Attivare rapidamente i sottotitoli su Apple TV

Attivare rapidamente i sottotitoli su Apple TV

Tra i primi acquisti fatti negli States c’è stata Apple TV. Da qui gestiamo YouTube TV, tutte le app di streaming a cui siamo abbonati (Netflix, Apple TV+ e Prime Video), ma soprattutto quella manna dal cielo che si chiama Infuse.

Dal minuto 0 ci siamo imposti di guardare qualsiasi contenuto in Inglese, ma ovviamente essere inondati da molti accenti diversi, compreso quello British fa si che il più delle volte abbiamo i sottotitoli in lingua originale attivi.

La cosa noiosa è che per attivarli/disattivarli è necessario stoppare la riproduzione e andare a caccia del bottone CC (closed captions) sullo schermo. Ma spesso siamo al buio e finisco per schiacciare il tasto sbagliato e si esce al menu principale o peggio cambio direttamente canale...

Per ovviare a questa disdicevole situazione in cui Noemi alza gli occhi al cielo ho scoperto che c’è un modo abbastanza semplice per attivare/disattivare i sottotitoli con un sol tocco. Ci sono due modalità come illustra Gruber:

  • Se utilizzi il telecomando di Apple TV da iPhone (è situato nel Control Center), c’è un bottone CC dedicato
  • Oppure se andate sul sistema operativo di Apple TV, tvOS, e precisamente in Impostazioni → Accessibilità → Abbreviazioni accessibilità e lo impostate su “Sottotitoli per non udenti”. Ora semplicemente pigiando 3 volte il bottone < sul telecomando di Apple TV si attivano/disattivano i sottotitoli

L’ho testato su un po’ di app, anche gratuite, ecco cosa ne è risultato...Peccato, dovrebbe essere una richiesta obbligatoria per quando si sottomette l’app nello store di tvOS:

  • AppleTV+: sì
  • Hulu: sì
  • ESPN: sì
  • YouTubeTV: purtroppo no
  • Disney+: no
  • Prime Video: no
  • Netflix: no
  • Infuse: no!

Come organizzo i miei schermi?

Prendo spunto da questi due post per raccontare un po’ la mia di routine con gli schermi (soprattutto desktop, ma anche mobile) lavorando 2 giorni da casa e 3 dall’ufficio di Santa Monica.

In entrambi i casi ho a disposizione due Mac. Da casa lavoro sul mio Mac mini M2 Pro, mentre da lavoro su un MacBook M2 Pro. Grazie a iCloud riesco a replicare su entrambi la medesima configurazione così da non perdere troppo tempo nello spostarmi da un device all’altro.

Ripercorrendo nello specifico i punti toccati dagli altri post:

