I nuovi vecchi MacBook Pro

Premessa. Ritengo le macchine presentate ieri sera da Apple dei piccoli mostri di potenza, ma esclusivamente rivolti ad un pubblico il cui utilizzo è di natura professionale, soprattutto audio-video e nel mondo grafico. 

Quindi se vuoi un computer da 3.000 euro per navigare e mandare qualche email, o hai soldi da buttare via, oppure non stai facendo la scelta più oculata in base alle tue esigenze. 

Le caratteristiche da bocca aperta non si discutono e mi piacerebbe ovviamente testare i nuovi MacBook Pro con CaptureOne, ma per il mio personale picco di richiesta di potenza sarebbe una spesa sprecata. Fine della premessa.

Ciò che davvero mi lascia basito però non è tanto il prezzo, quanto l’enorme passo indietro di Apple rispetto a due tecnologie tanto esaltate e sostenute a gran forza fino a ieri mattina: l’assenza di porte per periferiche esterne, se non Thunderbolt, e la fantomatica Touch Bar.   

Partiamo dalla prima. La porta Thunderbolt ha sostituito in primis la tanto apprezzata tecnologia MagSafe che ne avrebbe potuti salvare moltissimi da accidentali cadute. Ma messasi l’anima in pace per la scomparsa di questa tecnologia, man mano sono iniziate a sparire tutte le altre porte, USB, HDMI, lettore di card SD, sostituite sempre da altre Thunderbolt, costringendoCI a dover acquistare dongle di svariata natura per poterci connettere con il resto del mondo come schermi, macchine fotografiche, periferiche di qualsiasi tipo. Ragion per cui tanti possessori dei modelli antecedenti a quello del 2017 si tengono ancora stretti i loro prezioso modello.

La seconda. Utilizzo MacBook Pro da relativamente poco, 2018, sfruttando appieno regolarmente “solo” una ventina di app. Ammetto di non aver mai utilizzato o trovato utile la Touch Bar se non per alzare o abbassare il volume su Spotify. Probabilmente una questione di abitudine, ma l’ho sempre trovata un impiccio piuttosto che un aiuto nella produttività quotidiana.

Ieri però si è aperta una porta, anzi un portone, catapultandoci indietro di 6 anni. Le nuove macchine MacBook Pro in un solo colpo riottengono una porta HDMI, la tecnologia MagSafe e un lettore di card SD. La Touch Bar ? Scomparsa. Semplicemente anni fa Apple si è convinta di un futuro non ancora concretizzatosi oggi:

Apple’s argument for getting rid of the SD slot was that the future would be wireless, and we wouldn’t need to use cards to transfer data anymore. It wasn’t true back in 2016, and it’s still not true. Sure, some devices equipped with SD cards now offer wireless data transfer, but let me tell you—it’s not as fast or reliable as just plugging in a card and transferring the data! And a lot of our non-Apple devices still rely on slow USB ports to transfer data if you have to copy the data directly. The SD slot is just convenient whether you’re a pro transferring photos, audio, or video.

E questo è un bene. Vuol dire che l’esperienza di chi li utilizza ha fatto invertire la rotta a chi di solito la barra la tiene sempre dritta verso il futuro senza mai girarsi indietro, vedasi l’eliminare l’ingresso audio dagli iPhone o togliere la presa per il caricatore di batteria dalla confezione. Meno bene per chi ha investito centinaia di euro in dongle scomodi da utilizzare e trasportare.

Ultimo appunto negativo, l’introduzione del notch anche sui MacBook Pro. Sicuramente un elemento di marketing riconoscibile e differenziante rispetto alla competition, ma sgradevole agli occhi. Ne avrei capita la funzionalità se la nuova camera frontale fosse stata dotata di Face ID e utile quindi a sbloccare il proprio computer, ma sembra soltanto una scelta estetica poco azzeccata visto che questa funzionalità non è stata prevista. Il notch scompare quando l’applicazione che stiamo utilizzando è in modalità full screen, ma riappare quando abbiamo la scrivania di sfondo. Estremamente fastidioso dal mio punto di vista.

I nuovi MacBook saranno il benchmark di mercato e i processori M1 Max e M1 Pro un prodigio di ingegneria informatica. Ma è indubbio che abbiano tanto già un sapore di vecchio.

Monopattini in città. Qual è il vero problema?

Girare una città come Trento a piedi durante il Festival dello Sport è particolarmente piacevole. È piccola, pianeggiante, raccolta e se hai da fare in diverse parti del centro storico, a fine giornata i 15km suo tuo smartwatch non sembrano pesarti più di tanto.

Diverso è quando hai necessità di spostarti velocemente da una parte all’altra della città. Dove a piedi sai che comunque ci metterai sempre una quindicina di minuti, ma tu per fare da A a B hai bisogno di mettercene 5 perché esci da un appuntamento e l’altro ti aspetta, appunto, 5 minuti dopo.

