella proprietà privata delle cose che ci piacciono per poterne disporne in ogni momento. Da qualche anno ascolto una stazione radio che è molto in linea con i miei gusti. Non ci sono speaker inutili ma è una infinita playlist piena di musica di cui sono in possesso e di altra tutta da scoprire. Non c’è molta differenza tra questo modello e Spotify, ma l’ascolto a sorpresa di un pezzo che amo è un piacere che continua a non avere confronti.

Io ad esempio non potrei fare più a meno di Spotify. Della Discovery Weekly ancora di più che le scoperte casuali tramite playlist di amici o trovate in Rete. L’algoritmo ha raggiunto un certo grado di raffinatezza nei miei confronti per cui non troverei soddisfazione altrimenti. Sono uno a cui piace ascoltare costantemente nuova musica, come per i libri, difficilmente torno ad ascoltare un disco intero per più di qualche manciata di volte. Trovo particolarmente soddisfacente il fatto di sapere di avere a disposizione con pochi click la prossima band che mi farà rinnamorare nuovamente del rock and roll, e questo per me è sostanzialmente irrinunciabile.

Dall’altra tutto questo potrebbe dissolversi nel nulla da un giorno con l’altro. Se domani cessassero di esistere contemporaneamente tutti i servizi di streaming io dovrei ricostruire un decennio di libreria musicale che ho consegnato nelle mani di società private. Uno scambio equo nel quale entrambe le parti godono, ma se una di queste scappa con il bottino l’altra resterebbe a mani vuote. Per la gioia di chi in questi anni ha incasellato quadrati su quadrati nelle proprie librerie in salotto per darsi un tono.

Provo a cambiare prospettiva. Se avessi in questi 10 anni acquistato tutti gli album ascoltati, e attualmente nella mia libreria, credo non avrei potuto permettermi nessun’altra spesa extra se non quella dedicata ai dischi. Ma soprattutto, posso affermare con una certezza quasi assoluta, non avrei mai e poi mai scoperto nuove realtà sonore frequentando soltanto forum e mercatini dell’usato o negozi di dischi. È un fatto. E bene o male la scelta sta nello scommettere su quale supporto lasciare la colonna sonora della propria vita ai posteri.

A voi la scelta.

Un album a settimana

Ho trovato una soluzione molto spartana e fin troppo 1.0, ma per ora mi piace e continuerò così. Ho creato questa pagina, sarà sempre presente nel menu TROVA così da essere sempre disponibile a chi non ha il link di questo post sottomano.

L’elenco puntato vorrebbe corrispondere al numero della settimana, dove tendenzialmente vorrei consigliarne uno solo, ma capiteranno alcune settimane in cui ce ne saranno di più e a quel punto troverò un altro escamotage.

Detto ciò, il font del blog non supporta la visualizzazione della mezza stella per il sistema di valutazione. Ho deciso quindi di utilizzarne 5 in totale in modo da poter aver più libertà di giudizio. Aspettatevi quindi qualcosa del genere.

★☆☆☆☆
★★☆☆☆
★★★☆☆
★★★★☆
★★★★★

Ogni album sarà linkato tramite la piattaforma album.link così da potervi reindirizzare sulla vostra piattaforma di riferimento.

Buon ascolto. Questa settimana si parte subito con il nuovo album di Iggy Pop.

Lo Streaming sta aiutando la scoperta di nuova musica?

Qualche anno fa scrissi un post dal titolo “A bot made me a mixtape” in cui sostanzialmente mi ritenevo alquanto scettico sul non avere nessun cura dal tocco umano nel vasto mare dei servizi di musica in streaming.

Di fatto, il vero successo di Spotify (ah, a proposito, sapevi che il 13 ottobre esce una mini serie sulla sua fondazione su Netflix) si basa proprio sulla raffinatezza di un algoritmo talmente potente da non aver quasi bisogno di intervento. La cosa mi turba ancora oggi inutile negarlo. Ai tempi infatti utilizzavo esclusivamente Apple Music (oggi celebra 100 milioni di canzoni in piattaforma) che al contrario fa dell’interventismo un suo punto di vanto:

In Apple Music, la selezione umana è alla base di tutto ciò che facciamo: in modi evidenti, come per le playlist curate dalla nostra redazione, e in modi meno evidenti, come il tocco umano che guida i nostri algoritmi alla base dei suggerimenti. Ora più che mai sappiamo che l’investimento nella selezione umana sarà fondamentale per aiutarci a raggiungere l’eccellenza nel modo in cui mettiamo in contatto artisti e pubblico.