  • Desktop. La mio desktop è sempre vuoto. Ad eccezion fatta per la cartella principale del disco, non ho altro a portata di mano. Perché? Perché non mi serve e generalmente salvo tutti i file di lavoro su OneDrive e quelli personali su Google Drive. E nel primo caso, aprendo qualsiasi programma della suite Office, la prima cosa che appare sono gli ultimi file su cui si è lavorato, quindi inutile avere shortcut sparse per lo schermo
  • Schermi esterni. A casa ho un LG UltraFine 5K da 27’’ che oramai ha qualche anno sulle spalle ed è fuori produzione, ma funziona ancora divinamente ed è sopravvissuto senza drammi al trasloco oltreoceano. Sarà difficile rimpiazzarlo quando non funzionerà più. Mentre a lavoro ho un Samsung da 32’’ curvo, forse fin troppo grande per le mie necessità visto che utilizzo quasi sempre una schermata alla volta e non è mai in full screen mode. Come faccio? Beh sia a casa che a lavoro ho un Apple Magic Trackpad. Da anni ormai non utilizzo più un mouse e le gesture sono una manna dal cielo. Soprattutto quella dove spostando tre dita verso l’alto ho immediatamente accesso a tutte le finestre aperte.
    P.s. il mouse e i vari cavi che vedete attorno all’extender Orbi nella foto qui sotto sono lì perché Noemi non è avvezza al trackpad e preferisce avere un mouse tradizionale per il suo profilo sul Mac mini
  • Notifiche. Sui miei Mac elimino praticamente del tutto le notifiche grafiche temporanee che di default appaiono nella porzione in alto a destra dello schermo. Mantengo soltanto quelle audio, sia per i messaggi in arrivo che per le email, lascio in vita soltanto le notifiche numeriche sulle app che ho sul dock. Questo perché indosso il 90% del tempo delle cuffiette, ma soprattutto evito che qualsiasi notifica appaia mentre sto condividendo lo schermo in una riunione. Su telefono le sole notifiche attive sono quelle delle chiamate, Teams, messaggi e Threads. Tutto il resto delle notifiche le smaltisco quando ho un interesse personale nel guardare una determinata app. Quando prendo il telefono e vedo che ci sono dei pallini rossi, se ho voglia, li controllo. Altrimenti restano lì.
  • Rimozione del dock. L'altra cosa che faccio appena imposto un nuovo Mac è far scomparire subito il dock dalla parte bassa dello schermo e far sì che appaia nel momento in cui ne ho bisogno richiamandolo con il mouse. È una distrazione inutile per gli occhi e occupa soltanto spazio.
  • Tab. Di recente sono tornato ad utilizzare Safari perché Chrome continua a soffrire di un’eccessiva pesantezza. Finalmente anche su Safari si possono raggruppare differenti tab e la mia impostazione di default è averne sempre una aperta per le faccende personali (Gmail, Feedly, Threads) e un’altra per quelle lavorative. Non spegnendo mai il MacBook Pro sono certo di ritrovarmi tutto ogni mattina come l’ho lasciato il giorno prima.
  • Inbox zero. Il 90% del mio lavoro avviene tramite email. Outlook è l’app costantemente aperta dove cerco di mantenere il counter il più possibile vicino allo zero. Avere email non lette significa per me il dover dare una risposta a qualcuno che non posso dare nell’immediato, solo perché ho bisogno di più elementi per farlo.
  • Schermo a letto. Purtroppo questa è ancora parte di una mia malsana routine. Tengo vicino al letto un vecchio OnePlus Nord che utilizzo soprattutto per guardare Threads prima di addormentarmi e qualche video su YouTube, mentre il mio telefono principale è settato sulla modalità "Sonno". Ho da qualche giorno però riportato in camera il mio Kindle e vorrei definitivamente abbandonare ogni altro device illuminato dal momento che mi separa dal sonno.
  • Orologi. Una menzione speciale va fatta agli orologi. Quando ero piccolo, dopo il televisore, era il solo altro schermo esistente. In questa nuova casa, ad eccezion fatta per gli orologi digitali di forno e microonde, non abbiamo altri orologi da nessuna parte. Dice come fai per la sveglia? Utilizzo la funzionalità integrata in Sonos e mi alzo con una canzone diversa ogni mattina. Ho eliminato del tutto gli orologi da polso e non ne sento assolutamente la mancanza. Anzi. Penso di godermi molto più il mio tempo senza avere un costante ricordo del tempo che passa.

Come vi organizzate voi? Fatemelo sapere e se vi va di supportarmi con $1 al mese qui.

Il mio "ufficio" casalingo

I miei abbonamenti 2024

Quando ancora su Squarespace avevo accesso agli analytics, tra i post più visitati dell’anno scorso c’è stato senza dubbio quello sulla lista delle app di default nel 2023.

Nel trasferirci in California ho dovuto ripensare anche alle sottoscrizioni ai vari abbonamenti sia mobile che desktop e ovviamente TV/Gaming.

Per tenerne traccia utilizzo l’app Bobby che da tanti anni ormai mi aiuta a non perdere la somma delle mie spese annuali.