Come fai? Taxi? Ora che lo aspetti, sali, spieghi dove devi andare, paghi, scendi, saresti arrivato prima a piedi.
Un mezzo pubblico? Peggio che andar di notte, se hai fretta, un pullman non arriverà mai al punto B in meno di 5 minuti.

E arrivo dove volevo arrivare. Sempre più di frequente decido di affidarmi alla soluzione più ovvia quando mi ritrovo in situazioni del genere sia per lavoro che per piacere. Scelgo un servizio a noleggio di monopattini elettrici. Capillare, veloce da noleggiare, ti puoi muovere con destrezza nel percorso urbano e non c’è niente di più veloce, conveniente e meno inquinante al momento se non una bicicletta sempre a disposizione, ma non in tutte le città diffuse in egual misura.

Ma, c’è un doveroso ma. Può essere estremamente pericoloso. Per i pedoni se provi ad utilizzarlo su un marciapiede (cosa vietata per legge), per il conducente dello stesso se si guida in una carreggiata dedicata prettamente alle automobili. Potrei andare avanti a lungo con l’elenco delle pericolosità, le notizie quotidiane di incidenti anche mortali stanno aumentando di frequenza facendo sembrare necessario un qualche tipo intervento per regolamentare un mezzo ancora poco conosciuto e per lo più bistrattato da chi in quel momento non ci si trova sopra, ma ha la sfortuna di incrociare il suo cammino.

Mi sono documentato un po’. A Trento per i maggiorenni non è (ancora) obbligatorio indossare un casco apposito alla guida di un monopattino elettrico. Ma in tante altre città italiane sì. E se fossi proprietario di un monopattino a mia volta probabilmente lo acquisterei per principio. Tuttavia, se come si legge si andrà verso una legge nazionale, mi domando come possano le società di sharing adeguare la situazione in una casistica simile, o come lo facciano in quelle città in cui il casco è già obbligatorio. Penso a turisti locali, così come internazionali, che si recano in una città magari per un giorno o addirittura per poche ore e che ripongono ormai sul monopattino piena fiducia come mezzo in grado di rispondere alla loro domanda di mobilità non solo sostenibile, ma senza sostanzialmente nessuna alternativa equiparabile in termini di praticità e rapidità negli spostamenti.

Dove trovano un casco pronto all’uso e pulito? Chi glielo affitta? Forse lo trovano nel sottosella del monopattino? Si pensa a delle aree apposite di parcheggio dove ci sono anche i caschi? Impossibile anche solo da pensare. E a guardare bene, i numeri di incidenti non sono nemmeno poi così catastrofici come titoli sensazionalistici portano a credere:

E gli incidenti? L’Istat ha cominciato a includere anche monopattini e biciclette elettriche nelle proprie rilevazioni degli incidenti stradali, realizzate insieme all’ACI, a partire da maggio 2020. Secondo l’ultimo rapporto, l’anno scorso gli incidenti stradali con lesioni a persone che hanno coinvolto almeno un monopattino elettrico sono stati 524, con un decesso. Prendendo per buono il numero di 140 mila monopattini in circolazione, parliamo di 0,004 incidenti per ogni mezzo circolante — come ha sottolineato anche Assosharing, l’associazione di categoria che riunisce le principali aziende della sharing mobility. Un numero che non sembra giustificare chi parla di un “boom” di incidenti in monopattino. Gli incidenti aumentano, naturalmente, perché aumenta l’utilizzo di un mezzo che fino a tre anni fa era praticamente assente dalle strade delle città italiane, ma nulla fa pensare che sia più pericoloso di altri mezzi “deboli” della strada, come biciclette o motorini.

Se ci fosse una soluzione rapida non ci sarebbe così tanta attenzione. Non voglio credere necessariamente e unicamente alla tesi posta dall’articolo sopra citato. Il voler a tutti i costi favorire le auto però è sicuramente, tra il ventaglio di opzioni, quella più accreditata per cercare di demonizzare un mezzo al quale non ho mai dato particolare credito fintanto che l’ho provato e amato per esigenze personali. Come per tanti altri mercati reputo che la resistenza al cambiamento sarà futile, il futuro di questo mezzo di trasporto sarà decretato dai suoi utilizzatori. E se l’ondata è partita, sarà difficile da placare, certo, c’è bisogno di incanalarla prima che si trasformi in tsunami, ma è una realtà da accettare, rispettare e provare a trarne il massimo beneficio per tutti, avventori e detrattori.

C’era una volta internet

Sono venuto meno a una delle nascoste premesse e promesse di questo blog, ovvero di evitare l’embed di chicchessia video o audio per non appesantirne troppo il caricamento e la leggibilità. Eppure faccio un’eccezione per consigliarvi la serie di podcast di Pepe Moder sulla storia di internet in Italia.

Al di là di poter dire di essere stato presente su internet fin dagli albori, credo di aver aperto la mia prima connessione nel 1994 con un provider di un paese accanto al mio, quella qui sopra è la puntata a cui voglio più bene. L’età della blogosfera è quella a cui ho partecipato di più e più volentieri, quella in cui ho conosciuto Pepe in uno dei tanti eventi organizzati dall’azienda per cui lavorava così come, chi più chi meno, tutti gli altri ospiti della puntata.