Innegabile. Ma poi mi sono imbattuto in questo articolo del Guardian. Ritrovandomi a pensare tutto il contrario. Da quando utilizzo esclusivamente Spotify e il suo algoritmo, soprattutto nella mia Discovery Weekly, ho scoperto nuovi artisti come mai prima. Ammetto che senza questo tipo di affezione nei confronti dei miei gusti musicali mai sarei stato in grado di arrivare a così tanta nuova buona musica. E no, non ci riuscivo con Apple Music fino a due anni fa. Anche se non è stata la ragione per l’averlo abbandonato completamente. Sì perché per quanto ci possano essere schiere di persone a selezionare e ricercare la chicca del momento, nessuno è in grado di conoscerti quanto un codice in grado di comprendere cosa ti piace per davvero. Quale stile ascolti e per quanti minuti al giorno. Consigliarti il nuovo album di un artista mai ascoltato prima solo perché affine ai tanti altri che hai salvato in libreria.

No, lo streaming non sta rendendo più difficile scoprire nuova musica. Sta rendendo forse difficile scoprirne fuori dalla nostra zona di comfort. Ma va benissimo così. A me di ascoltare il prossimo candidato agli Emmy per la musica pop interessa davvero poco. Soprattutto non scopro nuova musica su TikTok perciò per i quasi ‘anta come me Spotify resta un alleato essenziale per evitare di arenarsi nei vari Best Rock Songs Of All Time o Hard Rock Party.

Ad ogni modo, mantengo in vita in questo momento due playlist a mio uso e consumo personale, ma con le quali mi diverto molto. La prima si chiama Next Up.

Tendenzialmente funziona come una Story di Instagram. Non appena terminato l’ascolto quella canzone o quell’album sparisce dalla Playlist. C’è sempre e solo musica appena pubblicata.

La seconda invece si chiama SOUNDSGOOD.

Qui invece sto curando — in piena contraddizione con quanto appena scritto ovviamente — una playlist dei brani che amo di più. Ma siccome ho una memoria pessima e mi dimentico i titoli ho bisogno di molto tempo per lavorarci e completarla, ma man mano sarà sempre più ricca.

Se vi va, seguitele. Ci troverete solo buona musica hard-rock, alt-rock o indie-rock. 🎸

Fluxes #22: Digital decluttering, cellulari per videogiochi e concerti

Come scrivevo nei giorni passati sto cercando di eliminare tutto il superfluo tra i miei servizi digitali. Ho fatto anche due conti sul mantenimento di alcuni di essi che purtroppo arrivano a costare qualche centinaia di euro ogni anno, tipo questo mio blog. Ho cercato qualche alternativa più economica, perfino gratis, ma sono giunto alla conclusione più ovvia: se sto pagando un motivo ci sarà. Poche opzioni di personalizzazioni, la resa grafica non mi soddisfa come riesce a fare ciò che ho creato qui, sia Medium che Substack non hanno più la possibilità di postare da mobile, il che mi limiterebbe questa estate durante il viaggio transoceanico che ci attende. Quindi sono positivamente rassegnato al fatto di sborsare dei quattrini di valore a WordPress.

📱 ☁️ Oggi vi propongo due articoli molto distanti tra loro ma vicini per l'oggetto in questione: il cellulare. Il primo di The Verge con il quale sono particolarmente d'accordo (benché non abbia ancora testato bene una Steam Deck e non mi sia ancora arrivata l'email per confermarne l'ordine) concordo su ogni aspetto della difficoltà di giocare sul cloud da telefonino. Soprattutto in mobilità e non a casa, dove bisogna per forza di cose portarsi dietro un accrocchio che funga da controller, ma soprattutto essere sempre in un punto in cui la connessione sia sufficientemente decente. Senza contare la perdita di diottrie in situazioni in cui il dettaglio su schermo può fare la differenza.

But the worst part of cloud gaming on a phone is the controls. Most services include an overlay of touchscreen controls. The controls themselves fight for screen real estate, and, if you’re like me and have never gotten the knack for on-screen digital joysticks, you’ll find yourself frustrated. Accessories like theRazer KishiandBackboneare supposed to make the phone a better tool for that kind of hardcore gaming, and I’ve got a Kishi I’ve gamely used with more than one Android phone, but I still have to remember to actually bring the thing with me. The Kishi isn’t something that just hangs out in my purse or gets automatically added to my pocket when I leave the house. And, if I’m having to remember to bring a whole little controller dongle to make cloud gaming on my phone even remotely enjoyable, then I’m not really actually able to game anywhere at any time. I’d probably just rather have a whole separate device.