TV/Gaming

  • Ho ancora attivo al momento l’abbonamento Netflix italiano. Questo perché al cambio ancora mi conviene con la versione 4K: €17,99
  • Xbox GamePass. Prima di andare via da Microsoft anni or sono avevo acquistato con sconto dipendente qualche abbonamento a Xbox Live Gold che ho tramutato in mesi per Xbox GamePass. Al momento quindi non sto pagando nulla e la mia sottoscrizione terminerà il 16 agosto 2025. Un anno e mezzo abbondante di pacchia: gratis
  • PlayStation Plus Premium. Sony è un po’ la Apple del gaming. Forse anche peggio. Non permette agli utenti di cambiare la nazionalità associata al profilo e quindi dovrò tenermi per sempre un account italiano. Questo di conseguenza si riflette anche sull’abbonamento e il suo pagamento annuale: €152
  • Nintendo Switch Online. Poco da aggiungere, credo che lo dismetterò a breve perché mai utilizzato a dovere: €19.99 anno
  • YouTube. Penso che tra tutti gli abbonamenti sottoscritti quest’anno YouTube sia quello che sto sfruttando maggiormente. Sebbene costi un occhio della testa, e non penso lo rinnoverò l’anno prossimo, dopo 2 mesi (dati alla mano) mi sono risparmiato 20 ore di pubblicità non gradita: $139.99 anno
  • YouTube TV. Qui negli Stati Uniti senza una sottoscrizione a una TV via cavo non ci sono canali gratuiti da poter guardare. Non c’è il cavo dell’antenna come in Italia, ma soltanto l’attacco per la cable TV. Si può ovviare al problema se si possiede una smart TV e sottoscrivendo un abbonamento a uno dei tanti provider che offrono servizi paritetici. Io ho scelto YouTube TV perché al momento la più economica (si fa per dire), ci sono oltre 100 canali disponibili e perché permette di registrare qualsiasi programma sul cloud con spazio infinito ed è fruibile praticamente su ogni device: $64.99.
    Dopo alcune segnalazioni mi sono fatto furbo diciamo. Ho cancellato YouTube TV perché ci sono tutte le singole app gratis per il comparto news e così ho fatto. Mentre la combo Hulu + Disney + a $19.99 ha aggiunto al pacchetto che abbiamo ciò che ci serve. Ho convertito quindi così.
  • Apple TV+. Resto convinto che di tutti i servizi di streaming Apple TV+ sia quello con il rapporto qualità prezzo maggiore. Tutte le serie TV che abbiamo visto su questa piattaforma (ad eccezione di Ted Lasso. Lo so, non ci piace 🤷🏼) sono sempre state eccellenti. Ho convertito il mio abbonamento da italiano a statunitense e ora pago: $9.99 al mese.
  • Prime Video. Incluso nell’abbonamento Amazon Prime che qui diciamo è più che utile, perché oltre alle consegne veloci si hanno anche diversi sconti sulla spesa di tutti i giorni nei supermercati Amazon Fresh o Whole Foods: $139.00 anno

Mobile/Desktop

Tendenzialmente quando si tratta di app, sia mobile che desktop, tendo ad acquistare ove possibile la versione lifetime. Se il software che sto utilizzando mi piace, lo sfrutto a dovere e so di non cambiarlo praticamente mai passo quasi subito all’acquisto completo rifuggendo da ulteriori abbonamenti. Ne ho però alcuni attivi perché quel servizio o quell’app non possiedono tier adeguati, vediamo quali:

  • Telegram Premium. Con una cerchia di amici ristretta e per tante altre funzionalità prediligo l’utilizzo di Telegram come servizio di messaggistica. Ho deciso di acquistare la versione Premium all’inizio dell’anno perché ricca di cavolate che utilizzo tutti i giorni: €23.99 anno
  • Glass. Dopo vari tira e molla con Flickr, alla fine ho deciso di spostare tutta la pubblicazione delle mie foto su Glass. Perché un’app decisamente più pulita, pensa con logiche mobile ma anche desktop e non è schiava di nessun algoritmo. Sono ben felice di pagare la mia quota annuale: $39.99
  • Domini. Ne ho tantissimi che tengo gelosamente per presidio. Alcuni li sfrutto per email, altri per reindirizzare al blog. Diciamo che su tutti i due che utilizzo maggiormente sono contino.com e gwtf.it e per entrambi pago: €35 anno
  • Server blog. È ospitato qui e pago solo: €4.35 mese.
  • iCloud +. Con 4 persone in famiglia ad utilizzare spazio condiviso per foto e backup è necessario il tier da 2TB. Fortunatamente sono riuscito a cambiare la nazionalità del mio Apple ID e ora pago: $9.99 al mese
  • Spotify Family. I 6 spazi sono occupati da me, Noemi, mio padre e altri tre amici. Anche in questo caso sono riuscito a convertire il mio abbonamento in U.S. e risparmiare qualcosina sia come prezzo sia al cambio: $16.98 al mese. Che però avendo tre amici che contribuiscono pago “soltanto” $8.46.
  • Uber One. Questo servizio costa parecchio, ma qui tra servizio taxi, consegna cibo a casa e monopattini ho già risparmiato 40 dollari in due mesi. Costo: $96 anno
  • NextDNS. Lo utilizzo da 2 anni ed è la prima cosa che installo su qualsiasi nuovo device. Elimina praticamente pubblicità da qualsiasi sito e tiene al riparo tutta la rete di casa da eventuali malware: $19.99 anno

Cosa ho eliminato?

Per quanto mi è stato possibile ho cercato di razionalizzare al meglio tutti gli abbonamenti attivi. Cancellandoli o sostituendoli con altri software meno costosi o con alternative con abbonamenti lifetime.

  • Ho cancellato abbonamento a Lightroom perché il mio utilizzo non valeva assolutamente la pena. L’ho sostituito con Darkroom e Photomator che per i miei scatti in RAW vanno più che bene
  • Passando a Kirby avevo necessità di un editor snello e di facile comprensione per chi come me non ha mai utilizzato Markdown. Mi sono ricordato di avere acquistato anni fa una licenza lifetime per iA Writer che fa egregiamente il suo dovere
  • Ho provato per qualche mese Fantastical, ma il prezzo non giustifica assolutamente ciò che Outlook serve in egual modo i miei utilizzi. Cancellato
  • Ho invece scoperto e sottoscritto un abbonamento lifetime a Flighty. Specialmente ora che viaggerò spesso per gli Stati Uniti e poi sicuramente per tornare in Italia almeno una volta l'anno, quest'app è un must have per chi viaggia in aereo. Molto consigliata!

Come siete messi voi ad abbonamenti? A quali non rinuncereste mai?
Fatemelo sapere via email e già che ci siete se avete voglia di sostenere il blog potete farlo qui.

Dispacci Americani  #1

L’altra sera al telegiornale locale hanno dedicato un servizio sulla cifra monstre che si può vincere con il Powerball. L’equivalente locale del nostro Superenalotto. Mi ha colpito, tra tutte, la risposta di un intervistato a cui chiedevano cosa ne avrebbe fatto di tutti quei soldi. Avrebbe viaggiato, sì viaggiato per gli Stati Uniti, vuole scoprire il mondo ha aggiunto, e per lui il mondo è gli Stati Uniti.

Non è la prima persona che incontro, ascolto, interagisco la cui associazione Stati Uniti = mondo è praticamente automatica. All’infuori di questo vasto continente c’è poco o nulla per tante persone qui. E ci sta.

Le scorse due settimane le ho trascorse quasi interamente in trasferta. Prima a New York e poi Austin, Texas. Ed in entrambi gli stati diversi colleghi mi ponevano un’urgente domanda: noti tanta differenza con la California? Io rispondevo pacificamente, no, per me sono sempre Stati Uniti. Al di là che una potesse essere una metropoli e la seconda molto più verde, agli occhi di un’europeo appena arrivato cambia solo il panorama, non l’aspetto sociale, economico, culturale. Ma che invece c’è, esiste, è molto percepito e forse si può riassumere allo stesso modo come in Italia intendiamo la differenza tra regione e regione, anche se ad un livello estremamente più complesso: leggi differenti, tasse diverse, infrastrutture non comunicanti.