In pochissimi anni c’è stata la possibilità di rivoluzionare la comunicazione on e offline, aprendo i mercati a conversazioni dirette tra aziende e clienti, cosa impensabile fino a qualche anno prima, arrivando alla massificazione della stessa con l’esplosione sui social media e l’attivazione dei loro filtri nel darci l’illusione di essere al comando del mondo che ci circonda.

Mi sarebbe piaciuto un approfondimento su una piccola parte dell’Internet italiana, ma che fu molto importante in quegli anni e che lasciò una traccia nella storia prima dell’avvento di Facebook, quella di FriendFeed. L’Italia insieme al Brasile e alla Turchia trovò in quel social network basico la culla nella quale crogiolarsi e dare tutto il meglio di sé senza filtri. Le primordiali conversazioni delle aziende italiane sono passate inevitabilmente da lì e molti dei manager oggi nelle più importanti cariche di comunicazione in Italia sono stati sicuramente utenti di quel luogo così bizzarro.

Però ecco, grazie Pepe per aver riportato in onda tanti ricordi bellissimi di quell’era che sembra lontanissima e invece sono solo 15 anni fa. Per chi ancora ha la pazienza di leggere un blog, grazie anche a voi.

Scooter a noleggio in aeroporto

Perché nella stragrande maggioranza degli aeroporti le società di noleggio auto non hanno anche degli scooter a disposizione?

Non ci sarebbe sufficiente business? Non ci si può portare le valigie? Non conviene a chi affitta?

Lo trovo assurdo. Ci capita spesso di fare qualche weekend lungo e venire qui in Sardegna, dove abbiamo casa. Ogni volta che prenotiamo l’auto, che dall’aeroporto di Olbia ci condurrà a destinazione, penso sempre che un motorino avrebbe risolto il nostro bisogno di mobilità a meno della metà del prezzo.

Avremmo comunque poche cose da portarci appresso e sarebbe molto più comodo per raggiungere le spiagge. Ma questa domanda me la pongo anche se ci capita di fare un weekend di esplorazione cittadina.

Cosa sono? Quei weekend dove ci diciamo, andiamo e scopriamo una città nuova. L’abbiamo fatto con Palermo e poi con Napoli. Nel primo caso ci siamo fatti portare in taxi e poi affittato uno scooter in città. Per la seconda abbiamo fatto tutto a piedi, ma in effetti avremmo voluto anche girare un po’ le alture cosa che abbiamo escluso a priori.

Non è una situazione solo italiana, lo stesso vissuto in tante altre città europee dove avremmo fatto a meno delle 4 ruote a favore delle 2. Probabilmente alle società noleggiatrici conviene ricaricare come pazzi un affitto di un bene ormai commodity. Spero l’avvento dell’elettrico trasformerà questo ricatto inevitabile.

Portogallo in 10 giorni

Sono stato in Portogallo due volte prima di questa estate, entrambe a Lisbona. La prima per festeggiare un capodanno, mentre la seconda per ragioni lavorative e di volontariato. Entrambe le volte mi sono ripromesso di voler girare il Portogallo da cima a fondo e finalmente, in parte, ci sono riuscito.

È un viaggio in pianificazione più o meno da 4 anni e il bello di avere qualcuno a fianco che condivide alcune tue passioni (il viaggio è sicuramente tra queste) e punti di vista, facilita la scelta della destinazione delle vacanze.

Mi sarebbe piaciuto tenere un diario come fatto per l’Islanda, ma ho abbandonato l’idea la prima sera, realizzandone subito il motivo. Nel periodo in cui siamo stati in Islanda c’erano 3 ore di luce al giorno e spesso finivamo con tornare in Hotel molto presto, questo mi lasciava il tempo di riordinare fotografie e idee e buttare giù un post a cadenza quotidiana. In Portogallo, invece, il clima è stato eccezionale e per goderci tutto abbiamo cercato di stare all’aperto il più a lungo possibile.
Il solo rimpianto è di non essermi appuntato quotidianamente idee e sensazioni di tutte le esperienze fatte, ma ci proverò lo stesso a ricordarle.

Perciò inevitabilmente sarà un post molto lungo.

Partiamo dal principio. Qui a fianco c’è l’itinerario che abbiamo disegnato prima di partire. Forse il più classico degli itinerari per chi decide di fare un tour del Portogallo, che spesso si percorre da Sud a Nord, ma che noi abbiamo deciso di intraprendere in direzione opposta. Al contrario di quanto si possa pensare guardando la mappa non è stato un tour di mare. In effetti lo abbiamo visto poco l’oceano e quando ci siamo entrati ci ha ghiacciato le ossa. La seconda premessa, doverosa, è che questo tour è frutto di consigli di amici e amiche, suggerimenti e ricerche notturne fatte su blog e siti internet e due guide che ci hanno regalato per i nostri compleanni. Il tutto raccolto in non più di un mese e mezzo di ricerche.