📱 🎤 Il secondo invece sul sequestro preventivo dei dispositivi mobili ai concerti di Jack White. Un metodo estremo? Forse. Ma con l'avanzare degli anni mi trovo sempre più d'accordo. Recentemente siamo stati a vedere i Green Day con i The Weezer e la settimana successiva i Royal Blood con i The Amazons. Soprattutto nel secondo concerto, al chiuso, i telefonini mi hanno disturbato non poco la visuale. Io, incallito registratore in passato, mi sono riscoperto totalmente disinteressato a registrare video mentre ho goduto appieno della performance.

But having survived the show, I have to attest that Jack White has a point. We’re all sick to death of having the person in front of us at a gig decide to film the best bits from overhead or stream the whole show to their dog. It’s not just a distraction and annoyance for us – it’s a waste of a great in-person live music experience for them too.

The pouches themselves opened at the touch of a magnetic button on the way out, so venues could quite easily pepper them along exit routes to let people release their precious zombie boxes themselves, then drop the pouch in the buckets provided – because who the hell wants to steal a straitjacket for a mobile phone (unless you’re planning an intervention on Darren Grimes)? In a world where mankind has realised the impossible dreams of space travel and Deliveroo wine, it must surely be possible to concoct a machine that releases everybody’s phones remotely as the houselights go up, too. Although that might lead to innumerable injuries as people fail to notice all those flying drumsticks.

The entire live experience might be improved, too, if bands feel that they can treat us to previews of new albums without the unreleased songs getting splashed all over social media within minutes.

Måneskin

L’edizione in cui i Måneskin hanno vinto X Factor è stata anche l’ultima che ho seguito. L’edizione in cui i Måneskin hanno vinto X Factor è stata anche l’edizione in cui ho capito dalla prima puntata che avrebbero vinto. Appariva limpido tutto il loro potenziale inespresso e tutto il mondo avrebbe dovuto conoscere quegli adolescenti romani che invece di scegliere la trap o la drill amavano suonare il rock. Anacronistico per gli adolescenti di oggi e forse anche per quelli di ieri, soprattutto in Italia.

Non so dire quanti ragazzi italiani oggi risponderebbero rock alla domanda su quale genere musicale sia il loro preferito, ho la pretesa per non dire la certezza che sarebbero una piccola minoranza. A me ha reso estremamente felice non solo il fatto che il rock sia tornato sulla cresta dell’onda nel 2021, ma che a farlo sia stata una band italiana che di italiano non ha veramente nulla se non i nomi sulle carte d’identità dei componenti della band e alcune loro canzoni.

Dimostrano di sapere bene l’inglese e di essere a loro agio ovunque si esibiscano. Perché fanno ciò che amano di più, è lì sotto gli occhi di tutti. E la cosa più divertente è che scalano ogni classifica con canzoni non loro, con cover rivedute e corrette e impregnate del loro stile fluido e pieno di carattere.

Il perché ce lo spiega l’articolo di Daniele Cassandro, la cui chiusura riporto qui per intero. Racconta con estrema semplicità perché danno fastidio ai puristi del rock, che troppo facilmente dimenticano che senza Måneskin il rock non avrebbe visto la cima di nessuna classifica quest’anno, ma soprattutto perché funzionano così bene:

I Måneskin nel 2021 non hanno fatto che resuscitare, per l’ennesima volta nella storia recente, il fantasma del rock’n’roll (e della frattura generazionale che si porta dietro) che ogni dieci o vent’anni viene dato per morto. Non ci sono più i juke box ma c’è Spotify, la loro ribellione sessuale è rifiuto e sovvertimento degli stereotipi di genere ma il carburante che li fa volare è sempre lo stesso: fisicità, sudore, ormoni a mille e rock.

E il fatto che adulti e censori scuotano la testa è assolutamente naturale, anzi, è il segno che loro stanno facendo tutte le cose giuste. La musica dei Måneskin è derivativa? Fasulla? Scopiazzata? La risposta a questo falso problema la dava Pete Townshend degli Who già nel 1968: “È come dire prendiamo tutta la musica pop, infiliamola in una cartuccia, chiudiamola e diamo fuoco alle polveri. Non consideriamo il fatto che quei dieci o quindici pezzi siano tutti simili. Non importa in che periodo sono stati scritti o di che parlano. È l’esplosione che creano quando premi il grilletto a fare la differenza. È l’atto in sé. Ecco cos’è il rock’n’roll”.

EarPods. Elogio della semplicità

Non posso certo considerarmi un audiofilo, ma un appassionato dell'ascolto musicale con la massima qualità possibile che il mio orecchio sia in grado di percepire, questo sì.