È il bello e il brutto degli Stati Uniti. Ognuno dei 50 stati fa storia a sé nonostante il senso unitario e di appartenenza a qualcosa di più grande sia estremamente radicato. Ma così come in Italia siamo sommersi da preconcetti a partire da Sud vs Nord e compagnia cantante, anche qui se un californiano si trasferisce in Texas non è sempre visto di buon occhio dai texani.


Il 10 marzo qui è tornata l’ora solare. Non sapevo che non cambiasse in maniera paritaria in tutto il globo, eppure ci abbiamo messo un attimo a capire che adesso ci sono 8 ore di differenza con l’Italia fino al 30 marzo.

Il clima qui a Marina Del Rey è fantastico. Sta piovendo spesso nei weekend, ma dura talvolta non più di qualche ora e quando torna il sole si sta magnificamente.

Noemi ha trovato lavoro e si sta ambientando in fretta. Abbiamo qualche amico che ha già prenotato il volo per venirci a trovare nei prossimi mesi e rispetto al primo post la situazione locale è decisamente migliorata, anche se la nostra vita sociale al momento è il 20% di quello che abbiamo lasciato. Ma siamo sereni e questo conta più di tutto. Guardando il documentario di Andrea Pessino mi sono anche reso conto che non è come esserci trasferiti nel 1990, oggi praticamente le distanze sono annullate grazie ad Internet e anche se consci della mancanza di un abbraccio, va bene così.

Ieri abbiamo visitato il Getty Center. Situato su una collina di Brentwood, il centro ospita un museo, un giardino meraviglioso e un centro di ricerca. Vi si trovano opere che spaziano dal ’400 fino ai giorni nostri ed è meraviglioso in una giornata di sole.

Ci manca da visitare ancora la Villa sulla strada per Malibu, ma ci andremo presto.

Forma Restaurant & Cheese Bar

Non ci teniamo particolarmente a stilare una classifica dei migliori ristoranti italiani di Los Angeles, ma quando ci capita l’occasione di provarne uno (perché consigliato da colleghi o conoscenti) ci andiamo volentieri.

Cerchiamo di restare il più possibile nel triangolo Santa Monica-Venice-Marina Del Rey perché mettersi in auto la sera dopo le 18 è un vero inferno se si vogliono raggiungere le zone est della città per un piatto di pasta.

Qualche settimana fa abbiamo apprezzato particolarmente La Puglia mentre ieri sera abbiamo provato Forma Restaurant & Cheese Bar a meno di 15 minuti di auto da casa.

Immagine di formarestaurant.com

Mi è stato consigliato da un collega italiano e risulta tra i migliori ristoranti italiani di Santa Monica. Prende il nome dal modo particolare in cui vengono serviti alcuni primi piatti e cioè passati prima dell’impiattamento all’interno di una forma di formaggio (non sono certo fosse Parmigiano Reggiano, Grana Padano o pecorino).

Esistono in realtà due location molto vicine tra loro, tenute conto le grandi distanze della contea di Los Angeles, una a Venice e l’altra, dove siamo stati noi appunto, a Santa Monica tra Montana e la 16th strada.

Ci accoglie un gran frastuono all’apertura della porta, il basso soffitto e il sovraffollamento dovuto a una disposizione dei tavoli troppo ravvicinata ha reso quasi impossibile parlarsi se non a un tono di voce rasente il grido.

Ordiniamo da bere due ottimi calici di Montepulciano e decidiamo di dividerci un paio di antipasti e un primo.

Partiamo dagli roasted gnocchi. Gnocchi di patate arrostiti, fonduta di taleggio sul fondo, pomodori ciliegino e zest di limone. Al gusto ci sono da subito sembrati più delle patate arrosto che veri e propri gnocchi, anche se la morbida consistenza all’interno ce li ha fatti gustare piacevolmente.

Insieme è arrivato un piatto di burrata, pomodori, rucola e barbabietole. Ci mancava tremendamente la mozzarella nostrana e l’abbiamo divorata ferocemente. Ci mancava del pane per fare la scarpetta…

Negli Stati Uniti non è abitudine servire del pane insieme al piatto principale e il più delle volte bisogna ordinarlo a parte come se fosse un contorno o un antipasto. E benché italiano Forma non ha fatto eccezioni. 4 fette di ottimo pane caldo con olio e salsa di pomodoro a parte sono costate la bellezza di 8 dollari. Forse il mark-up più incredibile a cui ho assistito da tre mesi a questa parte.