Questo per dire che in effetti abbiamo visitato soltanto le principali città e punti di interesse della costa e della parte ovest del Paese. Ci è spiaciuto tralasciare il nord e l’est, ma i giorni non sarebbero stati sufficienti per fare tutto e abbiamo preferito condensare su questa tratta, con l’idea di tornarci prima o poi e affrontare ciò che rimane.

L’essere così esposto all’oceano fa sì che gran parte del Portogallo in estate abbia, come dicevo, una temperatura magnifica in stile San Francisco. Abbiamo avuto per l’80% del viaggio picchi di 24 gradi di massima con 14 di minima e a pensare a Lucifero in Italia la cosa ci ha fatto godere non poco.

Turisti, Covid-19 e sicurezza

Il Portogallo è tra le nazioni dell’area mediterranea, escludendo i micro stati, con il tasso di popolazione più basso. Basti pensare che Porto ha qualcosa come 300.000 abitanti all’incirca. In cosa si è tradotto per noi? Pochissime persone in giro per le strade e la maggioranza di esse turisti. Fin dai primi giorni ho notato come questi fossero praticamente solo francesi. Inspiegabilmente in tutte le prime location visitate si sentiva parlare soltanto francese, in fila ai musei, ai ristoranti, nei negozi. Accresceva la mia curiosità sul perché così tanti avessero invaso il Portogallo. Online non ne ho trovato traccia, salvo una vecchia occupazione francese nei secoli passati. La spiegazione l’ho avuta giorni dopo direttamente da un amico residente a Cascais e dai proprietari italiani di un Airbnb che abbiamo noleggiato. Durante la crisi economica di un paio di decenni fa molti portoghesi si trasferirono in Francia in cerca di migliori condizioni economiche e di vita, molti di loro tornano in estate con familiari nuovi e acquisiti alla ri-scoperta del Portogallo. Il passaparola fa il resto.
Quindi per riprendere il filo, molti francesi ovunque. Sia nei turisti, ma soprattutto negli autoctoni abbiamo notato una forte adesione alle regole per il contenimento del virus. Molto più che in Italia per dire. Mascherine sempre ben allacciate e distanziamento ovunque contemplato.

Nonostante le notizie contrastanti in arrivo dalla penisola iberica non ci abbiamo pensato due volte a mantenere tutte le nostre prenotazioni e affrontare il viaggio in piena sicurezza. Green Pass alla mano siamo stati in grado di muoverci senza nessun tipo di problema, sia negli aeroporti, sia nelle strutture alberghiere. Tutti muniti di app per scansionarci e tutti molto preparati ad affrontare la nuova realtà. Stessa cosa dicasi per i ristoranti, al momento obbligati a richiederlo soltanto nel fine settimana. A noi questo approccio ordinato e rispettoso ci è piaciuto parecchio e abbiamo subito auspicato di vederlo quanto prima anche in Italia. Qualcuno ci ha anche detto che gli strascichi di anni di dittatura si fanno ancora sentire nella cultura portoghese e probabilmente hanno ragione.

Elettrico

Una cosa che ci ha colpito fin da subito è stata la forte presenza della mobilità elettrica. Fatte le dovute proporzioni in termini di numeri di abitanti, girano davvero tante auto elettriche, soprattutto Nissan Leaf e Renault Zoe. Tra l’altro in Portogallo sono attive sia Uber che Free Now come servizio di prenotazione trasporto con conducente, ed entrambe le app hanno l’opzione di chiamata di un veicolo elettrico, servizio di cui abbiamo usufruito in un paio di occasioni. Un bel segnale, soprattutto dopo aver visto il prezzo della benzina identico al nostro, senza ombra di dubbio c’è in atto una bella trasformazione sulla mobilità Green che qui ancora si fatica a vedere.

Come già avviene in Italia, le città principali sono tappezzate di monopattini e di motorini elettrici. Molto comodi entrambi per spostarsi nelle zone pianeggianti, impossibile il loro utilizzo invece in salita sia per motivi meccanici, sia perché quelle parti di città vengono considerate come aree non agibili per parcheggiare il mezzo stesso. Leggasi alla voce non affrontare il ponte 25 de Abril a Lisbona con uno scooter elettrico a 50 all’ora rischiando la vita mentre tutti ti superano almeno al doppio della velocità e provando invano a parcheggiarlo sotto il Cristo-Rei con annessa extra fee di 100 euro per farlo rimuovere dai gestori dell’app.

I numeri del tour

  • 📸 969 scatti
  • 🚗 954 km percorsi
  • 🚶🏻‍♀️🚶🏼194 km camminati
  • 🌆 14 città visitate (Porto, Vila Nova de Gaia, Aveiro, Coimbra, Nazaré, Óbidos, Sintra, Cabo da Roca, Cascais, Lisbona, Carvoeiro, Portimão, Quarteira, Faro)
  • ✈️🚗🚃🚡🛴🛵🚣🏻 7 mezzi di locomozione utilizzati 
  • 🛌 7 letti diversi 

Focus sul primo punto.