Negli anni mi sono dotato di strumenti più o meno professionali come estensione al mio computer, da dove ascolto il 90% di tutto l'ascoltabile. Sono partito dalle Sony MDR-Z7 abbinate a un mini-ampli PHA-3, sono passato poi recentemente al setup che ho descritto qui per saggiare la bontà di Apple Music Hi-Res Lossless e di Tidal. Tuttavia sono giunto a una conclusione, sicuramente sofferta per il mio portafogli, ma conclusiva per le mie orecchie.

Nonostante i tanti tentativi e i diversi setup provati, le cuffie over-ear non fanno per me. Motivo principale? Dopo qualche ora succedono due cose, inizia a farmi male la parte esterna delle orecchie, ma soprattutto iniziano a sudarmi. Sensazioni davvero spiacevoli. Peggio ancora, la combinata con anche un amplificatore dedicato non mi ha fatto percepire nessun miglioramento significativo tanto da giustificarne una spesa così elevata. Sarei folle se non dicessi che una qualità generale migliore esista, ma per alcuni modelli c'è una carenza negli alti, per altri modelli una carenza nei bassi, e via andare.

Ad oggi, il modello che non solo ha sensibilmente cambiato l'acustica di tutto quello che ascolto, ma che ancora reputo il modello di riferimento, quello con il perfetto equilibrio che cerco mentre ascolto un brano e senza particolari fastidi fisici è il modello più classico degli auricolari Apple, quello che ha segnato una generazione: gli EarPods.

Occhio a non confonderli con gli AirPods. Sì, anch'essi ottimi auricolari, ma sofferenti di un peccato originale, una batteria che non dura tutta la giornata lavorativa se si affrontano 8 ore tra conference call e musica. Un prodotto di 19 euro in grado di tenere testa, almeno per la capacità percettiva delle mie orecchie, a modelli di alta fascia e non temono ancora il segno del tempo. Unica pecca, un modello con il noise cancelling totale. Sarebbe la manna definitiva, anche se influirebbe non poco sul prezzo finale.

Il mio unico timore, vista la strada wireless intrapresa da Apple nella linea di prodotti dedicata all'audio e al taglio netto dello slot jack 3,5 dagli iPhone, è che prima o poi spariscano. Sarebbe un peccato.

Hi-Res Lossless in Apple Music sul Mac? Devi fare così

Apple Music ha battuto il diretto concorrente Spotify sul tempo annunciando la propria versione in alta definizione di Apple Music dopo e rendendola disponibile prima, ha anche battuto tutti gli altri sul prezzo lasciandolo invariato rispetto ai 9.99 euro mensili.

Per apprezzare tutta la qualità messa a disposizione da Apple Music, ovvero il formato Hi-Resolution Lossless fino a 24bit e 192kHz, è però necessario dotarsi di un DAC. Ovvero un convertitore USB da digitale ad analogico.

Io ad esempio ho acquistato l'xDuoo XD-05 Bal da qui. E già che c'ero ho rinnovato anche le cuffie con le Beyerdynamic T5. Ok, io vivo di musica e mi piace sia sempre al massimo della qualità quindi non ho badato troppo a spese (sì lo so non posso parlare di massima qualità con un servizio di streaming, ma non ho più tempo e voglia di andare ad acquistare i singoli album).

Esistono anche DAC più economici e altrettanto performanti come il Fiio Q3, il Dragonfly oppure il più portatile THX Onyx che dovrei testare a breve.

Al di là del DAC che sceglierete c'è da fare una doverosa precisazione se oltre ad essere utilizzatori di iPhone o iPad lo siete anche di Mac. Nei primi due casi è sufficiente collegare il vostro DAC al dispositivo e verrà riprodotto il brano alla qualità che avete deciso di impostare. Sul Mac sono un altro paio di maniche.

Dovete aprire l'app Configurazione MIDI Audio e dal vostro nuovo dispositivo modificare il formato in 24-bit 192,0 kHz.

È il solo modo per far sì che ciò che state riproducendo lo faccia al massimo della qualità. Ovviamente il file che dovete riprodurre deve avere accanto il simbolo Hi-Res Lossless altrimenti il vostro Mac + il DAC simuleranno soltanto quel tipo di definizione.

Altre due informazioni che forse ho dato per scontato. Dovete aver il vostro Mac aggiornato a macOS 11.4 almeno ed essere andati sulle preferenze dell'app Musica cambiandole con le seguenti:

Ora dovreste esserci. Non vi resta che godervi la vostra musica in streaming al massimo della qualità. Ultima accortezza, come detto non tutti gli album sono nel formato Hi-Res Lossless, lo potete sempre controllare nella parte destra del vostro brano in riproduzione cliccando su quel simbolo con le tre onde, da lì appariranno tutte le info relative al brano in ascolto. E anche in quel caso non è detto che il brano sia stato in origine registrato con i 24 bit a 192 kHz.

Buon ascolto.