Immagine di formarestaurant.com

Infine il piatto forte. La chitarra cacio e pepe. Abbiamo percepito subito al gusto che la pasta fosse fatta in casa e anche molto bene. Purtroppo nell’insieme il piatto aveva solo un lontano ricordo di una cacio e pepe, soprattutto perché estremamente liquida rispetto al solito. Nel complesso però ci è piaciuta comunque.

Non abbiamo preso il dolce e con una bottiglia di acqua frizzante abbiamo pagato per due persone 122 dollari. Non fatevi ingannare da una cifra che può sembrare esorbitante. È decisamente la normalità dei prezzi di Los Angeles, soprattutto per un ristorante italiano di qualità.

Penso torneremo senza dubbio, a partire dal test dell’altro ristorante situato a Venice.

★★★☆☆

Superunknown

Il 1994 sembra essere un anno benedetto dal Signore della musica rock. Quest'anno compiono 30 anni tanti grandissimi album. Alcuni:

  • Definitely Maybe degli Oasis
  • Vitalogy dei Pearl Jam
  • Dookie dei Green Day
  • L'MTV Unplugged in New York dei Nirvana

Pian piano me li sto riascoltando tutti, con molta calma e prestando attenzione sia ai testi, sia al momento storico in cui sono stati scritti. Tra tutti voglio citare Superunknown dei Soundgarden che, tra tutti, forse è quello che conosco meno. Una quintessenza di anni '90 che a distanza di 3 decadi rappresenta ancora alla perfezione ciò che un disco hard rock dovrebbe essere.

Ricco di incertezze e di malessere, proprio come gli anni '90 hanno saputo essere, l'album dimostra una portata artistica molto più ampia di quelle che molte band riescono a raggiungere in un'intera carriera.
Il disco sembra non essere invecchiato di 1 giorno e la voce di Cornell è ancora oggi l'emblema del rock.

Capolavoro.

Cos'è Ai Pin?

Qualche mese fa avrete sicuramente visto da qualche parte il video di presentazione di Ai Pin. Un wearable device basato quasi interamente sulla combinazione di interazione vocale e intelligenza artificiale.

L’azienda che la produce si chiama humane al cui vertice ci sono Imran Chaudhri and Bethany Bongiorno, moglie e marito ed entrambi provenienti da Apple.

Il device è minuscolo, si “appende” al petto come se fosse una spilla e attraverso un abbonamento di 24 dollari al mese promette cose strabilianti.

L’oggetto è sprovvisto di interfacce se non appunto per la voce e una proiezione sul palmo della propria mano con cui interagire per alcune funzionalità.

E sebbene sulla carta si pone come il futuro sostituto degli smartphone, prova su strada The Verge lo considera niente più che alla stregua di un gadget divertente. Cosa che ho sospettato fin dall’inizio.

Ieri humane ha rilasciato un nuovo video un paio di giorni fa a dimostrazione delle funzionalità basilari e più complesse dell’oggetto.

Le novità più interessanti si mostrano durante la seconda metà del video con la funzionalità Vision. Capace di leggere oggetti, comporre una scheda calorica degli alimenti che assumiamo durante la giornata, consigliare sull’utilizzo di un software o realizzare documenti che poi si troveranno su un’interfaccia software chiamata .Center che vive e vegeta sul sistema operativo proprietario cloud CosmOS.

Aspetta un attimo. Un’interfaccia software? Quindi visibile agli occhi? Sì.

Questo mi ha fatto riflettere sul fatto che, nonostante le premesse siano fantastiche e la volontà sia quanto più possibile quella di copiare ciò che possiamo vedere nel film Her, ancora oggi è imprescindibile avere a che fare con uno schermo, ma sopratutto con uno smartphone.