Di foto alla fine ne ho salvate una cinquantina. Le ho caricate su Flickr. Non mi ritengo un bravo fotografo. Mi ritengo soltanto fortunato. Fortunato di potermi permettere un’attrezzatura in grado di nascondere la mia inesperienza.

Vorrei partire però proprio dalla fotografia per raccontarvi il nostro mini tour, perché attraverso di essa posso provare a condividervi le emozioni che ci ha trasmesso, senza volermi sostituire a nessuna guida turistica.

Porto, Aveiro e Coimbra

Porto si è dimostrata una piccola gemma di cui abbiamo apprezzato fin da subito la gentilezza, fin dal tassista che ci ha accompagnato dall’aeroporto all’hotel all’1 di notte. Ci ha sorpreso per il suo essere così raccolta e l’abbondanza di cose da vedere. Senza nulla togliere ovviamente alla straordinaria temperatura. Paradossalmente, forse perché così piccola, qui abbiamo notato più affluenza turistica tanto che due luoghi iconici come la Livraria Lello (la libreria considerata più bella al mondo) e lo Estádio do Dragão sono risultati essere impraticabili per via delle lunghe code all’ingresso.

Intenso e commovente il nascosto Museu do Holocausto do Porto dove si ripercorrono i tragici momenti degli ebrei in transito per il Portogallo, nazione neutrale durante la Seconda Guerra Mondiale e dalla quale in tanti cercavano di fuggire.

Voglio fare una piccola menzione a Vila Nova de Gaia, la cittadina che guarda Porto sull’altra sponda del fiume Douro e grande quanto Porto stessa. È la sede delle principali aziende vinicole dell’omonimo vino e si presenta come una tipica cittadina italiana che si affaccia su uno dei laghi lombardi. Molto ordinata, con giardini e tanto spazio pedonale. Si raggiunge tramite una suggestiva teleferica da cui è possibile ammirare gran parte dello skyline di Porto e una volta arrivati ci si può tranquillamente ubriacare facendo il giro delle tante cantine.

Aveiro ci è stata presentata come la Venezia portoghese. Con tutto il rispetto per Aveiro forse ha solo il colore dell’acqua simile a quella di Venezia. Ok, ci sono 4 canali in croce e ci vanno delle barchette che ti permettono di vedere la città, ma a parte questo niente di speciale. Coimbra invece è stata una piacevole scoperta, arroccata e tra le prime capitali del Portogallo, ha mantenuto la sua forte tradizione universitaria e trasuda cultura da ogni edificio. Senza contare lo spettacolare giardino botanico dell’Università dove sono rimasto almeno 20 minuti a provare a fare uno scatto decente al canneto qui sopra.

Nazaré, Óbidos e Sintra

Nazaré è il paradiso dei surfisti. Qui si formano le onde più alte al mondo pronte per essere cavalcate. E siccome non è stagione immaginavo, sbagliando, di trovare pochi turisti. Invece sembrava di stare a Riccione. Forse il posto più affollato di questa estate in assoluto. Ok, spiaggioni e tanto vento, ma niente da invidiare a tante altre località marittime nostrane. Anche se basta andare nella parte alta della cittadina all’ora del tramonto per essere ripagati dello sforzo di essersi fermati lì. Mi raccomando, anche se è il 15 di agosto copritevi bene, anche con un piumino leggero se lo avete. Tira vento dall’oceano e la temperatura scende anche a 14 gradi a quell’ora.

Óbidos è stata una bellissima sorpresa. È un borgo medievale nel vero senso della parola, ti aspetti di trovarti a pochi metri da un torneo equestre o una sfida di tiro con l’arco. Senza contare che è anche la sede di un festival internazionale del cioccolato. Ecco perché mi è piaciuta così tanto.

Sintra è una salita unica, i suoi castelli, ville gotiche e parchi si stagliano su una montagna visibile a occhio nudo anche dal Cristo-Rei di Lisbona. Con l’obiettivo di muovere il meno possibile l’auto a noleggio una volta raggiunta la nostra meta, anche a Sintra abbiamo deciso di spostarci a piedi, dopo un paio di tragitti però abbiamo dovuto abbandonare l’idea e prendere un taxi e poi spostarci con la nostra auto. Ci sono anche dei bus che collegano le varie attrazioni, impensabile muoversi altrimenti. Da qui abbiamo raggiunto il punto più a ovest dell’Europa continentale.

Cabo da Roca, Lisbona e Algarve

La fine del mondo. O meglio così si pensava in antichità, oltre Cabo de Roca a un certo punto si sarebbe caduti di sotto. Come a Nazaré c’è un vento da non riuscire a stare in posizione eretta per più di qualche secondo, ti sposta e non accenna a fermarsi. Tuttavia seppur suggestivo con il suo faro e le scogliere nebbiose manco fossimo in Irlanda, il punto che più ci è piaciuto per ammirare la fine della giornata è stata Praia du Guincho e la sua spiaggia infinita.