La trappola della creator economy

Tra i privilegi di avere uno spazio personale indipendente da qualsiasi piattaforma c’è anche quello di potersi concedere il tempo di unire i puntini di concetti significativi e provare a rifletterci su senza badare troppo alla FOMO.

Guardavo qualche giorno fa con una certa preoccupazione il video di Mikeshowsha su come gli ultimi cambiamenti all’algoritmo di YouTube fanno sì che la situazione stia diventando parecchio insostenibile per molti creator.

Ora, soprattutto per chi fa contenuti come lui, e quindi video di breve/media durata destinati anche a guadagnare valore nel tempo, si trova davanti davvero pochissime alternative per portare avanti il proprio lavoro e mantenere il successo che ha conquistato.

Certo, è anche grazie proprio a YouTube se alcuni creator sono arrivati dove sono arrivati. Proprio grazie a quell’algoritmo che oggi, vuoi per abbondanza o per questioni di advertising, sta iniziando a penalizzarli e non poco.

L’argomento si estende a molte delle piattaforme terze che promettono di poter monetizzare i propri contenuti a fronte di una strategia di pubblicazione talvolta rasente al burnout o il ridicolo. Instagram non ne è immune. X nemmeno. TikTok penso sia uguale.

È forse anche per questo motivo che mi sono per ora rintanato su Threads e sto utilizzando soltanto quello da qualche mese. Resta ancora immune alle logiche di monetizzazione e per il momento, nonostante ci sia di mezzo l’algoritmo di Meta, gioca a metà campo tra quello che è accaduto in passato a Facebook e, appunto, Instagram e delle logiche di Internet aperta appartenenti al Fediverso.

L’alternativa a tutto questo per i creator c’è ed esiste. E la si può raggiungere creando qualcosa di personale e unico. Non aderente a logiche di piattaforme miliardarie, ma solo e soltanto sulla bontà del proprio lavoro. Quale sarebbe? Procedere nell’adottare soluzioni indipendenti, talvolta costruirne anche alcune da zero se necessario. E sull’argomento ho trovato molto interessante il post di Joan Westenberg:

Building your own platform is undoubtedly harder than relying on someone else's. It requires a greater investment of time, money, and effort. But the rewards are also greater. When you own your platform, you own your audience and your revenue streams. You have the ability to build a sustainable, long-term business that is not at the mercy of someone else's decisions.

Building your own platform is not a guarantee of success. It demands hard work, creativity, and a deep understanding of your audience and your niche, perhaps moreso than the creator economy. More than any other path. But it offers true independence and control over your creative destiny.

Difficile. Nessuna garanzia di successo. Terribilmente complicato. Sì, è vero. Ma sono certo che se il lavoro proposto è valido c’è modo di farsi trovare e farsi pagare adeguatamente (i blog citati nel post precedente ne sono un esempio, così come tante newsletter indipendenti). Come? Non eliminando la propria presenza sui quei canali social che al momento sembrano impazziti, ma anzi iniziare a sfruttarli per condividere i propri contenuti proprietari in modo intelligente:

But it's time to start treating them like the tools they are, not the foundation of your career.

Use social media strategically. Post teasers, behind-the-scenes snippets, engaging questions that drive your followers back to your own platform for the full monty. Make social media work for you, not the other way around.

L’IndieWeb la riassume come strategia POSSE.
Ora, io non ho la sfera di cristallo. Non sono un creator, ma mi limito a studiare la storia dei media e il potere che esercita sulla società. Mi è chiara una cosa però, la competizione sarà sempre maggiore, ci saranno sempre più creator e la possibilità per il consumatore di scoprire e avvicinarsi anche solo a una minima percentuale di essi sarà sempre più complesso e difficile.

Sbaglierò, ma resto convinto che provare a trovare una soluzione diversa e controllabile sia davvero la chiave di volta per assicurarsi la sopravvivenza quando alcuni di questi spazi collasseranno lasciando in tanti a bocca asciutta.