Da qui a Lisbona una mezz’oretta d’auto. Non so se, come mi ha suggerito mia moglie, a 20 avessi effettivamente uno spirito diverso nell’osservare una città straniera e gli occhi ricolmi di stupore per il solo fatto di aver varcato i confini nazionali. Eppure io di Lisbona ricordo di essermi innamorato e di averne conservato un ricordo da ventenne per tutto questo tempo. E invece…Rimane sempre una città meravigliosa, ma che non mi ha emozionato quanto Porto e non mi ha fatto gridare al miracolo come invece fece per dire Vancouver. È una città Europea, di mare, con saliscendi e un iconico tram. Senza voler scadere troppo nel superficiale e ben conscio che Lisbona è molto altro, ci ha lasciato poco sulla pelle e in generale un senso di sopravvalutazione molto alto.

Lo stesso vale per l’Algarve. Il panorama è senz’altro mozzafiato, ma qui, più forse che altrove, ho visto la turistizzazione estrema. Sapete quando un luogo diventa talmente popolare da perdere qualsiasi tipo di interesse effettivo perché ci vanno in troppe persone e non si trova un buco libero manco a pagarlo? Ecco. Mi sono sentito così. E mi sono rattristato al pensiero…se solo in Italia sapessimo fare lo stesso per valorizzare ciò che abbiamo. Lì abbiamo fatto un pezzo delle Sette Valli Sospese, un percorso a piedi che costeggia le scogliere a picco sul mare e piccole spiagge considerato il più suggestivo d’Europa. Siamo scesi ad un certo punto e abbiamo affidato un Kayak per entrare nella grotta di Benagil, sembrava di stare sulla A4 il primo weekend di agosto con pochissimo spazio dove fermarsi e poter fare qualche scatto decente. Siamo tornati tempo zero indietro e abbiamo proseguito a piedi dove il caldo disincentivava molti turisti nel percorrerlo.

Il Portogallo è così come ce lo siamo sempre immaginati. Semplice e accogliente, con uno stile di vita poco impegnativo e estremamente facile da girare (soprattutto a piedi). Ci ha trasmesso il giusto mix tra storia, cultura e natura e finalmente capiamo perché tanti europei abbiano deciso di andare lì a godersi la pensione al di là delle agevolazioni fiscali. Qui prendono il turismo estremamente sul serio, c’è un offerta turistica culturale parificata in tutta la nazione, una volta che sai come muoverti in una città sai farlo dappertutto perché impari a riconoscere il linguaggio associato a una meta turistica. Il costo della vita è piuttosto basso. Per un ombrellone in prima fila in Algarve 15 euro al giorno. Il cibo molto economico altrettanto. Un caffè costa ancora 70 centesimi. Per cene abbondanti con pesce e vino incluso non abbiamo mai speso più di 50 euro complessivi, beh, fa riflettere sui ricarichi che abbiamo da queste parti. A proposito, il vero piatto nazionale che unisce tutte le latitudini portoghesi e non manca davvero mai è l’aglio. Su una ventina di pasti c’è stato sempre e il suo odore forte si sparge per le vie di ogni paese in cui siamo stati sia all’ora di pranzo che di cena nelle zone dei ristoranti.

Abbiamo visitato praticamente meno di 1/3 del Paese, un’ottima scusa per poter tornare e visitare ciò che ci manca. Ci ha fatto capire quanto ancora abbiamo da scoprire nel resto del mondo nella speranza di poter ritornare a viaggiare ovunque e in tempi brevi. Abbiamo ancora un viaggio di nozze in sospeso…

Dimenticavo, come di consueto, noi zero souvenir.

Glass

C’è un nuovo servizio di condivisione foto in città. Si chiama Glass e non è un social network.

Strano nel 2021, vero?

Ho avuto modo di testare Glass per qualche giorno, ho deciso di pagare il primo mese di iscrizione (4.99€) la scorsa settimana e vedere un po’ come funzionasse questo nuovo servizio al momento con accesso solo su invito e disponibile soltanto per iOS.

I Pro

Se pensi a Glass come antagonista di Instagram, sbagli. O meglio lo è, ma non utilizza le stesse dinamiche, anzi si posiziona al polo opposto. Glass fa della semplicità la sua virtù e l’assenza di like, profili con counter di follower e vetrine per alimentare l’ego i suoi punti di forza.

Il focus si sposta su un engagement puro fatto solo di commenti alle foto caricate dagli utenti. Per lo più scatti piuttosto professionali da quanto mi è capitato di vedere. Ogni foto mostra i dati EXIF della foto caricata e lascia spazio soltanto alle opinioni e non ai like.

La semplicità è il suo punto di forza, non vengono messi in evidenza persone/account più famosi di altri, ma semplicemente si scoprono nuovi fotografi in base all’ordine cronologico delle foto caricate nella prima tab, oppure andando a cercare un nome che sapete essere presente nell’app. Quelli che si decide di seguire compariranno poi nella seconda. Nella terza c’è il nostro profilo con le nostre immagini caricate.

Fine, non c’è altro. Essere semplici oggi è complicato, ma penso possa funzionare proprio per questo motivo.

Cosa manca ancora

Sicuramente al momento essere solo su iOS è piuttosto limitante. Al momento il caricamento delle foto avviene soltanto dall’album del nostro telefono. Ragione per la quale se si ha voglia di caricare una foto scattata con una macchina fotografica è necessario importarla nella nostra libreria di foto iPhone per poterla caricare su Glass.

Manca quindi la possibilità di poter caricare scatti anche da desktop, penso sia imprescindibile per chi non abbia voglia ogni volta di fare due passaggi per poter pubblicare un suo scatto.

Non so quanto imprescindibile, ma sicuramente d’aiuto, il poter editare un proprio post, magari sì è fatto un errore di battitura, al momento non è contemplato.

Ultima cosa, se al momento è possibile linkare uno scatto fotografico al di fuori dell’app per poterlo condividere e fruire anche su un browser, non è così per il profilo del fotografo stesso.

Sopravviverà?

Difficile da dire ora. Per adesso ha avuto un’ottima pubblicità più o meno gratuita dai principali blogger tech statunitensi. Fa qualcosa che Flickr o Smugmug fanno già in più grande scala anche se concettualmente diverso.

Non c’è pubblicità e i tuoi dati non sono venduti a terze parti, è vero, ma il pagamento potrebbe essere un grosso ostacolo per la diffusione planetaria.

Per ora mi sta piacendo e spingendo a commentare, cercare ispirazione per altri scatti. Sicuramente caricherò lì parte degli scatti fatti in Portogallo nei prossimi giorni.

E voi l’avete provato?

Portogallo on my mind

Siccome nemmeno quest’anno il viaggio di nozze è un’opzione percorribile, abbiamo puntato tutto su un’altra meta rimasta in agenda da almeno 4 anni. Qualche giorno in meno previsto da piano originale, ma un mini tour del Portogallo ci aspetta.

12 giorni in cui abbiamo creato questo itinerario, in auto e senza stress. Ecco, il post non è tanto per dirvi che si vada in vacanza, quanto una chiamata a consigli su cosa fare, visitare, mangiare.

Se avete suggerimenti, i commenti sono aperti così come i miei canali social. 🙏🏻

Il mio gaming set-up secondario

Se nella tv principale di casa, quella del soggiorno, sono connesse sia Xbox Series X che PlayStation 5, mi sono trovato nell’ultimo anno nella condizione di voler/dover giocare dalla mia stanza da letto.

Ho provato differenti set-up. Sfruttando Stadia e Xbox Game Pass tramite dispositivo mobile android, ma ho convenuto che sì, comodissimo avere centinaia di titoli a portata di mano, ma lo schermo è decisamente troppo piccolo per apprezzare la bontà di un gioco nato per il 4K. Ho provato a portare nel letto anche un iPad Pro 10”, ma non c’è stato verso nel posizionarlo nel migliore dei modi, l’inclinazione desiderata è impossibile da ottenere.

La voglia di videogiocare mi ha aiutato ad ingegnarmi e trovare la soluzione ideale. Sia PlayStation che Xbox tramite le loro app iOS permettono di giocare in remoto se il device è collegato alla stessa linea Wi-Fi della console. Quindi collegando un qualsiasi controller bluetooth all’iPad posso giocare da qualsiasi stanza della casa. Grazie all’impianto installato qualche mese fa ho zero problemi di lag ed è come avere sempre a disposizione un secondo schermo da cui giocare.

Ora l’iPad, se munito del suo dongle originale, è in grado di proiettare qualsiasi contenuto a una TV collegata in HDMI (purtroppo non ho una TV con AirPlay, altrimenti avrei potuto fare a meno di un altro cavo), trasformando così uno schermo da 10.9” in una vera e propria TV. Purtroppo né l’app Xbox né tantomeno quella PlayStation consentono di andare in full screen, mostrando mentre si gioca la barra in alto con le informazioni su orario e batteria dell’iPad, ma vuoi mettere la goduria di mettersi a letto accendere la TV e poter giocare prima di addormentarsi come se fossi sul divano del salotto?

Il mio backlog non ha più scuse. Ho ripreso in mano Gears Of War 5. Dopo di che si passa a: Control, Prey, Ghost of Tsushima, Death Stranding, Flight Simulator, Hades, The Ascent… la lista sarebbe chilometrica, molto più lunga di tutto questo post.

Ah…come se non bastasse Kojima si è messo anche a scrivere un libro.

Libertà di vivere

È dal weekend appena passato che ho iniziato a interrogarmi sulla faccenda Green Pass e le decisioni prese dal governo italiano. Ho un’idea ben precisa e netta, la salvaguardia della salute viene prima di ogni altra cosa e se l’introduzione serve anche a non bloccare nuovamente l’economia del Paese, ben venga. Chi si sente minacciato, non sa cosa vuol dire libertà, ma ancor di più non ha mai saggiato una vera e propria dittatura.