Brooklyn

Ho passato l'ultima settimana a Brooklyn per il Red Bull Kumite. Con questa è la quinta volta a NY e mai come prima mi sono sentito in una città che non vorrei abitare. Mi ha ricordato Milano moltiplicata non so per quante volte. Ho fatto un paio di avanti-indietro da Manhattan e non importava l'orario, il traffico non perdona. Anche la sera tardi.
Mi ha sorpreso ritornare in una città così densamente popolata soprattutto per il rumore di fondo che è in grado di generare. Anche vista da Brooklyn (e nello specifico da questo punto) Manhattan emanava una frequenza di fondo costante e a tratti disturbante.

Il giorno prima di partire però sbirciavo il canale YouTube di Bon Appétit e mi sono imbattuto in questo video sul dietro le quinte della migliore pizzeria di Brooklyn: L'industrie Pizzeria.
Di proprietà di un ragazzo italiano, devo dire al momento la migliore pizza mangiata in America. Se siete di strada andateci perché merita.

Ora sono per 4 giorni ad Austin per dei meeting interni. Il panorama è decisamente diverso e più verde qui.

La pasta negli Stati Uniti

Noemi ha un’allergia da accumulo al nichel. Ciò significa che ogniqualvolta facciamo la spesa o andiamo al ristorante dobbiamo fare attenzione agli ingredienti dei prodotti che stiamo per acquistare o dei piatti che stiamo per ordinare.

Negli States abbiamo notato liste chilometriche di ingredienti sulle etichette dei prodotti, ma una su tutte ci colpisce ogni volta.

Quella della pasta.

Non che Valentina non ci avesse avvisati, ma le marche di pasta italiane più famose che si trovano sugli scaffali dei supermercati qui hanno il 90% delle volte un’etichetta del genere:

La Food & Drug Administration statunitense impone che le vitamine e i minerali persi nel processo di macinazione debbano essere aggiunti nuovamente alla pasta prima di essere messa in commercio. L'attuale arricchimento comprende: niacina (vitamina B3), ferro, tiamina mononitrato (vitamina B3), riboflavina (vitamina B2) e acido folico.

Io non sono esperto di chimica, nel questo blog vuole diventarlo. Ma vi lascio questo semplice link per approfondire il perché e il percome di come l’assunzione di queste vitamine e altre sostanze in maniera artificiale non sia la strada migliore per compensare le carenze nel nostro fisico.

Ciò che posso dirvi io è l’impatto sul gusto. La pasta sembra più appiccicosa e oleosa alla vista, nonché con un colore più vivido rispetto alla pasta che siamo abituati ad acquistare in Italia.

Per fortuna esiste anche qui. Bisogna aguzzare un po’ la vista e cercare tra gli scaffali la dicitura Organic.

C’è un’altra pratica, per fortuna sempre meno diffusa nella pasta, ma comunque stabilmente presente negli altri prodotti da forno, che è letteralmente il processo di sbiancamento della farina.
Infatti è molto diffuso trovare la dicitura “bleached flavor” o “bleached pasta” il che come si può immaginare non è il massimo per la salute. Procedura bandita in Europa, consiste nello specifico per la pasta nell’alterazione del colore e della consistenza, in genere per ottenere un aspetto più bianco e luminoso. Il processo di sbiancatura prevede l'utilizzo di agenti chimici o additivi per rimuovere impurità e pigmenti dalla pasta.

Durante la sbiancatura la pasta viene trattata con sostanze come biossido di cloro, perossido di benzoile o altri agenti ossidanti. Questi agenti aiutano a scomporre le proteine ​​e i carboidrati presenti nella pasta, ottenendo una consistenza più raffinata e uniforme.

Insomma un trattamento che sulla carta può sembrare una meraviglia, in realtà vi state ingerendo un sacco di porcate chimiche.

Come dicevo, per fortuna questa pratica sembra essere sempre meno diffusa nella pasta perché durante gli ultimi giri al supermercato non ho praticamente trovato pasta bleached, al momento ci stiamo trovando bene con la linea 365 di Whole Foods che è buona e non ha praticamente nessuna degli ingredienti o non subisce nessuno dei processi elencati in questo post.

Ed è pure prodotta in Italia. Nel frattempo continua la ricerca anche per provare altri brand.