Purtroppo questa finta nuova Resistenza non solo offende la memoria, ma mi ha fatto vergognare di essere italiano e di avere concittadini di tale rango. Ma, nel riordinare un po’ i pensieri, questi giorni fortunatamente ho riscontrato di non essere in una piccola bolla in cui la camera dell’eco fa il suo dovere. Di condividere posizioni sensate e utili a sconfiggere il virus, perché sai a un certo punto il dubbio ti viene pure di non aver capito un cazzo. Ne hanno scritto gioxx, Leonardo, Loweel e molti alti blogger. Mi sento di riportare però le parole dell’editoriale di stamani di Fulvio Giuliani, che riprendo qui sotto:

Chi strepita di attacco ai valori della Costituzione dovrebbe almeno porsi il problema di proporre una soluzione alternativa, ma per gli improvvisati paladini anti Green Pass basta urlare «Libertà, libertà!». È la stessa Italia – né di destra né di sinistra – persa pochi anni fa dietro a «Onestà,onestà!». Quel Paese che non propone ma accusa, e che non si fa scrupoli dimettere persino in campo simboli e terminologie mutuati dalle pagine più oscure della storia.

Si può dissentire, avanzare critiche e dubbi ma quando si arriva ad appuntare al petto un astella di David, quando si paragona un banale strumento amministrativo all’eugenetica nazista, significa aver perso il contatto con la realtà e con le proprie sinapsi.È intollerabile agitare certe parole d’ordine e per il solo gusto di urlare l’ennesimo No.

Anche chi presta i propri raffinati ragionamenti alla parte più becera della protesta farebbe bene a interrogarsi su dove possa portare un generico richiamo alla libertà dell’individuo, in dispregio di qualsiasi rispetto o tutela della libertà del prossimo. Così come sarebbe anche ora difinirla con l’abusata teoria del Grande Fratello dietro il Green Pass o le richieste di tracciamento.

Chi ama urlare alla morte della privacy farebbe bene a riflettere sulle centinaia di volte in cui ha prestato il proprio consenso su moduli cartacei e online per accedere a servizi o fare acquisti. A tutto vantaggio di quegli stessi colossi digitali contro cui sarà pronto a scendere in piazza per un altro, ipocrita No. Se spaventa il tracciamento per contrastare la pandemia, dovremmo alzare almeno un po’ la voce per difendere la nostra vita, regalata con indifferenza a un algoritmo.

Da La Ragione del 27/07/2021

L’ignoranza uccide più della spada. Ovviamente è un proverbio e molto figurato, ma è una sconfitta dell’umanità assistere a certi atteggiamenti scaturiti dalla scarsa e mala informazione e la cecità prodotta da un incitamento da social media di massa. Questa è la vera deriva pericolosa, altro che dittatura.

Non c’è più Spazio

Sarà dovuto forse all’uscita di Mass Effect Legendary Edition proprio quest’anno, ma appena ho sentito il nome New Shepard (il razzo con cui Jeff Bezos ieri ha raggiunto lo Spazio suborbitale) il mio picco d’attenzione è salito alle stelle.

Già, le stelle. Mai come queste settimane sembra esserci una rincorsa per ritornare a vederle da molto vicino. Quantomeno da parte dei tre tra i più ricchi uomini di questo pianeta, ormai prossimo alla rovina. Ma a discapito di cosa?

Ho letto diversi articoli nei giorni passati. Molti giornalisti si domandavano, a ragion veduta, se i soldi spesi per questi tour bus spaziali non potessero essere invece spesi per provare a salvare il salvabile qui sulla Terra. E devo dire me lo sono domandato anche io. È più che lecito, i soldi di privati cittadini possono essere spesi da quest’ultimi nel modo che più li aggrada. Ma la coda delle catastrofi naturali si sta allungando di mese in mese, un sintomo che non ha colori politici, né devono esserci troppi dubbi sulle cause.

Il turismo spaziale, pur con la volontà di portare degli uomini fuori dalla nostra orbita, ha dei costi di ricaduta sul clima terrestre e potenzialmente molto dannosi. Così come un non poco velato scopo di colonizzare altri pianeti o corpi celesti iniziando al fine di spostare l’inquinamento della produzione umana lassù, perché proprio non ci si vuole nemmeno provare a fare lo sforzo di cambiare le cose quaggiù. Siamo già al punto di voler piantare antenne LTE sul suolo lunare, perché sai mai che i video vengano male in diretta durante i prossimi allunaggi.

No, non è un rant contro la sano stimolo di scoperta e la volontà di continuare a porsi delle domande sull’Universo. Questi due elementi ci hanno regalato una moltitudine di benefici nella vita di tutti i giorni che nemmeno sappiamo. È una personale e preoccupata riflessione sull’assistere con il naso puntato all’insù ai progressi fatti negli ultimi 20 anni, mentre qui sotto stiamo facendo ancora troppo poco e non voglio arrendermi al credere che l’unica soluzione possibile sia quella di dovercene andare da qui.